Part 83
— Due, una qua, e una là. — E Andrea disegnò due finestre alla camera che, sul primo, faceva l’angolo, e che figurava come un quadrato meno grande, aggiunto al quadrato lungo della camera da dormire.
Caderousse divenne astratto: — E va spesso ad Auteuil?
— Due tre volte la settimana; domani per esempio deve passarvi la giornata e la notte.
— Ne sei ben sicuro? — Mi ha invitato ad andarvi a pranzo.
— Alla buon’ora, ecco ciò che si può chiamare esistenza! disse Caderousse; casa in città, casa in campagna.
— Ecco ciò che vuol dir esser ricchi.
— E ci vai tu, a pranzo. — Probabilmente.
— Quando vi pranzi, vi dormi ancora?
— Quando ciò mi fa piacere; sono in casa del conte, come se fossi in casa mia. — Caderousse guardò il giovine come per strappargli la verità dal fondo del cuore. Ma Andrea cavò un porta-sigari di saccoccia, ne prese uno d’Avana, l’accese tranquillamente, e cominciò a fumarlo senza affettazione.
— Quando vuoi i tuoi 500 fr.? domandò a Caderousse.
— Ma anche subito se tu li hai. — Andrea tirò fuori di saccoccia 25 luigi. — Dei gialletti? disse Caderousse; no grazie.
— Ebbene li disprezzi?
— Al contrario li stimo; ma non ne voglio.
— Tu guadagnerai nel cambio, imbecille: l’oro ha un aggio di cinque soldi.
— Sarà, e poi il cambia monete fa seguire l’amico Caderousse, e poi gli mettono le mani sopra, e poi bisognerà che dica quali sono i suoi fattori che gli pagano queste rendite in oro. Non facciamo bestialità, mio piccolo; argento semplicemente, pezzi rotondi coll’effigie di un principe qualunque. Tutti al mondo possono avere una moneta da cinque fr.
— Capisci bene che non posso avere 500 fr. d’argento in saccoccia; avrei avuto bisogno di un facchino.
— Ebbene! lasciali dunque al tuo portinaro; è un bravo uomo, andrò a prenderli. — Oggi?
— No, domani, oggi non ho il tempo.
— Ebbene, sia domani, quando parto per Auteuil, li lascerò. — Posso contarci sopra? — Perfettamente.
— Egli è perchè vado a fissare una governante.
— Fissa pure, ma tutto sarà finito, n’è vero? non mi tormenterai più? — Giammai. — Caderousse era diventato così meditabondo, che Andrea temè di essere forzato ad accorgersi di questo cambiamento. Raddoppiò adunque la sua allegria e la sua indifferenza.
— Come sei allegro, disse Caderousse, si direbbe che già possiedi la tua eredità.
— No disgraziatamente!... ma il giorno in cui la riceverò... mi ricorderò degli amici, non ti dico che questo.
— Sì, siccome tu hai buona memoria, giustamente...
— Che vuoi? credeva che tu volessi rimproverarmi.
— Io? oh! quale idea! io che al contrario ti voglio anche dare un consiglio da amico... — E quale?
— Quello di lasciar qui, quel diamante che tu hai al dito. E che! tu vuoi dunque farci prendere tutti e due, a fare simili bestialità?
— E perchè? disse Andrea.
— Come! tu prendi una livrea, ti travesti da servitore, e conservi al dito un diamante di quattro in cinque mila fr.?
— Peste! come stimi giusto! perchè non ti fanno commissario-stimatore?
— Conosco il valore dei diamanti perchè ne ho avuti.
— Ti consiglio a vantartene! disse Andrea, che, senza corrucciarsi, come lo temeva Caderousse per questa nuova estorsione, lasciò con tutta compiacenza l’anello. — Caderousse lo guardò tanto da vicino, che fece chiaramente conoscere, che egli esaminava se gli spigoli del taglio erano ben vivi.
— È un diamante falso, disse Caderousse.
— Su via! fece Andrea, scherzi?
— Oh! non ti affliggere, si può provare. — E Caderousse andò alla finestra e strisciando il diamante sul vetro, l’intese crepitare: — _Confiteor_! disse Caderousse mettendosi lo anello nel dito piccolo, mi sono sbagliato; ma questi ladri di gioiellieri imitano tanto bene le pietre vere, che non si ha più coraggio di andare a rubare nelle loro botteghe, e questo è ancora un altro ramo d’industria paralizzato.
