Part 81
Anelante, risalì al pian terreno, e rientrò nella camera.
La sig.ª de Villefort risaliva lentamente la scala che conduceva da lei. — Era veramente questa bottiglia quella che era qui? domandò d’Avrigny. — Sì, signor dottore.
— Questa limonata è la stessa che avete bevuta?
— Lo credo.
— Che gusto ci avete sentito? — Un gusto amaro.
Il dottore versò qualche goccia di limonata nel concavo della mano, l’aspirò colle labbra, e dopo averne sciacquata le bocca come si fa quando si vuole gustare il vino, sputò il liquido nel caminetto.
— È la stessa, diss’egli. E voi sig. Noirtier ne avete bevuto?
— Sì, fece il vecchio. — Avete trovato il medesimo gusto amaro? — Sì, fece il vecchio.
— Ah! signor dottore, gridò Barrois, ecco che mi riprende! mio Dio, signore, abbiate pietà di me!
Il dottore corse al malato: — Questo emetico, Villefort, guardate se viene.
Villefort si slanciò gridando: — L’emetico! l’emetico! l’hanno portato? — Nessuno rispose. Il terrore più profondo regnava nella casa. — Se io avessi un mezzo di soffiargli dell’aria nei polmoni, disse d’Avrigny, guardando intorno a lui, avrei il mezzo di prevenire l’asfissia. Ma no! niente, niente!
— Ah! signore, gridava Barrois, mi lascerete morire senza soccorso, oh! io moro! mio Dio! io moro!
— Una penna! una penna! domandò il dottore; ne vide una sulla tavola. Egli tentò d’introdurre la penna nella bocca del malato, che faceva in mezzo alle sue convulsioni, inutili sforzi per vomitare; le mascelle erano talmente strette che la penna non potè passarvi. Barrois era in preda ad un assalto nervoso anche più intenso del primo. Era scivolato dal sofà, e si contorceva sul pavimento.
Il dottore lo lasciò in preda a questo accesso, al quale non poteva portare sollievo alcuno, e ritornando a Noirtier:
— Come vi sentite? gli disse precipitosamente, e sotto voce; bene? — Sì.
— Leggero di stomaco, o pesante? leggero? — Sì.
— Come quando pigliate la pillola che vi fo dare tutte le domeniche? — Sì.
— Barrois ha fatto la vostra limonata? — Sì.
— Siete stato voi che l’avete sollecitato a beverne? — No.
— È stato il sig. de Villefort? — No.
— La signora? — No.
— Fu dunque Valentina allora? — Sì.
Un sospiro di Barrois, uno sbadiglio che gli faceva scricchiolare le ossa della mascella, richiamarono l’attenzione di d’Avrigny; egli lasciò il sig. Noirtier, e corse al malato: — Barrois, gli disse, potete parlare?
Barrois balbettò qualche parola inintelligibile.
— Fate uno sforzo, amico mio. — Barrois riaprì gli occhi sanguinolenti. — Chi ha fatto la limonata? — Io.
— L’avete subito portata al vostro padrone dopo di averla fatta? — No. — L’avete lasciata in qualche luogo allora.
— In credenza; fui chiamato. — Chi la portò qui?
— Madamigella Valentina.
D’Avrigny si battè la fronte: — Oh! mio Dio! mio Dio!
— Dottore! gridò Barrois che sentiva avvicinarsi un terzo accesso.
— Ma non porteran dunque l’emetico? gridò il dottore.
— Eccone un bicchiere già preparato, disse Villefort rientrando. — Da chi? — Dal giovane della farmacia che è venuto con me. — Bevete.
— Impossibile dottore, è troppo tardi; ho la gola che si restringe! oh! il cuore! la testa... quale inferno!... e dovrò soffrir lungamente così?
— No, disse il dottore, ben presto non soffrirete più.
— Ah! capisco! gridò il disgraziato; mio Dio! abbiate pietà di me! — E gettando un grido, cadde rovesciato in addietro, come colpito dal fulmine. D’Avrigny gli mise una mano sul cuore, gli avvicinò uno specchio alle labbra.
— Ebbene? domandò Villefort.
— Andate a dire in cucina che mi portino subito dello sciroppo di viole. — Villefort discese nel medesimo punto.
