Part 88
— Ebbene, vi racconterò ciò che non ho voluto dirvi al mio ritorno da Giannina. Io andai naturalmente dal primo banchiere della città per prendere le mie informazioni; alla prima parola che dissi dell’affare, prima ancora che fosse stato pronunciato il nome di vostro padre: — Ah! diss’egli, indovino che cosa qui vi conduce. — Come! perchè?
«— Perchè sono appena quindici giorni che sono stato richiesto sullo stesso soggetto.
«— Da chi? — Da un banchiere di Parigi mio corrispondente. — Come si chiama? — Il sig. Danglars.»
— Egli! gridò Alberto, infatto da lungo tempo ei perseguita il mio povero padre col suo odio, e colla sua gelosia; egli, l’uomo che si crede popolare, che non sa perdonare al conte de Morcerf d’essere Pari di Francia. E, sentite, questa rottura di matrimonio senza darne una ragione, sì... dipende da ciò.
— Informatevi, Alberto, non vi lasciate da ora trasportare, e se la cosa è vera...
— Oh! sì, gridò il giovine, e se la cosa è vera, egli mi pagherà tutto ciò che ho sofferto.
— State in guardia, Morcerf, egli è un uom già vecchio.
— Avrò riguardo all’onore della mia famiglia; s’egli odiava mio padre, perchè non ha colpito mio padre? oh! no; ha avuto paura di ritrovarsi in faccia ad un uomo.
— Alberto, io non vi condanno, ma operate con prudenza.
— Oh! non abbiate paura; d’altra parte mi accompagnerete, Beauchamp; le cose solenni devono essere trattate davanti ad un testimonio. Prima della fine di questa giornata, se il sig. Danglars è il reo, egli avrà cessato di vivere, o io sarò morto. Per bacco! Beauchamp, vo’ fare dei bei funerali al mio onore.
— Ebbene! allora quando si sono prese tali risoluzioni, Alberto, bisogna sul momento metterle ad esecuzione. Volete andare dal sig. Danglars? partiamo. — Fu mandato a chiamare un _cabriolet_ di piazza. Nell’entrare nel palazzo del banchiere, videro alla porta il _phaéton_ ed il domestico del sig. Andrea Cavalcanti. — Ah! per bacco! ecco a chi va bene! disse Alberto con voce cupa. Se il sig. Danglars non vuol battersi meco, gli ucciderò suo genero. Egli deve essere uomo da accettare una sfida, dovrebbe battersi, è un Cavalcanti! — Fu annunciato il giovine al banchiere, che, al nome di Alberto, sapendo che cosa era accaduto il giorno innanzi, gli fece proibire l’ingresso. Ma era troppo tardi, Alberto aveva seguito il lacchè; intese l’ordine dato, e violentando la porta, penetrò, seguito da Beauchamp, fino nel gabinetto del banchiere. — Ma signore, gridò questi, non si è più padroni in casa di ricevere chi si vuole, e ricusare chi non si vuole? mi sembra che voi lo dimentichiate in un modo strano.
— No, signore, disse freddamente Alberto; vi sono delle occasioni, e voi siete in una di queste, in cui abbisogna, salvo il caso di viltà, vi offro questo rifugio, essere in casa sua almeno per certe persone.
— Allora che volete dunque, o signore?
— Voglio, disse Morcerf avvicinandosi senza sembrare di fare attenzione a Cavalcanti che si era appoggiato al caminetto, voglio proporvi un convegno in un luogo appartato, in cui nessuno possa disturbarci per dieci minuti, non vi domando di più; ove di due uomini che si saranno incontrati, uno rimarrà sul terreno. — Danglars impallidì, Cavalcanti fece un movimento, Alberto si voltò verso il giovine:
— Oh! mio Dio! diss’egli, venite voi pure, se vi piace, sig. conte, avete il diritto di esservi, siete quasi della famiglia, e io do questa specie di convegno a quante persone si trovano per accettarlo. — Cavalcanti guardò con aria stupefatta Danglars, il quale, facendo uno sforzo, si levò, e si avanzò fra i due giovani. L’assalto d’Alberto ad Andrea lo poneva sopra un altro terreno; e sperava che la visita d’Alberto avesse uno scopo diverso da quello che si era figurato sul principio. — E che! signore, diss’egli ad Alberto: se venite qui a muover lite al signore, perchè lo preferisco a voi, vi prevengo che ne farò oggetto di causa davanti al procuratore del Re.
