Il Conte di Monte-Cristo

Part 80

Chapter 803,740 wordsPublic domain

— Andate, ma farete anche meglio se non vi andate affatto. — È impossibile. — Fate dunque così; sarà sempre meglio di quel che volevate fare.

— Ma, nel caso, che ad onta di tutte le mie cautele, di tutti i miei riguardi, avessi ad avere un duello, mi farete da testimonio?

— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo con una gravità suprema, avete esperimentato che a tempo e luogo son tutto a voi dedicato; ma il servigio che mi chiedete esce dal cerchio di quelli che possa rendervi.

— E perchè? — Forse lo saprete un giorno.

— E frattanto?...

— Domando la vostra indulgenza pel mio segreto.

— Sta bene. Prenderò Franz e Château-Renaud.

— Prendete Franz e Château-Renaud, ed a meraviglia.

— Ma infine, se avrò a battermi, mi darete almeno una piccola lezione di spada o di pistola?

— No, anche questa è una cosa impossibile.

— Che uomo singolare che siete! andate! allora voi non volete immischiarvene per niente?

— Per niente assolutamente. — Non se ne parli più. Addio conte. — Addio, visconte. — Morcerf prese il cappello ed uscì.

Alla porta trovò il suo _cabriolet_, e, contenendo il meglio che poteva la sua collera, si fece condurre da Beauchamp; questi era all’ufficio del suo giornale. Beauchamp era in uno studio oscuro e polveroso, come sono dalla fondazione tutti gli uffizii dei giornali. Gli fu annunciato Alberto de Morcerf. Si fece ripetere due volte l’annunzio; indi, non convinto ancora, gridò: — Entrate!

Alberto comparve. Beauchamp mandò un’esclamazione di sorpresa vedendo il suo amico oltrepassare i pacchi del giornale, e pestare con un piede male esercitato i giornali di tutte le grandezze che tappezzavano non già il piancito, ma le pietre rosse del suo uffizio.

— Per di qui! caro Alberto! diss’egli stendendo la mano al giovine; qual diavolo vi conduce? siete perduto come il piccolo Poucet, o venite a chiedermi una colazione? Procurate di trovarvi una sedia; osservate, laggiù, vicino a quel girannio.

— Beauchamp, è del vostro giornale che vengo a parlarvi.

— Voi, Morcerf? che desiderate? — Una rettificazione.

— Voi una rettificazione? A proposito di che? Ma sedete.

— Grazie, rispose Alberto per la seconda volta, e con un leggero segno di testa. — Spiegatevi.

— Una rettificazione sopra un fatto che offende l’onore di un membro della mia famiglia, ripigliò Morcerf.

— Via! disse Beauchamp sorpreso. Che fatto? Non può essere.

— Il fatto che vi fu scritto da Giannina. — Da Giannina?

— Sì, da Giannina. Davvero avete l’aria d’ignorare ciò che qui mi conduce?

— Sul mio onore!... Battista, un giornale di ieri.

— È inutile, vi porto il mio. — Beauchamp lesse brontolando: «Ci scrivono da Giannina etc. etc.

— Comprenderete che il fatto è grave, disse Morcerf, quando Beauchamp ebbe finito.

— Quest’uffiziale è un vostro parente?

— Sì, disse Alberto arrossendo.

— Ebbene! che volete che io faccia per aggradirvi? disse Beauchamp con dolcezza.

— Vorrei, caro Beauchamp, che ritrattaste questo fatto.

Beauchamp guardò Alberto con una attenzione, che annunziava certo molta benevolenza: — Vediamo, diss’egli, ciò andrà ad impegnarci in una lunga diceria; perchè una ritrattazione è sempre una cosa grave. Sedetevi; rileggerò queste tre o quattro righe. — Alberto si assise, e Beauchamp rilesse le linee incriminate dal suo amico con più attenzione della prima volta: — Ebbene! lo vedete, disse Alberto con fermezza ed asprezza ancora, si è insultato nel vostro giornale uno della mia famiglia, ed io voglio una ritrattazione.

— Voi... volete? — Sì, voglio.

— Permettetemi di dirvi che non siete parlamentario.

— Non voglio esserlo, replicò il giovine alzandosi: esigo la ritrattazione del fatto che avete annunziato ieri, e l’otterrò: siete abbastanza mio amico, continuò Alberto colle labbra serrate, vedendo che dal canto suo Beauchamp cominciava ad alzare la testa sdegnosa, e come tale mi conoscete, io spero, per comprendere la mia tenacità in simile occasione.