— Non vi spaventate sig. Noirtier, disse d’Avrigny; trasporto il malato in un’altra camera per cavargli sangue; davvero questa sorte d’accessi sono un tristo spettacolo da vedersi. — E prendendo Barrois per sotto le braccia, lo trascinò in una camera vicina; ma subito dopo rientrò da Noirtier per prendere il resto della limonata.
Noirtier chiuse l’occhio dritto. — Valentina, n’è vero? volete Valentina? dico subito, che ve la mandino.
Villefort risaliva; d’Avrigny lo incontrò nel corridoio.
— Ebbene? domandò egli. — Venite, disse d’Avrigny.
E lo condusse nella camera.
— Sempre svenuto? domandò il procuratore del Re.
— Egli è morto. — Villefort dette addietro di due o tre passi, congiunse le mani al disopra della testa, e con una commiserazione non equivoca: — Morto così prontamente? diss’egli guardando il cadavere.
— Sì, molto prestamente, è vero! disse d’Avrigny; ma ciò non vi deve maravigliare: il sig. e la sig.ª di Saint-Méran sono morti essi pure così prestamente. Oh! si muore presto in vostra casa, sig. de Villefort.
— Che! gridò il magistrato con un accento d’onore e di costernazione, ritornate a questa terribile idea?
— Sempre, disse d’Avrigny con solennità, perchè essa non mi ha abbandonato un momento; e perchè siate ben convinto che questa volta non m’inganno ascoltatemi bene.
Villefort tremava convulsivamente.
— Vi è un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia veruna. Questo veleno io lo conosco bene, l’ho studiato in tutti gli accidenti che apporta, in tutti i fenomeni che produce. Questo veleno l’ho riconosciuto poco fa in questo povero Barrois, come lo aveva egualmente riconosciuto nella sig.ª di Saint-Méran: vi è un modo di osservarne la presenza: egli ridona il colore blu alla carta di tornasole arrossita con un acido, e tinge in verde lo sciroppo di violette. Noi non abbiamo la carta di tornasole; ma osservate, ecco che portano lo sciroppo di violette che ho domandato.
Infatto si sentivano dei passi nel corridoio; il dottore aprì alquanto la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso nel fondo del quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e richiuse la porta. — Guardate, diss’egli al procuratore del Re, a cui il cuore batteva sì fortemente, che si sarebbe potuto sentire; ecco in questa tazza lo sciroppo di violette, ed in questa bottiglia il rimanente della limonata bevuta da Noirtier e Barrois. Se la limonata è pura ed inoffensiva, lo sciroppo conserverà il suo colore; se è avvelenata, lo sciroppo deve diventar verde. Osservate!
Il dottore versò lentamente qualche goccia di limonata nella tazza, e si vide nello stesso punto formarsi nel fondo della stessa un cambiamento di colore che da prima prese la gradazione del blu; poi dal zaffiro passò all’opale, e dall’opale allo smeraldo. Giunto a quest’ultimo colore, per così dire, si fissò; l’esperienza non lasciava più alcun dubbio.
— L’infelice Barrois è stato avvelenato colla falsa angustura, o con la noce di S. Ignazio, disse d’Avrigny; ora lo asserirei davanti agli uomini, e davanti a Dio.
Villefort nulla disse; ma alzò le braccia al cielo, aprì gli occhi stravolti, e cadde annientato sopra una sedia.
LXXIX. — L’ACCUSA.
Il sig. d’Avrigny richiamò ben presto a sè stesso il magistrato che sembrava un secondo cadavere in questa funebre camera: — Oh! la morte è nella mia casa, gridò Villefort.
— Dite pure il delitto, ripetè il dottore.
— Sig. d’Avrigny, gridò Villefort, non posso esprimervi tutto ciò che succede in me in questo momento: è spavento, dolore, follia.
— Sì, disse d’Avrigny con una calma imponente, ma credo che sia tempo di mettere una diga a questo torrente di mortalità. In quanto a me, non mi sento capace di poter sopportare più a lungo simile segreto senza la speranza di farne uscir ben presto la vendetta per la società e per le vittime.
Villefort girò attorno a sè un tetro sguardo: — In casa mia!
— Via, magistrato, disse d’Avrigny, siate uomo; interprete della legge, onoratevi con una completa immolazione.
— Voi mi fate fremere, dottore! volete che io mi immoli? precisamente questa è la parola: sospettate dunque qualcuno?
