Il Conte di Monte-Cristo

Part 86

Chapter 863,765 wordsPublic domain

— Siete davvero l’uomo dei prodigi, e giungerete non solo a superare le strade ferrate, che non è molto difficile particolarmente in Francia, ma eziandio a correre più presto di una notizia pel telegrafo.

— Frattanto, visconte; siccome ci occorrono sempre sette od otto ore per giungere laggiù, siate esatto.

— State tranquillo: non ho altro a fare che prepararmici.

— Alle cinque adunque. — Alle cinque. — Alberto sorrise.

Monte-Cristo, dopo avergli fatto sorridendo un segno colla testa, restò un momento pensieroso, e come assorbito da una profonda meditazione. Finalmente, passando la mano sulla fronte come per allontanare una distrazione, andò al campanello e battè due colpi. Non appena compiti i due colpi percossi da Monte-Cristo, entrò Bertuccio: — Bertuccio, diss’egli, non dopo domani, non domani, come da prima aveva pensato, ma questa sera stessa ho stabilito d’andare in Normandia: da ora alle cinque vi è già maggior tempo di quello che vi abbisogna: farete preparare i cavalli del primo appostamento; il sig. de Morcerf mi accompagna. Andate.

Bertuccio obbedì, ed un corriere corse a Pontoise ad annunziare, che la carrozza di posta sarebbe passata alle sei precise; il palafreniere di Pontoise ne inviò un altro al secondo appostamento, e questi un altro al terzo; e, sei ore dopo, tutti i cavalli di cambio disposti lungo la strada erano prevenuti. Prima di partire il conte salì da Haydée, le annunziò la sua partenza, le disse il luogo ove andava, e mise tutta la casa sotto i suoi ordini. Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno sul principio, si aprì ben presto per l’effetto fisico della rapidità. Morcerf non aveva un’idea di sì grande celerità.

— In fatto, disse Monte-Cristo, colla vostra posta che fa due leghe l’ora, con quella stupida legge che proibisce al viaggiatore di sorpassare l’altro senza averne ottenuto il permesso, che fa sì che un viaggiatore ammalato o catarroso ha il diritto di tenersi a seguito i viaggiatori allegri e che stanno bene, non vi è locomozione che sia possibile; io evito questo inconveniente, viaggiando col mio proprio postiglione ed i miei proprii cavalli, non è vero, Alì? — E il conte mise fuori la testa dallo sportello, ed emise un piccolo grido di eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non correvano più, volavano. La carrozza roteò come un fulmine sul pavimento reale, e ciascuno si voltava per veder passare la meteora fiammeggiate. Alì, ripetendo questo grido sorrideva, mostrando i denti bianchi, stringendo fra le sue robuste mani le redini spumeggianti, spronando i cavalli, le criniere dei quali andavano sparpagliate al vento; Alì, il figlio del deserto, si ritrovava nel suo elemento.

— Ma dove diavolo trovate simili cavalli? domandò Alberto; li fate forse fare espressamente?

— Precisamente, disse il conte; sono sei anni che ritrovai in Ungheria un famoso stallone rinomato per la sua celerità; lo comprai, non so bene per quanto, perchè fu Bertuccio che lo pagò. Nello stesso anno ebbe trentadue figli. Ora tutta passeremo in rivista la progenitura di questo medesimo padre. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna macchia, fuorchè una stella in fronte, poichè a questa privilegiata razza furono destinate cavalle tutte scelte come si scelgono ai pascià tutte le favorite.

— È ammirabile!... ma ditemi, che fate di tutti questi cavalli?

— Lo vedete, viaggio con essi. — Ma non viaggiate sempre! — Quando non ne avrò più bisogno, Bertuccio li venderà, e pretendo che vi guadagnerà 30 o 40 mila fr.

— Ma in Europa non vi sarà un principe così ricco per comprarli.

— Allora li venderò ad un qualche semplice Visir d’Oriente, che vuoterà il suo tesoro per comprarli, e che riempirà il suo tesoro facendo amministrare delle bastonate sotto la pianta dei piedi dei suoi sudditi.

— Conte, volete che vi comunichi un pensiero che mi è venuto? — Fatelo pure.

— È che, dopo voi, il sig. Bertuccio deve essere il più ricco privato d’Europa.

— Ebbene vi sbagliate, visconte; sono sicuro, che se rovesciate le saccocce di Bertuccio, non ci ritroverete il valore di dieci soldi.

— E perchè? domandò il giovine, Bertuccio è dunque un fenomeno?... Ah! mio caro conte; non vi ingolfate troppo nel meraviglioso, o ch’io non vi crederò più, ve ne prevengo.