— Vi sbagliate, signore, disse Morcerf con un tetro sorriso, non parlo di matrimonio, e non mi sono indirizzato al sig. Cavalcanti se non perchè mi è sembrato che per un momento abbia avuta l’intenzione d’intervenire nella nostra discussione. E poi sentite, voi avete ragione, diss’egli, io cerco contesa oggi con tutti; ma siate tranquillo, sig. Danglars, l’anteriorità spetta a voi.
— Signore, rispose Danglars pallido per la collera e per la paura, vi avverto che, allorquando ho la disgrazia d’incontrare sul mio sentiero un cane arrabbiato, lo ammazzo, e che lungi dal credermi colpevole, mi sembra di avere reso un servizio alla società. Ora se siete arrabbiato, e tentate di mordermi, vi prevengo che vi ammazzerò senza pietà. È forse mia colpa, se vostro padre è disonorato?
— Sì, miserabile! gridò Morcerf, è colpa tua.
Danglars fece un passo indietro. — Colpa mia? ma siete pazzo! forse conosco la storia greca? forse ho viaggiato in quei paesi? ho consigliato vostro padre di vendere la fortezza di Giannina? di tradire...?
— Silenzio! disse Alberto con voce sorda. No, non siete stato voi che direttamente avete fatto questo strepito, e causato questa disgrazia, ma siete stato voi che ipocritamente l’avete instigata.
— Io! — Sì, voi! donde viene la rivelazione?
— Mi sembra che il giornale ve lo abbia detto; da Giannina, per bacco! — Chi ha scritto a Giannina?
— Mi sembra, che tutti possano scrivere a Giannina.
— Un solo però vi ha scritto, e questi siete voi.
— Io ho scritto senza dubbio; mi sembra che quando uno marita sua figlia ad un giovine, possa prendere delle informazioni sulla famiglia di questo giovine; non è soltanto un diritto, ma un dovere.
— Voi avete scritto, signore, disse Alberto, sapendo perfettamente la risposta che vi sarebbe venuta.
— Io! Ah! vi giuro bene, gridò Danglars, con una confidenza ed una sicurezza che venivano ancor meno dalla sua paura, forse che dalla premura che sentiva pel disgraziato giovine, vi giuro, che non avrei mai pensato a scrivere a Giannina. Conosco forse la catastrofe di Alì-Pascià, io?
— Allora qualcuno vi ha spinto a scrivere? — Certamente.
— Voi siete stato instigato? — Sì.
— Chi è stato?... terminate... dite...
— Per bacco! niente di più semplice, io parlava degli antecedenti di vostro padre, diceva che la sorgente della fortuna era sempre rimasta oscura. La persona mi domandò in che luogo vostro padre aveva fatta questa fortuna: risposi, «in Grecia.» Allora mi disse «ebbene, scrivete a Giannina.»
— E chi vi ha dato questo consiglio?
— Per bacco! il conte di Monte-Cristo vostro amico.
— Il conte di Monte-Cristo vi ha detto di scrivere a Giannina?
— Sì, ed io ho scritto. Volete vedere la mia corrispondenza? ve la mostrerò. — Alberto e Beauchamp si guardarono.
— Signore, disse allora Beauchamp che non aveva preso ancora la parola, mi sembra che voi accusiate il conte, che è assente da Parigi, e che non può giustificarsi in questo momento.
— Non accuso alcuno, signore, disse Danglars, racconto; e ripeterò davanti al sig. conte di Monte-Cristo, ciò che ho detto davanti a voi.
— Ed il conte sa qual è la risposta che avete ricevuta?
— Io la mostrai a lui.
— Sapeva che il nome di battesimo di mio padre era Fernando ed il suo cognome di famiglia Mondego.
— Sì, glie lo aveva detto da lungo tempo; per soprappiù, non ho fatto in ciò che quel che avrebbe fatto qualunque al mio posto, e fors’anche molto meno. Quando la dimane di questa risposta, sollecitato dal sig. di Monte-Cristo, venne vostro padre a domandarmi officialmente mia figlia, come si fa quando la si vuol finire, rifiutai brevemente, è vero, ma senza spiegazioni, senza rumori. Infatto, perchè avrei dovuto far del rumore? che cosa poteva importarmi dell’onore o del disonore dei Morcerf? Ciò non faceva nè alzare, nè abbassare le pubbliche rendite.