— Se son vostro amico, Morcerf, finirete per farmelo dimenticare, con parole come quelle di poco fa... ma vediamo, non ci disgustiamo, o almeno non ancora... siete inquieto, irritato e punto... vediamo, chi è questo parente che si chiama Fernando?

— È mio padre, disse Alberto, egli stesso, e non altri, il sig. Fernando Mondego, conte di Morcerf, un vecchio militare che ha veduto venti campi di battaglia, e del quale si vogliono coprire le nobili cicatrici col fango impuro raccolto nel ruscello.

— Vostro padre! disse Beauchamp, allora è un altro affare; capisco la vostra indignazione. Rileggiamo adunque.

E tornò a leggere la nota, pesando questa volta ciascuna parola. — Ma dove vedete, domandò Beauchamp, che il Fernando del giornale sia vostro padre?

— In nessun luogo, lo so bene; ma altri lo vedranno. Ed è perciò che voglio che il fatto sia smentito.

Alla parola _voglio_ Beauchamp alzò gli occhi su Morcerf, ed abbassandoli quasi subito, restò un momento pensieroso.

— Voi smentirete questo fatto? ripetè Morcerf con una collera crescente, quantunque sempre concentrata.

— Sì, disse Beauchamp. — Ah! alla buon’ora! disse Alberto. — Ma quando mi sarà assicurato che il fatto è falso.

— In che modo? — Sì, la cosa vale la pena d’essere rischiarata, ed io la rischiarerò.

— Ma che vedete dunque da rischiarare in tutto questo, signore? disse Alberto alterato fuori di ogni misura. Se non credete che sia mio padre, ditelo subito, se credete che sia lui, rendetemi ragione di questa opinione! — Beauchamp guardò Alberto con un sorriso che gli era particolare, e che sapeva prendere la gradazione di tutte le passioni. — Signore, ripetè egli (poichè vi è un signore) se è per domandarmi ragione che siete venuto qui, bisognava farlo dal bel principio, e non venire a parlare di amicizia, e di altre cose oziose, come quelle che ho la pazienza di ascoltare da più di mezz’ora. È su questo terreno che dobbiam d’ora in avanti camminare?

— Sì, se non ritrattate l’infame calunnia!

— Un momento! non fate minacce, se vi piace, sig. Alberto Mondego visconte de Morcerf; non ne tollero dai nemici, molto meno dai miei amici; dunque volete che smentisca il fatto sul generale Fernando, fatto al quale non ho, sul mio onore, avuta alcuna parte.

— Sì, voglio! disse Alberto, la cui testa cominciava ad esaltarsi. — Senza di che ci batteremo? continuò Beauchamp colla medesima calma. — Sì, riprese Alberto alzando la voce.

— Ebbene! disse Beauchamp, ecco la mia risposta, caro signore: questo fatto non è stato inserito da me, non lo conosceva; ma voi avete, colla vostra dimostrazione, attirata la mia attenzione su di esso; ella vi ci si attacca; sussisterà adunque fin che non sia smentito, o confermato da chi di diritto.

— Signore! disse Alberto alzandosi, avrò dunque l’onore di mandarvi i miei testimoni, discuterete con loro sul luogo e sulle armi. — Perfettamente, caro signore.

— E questa sera se vi piace, o domani mattina al più tardi, c’incontreremo.

— No! no! sarò sul terreno quando abbisognerà, ed a mio avviso (ho il diritto della scelta poichè sono stato io che ho ricevuto la sfida) l’ora non è ancor giunta. So che tirate benissimo di spada, io la tiro passabilmente; so che cogliete tre colpi sopra cinque nel nero del bersaglio, questa forza è quasi eguale alla mia; so che un duello fra noi sarà un duello serio, perchè voi siete coraggioso, ed io... io lo sono altrettanto. Non voglio dunque espormi ad uccidervi, o ad essere ucciso io stesso da voi, senza una causa. Sono io, che vado, a mia volta a piantare la questione ca-te-go-ri-ca-men-te. Esigete voi questa ritrattazione al punto di uccidermi se non la faccio, quantunque vi ho detto, vi ho ripetuto, quantunque vi ho affermato sul mio onore che non conosceva il fatto, quantunque vi dichiaro finalmente che è impossibile a tutt’altro che a un don Japhet come voi d’indovinare il conte di Morcerf sotto questo nome di Fernando? — Lo esigo assolutamente.