— Non ritroverete mai il meraviglioso vicino a me, Alberto: cifre e ragione, ecco tutto; ora ascoltate questo dilemma: un intendente ruba, ma perchè ruba?

— Diavolo! perchè è nella sua natura, mi sembra, disse Alberto; ruba per rubare.

— Ebbene! no, v’ingannate. Ruba perchè ha moglie, figli, desiderii ambiziosi per lui e per la sua famiglia; egli ruba, perchè non è sicuro di non più lasciar il padrone, e vuol farsi un avvenire. Ebbene, Bertuccio è solo al mondo; usa della mia borsa senza rendermene conto, è sicuro di non lasciarmi mai. — E perchè?

— Perchè io non potrei ritrovarne uno migliore.

— Vi aggirate in un circolo vizioso: quello delle probabilità.

— Oh! no, sono in quello delle certezze; il buon servitore è per me quello, sul quale ho diritto della vita e della morte.

— E voi avete sopra Bertuccio diritto di vita e di morte?

— Sì, rispose freddamente il conte. — Vi sono delle parole che chiudono la conversazione come una porta di ferro; il sì del conte era una di quelle parole. Il rimanente del viaggio si compì colla stessa celerità; i trentadue cavalli divisi in otto appostamenti, fecero 47 leghe in otto ore. Si giunse nel mezzo della notte alla porta di un bel parco; il portinaro era in piedi, e teneva il cancello aperto, essendo stato avvertito dal palafreniere dell’ultimo appostamento.

Erano le due e mezzo del mattino, Alberto fu condotto nel suo appartamento. Ritrovò preparato un bagno ed una cena. Il domestico che aveva fatta la strada nel seggio dietro la carrozza, fu messo a sua disposizione.

Battistino che aveva fatta la strada nel seggio davanti, stava agli ordini del conte. Alberto prese il bagno, cenò, e se ne andò a letto. Tutta la notte fu cullato dal melanconico rumore delle ondate. Alzandosi andò direttamente alla finestra, l’aprì, e si trovò sur un piccolo terrazzo che guardava innanzi a sè nel mare cioè nell’immensità, mentre alla parte posteriore un bel parco conduceva in una piccola foresta. In un seno del lido di una certa grandezza, galleggiava una piccola corvetta, di stretta carena, con alberatura svelta, e che portava al corno una bandiera con lo stemma di Monte-Cristo, stemma che rappresentava una montagna d’oro sopra un mare azzurro. Intorno alla goletta eravi una quantità di piccole barchette che appartenevano ai pescatori dei villaggi vicini, e sembravano umili sudditi che aspettassero gli ordini della loro regina. Là, come in tutti i luoghi in cui si fermava Monte-Cristo, fosse anche per due o tre giorni soltanto, la vita era ordinata al termometro di tutti i comodi e piaceri; in tal modo il vivere diveniva facile nello stesso momento. Alberto ritrovò nella sua anticamera due fucili, e tutti gli attrezzi necessarii ad un cacciatore. Un’altra camera, nel piano terreno, era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette ingegnose che gl’Inglesi, grandi pescatori perchè sono pazienti ed oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai metodici pescatori francesi. Tutta la giornata si passò in questi diversi esercizii, nei quali Monte-Cristo era eccellente; furono uccisi una dozzina di fagiani nel parco, furono pescate delle trote nei ruscelli, si pranzò in un padiglione chinese che dava sul mare, e fu servito il thè nella biblioteca.

Verso la sera del terzo giorno, Alberto, spossato dalla fatica di questa laboriosa vita che sembrava uno scherzo per Monte-Cristo, dormiva sopra un sofà vicino ad una finestra, mentre che il conte faceva con un architetto il piano di una stufa che voleva istituire nella casa, allorchè il rumore di un cavallo tritando la breccia della strada fece alzare la testa al giovine; guardò per la finestra, e, con una sorpresa delle più disaggradevoli, scoperse nel cortile il suo cameriere, dal quale non aveva voluto farsi seguire per non impacciare troppo Monte-Cristo.

— Florentin qui! gridò egli balzando dal sofà; è forse ammalata mia madre? — E si precipitò verso la porta della camera. Monte-Cristo lo seguì cogli occhi, e lo vide fermare il suo cameriere che, tutto anelante, cavò di saccoccia un piccolo piego sigillato: esso conteneva una lettera ed un giornale.

— Di chi è questa lettera? domandò con vivacità Alberto.

— Del sig. Beauchamp, rispose Florentin.

— È dunque Beauchamp che vi manda qui?