Alberto sentì il rossore salirgli alla fronte; non v’era più alcun dubbio. Danglars si difendeva colla bassezza, ma colla sicurezza di un uomo che dice, se non tutta la verità, almeno una parte di verità, non per coscienza, ma per terrore. D’altra parte che cercava Morcerf? non il più o meno di reità di Danglars, o di Monte-Cristo, ma un uomo che rispondesse alla offesa grave o leggiera, un uomo che si battesse, ed era evidente che Danglars non si batterebbe.
E quindi ciascuna delle cose dimenticate o inosservate ritornavano visibili ai suoi occhi e presenti al suo pensiero. Monte-Cristo sapeva tutto, poichè avea comprata la figlia di Alì-Pascià; ora, sapendo tutto, aveva incaricato Danglars di scrivere a Giannina. Conosciuta la risposta, aveva acconsentito al desiderio, manifestato da Alberto, di essere presentato ad Haydée; una volta davanti ad essa, aveva lasciato cadere il discorso sulla morte d’Alì senza opporsi al racconto di Haydée (ma avendo senza dubbio dato alla giovinetta, nelle poche parole che aveva pronunziato in greco, le sue istruzioni che non avevano permesso a Morcerf di riconoscere suo padre); del resto non aveva pregato Morcerf di non pronunciare il nome di suo padre davanti ad Haydée? Finalmente aveva condotto Alberto in Normandia nel momento in cui sapeva che doveva nascere il gran susurro. Non v’era più da dubitarne, tutto ciò era uno studio, e Monte-Cristo senza dubbio se la intendeva con i nemici di suo padre. Alberto prese Beauchamp in un angolo, e gli comunicò tutte queste idee: — Voi avete ragione, disse questi, il sig. Danglars non entra in questo affare che per la parte brutale e materiale, ed al sig. di Monte-Cristo voi dovete domandare una spiegazione.
Alberto si rivoltò: — Signore, disse egli a Danglars, capirete che io non prendo ancora da voi un congedo definitivo; mi resta a sapere se le vostre recriminazioni sono giuste, e vado sul momento ad assicurarmene presso il sig. conte di Monte-Cristo. — E salutando il banchiere, uscì con Beauchamp, senza sembrare di occuparsi menomamente di Cavalcanti. Danglars li ricondusse fino alla porta, rinnovando ad Alberto l’assicurazione che nessun motivo di odio personale lo guidava contro il sig. conte de Morcerf.
LXXXVII. — L’INSULTO.
Alla porta del banchiere, Beauchamp fermò Morcerf.
— Ascoltate; or ora vi ho detto in casa Danglars, che al sig. di Monte-Cristo dovevate domandare una spiegazione?
— Sì: e noi andiamo da lui.
— Un momento, prima di andare dal conte, riflettete.
— A che cosa? — Alla gravità del passo.
— È forse più grave, che andar dal sig. Danglars?
— Sì, il sig. Danglars è un uomo di danaro, e, voi lo sapete, gli uomini di danaro sanno troppo bene il capitale che arrischiano per battersi facilmente. L’altro, al contrario, è un gentiluomo, almeno in apparenza; e non temete sotto il gentiluomo di ritrovare il bravo?
— Temo solo di trovare un uomo che non si batta.
— Oh! siate tranquillo, egli si batterà. Ho anzi paura che si batta troppo bene; state in guardia!
— Amico, disse Morcerf, con un bel sorriso, questo è ciò che io domando, questo è ciò che mi può accadere di più avventuroso, vale a dire di essere ucciso per mio padre: ciò salverà noi tutti.
— Vostra madre ne morrà.
— Povera madre! disse Alberto passando la mano sopra i suoi occhi, lo so bene, ma vale meglio che io muoia per questo che morire di vergogna.
— Siete ben risoluto, Alberto? Andiamo dunque!
— Ma credete che lo troviamo?
— Egli doveva ritornare poche ore dopo di me, e certamente sarà arrivato. — Essi salirono e si fecero condurre all’entrata dei Campi-Elisi n. 30. Beauchamp voleva discendere solo, ma Alberto fece osservare che questo affare, uscendo dalle regole ordinarie, gli permetteva di allontanarsi dall’etichetta del duello. Il giovine operava in modo che Beauchamp non aveva altro a fare, che a prestarsi a tutte le sue volontà; egli cedè dunque a Morcerf, e si contentò di seguirlo. Alberto non fece che uno slancio dal casotto del portinaro alla scalinata. Battistino lo ricevette. Il conte era effettivamente arrivato, ma era nel bagno, ed aveva proibito di ricevere chicchessia. — Ma dopo il bagno? domandò Morcerf.