— Ebbene! caro signore, acconsento a tagliarmi la gola con voi, ma voglio tre settimane; fra tre settimane mi troverete per dirvi... «sì, il fatto è falso, lo cancello,» ovvero... «sì il fatto è vero, e cavo la spada dal fodero, o le pistole dall’astuccio a vostra scelta.»

— Tre settimane, gridò Alberto, ma son tre secoli durante i quali son disonorato.

— Se foste rimasto mio amico vi avrei detto: pazienza amico; voi vi siete fatto mio nemico, ed io vi dico: che importa a me, signore?

— Ebbene! fra tre settimane, sia! disse Morcerf. Ma pensateci bene, non vi sarà dilazione, nè sotterfugio che possa dispensarvi...

— Sig. Alberto de Morcerf, disse Beauchamp alzandosi anch’egli, non posso gettarvi dalla finestra, che fra tre settimane, vale a dire fra ventuno giorni, e voi non avete il diritto d’insultarmi che allora; siamo ai 29 agosto, ai 19 adunque del mese di settembre. Fin là, credetemi, ed è un consiglio da gentiluomo che vi do, risparmiamoci gli abbaiamenti di due cani mastini incatenati ad una certa distanza. — E Beauchamp, salutando gravemente il giovine, gli voltò le spalle ed entrò nella stamperia. Alberto si vendicò sopra una fila di giornali, che disperse frustandoli a colpi di bastone, dopo di che partì, non senza essersi voltato due o tre volte verso la porta della stamperia. Mentre che frustava il davanti del suo _cabriolet_, dopo aver frustate le innocenti carte, Alberto scoprì, traversando il baluardo, Morrel, che col naso all’aria, l’occhio svegliato, e le braccia sciolte, passava davanti ai bagni chinesi, venendo dalla parte di San Martino, e andando da quella della Maddalena. — Ah! diss’egli sospirando, ecco un uomo felice.

Per caso Alberto non s’ingannava.

LXXVIII. — LA LIMONATA.

Infatto Morrel era molto felice. Il sig. Noirtier lo aveva mandato a cercare, ed aveva tanta fretta di sapere ciò che voleva, che non aveva preso il _cabriolet_, fidandosi molto più delle sue gambe, che di quelle di un cavallo di piazza; egli dunque era partito correndo dalla strada Meslay, e si portava al sobborgo Sant’Onorato. Morrel camminava con un passo ginnastico, ed il povero Barrois lo seguiva alla meglio. Morrel aveva trentun’anno, Barrois ne aveva sessanta; Morrel era ebbro d’amore, Barrois era alterato dallo eccessivo calore. Questi due uomini, così divisi d’interessi e di età, rassomigliavano alle due linee che formano un triangolo, allontanate alla base, e riunite alla sommità.

La sommità era Noirtier, il quale aveva inviato a cercare Morrel, raccomandandogli di far presto, raccomandazione che Morrel seguiva alla lettera con gran disperazione di Barrois. Giungendo, Morrel non era neppure riscaldato; l’amore somministra le ali; ma Barrois, che da lungo tempo non era più innamorato, Barrois nuotava. Il vecchio servitore fece entrare Morrel dalla porta segreta, chiuse quella del gabinetto, e ben presto lo strofinare di una veste sul piancito annunziò la visita di Valentina, bella da incantare sotto il suo abito di lutto. Il sogno diveniva così dolce, che Morrel avrebbe fatto anche a meno di conversare col sig. Noirtier; ma la poltrona del vecchio rotolò ben presto sul pavimento, ed egli entrò. Noirtier accolse con uno sguardo benevolo, i ringraziamenti che Morrel gli prodigava per quella maravigliosa intervenzione che aveva salvati Valentina e lui dalla disperazione. Indi lo sguardo di Morrel andava a provocare, sul nuovo favore che gli veniva accordato, la giovinetta che, timida e assisa lungi da Morrel, aspettava di essere costretta a parlare. Noirtier la guardò anch’egli.

— Bisogna dunque che io dica ciò di che mi avete incaricata? domandò ella.

— Sì, fece Noirtier.

— Sig. Morrel, il mio buon papà Noirtier aveva mille cose a dirvi, che da tre giorni egli ha detto a me; oggi vi manda a cercare perchè io ve le ripeta; ve le ripeterò adunque, poichè mi ha scelta per suo interprete, senza cangiare una parola alle sue intenzioni.

— Oh! io ascolto con molta impazienza, rispose il giovine.