— Sì, signore. Mi ha dato il danaro necessario per viaggiare, mi ha fatto condurre un cavallo di posta, e mi ha fatto promettere che non mi sarei fermato fino a che non vi avessi raggiunto, signore: ho fatto la strada in quindici ore.

Alberto aprì la lettera fremendo; alle prime righe mandò un grido; afferrò il giornale con un visibile tremito.

D’improvviso gli occhi gli si oscurarono, le gambe gli vennero meno, e, vicino a cadere, si appoggiò a Florentin, che stese le braccia per sostenerlo. — Povero giovine! mormorò Monte-Cristo tanto sommessamente che neppure egli potè sentire il rumore di queste parole di compassione che pronunziava; è dunque fissato che le mancanze dei padri debbano ricadere sui figli fino alla terza od alla quarta generazione! — In questo mentre Alberto aveva ricuperate le sue forze, e continuando a leggere si scuoteva i capelli bagnati di sudore sulla fronte, e scartazzando lettera e giornale:

— Florentin, disse egli, il vostro cavallo è in istato di riprendere la strada di Parigi?

— È un cattivo ronzino di posta, stroppiato.

— Oh! e com’era la famiglia quando l’avete lasciata?

— Molto tranquilla; ma ritornando dall’abitazione del sig. Beauchamp, ho ritrovato la signora immersa nel pianto. Ella mi aveva fatto chiamare per sapere quando sareste stato di ritorno. Allora le ho detto che veniva a cercarvi per parte del sig. Beauchamp. Il suo primo movimento è stato quello di stendere il braccio come per fermarmi, ma dopo un minuto di riflessione: «sì, andate, Florentin, ella ha detto, e ch’egli ritorni.»

— Sì, madre mia, sì, disse Alberto, ritorno, sii tranquilla, e disgrazia all’infame!... Ma, prima di tutto bisogna che io parta. — E riprese il cammino della camera ove aveva lasciato Monte-Cristo. Egli non era più lo stesso uomo, e cinque minuti erano stati sufficienti per operare in Alberto una trista metamorfosi; era uscito dal suo stato ordinario, e rientrava colla voce alterata, il viso solcato da un rossore febbrile; l’occhio sfavillante sotto palpebre venate di blu, e l’andamento vacillante come quello di un uomo ubriaco.

— Conte, diss’egli, grazie della vostra ospitalità, della quale avrei voluto godere più lungamente, ma bisogna che io ritorni a Parigi.

— E che cosa è dunque accaduto?

— Una gran disgrazia; ma permettetemi di partire, si tratta di cosa molto più preziosa della mia vita. Non mi fate domande, conte, ve ne supplico, ma datemi un cavallo!

— Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte, disse Monte-Cristo; ma voi andate a morire di fatica correndo la posta a cavallo; prendete un calesse, un _coupé_, una qualche carrozza.

— No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di questa fatica di cui voi temete; essa mi farà del bene.

Alberto fece alcuni passi in tondo, come un uomo colpito da una palla, e andò a cadere sopra una sedia vicina alla porta. Monte-Cristo non vide questo secondo colpo di debolezza; egli era alla finestra gridando:

— Alì, un cavallo per il sig. de Morcerf! che si affrettino, egli ha premura.

Queste parole resero la vita ad Alberto; si slanciò fuori della camera, il conte lo seguì. — Grazie, mormorò il giovine balzando in sella. Voi ritornerete il più presto che potrete, Florentin. Vi è nessuna parola d’ordine perchè mi cambino il cavallo, conte?

— Nient’altro che rilasciare quello che cavalcate; ve ne inselleranno sul momento un altro.

Alberto stava per islanciarsi e si fermò. — Voi forse ritroverete strana, insensata la mia partenza, disse il giovine; non comprenderete come poche righe di un giornale possano mettere un uomo alla disperazione. Ebbene, aggiunse egli, gettandogli il giornale, leggete queste, ma solo quando sarò partito, affinchè non abbiate a vedere il mio rossore.

E mentre che il conte raccoglieva il giornale, egli piantò gli speroni, che allora erano stati attaccati ai suoi stivali, nel ventre del cavallo, che, meravigliato che vi potesse essere un cavaliere che credesse esservi bisogno di simile istrumento per lui, partì, come un dardo di freccia. Il conte seguì il giovine cogli occhi e con un sentimento di compassione infinita, e non fu che allora quando fu intieramente sparito che, riportando gli occhi sul giornale, lesse ciò che segue:

«Quell’ufficiale francese al servizio di Alì-Pascià di Giannina, di cui parlava tre settimane sono il giornale l’_Impartial_, e che non soltanto vendè la fortezza di Giannina, ma ben anche il suo benefattore ai Turchi, si chiamava di fatto in quell’epoca Fernando, come lo ha detto il nostro onorevole confratello; ma d’allora, ha aggiunto al suo vero nome un titolo di nobiltà, ed un nome di terra. In oggi si chiama il sig. conte di Morcerf, e fa parte della _Camera_ dei Pari.»