— Il signore pranzerà.
— E dopo il pranzo? — Il signore dormirà un’ora.
— E dopo? — Dopo anderà all’_Opera_.
— Ne siete sicuro? domandò Alberto.
— Perfettamente sicuro! il signore ha ordinato i cavalli per le otto precise.
— Benissimo! replicò Alberto, ecco quanto voleva sapere. — Indi volgendosi a Beauchamp: — Se avete qualche cosa da fare, Beauchamp, fatelo presto; se avete ritrovi per questa sera, aggiornateli a domani. Capirete che io conto su voi per andare all’_Opera_. Se potete, conducete con voi Château-Renaud.
Beauchamp approfittò del permesso, e lasciò Alberto, dopo avergli promesso d’andarlo a prendere alle otto meno un quarto.
Rientrato in casa, Alberto avvisò con un biglietto Franz, Debray, e Morrel, del desiderio che aveva di vederli in quella sera all’_Opera_. Indi andò a visitare sua madre, che dopo l’avvenimento del giorno innanzi aveva fatto dire non essere visibile, e stava ritirata nella sua camera. Egli la ritrovò in letto, oppressa dal dolore di quella pubblica umiliazione. La visita d’Alberto produsse quell’effetto che è da immaginarsi; ella strinse la mano al figlio, ed irruppe in singhiozzi. Però queste lagrime la sollevarono. Alberto rimase un momento in piedi e muto vicino al letto di sua madre. Si scorgeva dal suo pallido viso, e dal sopracciglio aggrottato, che il desiderio di vendetta andava sempre più radicandosi nel suo cuore. — Madre mia, proruppe Alberto, conoscete voi nessun nemico del sig. Morcerf?
Mercedès fremette; ella aveva osservato che il giovine non aveva detto di mio padre. — Amico mio, diss’ella, gli uomini nella posizione del conte hanno molti nemici ch’essi non conoscono. D’altra parte i nemici che si conoscono, sapete, non sono i più pericolosi.
— Sì, lo so; ed è per questo che mi rivolgo a tutta la vostra perspicacia. Madre mia, siete una donna superiore alle altre, e cui niente sfugge!
— Perchè mi dite questo?
— Perchè avete notato, per esempio, che la sera che abbiamo dato il ballo, il sig. di Monte-Cristo non ha voluto prender niente in casa nostra.
Mercedès alzandosi tutta tremante sul suo braccio, ardente per la febbre: — Il sig. di Monte-Cristo! gridò ella, e qual rapporto avrebb’egli colla domanda che mi fate?
— Voi lo sapete, madre mia, il sig. di Monte-Cristo è un uomo d’Oriente, e gli orientali per conservare la loro libertà di vendetta non mangiano nè bevono mai in casa dei loro nemici.
— Il sig. di Monte-Cristo nemico? riprese Mercedès più pallida del lenzuolo che la copriva. Chi vi ha detto questo? siete folle, Alberto. Il sig. di Monte-Cristo non ha usato con noi che gentilezze. Il sig. di Monte-Cristo vi ha salvata la vita, e voi stesso ce lo avete presentato. Oh! ve ne prego, figlio mio, se avete una simile idea, allontanatela, e se io ho una raccomandazione a farvi, anzi dirò di più, se ho una preghiera da indirizzarvi, quella si è che vi mantenghiate in armonia con quest’uomo.
— Madre mia, replicò il giovine con uno sguardo sinistro, avete le vostre ragioni per dirmi di usare de’ riguardi a quest’uomo?
— Io? gridò Mercedès arrossendo con quella rapidità con cui aveva impallidito, e ritornando quasi subito più pallida ancora di prima.
— Sì; senza dubbio, e questa ragione non è, riprese Alberto, perchè quest’uomo può farci del male?
Mercedès fremette, e fissando sopra suo figlio uno sguardo scrutatore: — Voi mi parlate in un modo strano, e mi sembra che abbiate delle singolari prevenzioni. E che vi ha dunque fatto il conte? sono tre giorni che eravate con lui in Normandia, sono tre giorni che io lo riguardava, e lo riguardavate voi stesso, come uno dei vostri migliori amici..