Valentina abbassò gli occhi; questo fu un presagio che parve dolce a Morrel. Valentina non era debole che nella felicità. — Mio padre vuol lasciare questa casa, diss’ella; Barrois si occupa di cercargli un appartamento conveniente.

— Ma voi, madamigella, disse Morrel, voi che siete così cara, e così necessaria al sig. Noirtier....?

— Io, riprese la giovanetta, non lascerò punto mio nonno, è una cosa già convenuta fra lui e me. Il mio appartamento sarà vicino al suo; o avrò il consenso del sig. de Villefort per andare ad abitare col nonno, o me lo rifiuterà: nel primo caso parto fin da questo momento; nel secondo, aspetto la mia maggior età, che viene fra dieci mesi. Allora sarò libera, avrò una fortuna indipendente, e...

— E?... domandò Morrel. — E colla autorizzazione del mio nonno, manterrò la promessa che vi ho fatta.

Valentina pronunciò queste ultime parole con voce sì bassa, che Morrel non avrebbe potuto intenderle senza l’interesse che aveva a divorarle. — Non è questo il vostro pensiero buon papà? aggiunse Valentina indirizzandosi a Noirtier. — Sì, fece il vecchio.

— Una volta in casa del mio nonno, il sig. Morrel potrà venire a vedermi in presenza di questo buono e degno protettore: se il legame che unisce i nostri cuori, forse ignoranti o capricciosi, che aveva cominciato a formare, sembra convenevole, e offre delle garenzie di futura felicità alla nostra esperienza (ahimè! si dice, i cuori infiammati dagli ostacoli si raffreddano nella sicurezza) allora il sig. Morrel potrà domandarmi a me stessa, io lo aspetterò.

— Oh! gridò Morrel, tentato d’inginocchiarsi davanti al vecchio, oh! che ho mai fatto di bene nella mia vita da meritarmi tanta felicità?

— Fin là, continuò la giovinetta con la sua voce pura e severa, rispetteremo le convenienze, la stessa volontà dei nostri parenti, purchè non tenda a separarci per sempre; in una parola, e io ripeto questa parola perchè dice tutto, noi aspetteremo.

— Ed i sacrifici che questa parola impone, disse Morrel, io giuro di compierli, non già con rassegnazione, ma con felicità.

— Così, continuò Valentina con uno sguardo dolce al cuore di Massimiliano, non più imprudenze, amico mio, non mettete a cimento quella che da questo momento si considera come destinata a portare onorevolmente e degnamente il vostro nome. — Morrel si appoggiò la mano sul cuore.

Frattanto Noirtier li guardava entrambi con tenerezza. Barrois, che era rimasto nel fondo come un uomo a cui non si ha niente a nascondere, sorrideva asciugandosi le grosse gocce d’acqua che gli cadevano dalla calva fronte.

— Oh! mio Dio, come è riscaldato questo buon Barrois, disse Valentina.

— Ah! disse Barrois, è perchè ho corso bene, ma il sig. Morrel, debbo rendergli questa giustizia, correva ancor più di me. — Noirtier indicò coll’occhio una sottocoppa sulla quale era preparata una bottiglia di limonata, ed un bicchiere.

Ciò che mancava nella bottiglia era stato bevuto mezz’ora prima dal sig. Noirtier.

— Prendi, buon Barrois, disse la giovanetta, prendi che già vedo che tu covi con gli occhi questa bottiglia smezzata.

— Il fatto è, disse Barrois, che muoio di sete, e che io beverò ben volentieri un bicchiere di limonata alla vostra salute.

— Bevi dunque, disse Valentina, e ritorna subito.

Barrois portò via la sottocoppa, ed appena fu nel corridore, a traverso alla porta che aveva dimenticato di chiudere, fu veduto rovesciare indietro la testa per vuotare il bicchiere che Valentina gli aveva empito. — Valentina e Morrel si facevano i loro addii in presenza di Noirtier, quando s’intese risonare il campanello della scala di Villefort.

Questo era il segnale di una visita. Valentina guardò l’orologio a pendolo. — È mezzogiorno, diss’ella, e oggi è sabato buon papà, questi senza dubbio è il dottore.

Noirtier fece segno indicante che di fatto doveva essere lui.

— Egli vien qui, bisogna che il sig. Morrel se ne vada, non è vero, buon papà? — Sì, rispose il vecchio.

— Barrois! chiamò Valentina; Barrois! venite!

— Barrois vi accompagnerà fino alla porta, disse Valentina a Morrel; ed ora ricordatevi una cosa, sig. ufficiale, ed è che il mio buon papà vi raccomanda di non tentare alcuna dimostrazione capace di mettere a rischio la nostra felicità.