In tal modo adunque, questo terribile segreto, che Beauchamp aveva seppellito con tanta generosità, ricompariva come un fantasma armato, ed un altro giornale, crudelmente informato, aveva pubblicato, il giorno dopo la partenza d’Alberto per la Normandia, le poche linee che poco mancarono a far divenir pazzo il giovine.

LXXXV. — IL GIUDIZIO.

Alle otto del mattino, Alberto cadde come un fulmine in casa di Beauchamp. Il cameriere era prevenuto; egli introdusse Morcerf nella camera del suo padrone, ch’era allora entrato in bagno. — Ebbene? gli disse Alberto.

— Ebbene! io vi aspettava, rispose Beauchamp.

— Eccomi, non vi dirò, Beauchamp, che vi credo troppo leale e troppo buono, perchè non abbiate parlato a chi che siasi di tutto ciò; no, amico mio. D’altra parte il messaggio che mi avete spedito mi è una guarentigia della vostra affezione. Per cui, non perdiamo tempo in preamboli; avete voi qualche idea sulla parte da dove possa venire questo colpo?

— Ve ne dirò due parole in breve.

— Ma prima, amico mio, dovete dirmi tutti i particolari della storia di questo abbominevole tradimento.

E Beauchamp raccontò al giovine, schiacciato sotto il peso dell’onta e del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro semplicità.

La mattina dell’antivigilia, l’articolo era comparso in un giornale, tutt’altro che l’_Impartial_, e ciò che dava ancora maggior gravità all’affare, in un giornale molto diffuso per appartenere al governo. Beauchamp faceva colazione quando gli venne sott’occhi la nota; mandò subito a prendere un _cabriolet_, senza finire il pasto, e corse alla direzione del giornale. Quantunque egli professasse sentimenti politici diametralmente opposti a quelli del gerente del giornale accusatore, Beauchamp, cosa che qualche volta accade, e diremo anche di sovente, era suo intimo amico. Allorchè egli giunse da lui, il gerente leggeva il proprio giornale, e sembrava compiacersi per vedere in una prima colonna sotto la data di _Parigi_ un articolo sullo zucchero di barbabietola, che probabilmente coincideva col suo modo di vedere.

— Ah! per bacco! disse Beauchamp, poichè voi avete fra le mani il vostro giornale, mio caro ***, non ho bisogno di dirvi ciò che mi conduce a voi.

— Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domandò il gerente del giornale ministeriale.

— No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt’altro.

— Per che cosa venite? — Per l’articolo Morcerf.

— Ah! sì, davvero: non è un articolo curioso?

— Tanto curioso, che correte il rischio d’essere citato per diffamazione, mi sembra, e che con ciò arrischiate pure un processo molto pericoloso.

— Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in appoggio, e siam perfettamente convinti, che il sig. de Morcerf rimarrà tranquillo: d’altra parte questo è un servigio che si rende al paese, col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che godono.

Beauchamp rimase interdetto: — Ma chi dunque vi ha tanto bene informato? perchè il mio giornale, che ha risvegliata l’attenzione del primo, è stato costretto dall’astenersi d’andar più oltre per mancanza di prove. E non pertanto noi siamo più interessati di voi di smascherare il sig. de Morcerf, poichè egli è della _Camera_ dei Pari, e noi scriviamo per l’opposizione.

— Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci è giunto un uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo ricusati, l’articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo è dato; esso è terribile, e rimbomberà fino ai confini di Europa.

Beauchamp capì che non v’era più che abbassare la testa, ed uscì disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ciò che aveva potuto scrivere ad Alberto, perchè le cose che siamo per raccontare avvennero dopo la partenza del corriere, si fu, che alla _Camera_ dei Pari, in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell’ora e conversavano sul sinistro avvenimento che stava per occupare l’attenzione del pubblico, e per fissarla sopra uno dei membri più distinti e più conosciuti di quell’illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell’articolo, commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come tutti gl’innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L’antica nobiltà rideva di lui; gl’ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per istinto. Il conte era giunto a quell’estremo doloroso della vittima espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo.