— Ebbene! disse Andrea, hai finito? hai ancora qualche cosa da domandarmi? ti abbisogna il mio vestito, il mio berretto? Non ti prender pena fino a tanto che ci sei.
— No, alla fine tu sei un bravo compagno. Non ti trattengo di più, e cercherò di guarire la mia ambizione.
— Ma guardati che nel vendere questo diamante, non ti accada ciò che temevi per le monete d’oro.
— Io non lo venderò, sta pure tranquillo.
— No, da oggi a domani almeno, pensò il giovine.
— Furbo felice! disse Caderousse, tu te ne vai a trovare i tuoi servitori, i tuoi cavalli, la tua carrozza, e la tua fidanzata?
— Ma, sì, disse Andrea.
— Di’ dunque, spero che tu mi farai un bel regalo di nozze il giorno che sposerai la figlia dell’amico mio Danglars?
— Ti ho già detto, che è una immaginazione che ti sei messo in testa.
— E quanto di dote? — Ma ti dico... — Un milione?
Andrea alzò le spalle. — Vada per un milione, disse Caderousse; tu non ne avrai mai tanti, quanti te ne desidero.
— Grazie, disse il giovine.
— Oh! è di buon cuore, aggiunse Caderousse ridendo del suo riso grossolano. Aspetta che ti accompagni.
— Non ne val la pena. — Tutt’altro.
— E perchè?
— Oh! perchè vi è un piccolo segreto alla porta; cautela che ho creduto di dover adottare; serratura Huret e Fichet, riveduta e corretta da Gaspero Caderousse: te ne fabbricherò una simile, quando diventerai capitalista.
— Grazie; ti farò prevenire otto giorni prima.
Essi si separarono. Caderousse restò sul pianerottolo, fino a che ebbe veduto Andrea, non solo discendere dai tre piani, ma ancora traversare il cortile. Allora rientrò precipitosamente, richiuse la porta con cura, e si mise a studiare, come un profondo architetto, la pianta che gli aveva lasciata Andrea.
— Questo caro Benedetto, diss’egli, credo non sarà dispiaciuto di ereditare, e che quegli che solleciterà il giorno in cui deve palpare i suoi 500 mila fr. non sarà il suo più cattivo amico.
LXXXI. — LA ROTTURA.
La dimane del giorno in cui ebbe luogo la conversazione che abbiam descritta, il conte di Monte-Cristo partì effettivamente per Auteuil con Alì, diversi domestici ed alcuni cavalli che voleva provare. Ciò che particolarmente aveva determinata questa partenza, alla quale non pensava nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava più di lui, fu l’arrivo di Bertuccio, che ritornato dalla Normandia, portava le notizie della casa e della corvetta. La casa era in ordine, e la corvetta, giunta da otto giorni, era all’àncora in un piccolo seno, ove, dopo adempite tutte le formalità che si esigevano, era pronta, con i suoi sei uomini d’equipaggio, a riprendere il mare. Il conte lodò lo zelo di Bertuccio, e lo invitò a tenersi pronto ad una sollecita partenza, non dovendo il suo soggiorno in Francia prolungarsi al di là di un mese.
— Ora, gli diss’egli, posso aver bisogno di andare da Parigi a Trèport in una notte. Voglio dei cambii di cavalli stazionati sulla strada, che mi permettano di fare 50 leghe in dieci ore.
— V. E. aveva già manifestato questo desiderio, rispose Bertuccio, ed i cavalli sono già appostati nei luoghi più convenienti; vale a dire in quei villaggi ove ordinariamente non si ferma nessuno.
— Sta bene, disse Monte-Cristo, io resto qui un giorno o due, per conseguenza preparatevi. — Allorchè Bertuccio stava per uscire e per ordinare tutto ciò che aveva rapporto a questa soggiorno, Battistino aprì la porta, portando una lettera sopra un vassoio d’argento dorato: — Che venite a far qui? domandò il conte vedendolo tutto coperto di polvere, non vi ho fatto chiamare, mi sembra?
Battistino senza rispondere si avvicinò al conte, e gli presentò la lettera.
— Importante e pressante, diss’egli.