— Non sospetto alcuno; la morte batte alla vostra porta, entra, va, non cieca, ma intelligente com’è, di camera in camera. Ebbene io ne seguo la traccia, ne riconosco il passaggio; adotto la saggezza degli antichi, vado a tastoni, perchè la mia amicizia per la vostra famiglia, il mio rispetto per voi, sono come due bende che mi siano state messe agli occhi; ebbene...
— Oh! parlate, parlate, dottore, avrò coraggio.
— Ebbene! signore, voi avete in casa vostra, nel seno della vostra casa, forse nella vostra famiglia, uno di quegli orribili fenomeni come ciascun secolo ne produce qualcuno. Locusta ed Agrippina, perchè vivevano nel medesimo tempo erano una eccezione che provava il furore della provvidenza per perdere l’impero Romano lordato da tanti delitti. Brunehault e Fredegonda sono i resultati del lavoro penoso di una civilizzazione alla sua genesi, nella quale l’uomo impara ad assopire lo spirito, fosse ancora per inviarlo nelle tenebre. Ebbene, tutte queste donne erano state, o erano ancora giovani e belle. Si era veduto fiorire sulla lor fronte, e sulla fronte fioriva ancora questo stesso fiore d’innocenza che si trova parimente sulla fronte della colpevole che è in vostra casa.
Villefort mandò un grido, congiunse le mani, e guardò il dottore con un gesto supplichevole. Questi però continuò senza pietà: — Guarda a chi è vantaggioso il delitto, dice un assioma di giurisprudenza.
— Dottore; gridò Villefort, ahimè! dottore, quante volte la giustizia degli uomini non si è ingannata sopra queste funeste parole? io non so, ma mi sembra che questo delitto...
— Ah! voi confessate dunque finalmente che vi è delitto?
— Sì, lo riconosco. Che volete? bisogna bene; ma lasciatemi continuare. Mi sembra, diceva, che questo delitto cada soltanto sopra di me, e non sulle vittime: sospetto qualche disastro per me sotto tutti questi strani disastri.
— Oh! uomo, mormorò d’Avrigny, che si mostra il più egoista di tutti gli animali, che vuol credere sempre che la terra giri, che il sole brilli e che la morte si affatichi tutto per lui solo; formica che mormora della provvidenza dall’alto di un filo d’erba! e quelli che hanno perduta la vita, non han perduto qualche cosa? il sig. di Saint-Méran, la sig.ª di Saint-Méran, il sig. Noirtier.
— Come, il sig. Noirtier...
— Sì, credete che si sia voluto uccidere questo disgraziato servitore? no, no... come il Pollonio di Shakespeare, egli è morto per un altro. Il sig. Noirtier doveva bere la limonata, è Noirtier che l’ha bevuta secondo l’ordine logico delle cose... l’altro non l’ha bevuta che per accidente; e quantunque sia stato Barrois quello che è morto, pure era Noirtier quegli che doveva morire.
— Ma allora come va che mio padre non ha sofferto?
— Ve l’ho già detto una sera nel giardino, dopo la morte della sig.ª di Saint-Méran, perchè il suo corpo è divenuto a guisa di uno stesso veleno; perchè la dose per lui insignificante, era mortale per un altro; perchè finalmente nessuno sa, e neppure l’assassino, che da un anno io curo con la brucnina la paralisi del sig. Noirtier, mentre che l’assassino non ignora, e se ne è assicurato con l’esperienza, che la brucnina è un veleno violento.
— Mio Dio! mormorò Villefort contorcendosi le braccia.
— Seguitate la traccia del delinquente; egli uccide il sig. di Saint-Méran... — Oh! dottore!
— Lo giurerei; ciò che mi è stato detto dei sintomi si accorda troppo bene con ciò che ho veduto coi miei proprii occhi.
Villefort cessò di combattere, e mandò un gemito.
— Egli uccide il signore di Saint-Méran, ripetè il dottore, egli uccide la sig.ª di Saint-Méran, doppia eredità da raccogliere (Villefort asciugò il sudore che gli colava dalla fronte).
— Il sig. Noirtier, ripetè con la sua voce implacabile d’Avrigny, il sig. Noirtier aveva non ha guari fatto un testamento contro la vostra famiglia in favore dei poveri; il sig. Noirtier viene risparmiato perchè non si aspetta niente da lui. Ma egli non appena ne ha fatto un secondo, che per timore che si penta e non ne faccia un terzo, vien colpito: il testamento fu fatto ier l’altro, credo; voi lo vedete, non si è perduto tempo.