Un sorriso ironico sfiorò le labbra d’Alberto. Mercedès vide questo sorriso, e con il doppio istinto di donna e di madre, indovinò tutto: ma prudente e forte seppe nascondere il suo turbamento ed i suoi fremiti. Alberto lasciò cadere la conversazione; un momento dopo la contessa la riannodò.
— Voi siete venuto a chiedermi come stava, diss’ella; vi risponderò francamente, amico mio, mi sento bene. Voi fermatevi qui, Alberto; mi dovreste tenere compagnia. Ho bisogno di non rimaner sola.
— Madre mia, disse il giovine, mi presterei ai vostri ordini, e voi sapete con quale felicità, se un affare importante non mi obbligasse a dovervi lasciare tutta la serata.
— Ah! benissimo, rispose Mercedès con un sospiro, andate, non voglio rendervi schiavo della vostra pietà filiale.
Alberto fece sembiante di non capire, salutò sua madre ed uscì. Appena il giovine ebbe chiusa la porta, Mercedès fece chiamare un servitore di confidenza, e gli ordinò di seguire Alberto ovunque andasse nella serata, e di venirlene a rendere conto sul momento. Indi suonò per la sua cameriera, e quantunque fosse assai debole, si fece vestire per esser pronta ad ogni avvenimento.
La commissione data al lacchè non era difficile ad eseguirsi. Alberto rientrò nelle sue camere, e si rivestì con una specie di ricercata severità. Beauchamp giunse alle otto meno dieci minuti; egli aveva veduto Château-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra prima dell’alzata del sipario. Salirono entrambi nel _coupé_ d’Alberto che, non avendo alcun motivo di nascondere ove andava, disse ad alta voce: — All’_Opera_. Nella sua impazienza era entrato prima assai dell’alzata del sipario. Château-Renaud era al suo posto; avvisato di tutto da Beauchamp, Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli. La condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre era così semplice, che Château-Renaud non osò neppure di dissuaderlo e si contentò di rinnovargli l’assicurazione ch’egli era a sua disposizione. Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva che difficilmente mancava ad una rappresentazione. Alberto andò errando pel teatro fino all’alzata del sipario. Egli sperava d’incontrare Monte-Cristo, o nei corridoi o per le scale; il campanello lo richiamò al suo posto, ed andò a sedersi in orchestra fra Beauchamp e Château-Renaud.
Ma Alberto non levò un momento gli occhi dal palco dell’intercolunnio, che durante tutto il primo atto sembrava ostinarsi a rimanere vuoto. Finalmente, mentre Alberto per la centesima volta guardava l’orologio, al principio del second’atto la porta del palco si aprì, e Monte-Cristo vestito di nero, entrò e si appoggiò al parapetto per guardare in platea; Morrel lo seguì, cercando cogli occhi sua sorella e suo cognato. Egli li scoperse in un palco del second’ordine e loro fece un segno. Il conte, gettando il suo colpo d’occhio circolare nella sala, scoperse una testa pallida, e due occhi scintillanti, che sembravano evidentemente attirare i suoi sguardi; egli riconobbe Alberto, ma l’espressione ch’egli notò in questo viso contraffatto lo consigliò senza dubbio di far sembiante di non averlo osservato. Senza far dunque alcun movimento che scoprisse il suo pensiero, si assise, cavò l’occhialetto dall’astuccio, e guardò da un’altra parte.
Ma senza sembrare di guardare Alberto il conte non lo perdeva di vista ed allora quando fu calato il sipario alla fine del secondo atto, il suo colpo d’occhio infallibile e sicuro seguì il giovine che usciva dall’orchestra accompagnato dai suoi due amici. Indi la stessa testa ricomparve ai cristalli di un palco posto di rimpetto al suo. Il conte sentì approssimarglisi la tempesta, e quando intese la chiave girare nella serratura del suo palco, quantunque in quello stesso punto parlasse a Morrel col viso più ridente, il conte sapeva che cosa doveva aspettarsi, e si era preparato a tutto.
La porta s’apri. Monte-Cristo si voltò soltanto allora, e vide Alberto livido e tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Château-Renaud.
— Osservate! gridò egli con quella benevola gentilezza che distingueva il suo saluto dalla fatua civiltà della società, ecco il mio cavaliere giunto alla meta. Buona sera sig. de Morcerf. — Ed il viso di quest’uomo straordinariamente padrone di sè stesso, esprimeva la più perfetta cordialità. Morrel si ricordò soltanto allora della lettera che aveva ricevuta dal visconte, e nella quale, senz’altra spiegazione, questi lo pregava di ritrovarsi all’_Opera_, e capì subito che stava per accadere qualche cosa di terribile.