Il conte aprì la lettera e lesse. «Il sig. conte di Monte-Cristo è avvisato che in questa stessa notte, un uomo s’introdurrà nella sua casa dei Campi-Elisi per sottrarre delle carte, ch’egli crede chiuse nel suo scrigno del gabinetto di toletta: si conosce il conte di Monte-Cristo abbastanza coraggioso, per non avere da ricorrere all’intervento della polizia, intervento che potrebbe mettere a rischio grandemente quegli che dà questo avviso. Il sig. conte, sia da un’apertura che metta dalla camera da letto nel gabinetto, sia nascondendosi nel medesimo gabinetto, potrà farsi giustizia da sè stesso. Molte persone e cautele apparenti allontanerebbero certamente il malfattore, e farebbero perdere al sig. di Monte-Cristo l’occasione di conoscere un nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che dà questo avviso al conte, avviso che non avrebbe forse più l’occasione di rinnovare, se, andando a vuoto questa prima impresa, il malfattore ne ritentasse un’altra.»
Il primo movimento del conte fu quello di credere che fosse una furberia del ladro, laccio grossolano, che gli scuopriva un pericolo mediocre per esporlo ad uno più grave. Stava dunque per far portare la lettera ad un commissario di polizia, ad onta della raccomandazione dell’anonimo, quando d’improvviso gli venne l’idea, che poteva essere effettivamente qualche suo nemico particolare, che egli solo poteva riconoscere, e dal quale, se la cosa era così, egli solo poteva trarre partito, come aveva fatto Fiesque del Moro che aveva voluto assassinarlo. Noi conosciamo il conte, non abbiamo quindi bisogno di dire ch’era uno spirito pieno d’audacia e di vigoria, che si contorceva contro l’impossibile con quella energia ch’è la caratteristica degli uomini superiori. Per mezzo della vita che aveva condotta, e per quella risoluzione presa di non addietrare avanti a cosa alcuna, il conte era giunto a gustare delle gioie sconosciute nelle lotte ch’egli imprendeva alle volte contro la natura, e contro il mondo. — Essi non vogliono rubarmi le mie carte, disse Monte-Cristo, vogliono uccidermi; non sono ladri, ma assassini. Non voglio che il sig. Prefetto di polizia si mischi nei miei affari particolari; sono abbastanza ricco, per sgravare in questo il preventivo della sua amministrazione. — Il conte richiamò Battistino, ch’era uscito dalla camera dopo aver data la lettera. — Voi ritornerete a Parigi, e ricondurrete qui tutta la servitù che è rimasta. Ho bisogno che tutti siano qui ad Auteuil.
— Ma non resterà dunque nessuno in casa, sig. conte?
— No, vi rimarrà il portinaro.
— Ma il sig. conte rifletterà, che vi è distanza fra il casotto del portinaro e la casa. — Ebbene?
— Ebbene! si potrebbero svaligiare tutti gli appartamenti, senza che il portinaro sentisse il più piccol rumore.
— E da chi si dovrebbe fare? — Dai ladri.
— Siete uno stupido, Battistino; che i ladri mi svaligino tutta la casa, non mi disgusteranno tanto, quanto un servizio fatto male. — Battistino s’inchinò. — Voi mi avete inteso, disse il conte; conducete qui tutta la servitù, dal primo fino all’ultimo; ma che tutto resti nello stato ordinario: chiuderete le persiane del pianterreno, e nient’altro.
— E quelle del primo?
— Sapete che non si chiudono mai. Andate. — Il conte fece dire che pranzava nella sua camera, e che non voleva essere servito che da Alì. Pranzò con tranquillità e con la sua abituale sobrietà, e, dopo il pranzo, facendo segno ad Alì di seguirlo, uscì dalla porticina, raggiunse il bosco di Boulogne come se passeggiasse, prese senza affettazione la strada di Parigi, ed al cader della notte si trovò dirimpetto alla sua casa vicino ai Campi-Elisi. Tutto era oscuro: soltanto una debole lampada ardeva nell’alloggio del portinaro, distante circa una quarantina di passi dalla casa, come aveva detto Battistino. Frattanto Monte-Cristo si addossava ad un albero, con quel colpo d’occhio che sbagliava raramente, esplorò il doppio viale, esaminò quelli che passavano, ed affondò uno sguardo nelle strade vicine. In capo a dieci minuti, fu perfettamente convinto che nessuno lo incomodava.