— Oh! grazia! sig. d’Avrigny.
— Nessuna grazia, signore! il medico ha una missione sacra sulla terra; e per adempirla egli risale fino alle sorgenti della vita, e discende nelle misteriose tenebre della morte. Quando il delitto è stato commesso, sta al medico il dire: eccolo là!
— Grazia per mia figlia, signore! mormorò Villefort.
— Vedete bene che siete stato voi che l’avete nominata, voi, suo padre!
— Grazia per Valentina! ascoltate, è impossibile! amerei meglio accusare me stesso! Valentina, un cuore di diamante, un giglio d’innocenza!
— Nessuna grazia, signor procuratore del Re, il delitto è flagrante. Madamigella de Villefort ha impacchettati colle sue mani i medicamenti che furono inviati al sig. di Saint-Méran, ed il sig. di Saint-Méran è morto. Madamigella de Villefort ha preparato l’orzata alla sig.ª di Saint-Méran, ed ella è morta. Madamigella de Villefort ha preso dalle mani di Barrois, che si è mandato fuori, la bottiglia di limonata che il vecchio ordinariamente vuota nella mattinata, ed il vecchio non è sfuggito, che per un miracolo. Madamigella de Villefort è la colpevole! ella è l’avvelenatrice! sig. procuratore del Re, vi denunzio madamigella de Villefort; fate il vostro dovere!
— Dottore, non resisto più, non mi difendo più, vi credo; ma risparmiate la mia vita, il mio onore!
— Sig. de Villefort, riprese il dottore con una forza crescente, vi sono delle congiunture in cui sorpasso tutti i limiti della sciocca circospezione umana. Se vostra figlia avesse commesso soltanto un primo delitto, e la vedessi meditarne un secondo, vi direi: «avvertitela, punitela, che ella passi il resto della sua vita in un qualche ritiro, in un qualche convento a piangere e pregare.» Se avesse commesso un secondo delitto, vi direi: «prendete, sig. de Villefort, ecco un veleno che non conosce l’avvelenatrice, un veleno che non ha conosciuto antidoto, pronto come il pensiero, rapido come il lampo, mortale come il fulmine; datele questo veleno, raccomandate la sua anima a Dio, e salvate così il vostro onore e i vostri giorni, perchè ora sta a voi il divenire la vittima, ed io la vedo avvicinarsi al capezzale coi suoi sorrisi ipocriti, e le sue dolci esortazioni. Infelice voi, se non siete il primo a percuotere!» ecco ciò che vi direi se ella non avesse ucciso che due persone, ma, ella ha veduto l’agonia di tre, ella ha contemplato tre moribondi, si è inginocchiata vicino a tre cadaveri; al patibolo l’avvelenatrice! al patibolo! Voi parlate del vostro onore? fate ciò che vi dico, e l’immortalità vi aspetta.
Villefort cadde in ginocchio: — Aspettate, diss’egli, io non ho la forza che voi avete, o piuttosto che voi stesso non avreste se, invece di mia figlia Valentina, si trattasse di vostra figlia Maddalena. (Il dottore impallidì.) Dottore, ogni uomo è figlio di donna, è nato per soffrire e morire; dottore, soffrirò, ed aspetterò la morte.
— Ma, disse d’Avrigny, essa sarà lenta... la vedrete avvicinarsi dopo che avrà colpito vostro padre, vostra moglie, e forse vostro figlio ancora.
Villefort, soffocando, strinse il braccio del dottore.
— Ascoltatemi! gridò egli, compiangetemi, soccorretemi.... No, mia figlia.... non è colpevole... Trascinatela davanti ad un tribunale; dirò sempre: no mia figlia non è colpevole... Non vi è delitto in casa mia; perchè allorquando il delitto entra da qualche parte è come la morte: non entra mai solo. Ascoltate, che importa a voi che io muoia assassinato?... Siete mio amico, siete un uomo, avete un cuore?.. No, siete un medico!... Ebbene! ve lo dico, no, mia figlia non sarà trascinata da me nelle mani del carnefice!... Ah! ecco un’idea che mi divora, che mi spinge come un insensato a lacerarmi il petto con le unghie!... E se voi v’ingannaste! se fosse un altro invece di mia figlia!.... Se un giorno venissi pallido come uno spettro a dirvi: Assassino! tu hai uccisa mia figlia! Vedete, se ciò accadesse, son cristiano, sig. d’Avrigny, e ciò nonostante forse mi ucciderei!
