Part 8
Il carceriere alzò le spalle ed uscì. Dantès lo seguì cogli occhi, stese le mani verso la porta socchiusa; ma questa venne chiusa a sbarre. Allora il suo petto sembrò squarciarsi in un lungo singulto. Le lagrime che gli gonfiavano le palpebre scorsero come due ruscelli, egli si precipitò colla fronte per terra e pregò lungo tempo, esaminando collo spirito tutta la sua vita passata, e chiedendo a sè stesso qual delitto aveva commesso in questa vita ancor sì giovanile, che potesse meritargli una tal crudele punizione. La giornata scorse così; fu molto se egli mangiò qualche boccone di pane, bevette qualche goccia d’acqua. Ora egli restava assiso assorto nei suoi pensieri, ora girava intorno alla sua prigione come fa una bestia feroce chiusa in una gabbia di ferro. Un solo pensiero lo faceva soprattutto trasecolare; ed era che, durante questa traversata in cui, ignorando il luogo ove era condotto, egli era rimasto sì queto, sì tranquillo, avrebbe potuto ben dieci volte gettarsi in mare, ed una volta nell’acqua, mercè la sua abilità nel nuotare, mercè l’abitudine, che faceva di lui uno dei più abili nuotatori di Marsiglia, sparire sotto all’acqua, fuggire ai suoi guardiani, guadagnare la costa, salvarsi, nascondersi in qualche luogo deserto, attendere un bastimento genovese o catalano, raggiungere l’Italia o la Spagna, e di là scrivere a Mercedès che venisse a lui; quanto alla sua vita in nessuna contrada poteva esserne inquieto, in ogni luogo i buoni marinai sono rari; parlava l’italiano come un toscano; parlava lo spagnuolo come un figlio della vecchia Castiglia. Egli avrebbe vivuto libero, felice con Mercedès, con suo padre, perchè suo padre sarebbe venuto a raggiungerlo; mentrechè era ora prigioniero, chiuso nel castello d’If, in così sicura prigione, non sapendo che cosa accadeva a suo padre, che a Mercedès, e tutto ciò perchè egli aveva creduto alla parola di Villefort. Era un divenire pazzo. Così Dantès si rotolava furioso sulla paglia fresca che il carceriere gli aveva portato. L’indomani alla stess’ora il carceriere rientrò.
— Ebbene, gli domandò, oggi siete più ragionevole di ieri?
Dantès non rispose parola. — Fatevi dunque, disse l’altro, un poco di coraggio... desiderate qualche cosa che sia in mio potere? dite. — Io desidero parlare al Governatore. — Eh? disse il carceriere con impazienza, vi ho di già detto che è impossibile... — Perchè è impossibile? — Perchè nei regolamenti della prigione vi è, che a nessun prigioniero sia permesso domandarlo.
— E quali sono i permessi che qui si possono avere?
— Un miglior vitto pagandolo, la passeggiata, e qualche volta dei libri.
— Non ho bisogno di libri, non mi curo di fare passeggiate, trovo buono il mio vitto; per tal modo non ho bisogno che di una cosa, quella cioè di parlare al Governatore...
— Se mi annoiate ancora un’altra volta con questa domanda, non vi porto più da mangiare.
— Ebbene, disse Dantès, se non mi porti più da mangiare, morirò di fame, ecco tutto. — L’accento col quale Dantès pronunciò queste parole, provò al carceriere che il suo prigioniero si sarebbe stimato felice a morire. Così siccome ogni prigioniero fatti i conti, fruttava al carceriere circa dieci soldi al giorno, quello di Dantès fece il calcolo della perdita che risulterebbe per lui dalla sua morte; quindi riprese con tuono più addolcito: — Ascoltatemi, ciò che desiderate è impossibile; non lo domandate più perchè non vi ha esempio che per la domanda di un prigioniero il Governatore sia venuto nella sua carcere a ritrovarlo; soltanto coll’essere savio vi si potrà permettere la passeggiata, ed allora sarà possibile che un giorno o l’altro, durante questa possa passare a voi vicino il Governatore; nel qual caso, voi lo potrete interrogare, ed egli, se vuole, vi risponderà.