— Noi non veniamo qui per ricambiarci ipocrite gentilezze, o false apparenze d’amicizia, disse il giovine, veniamo a domandarvi una spiegazione sig. conte.
La voce tremante del giovine durava fatica e passare fra i suoi denti stretti.
— Una spiegazione all’_Opera_? disse il conte con un tuono così tranquillo, ed un colpo d’occhio così penetrante, che si riconobbe da questa doppia caratteristica l’uomo eternamente padrone di sè stesso. Per quanto sia poco familiare alle costumanze parigine, non avrei creduto, signore, che qui si domandassero spiegazioni.
— Però, quando le persone si tengono nascoste, disse Alberto, quando non si può giungere fino a loro sotto il pretesto che son al bagno, a tavola, o a letto, bisogna bene indirizzarsi loro ove si trovano.
— Io non sono difficile a ritrovare, perchè ieri ancora, ho buona memoria, il signore era in casa mia.
— Ieri, disse il giovine, cui incominciava a confondersi la testa, era in casa vostra, perchè non sapeva chi foste.
E dicendo queste parole, Alberto aveva alzata la voce in modo da farsi sentire dalle persone dei palchi vicini, e da quelle che passavano pel corridoio. Per ciò, le persone dei palchi si voltarono, quelle del corridoio si fermarono dietro Beauchamp e Château-Renaud al rumore di questo alterco.
— E di dove venite adunque, signore? disse Monte-Cristo senza la menoma apparente emozione: non mi sembrate godere tutto il vostro buon senso.
— Purchè io capisca le vostre perfidie, signore, e giunga a farvi capire che io voglio vendicarmene, sarò sempre abbastanza ragionevole, disse Alberto furioso.
— Signore, non vi capisco, replicò Monte-Cristo, e quand’anche vi capissi, parlereste sempre troppo forte; qui sono in casa mia, signore, ed io solo ho qui il diritto d’alzare la voce al di sopra degli altri; uscite, signore!
E Monte-Cristo mostrò la porta ad Alberto con un ammirabile gesto di comando.
— Ah! vi farei uscire di casa vostra? riprese Alberto spiegazzando un guanto colle sue mani convulse, che Monte-Cristo non perdeva di vista.
— Bene, bene! disse flemmaticamente Monte-Cristo, voi mi cercate contesa, signore, lo vedo; ma voglio darvi un consiglio, visconte, e ritenetelo bene; è un cattivo costume quello di far del susurro nel provocare; il rumore non accomoda a tutti, sig. de Morcerf. — A questo nome, un mormorio di meraviglia passò come un fremito in tutti gli uditori di questa scena. Fin dal giorno innanzi il nome di Morcerf era nella bocca di tutti. Alberto, meglio degli altri, e prima di tutti, comprese l’allusione, e fece un gesto per gettare il guanto sul viso del conte; ma Morrel gli afferrò il pugno, mentre che Beauchamp e Château-Renaud, temendo che la scena non oltrepassasse i limiti di una provocazione, lo ritenevano per di dietro. Monte-Cristo, senza alzarsi, inchinandosi sulla sedia, stese soltanto la mano, e prendendo dalle mani increspate del giovine il guanto umido e contorto: — Signore, diss’egli con un accento terribile, ritengo il vostro guanto come gettato, e ve lo rimetterò avvolto intorno ad una palla. Ora, uscite di casa mia, o chiamo i miei servitori, e vi faccio gettare alla porta.
Ebbro, atterrito, cogli occhi sanguinolenti, Alberto fece due passi in addietro. Morrel ne approfittò per chiudere la porta. Monte-Cristo riprese l’occhialino e si mise a guardare come se non fosse accaduto niente di straordinario. Quest’uomo aveva un cuore di bronzo ed un viso di marmo.
Morrel gli si accostò all’orecchio: — Che gli avete fatto?
— Io? niente, almeno personalmente, disse Monte-Cristo.
— Però questa scena deve avere una causa?
— L’avventura del conte de Morcerf esaspera il giovine disgraziato. — Vi avete forse qualche parte?
— Fu per mezzo di Haydée che la _Camera_ venne istruita del tradimento del padre di lui.