Giunse dunque all’ora solita, colla testa alta, l’occhio superbo, il portamento insolente; discese di carrozza, oltrepassò i corridori, ed entrò nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entrò, la seduta era già aperta da mezz’ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto, tutto ciò che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve più superbo che d’ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente insultante a quest’assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto. Era evidente che tutta la _Camera_ ardeva dal desiderio di impiantare una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti; ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di sè la guarentigia dell’assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico dichiarato del conte de Morcerf, salì alla tribuna con una solennità che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva sempre l’abitudine d’ascoltare con tanta compiacenza.

Il conte lasciò passare tranquillamente il preambolo per mezzo del quale l’oratore stabiliva ch’egli era per parlare di cose talmente gravi, sacre, e vitali per la camera, ch’egli reclamava tutta l’attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e del colonnello Fernando, il conte de Morcerf impallidì così orribilmente, che non vi fu che un fremito in tutta l’assemblea, ove tutti gli sguardi si concentrarono sul conte. Le ferite mortali hanno questo di particolare, ch’esse si nascondono, ma non si chiudono; sempre dolorose, sempre pronte a grondare sangue quando si toccano, esse rimangono vive e sensibili nel cuore. Terminata la lettura dell’articolo sempre in mezzo allo stesso silenzio, interrotto allora da un fremito che cessò al momento in cui si vide che l’oratore stava per riprendere nuovamente la parola, l’accusatore espose il suo scrupolo, e si mise a stabilire in qual modo la sua impresa era difficile; era l’onore del sig. de Morcerf, era quello di tutta la camera intera che pretendeva di difendere eccitando un dibattimento che doveva attaccarsi ad argomenti personali che resultano sempre tanto rumorosi.

Finalmente concluse perchè fosse ordinato un processo abbastanza rapido per confondere la calunnia, prima che avesse il tempo d’ingigantire, e per ristabilire il sig. de Morcerf, vendicandolo, nel posto che la pubblica opinione gli aveva formato da lungo tempo. Morcerf era così oppresso, così tremante in faccia di questa immensa ed inattesa calamità, che appena potè balbettare alcune parole, guardando i suoi confratelli con occhio stravolto. Questa timidezza, che si poteva ancora spiegare per lo stupore che porta all’innocente l’onta del delitto, gli conciliò simpatia in alcuni. Gli uomini veramente generosi sono sempre pronti a divenir misericordiosi, quando la disgrazia del loro nemico oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente mise a voti se doveva aver luogo la causa; fu votato per mezzo dell’alzarsi e sedersi, e fu risoluto che si aprirebbe il giudizio. Fu domandato al conte quanto tempo gli abbisognava per prepararsi alla sua giustificazione. Era rientrato il coraggio in Morcerf, da che si era sentito essere ancor vivo dopo un così orribile colpo. — Signori Pari, rispose egli, non è già col tempo che si respinge un assalto come quello che in oggi mi viene diretto da nemici, rimasti fra l’ombre della loro oscurità. È come un fulmine che devo rispondere al baleno che per un momento mi ha abbagliato! Ah! perchè mai non mi è dato invece di questa giustificazione, di dover spargere il mio sangue per provare ai miei nobili colleghi che son degno di camminare al loro fianco! — Queste parole produssero una favorevole impressione per l’accusato. — Io domando dunque, diss’egli, che il processo abbia luogo il più presto possibile, ed io somministrerò alla camera tutte le prove necessarie per la sua efficacia.

— Qual giorno fissate? domandò il presidente.

— Mi metto da oggi a disposizione della _Camera_.

Il presidente suonò il campanello: — La camera è di parere, domandò egli, che esso abbia luogo oggi stesso?

— Sì, fu l’unanime risposta dell’assemblea.

Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i documenti che doveva presentare Morcerf. L’ora della prima seduta di questa commissione fu stabilita alle otto della sera, negli ufficii della _Camera_. Se fossero state necessarie diverse sedute sarebbero state fatte alla stessa ora, e nello stesso luogo. Presa questa risoluzione, Morcerf domandò il permesso di ritirarsi. Egli doveva radunare i documenti già da lui preparati da lungo tempo, per far fronte a questo uragano preveduto dalla sua astuta ed indomabile indole.

Beauchamp raccontò all’amico tutto ciò che fin qui abbiam narrato; solamente il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio che hanno le cose vive sulle morte. Alberto lo ascoltò ora fremendo di speranza, ora fremendo di collera, ora di vergogna; poichè, dalla confidenza di Beauchamp, sapeva che suo padre era colpevole; e si domandava in che modo, da poichè era colpevole, poteva giungere a provare la sua innocenza. Giunto al punto ove siamo, Beauchamp si fermò.

— E in seguito? domandò Alberto.

— Amico mio, questa domanda mi trascina ad un’orribile necessità. Volete sapere il resto?