— Sta bene, disse il dottore dopo un momento di silenzio, aspetterò. — Villefort lo guardò come se dubitasse ancora delle sue parole. — Soltanto, continuò d’Avrigny con voce lenta e solenne, se qualcuno della vostra casa cade malato, se voi stesso vi sentiste male, non mi chiamate, perchè non verrò più. Io voglio divider con voi questo segreto terribile, ma non voglio che la vergogna ed i rimorsi vadano in me fruttificandosi ed ingrandendosi nella mia coscienza, come il delitto e l’infelicità s’ingrandiranno, e fruttificheranno nella vostra casa.
— Per tal modo dottore, mi abbandonate?
— Sì, perchè non posso più seguirvi, e non mi fermo che ai piedi del patibolo. Verrà qualche altra rivelazione che porterà la fine di questa terribile tragedia. Addio.
— Dottore, ve ne supplico!
— Tutti gli orrori che lordano il mio pensiero mi fanno la vostra casa odiosa e fatale. Addio, signore.
— Una parola, una parola sola ancora dottore! vi ritirate, mi lasciate in tutto l’orrore della situazione, orrore che voi avete aumentato con ciò che mi avete rivelato. Ma che si dirà della morte subitanea di questo vecchio servitore?
— È giusto, accompagnatemi. — Il dottore uscì pel primo, de Villefort lo seguì, i domestici inquieti erano nel corridoio, e sulle scale da dove doveva passare il medico.
— Signore, disse d’Avrigny a Villefort parlando ad alta voce ed in modo che tutti lo sentissero, il povero Barrois era da qualche anno troppo sedentario; abituato in altri tempi a correre col padrone, a cavallo o in carrozza, le quattro parti d’Europa, egli si è ucciso con questo servizio monotono intorno ad una poltrona. Il sangue è divenuto pesante. Egli era grasso, aveva il collo grosso e corto, è stato colpito da una apoplessia fulminante, ed io sono stato avvertito troppo tardi. A proposito, aggiunse egli a bassa voce, abbiate cura di gettare nelle ceneri quella tazza collo sciroppo di violette. — Il dottore, senza toccar la mano di Villefort, senza ritornare su ciò che aveva detto, uscì accompagnato dalle lagrime e dai lamenti di tutte le persone di casa. La sera stessa, tutti i domestici di Villefort che si erano radunati in cucina, e che avevano lungamente parlato fra loro, vennero a domandare alla sig.ª de Villefort il permesso di ritirarsi dal servizio. Nessuna istanza, nessuna proposizione di aumento di paga potè trattenerli; a tutte le parole, essi rispondevano: — Vogliamo andarcene perchè la morte è entrata nella casa. — Essi partiron dunque ad onta delle preghiere che loro furono fatte, testimoniando i loro vivissimi dispiaceri, per dovere abbandonare così buoni padroni, e particolarmente madamigella Valentina tanto buona, tanto benefattrice, tanto affabile; Villefort a queste parole guardò Valentina. Ella piangeva.
Cosa strana! in mezzo all’emozione che gli fecero provare queste lagrime, guardò ancora la sig.ª de Villefort, e gli sembrò che un sorriso fuggitivo e sinistro fosse passato sulle sue labbra sottili, come quelle meteore che si vedono strisciare, funeste fra due nubi nel fondo di un cielo tempestoso.
LXXX. — LA CAMERA DEL FORNAIO IN RITIRO.
La sera stessa del giorno in cui il conte de Morcerf era uscito da Danglars con una vergogna ed un furore, che il rifiuto del banchiere rendè concepibile, il signor Cavalcanti, coi capelli arricciati e lucenti, i baffi appuntati, i guanti bianchi che si modellavano sulle unghie, era entrato, quasi in piedi sul suo _phaéton_, nel cortile del banchiere della Chaussée-d’Antin.