Corse alla porta con Alì, entrò precipitosamente, e per una piccola scala di servizio, di cui aveva la chiave, rientrò nella sua camera da dormire senza aprire, nè smuovere una sola tenda, senza che il portinaro potesse neppur dubitare che la casa, che egli credeva vuota, aveva ritrovato il suo principale abitante. Giunto nella camera da dormire, il conte fece segno ad Alì di fermarsi, indi passò nel gabinetto, che esaminò; tutto vi era nello stato abituale. Il prezioso scrigno era al suo posto, e la chiave di contro: egli lo chiuse a doppio giro, prese la chiave, e tornò nella camera da dormire, asportò la ribaditura degli occhielli del catenaccio, e rientrò. In questo mentre, Alì portava sopra una tavola le armi che il conte stesso gli aveva domandate, vale a dire una carabina corta, un paio di pistole a doppio tiro, le cui canne soprapposte permettevano di prendere la mira con tale certezza come se fossero state pistole da bersaglio. Armato in tal guisa, il conte poteva tenere fra le sue mani la vita di cinque uomini suoi nemici. Erano le nove e mezzo circa, il conte ed Alì mangiarono in fretta del pane, e bevettero un bicchiere di vino di Spagna, indi Monte-Cristo fece scorrere uno di quei quadri mobili, che gli permettevano di vedere una stanza stando nell’altra; egli aveva assai vicine le pistole, la carabina; ed Alì, in piedi vicino a lui, teneva alla mano una di quelle azze arabe, che non hanno ancora cangiato forma dall’epoca delle crociate.
Da una finestra della camera da dormire, simile a quella del gabinetto, il conte poteva vedere sulla strada. In tal modo passarono due ore; faceva l’oscurità più profonda, e ciò non pertanto Alì, mercè la sua natura selvaggia, ed il conte mercè la facoltà acquistata, distinguevano in questa notte fin la più piccola oscillazione degli alberi nel cortile. Da lungo tempo, il lume dell’alloggio del portinaro era stato spento.
Era da presumersi che l’assalto, se pur vi doveva essere, si sarebbe effettuato per mezzo della scalata del pianterreno, e non per mezzo di una scalata data ad una finestra. Nelle idee di Monte-Cristo, i malfattori tentavano alla sua vita, non al suo danaro. Era dunque nella sua camera da dormire, ch’essi si attaccherebbero, e perverrebbero nella sua camera da dormire, sia per la segreta, sia per la finestra del gabinetto. Mise Alì davanti la porta della scala; ed egli continuò a sorvegliare il gabinetto. Le undici e tre quarti suonarono all’orologio degl’Invalidi; il vento di ponente portava col suo umido soffio la lugubre vibrazione dei tre colpi. Allorchè stava per svanire il suono dell’ultimo tocco, il conte credè sentire un romore leggero dalla parte del gabinetto; questo primo romore, o piuttosto questo primo stridore, fu seguito da un secondo, poi da un terzo; al quarto, il conte sapeva di che trattavasi. Una mano ferma, ed esercitata era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro per mezzo di un diamante. Il conte sentì battersi più rapidamente il cuore. Per quanto l’uomo sia indurito nel pericolo, per quanto sia ben prevenuto contro di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido della persona l’enorme differenza tra il sogno e la realtà, fra il disegno e l’esecuzione. Ciò non ostante Monte-Cristo non fece che un segno per prevenire Alì; questi, comprendendo che il pericolo era dalla parte del gabinetto, fece un passo per avvicinarsi al padrone. Monte-Cristo era avido di sapere con quale e con quanti nemici aveva da fare. La finestra su cui si lavorava era dirimpetto all’apertura per la quale il conte penetrava col suo sguardo nel gabinetto. I suoi occhi adunque si fissarono verso la finestra: egli vide un’ombra disegnarsi più densa nella oscurità; indi un vetro diventò del tutto opaco, come se vi fosse stato incollato per di fuori un foglio di carta, poscia il vetro crepitò senza cadere. Dall’apertura praticata s’introdusse un braccio che cercava il catenaccetto; un secondo dopo la finestra girò sui cardini, ed un uomo entrò.
L’uomo era solo. — Ecco un ardito birbante, mormorò il conte! — In questo momento egli sentì che Alì gli toccava leggermente la spalla; si voltò ed Alì gli mostrò la finestra della camera ov’erano, la quale guardava sulla strada; Monte-Cristo fece tre passi verso questa finestra, egli conosceva la squisita delicatezza dei sensi del suo fedele servitore. Infatto vide un altro uomo che si staccava da una porta, e, montando sopra un rialto, sembrava cercasse di vedere ciò che accadeva in casa del conte: — Buono! diss’egli, sono in due; l’uno opera; l’altro sta alle vedette.