— Ho promesso di aspettare, ed aspetterò.

In questo momento entrò Barrois.

— Chi ha suonato? domandò Valentina.

— Il sig. dottore d’Avrigny, disse Barrois traballando sulle gambe.

— Ebbene che avete dunque, Barrois? domandò Valentina.

Il vecchio non rispose, guardava il padrone con occhi stravolti, mentre che con la sua mano increspata cercava un appoggio per rimanere in piedi.

— Ma egli sta per cadere! gridò Morrel. In fatto il tremito da cui Barrois era preso aumentava gradatamente; i tratti del viso, alterati dai movimenti convulsivi dei muscoli della faccia, annunziavano un assalto nervoso assai intenso.

Noirtier, vedendo Barrois così sconvolto, moltiplicava gli sguardi nei quali si dipingevano, intelligibili e palpitanti, tutte le emozioni che agitavano il cuore dell’uomo. Barrois fece qualche passo verso il padrone. — Ah! mio Dio! mio Dio! signore! diss’egli, ma che ho dunque?... io soffro.... non ci vedo più... mille punte di fuoco mi attraversano il cranio. Oh! non mi toccate, non mi toccate!

Infatto gli occhi divennero sporgenti ed incerti, la testa si rovesciava in dietro, mentre che la parte inferiore del corpo si irrigidiva. Valentina spaventata mandò un grido, Morrel la prese nelle braccia come per difenderla da un qualche sconosciuto periglio.

— Sig. d’Avrigny! sig. d’Avrigny! gridò Valentina con voce soffocata, a noi! al soccorso! — Barrois girò su sè stesso, fece tre passi in addietro, vacillò, e venne a cadere ai piedi di Noirtier, sul ginocchio del quale appoggiò la mano gridando: — Mio padrone! mio padrone! — In questo mentre il sig. de Villefort, attirato dalle grida, comparve sulla soglia della camera. Morrel lasciò Valentina a metà svenuta, e gettandosi in addietro, si nascose nell’angolo della camera, e disparve dietro una tenda. Pallido come se avesse veduto uno spettro sorgere davanti a sè, egli attaccò uno sguardo di ghiaccio sull’infelice moribondo. Noirtier bolliva d’impazienza e di terrore; la sua anima volava in soccorso al povero vecchio, suo amico piuttosto che domestico. Si vedeva il combattimento terribile della vita e della morte tradursi sopra la sua fronte dal gonfiamento delle vene e la contrazione di qualche muscolo rimasto vivo intorno ai suoi occhi.

Barrois colla faccia agitata, gli occhi iniettati di sangue, il collo rovesciato in addietro, giaceva battendo il pavimento con le mani, mentre che al contrario le sue gambe intirizzite sembravano doversi rompere piuttosto che piegarsi.

Una leggera schiuma gli colava dalle labbra e respirava affannosamente. Villefort stupefatto restò un minuto cogli occhi fissi su questo quadro, che attirò i suoi sguardi dal primo entrare nella camera. Egli non vide Morrel: — Dottore! gridò slanciandosi verso la porta, venite venite!

— Signora! signora! gridò Valentina chiamando sua matrigna, ed urtando nelle pareti della scala, venite! e portate la vostra boccettina di sali.

— Che cosa è? domandò la voce metallica e sostenuta della signora de Villefort. — Oh! venite! venite!

— Ma dov’è dunque il dottore? gridò Villefort; dov’è?

La sig.ª de Villefort discese lentamente; si sentivano scricchiolare le assi sotto i suoi piedi. Con una mano teneva il fazzoletto col quale si asciugava il viso, coll’altra la boccettina del sale inglese. Il suo primo sguardo giungendo alla porta fu per Noirtier, il suo sembiante, salva l’emozione ben naturale in una simile congiuntura annunziava una salute costante; il suo secondo colpo d’occhio si abbattè nel moribondo. — Ha mangiato da poco? domandò la sig.ª de Villefort eludendo la domanda.

— Ma in nome del cielo, signora; dov’è andato dunque il dottore? È entrato da voi. Questa è una apoplessia, come vedete bene, che con una cavata di sangue si può salvare. — Ella impallidì, ed il suo occhio trabalzò, per così dire, dal servitore sul padrone. — Signora, disse Valentina, egli non ha fatto colazione, ma ha corso molto questa mattina per eseguire una commissione di cui l’avea incaricato mio nonno. Al ritorno soltanto ha preso una limonata.