In capo a dieci minuti di presentazione nel salone, aveva ritrovato il mezzo di confinare Danglars nel vano di una finestra, e là dopo un destro preambolo, aveva esposto i tormenti della sua vita dopo la partenza del nobile suo padre. Dopo questa partenza egli aveva, nella famiglia del banchiere, ove era stato ricevuto come un figlio, trovato tutte le garenzie di felicità, che un uomo deve sempre cercare prima dei capricci della passione; ed in quanto alla passione stessa, aveva avuto la felicità di ritrovarla nei begli occhi di madamigella Danglars. Danglars ascoltava coll’attenzione più profonda; erano già due o tre giorni che aspettava questa dichiarazione, e quando finalmente giunse, il suo occhio si dilatò di tanto, quanto si era corrugato ascoltando Morcerf. Ciò non per tanto non volle accogliere la proposizione del giovine, senza fare qualche osservazione di coscienza: — Sig. Andrea, gli disse, non siete ancora un po’ troppo giovine per pensare ad ammogliarvi?
— Ma no, sig., riprese Cavalcanti; almeno non lo trovo; in Italia i gran signori in generale, si maritano giovini; questo è un costume logico: la vita è così piena di casi, che si deve afferrare la fortuna tosto che passa alla nostra portata.
— Però, signore, disse Danglars, ammettendo che le vostre proposizioni, che mi onorano, siano aggradite da mia moglie e da mia figlia, con chi tratteremo gl’interessi? questo mi sembra un affare importante che i soli padri sanno convenevolmente trattare per la felicità dei loro figli.
— Signore, mio padre è un uomo saggio, pieno di convenienza e di ragione. Egli ha preveduto il caso probabile che io potessi provare il desiderio di stabilirmi in Francia: egli dunque partendo, mi ha lasciato con tutte le carte che contestano la mia identità, ed una lettera, colla quale mi assicura, nel caso che io faccia una scelta che gli sia aggradita, 150 mila lire di rendita dal giorno del mio matrimonio. Da quanto posso giudicare, questo è il quarto delle rendite di mio padre.
— Ma, disse Danglars, ho sempre avuto intenzione di dare a mia figlia 500 mila franchi maritandola; ella inoltre è la mia sola erede.
— Ebbene! disse Andrea, vedete, la cosa sarà per il meglio, supponendo che la mia domanda non sia respinta dalla baronessa Danglars, e da madamigella Eugenia, eccoci alla testa di 165 mila lire di rendita. Supponiamo che io ottenga dal marchese che invece di pagarmi la rendita, mi ceda il capitale (cosa che non sarà facile, lo so bene, ma neppure impossibile), voi farete fruttare questi due o tre milioni, e due o tre milioni fra le vostre abili mani, possono sempre riportare il dieci per cento.
— Io non prendo mai che al quattro, disse il banchiere, ed anche al tre e mezzo. Ma a mio genero prenderò al cinque, e poi divideremo i benefizi.
— Ebbene! a meraviglia, suocero, — disse Cavalcanti lasciandosi trasportare qualche poco da quella volgare natura che ad onta dei suoi sforzi, faceva a quando a quando oscurare la vernice aristocratica con cui cercava di coprirla. Ma ricomponendosi riprese: — Oh! perdono, signore, diss’egli, vedete, la sola speranza mi rende quasi pazzo, che sarebbe dunque la realtà?
— Ma, disse Danglars, che, dal suo canto, non s’accorgeva quanto questa conversazione, disinteressata sulle prime, piegava prontamente all’agenzia d’affari, vi è senza dubbio una porzione della vostra fortuna che vostro padre non può rifiutarvi?
— E quale? domandò il giovine.
— Quella che vi proviene da vostra madre.
— Certamente quella che viene da mia madre Oliva Corsinari.
— E a quanto può ammontare questa fortuna?
— In fede mia, disse Andrea, vi assicuro, che non ho mai fermato il mio pensiero su questo argomento; ma stimo che possa essere per lo meno di due milioni.
Danglars risentì quella specie di soffocamento inebriante che sente o l’avaro che ritrova un tesoro perduto, o l’uomo vicino ad annegarsi che sente sotto i suoi piedi la terra solida invece del vuoto nel quale stava per ingoiarsi.
— Ebbene, signore, disse Andrea salutando il banchiere con un tenero rispetto, posso sperare?...
— Sig. Andrea, disse Danglars, sperate, e credete bene che se nessun ostacolo per parte vostra non arresta l’andamento di questo affare, si può ritenere concluso.
— Ah! mi penetrate di gioia, signore! disse Andrea.
— Ma, riprese Danglars riflettendo, come accade che il sig. conte di Monte-Cristo, vostro protettore in questo mondo parigino, non sia venuto con voi a farmi questa domanda?