Fece segno ad Alì di non perdere di vista l’uomo della strada, e ritornò a quello del gabinetto.
Il tagliatore di vetri era entrato, e si orizzontava con le braccia stese in avanti. Finalmente parve essersi reso conto di ogni cosa; vi erano due porte nel gabinetto, andò a mettere il catenaccio ad entrambe. Allorchè si avvicinò a quella della camera da dormire, Monte-Cristo credè che venisse per entrare, e preparò una delle pistole; ma non intese semplicemente che il romore dei catenacci striscianti su i loro anelli di cuoio. Questa era una cautela e niente altro; il notturno visitatore ignorando l’operazione fatta dal conte di togliere le fermezze dei ganci, poteva ora mai credersi in casa sua, ed operare con tutta tranquillità. Solo e libero in tutti i movimenti, l’uomo cavò allora dalla sua larga bisaccia qualche cosa che il conte non potè distinguere, la posò sopra un tavolino, indi andò direttamente allo scrigno, lo palpò nella direzione della serratura, e s’accorse che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. Ma il tagliatore di vetri era un uomo pieno di cautele, ed aveva tutto preveduto; il conte intese ben presto il rumore della collisione del ferro contro il ferro, che produce quando si manovra con pezzi di chiave informe, che portano i chiavettieri quando si mandano a chiamare per aprire una porta, e che appellansi comunemente grimaldelli, ma dai ladri hanno avuto il nome di rosignuoli, senza dubbio a cagione del piacere che essi provano nel sentire il loro canto notturno, allorchè stridono contro i contrarii della serratura.
— Ah! ah! mormorò Monte-Cristo con un sorriso di sconcerto, non è che un ladro.
Ma l’uomo nella oscurità non poteva scegliere l’istrumento conveniente. Fu allora che ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto sul tavolino; fece giuocare una molla, e subito una luce pallida, ma però abbastanza viva per poter vedere, inviò il suo riflesso dorato sulle mani e sul viso di quest’uomo.
— Guarda, fece d’improvviso Monte-Cristo addietrandosi con un movimento di sorpresa, è... — Alì alzò l’azza.
— Non ti muovere, gli disse Monte-Cristo a bassa voce, lascia l’azza, che qui non abbiam più bisogno di armi.
Indi aggiunse qualche parola abbassando ancor più la voce, perchè l’esclamazione di sorpresa del conte, per quanto fosse stata debole, pure era bastata per fare rabbrividire l’uomo che era rimasto nell’attitudine dell’antico Arruotino.
Fu un ordine che dette il conte, perchè subito dopo Alì si allontanò sulla punta dei piedi, staccò dai muri dell’alcova un vestito nero, ed un cappello triangolare. In questo mentre, Monte-Cristo si toglieva rapidamente l’abito, il gilè, e la camicia, e si poteva, mercè il raggio di luce che filtrava dalla fessura della parete, riconoscere che il conte portava sul petto una di quelle soffici e fine tuniche di maglia d’acciaio, le cui ultime, in questa Francia ove non si temono più i pugnali, furono forse portate dal re Luigi XVI.
Questa tunica disparve ben presto sotto una lunga sottana, come i capelli del conte sotto una parrucca chiericale: il cappello posto su questa parrucca terminò di cambiare il conte in un abate. Frattanto l’uomo non sentendo più niente, si era rialzato, e, durante il tempo che impiegò Monte-Cristo a fare la sua metamorfosi, era andato direttamente allo scrigno, la cui serratura cominciava di già a scricchiare sotto il _rosignuolo_: — Buono! mormorò il conte, il quale certamente stava tranquillo per qualche segreto del fabbro ferraio che doveva essere sconosciuto allo sforzatore di serrature, per quanto si fosse abile, buono! tu ne hai ancora per qualche minuto. — Egli andò alla finestra. L’uomo che aveva veduto salire sul rialto ne era disceso, e passeggiava sempre sulla strada; ma, cosa singolare! invece di inquietarsi di quelli che potevano venire, sia dall’ingresso dei Campi-Elisi, sia dal sobborgo Sant’Onorato, non sembrava preoccupato che di ciò che accadeva in casa del conte, e tutti i suoi movimenti avevano per iscopo di guardare ciò che si faceva nel gabinetto. Monte-Cristo d’improvviso si battè la fronte, e lasciò scorrere su le sue labbra semi-aperte un sorriso silenzioso. Indi avvicinandosi ad Alì: — Sta qui, gli disse a bassa voce, nascosto nella oscurità, e qualunque sia la cosa che succede, non entrare, e non farti vedere se non ti chiamo pel tuo nome. — Alì fece segno con la testa che aveva inteso, e che avrebbe obbedito; allora Monte-Cristo cavò da un armadio una candela già accesa, e nel momento in cui il ladro era più che mai occupato alla serratura, aprì dolcemente la porta, avendo cura che la luce del lume che teneva in mano cadesse tutta sul suo viso.