— Ah! fece la signora de Villefort, perchè non ha preso del vino? è molto cattiva la limonata.

— La limonata era là sotto la sua mano, nella bottiglia del buon papà; il povero Barrois aveva sete, ha bevuto ciò che ha trovato. — La sig.ª de Villefort fremette, Noirtier la circondò di uno sguardo profondo.

— Egli ha il collo così corto! disse ella.

— Signora, disse Villefort, vi domando dov’è il sig. d’Avrigny, in nome del cielo, rispondete!

— È nella camera di Edoardo che si trova un po’ incomodato, disse la sig.ª de Villefort che non poteva eludere più lungamente. — Villefort si slanciò per la scala per andarlo a cercare egli stesso. — Prendete, disse la giovane sposa dando la boccettina a Valentina, risalgo nelle mie stanze poichè non posso sopportare la vista del sangue.

Ed ella seguì suo marito. Morrel uscì dall’angolo oscuro dove si era ritirato, ed ove non era stato veduto da alcuno, tanto era grande la preoccupazione.

— Partite presto, Massimiliano! gli disse Valentina, ed aspettate che io vi richiami. Andate!

Morrel consultò Noirtier con un gesto. Noirtier, che aveva conservato tutta la sua prontezza d’animo gli fece segno di sì.

Egli si strinse la mano di Valentina contro il cuore, ed uscì dal corridore nascosto. Nello stesso tempo Villefort ed il dottore rientravano dalla parte opposta.

Barrois cominciava a ritornare in sè: la crisi era passata, la parola ritornava gemente, ed egli si sollevava sur un gomito. D’Avrigny e Villefort portarono Barrois sopra un sofà. — Che cosa ordinate, dottore? domandò Villefort.

— Che mi si porti dell’acqua, e dell’etere. Ne avete in casa? — Sì. — Che si corra a cercarmi dell’olio di trementina e dell’emetico.

— Andate! disse Villefort.

— E frattanto che tutti si ritirino, disse il dottore.

— Io pure? domandò timidamente Valentina.

— Sì, madamigella, voi sopra tutti! disse bruscamente il dottore. — Valentina guardò il sig. d’Avrigny con meraviglia, baciò in fronte il sig. Noirtier, ed uscì. Dietro a lei il dottore chiuse la porta con aria cupa. — Osservate! osservate dottore, eccolo che rinviene; questo non era che un attacco di poca importanza. — D’Avrigny, sorrise con aria cupa:

— Come vi sentite, Barrois?

— Un poco meglio, signore.

— Potete bere un bicchier di etere?

— Mi proverò, ma non mi toccate. — Perchè?

— Perchè mi sembra che se mi toccaste, foss’anche colla sola punta di un dito, l’accesso mi ritornerebbe.

— Bevete. — Barrois prese il bicchiere, se l’avvicinò alle labbra violette, e ne vuotò circa la metà.

— Dove soffrite? domandò il dottore.

— Da per tutto; provo spaventosissimi crampi.

— Avete dei bagliori alla vista? — Sì.

— Del tintinnio alle orecchie? — Spaventoso.

— Quando vi è cominciato? — Momenti sono.

— Rapidamente? — Come il fulmine!

— Niente ieri? ieri l’altro? — Niente.

— Neppure sonnolenza? peso? — No.

— Che avete mangiato quest’oggi?

— Non ho mangiato niente, ho bevuto soltanto un po’ di limonata del signore, ecco tutto. — E Barrois fece con la testa un segno per indicare Noirtier, che immobile, nel suo seggio, contemplava questa terribile scena, senza perderne un movimento, senza lasciare sfuggire una parola.

— Dov’è la limonata? domandò vivamente il dottore.

— Nella caraffa in cucina.

— Volete che vada a cercarla? domandò Villefort.

— No, restate qui, e procurate di far bere al malato il restante di questo bicchier d’acqua. — Ma questa limonata...

— Vi vado io stesso. — D’Avrigny fece un salto, aprì la porta, si slanciò dalle scale, e poco mancò che non rovesciasse la sig.ª de Villefort, che pur discendeva in cucina.

Ella mandò un grido. D’Avrigny non vi fece neppure attenzione, trasportato come era dalla possanza di una sola idea; saltò i tre o quattro ultimi scalini, e scoperse la bottiglia per tre quarti vuota sulla sua sottocoppa.

Vi piombò sopra, come un’aquila sulla sua preda.