La porta girò così dolcemente che il ladro non ne intese il rumore. Ma, con sua gran sorpresa, vide d’improvviso la camera illuminarsi. Egli si voltò. — Buona sera, caro sig. Caderousse! disse Monte-Cristo; che diavolo venite voi a far qui in quest’ora? — L’abate Busoni! gridò Caderousse.
E non sapendo come fosse avvenuta questa strana apparizione fin presso lui, poichè aveva chiuse le porte, lasciò cadere il mazzo di chiavi false, e restò immobile, e come colpito da stupore. Il conte andò a situarsi fra Caderousse e la finestra, togliendo per tal modo al ladro spaventato l’unico mezzo di ritirata. — L’abate Busoni! ripetè Caderousse fissando sul conte due occhi stravolti.
— Ebbene! senza dubbio, l’abate Busoni, ripetè Monte-Cristo, egli medesimo, in persona, ed io sono ben contento che mi riconosciate, caro sig. Caderousse; ciò prova che abbiamo buona memoria, perchè, se non mi sbaglio, sono oramai dieci anni che non ci siam veduti.
Questa calma, quest’ironia, questa possanza colpirono lo spirito di Caderousse con un terrore vertiginoso.
— L’abate!... l’abate... mormorò egli stringendo i pugni, e stridendo i denti.
— Voi volevate rubare al conte di Monte-Cristo?
— Sig. abate, mormorò Caderousse cercando di guadagnare la sinistra che gli veniva intercettata senza pietà dal conte, sig. abate, non so... vi prego di credere, vi giuro...
— Un vetro tagliato, continuò il conte, una lanterna cieca, un mazzo di grimaldelli, uno scrigno per metà sforzato: l’affare è chiaro.
Caderousse si strangolava con la cravatta, cercava un angolo per nascondersi, un foro per cui passare.
— Andiamo, vedo che siete sempre lo stesso, sig. assassino.
— Sig. abate, da poichè sapete tutto, saprete che non sono stato io, ma Carconta; ciò è stato riconosciuto dal processo, poichè essi non mi hanno condannato che alla galera.
— Voi dunque avete finito il vostro tempo, poichè vi trovo sulla strada di farvici ricondurre?
— No, sig. abate, sono stato liberato da qualcuno.
— Questo qualcuno ha reso un bel servizio alla società!
— Ah! disse Caderousse, io però aveva promesso...
— In tal modo siete in rottura di bando?
— Pur troppo! sì, disse Caderousse inquietissimo.
— Pessima recidiva... ciò vi condurrà, se non mi sbaglio, sulla piazza di Grève. Tanto peggio, tanto peggio, diavolo, come dicono i mondani del mio paese.
— Sig. abate, ho ceduto ad una tentazione...
— Tutti i delinquenti dicono così. — Il bisogno...
— Cessate adunque! disse sdegnosamente Busoni, il bisogno può strascinare a domandare l’elemosina, a rubare a un fornaio, non venire a sforzare uno scrigno in una casa che si crede disabitata. Ed allorquando il gioielliere Giovanni venne da voi per contarvi 45 mila fr. in cambio del diamante che io vi aveva dato, e che lo avete ucciso per avere il diamante ed il danaro, fu pure il bisogno?
— Perdono, sig. abate, disse Caderousse; voi mi avete salvato una volta, salvatemi ancora una seconda volta.
— Ciò non m’incoraggia.
— Siete solo, domandò Caderousse giungendo le mani, o avete di lì i gendarmi già pronti per prendermi?