— Ma, quanto tempo potrò aspettare prima che questo caso si presenti? — Diamine! disse il carceriere, un mese, tre mesi, sei mesi, e forse anche un anno.
— È troppo, disse Dantès, voglio vederlo subito. — Ah! disse il carceriere, non vi lasciate infatuare così da un desiderio solo ed impossibile, o prima di quindici giorni diventerete pazzo.
— Ah! tu lo credi? disse Dantès.
— Sì pazzo, è sempre così che comincia la pazzia, noi qui ne abbiamo avuti e ne abbiam tuttora degli esempi. Lo scienziato che abitava questa camera prima di voi, dette volta al cervello per essersi fitto in mente di voler esser messo in libertà mediante un milione che incessantemente offriva al Governatore.
— E quanto tempo è che ha lasciato questa camera? — Due anni. — E fu messo in libertà? — No, fu messo in segrete. — Ascolta, disse Dantès, io non sono uno scienziato, nè sono un pazzo; forse lo diventerò; ma disgraziatamente in questo momento ho ragione; voglio farti una proposizione. — E quale? — Io non ti offrirò un milione perchè non potrei dartelo; ma ti offrirò cento scudi, se tu vuoi la prima volta che andrai a Marsiglia, giungere fino ai Catalani e portare una lettera ad una giovinetta che si chiama Mercedès, ma neanche una lettera, appena due righe.
— Se io portassi due righe, e fossi scoperto, perderei il mio posto che è di mille lire l’anno senza contare gl’incerti. Vedete dunque che sarei un grande imbecille se volessi arrischiare di perder mille lire per guadagnarne trecento.
— Ebbene, disse Dantès, ascolta e ritieni bene a mente quel che ti dico; se ricusi di avvertire il Governatore, che io desidero parlargli, se ricusi di portare due righe a Mercedès o di prevenirla almeno che io sono qui, un giorno o l’altro, io ti aspetto nascosto dietro la porta, e nel momento che entri ti spacco la testa collo sgabello.
— Delle minacce! gridò il carceriere, facendo un passo addietro e mettendosi sulla difesa. Infallibilmente la testa vi gira, lo scienziato ha cominciato come voi, e fra tre giorni sarete pazzo come lui. Fortunatamente che nel castello d’If vi sono delle segrete. — Dantès prese lo sgabello, e se lo fece velocemente girare intorno alla testa.
— Sta bene, sta bene, disse il carceriere, dappoichè voi lo volete assolutamente, andrò ad avvertire il Governatore.
— Alla buon’ora! disse Dantès, posando lo sgabello e sedendovi sopra, colla testa bassa e gli occhi stravolti, come se veramente diventasse pazzo. — Il carceriere uscì e dopo pochi minuti rientrò con quattro soldati ed un caporale. — Per ordine del Governatore, diss’egli, fate discendere il prigioniero nel piano sottoposto.
— Nelle segrete adunque? disse il caporale.
— Nelle segrete. Bisogna mettere i pazzi coi pazzi.
I quattro soldati s’impadronirono di Dantès, che cadendo in una specie di atonia, li seguì senza resistenza, gli furono fatti discendere quindici scalini, dopo i quali fu aperta una segreta in cui entrò mormorando: — Egli ha ragione, bisogna mettere i pazzi coi pazzi! — La porta fu chiusa e Dantès camminò con le mani stese innanzi a sè fino a che urtò nel muro, allora si assise in un angolo e restò immobile, nel mentre che i suoi occhi, abituandosi un poco per volta all’oscurità cominciarono a distinguere gli oggetti. Il carceriere aveva ragione, mancava ben poco a Dantès per divenire pazzo.
IX. — LA SERA DEGLI SPONSALI.
Villefort, come abbiam detto, aveva ripreso la strada del Gran Corso e rientrando in casa del marchese di S. Méran, trovò i convitati che avevano lasciata la tavola ed erano passati nella sala di conversazione a prendere il caffè. Renata lo attendeva con una impazienza divisa da tutto il resto della società. Fu egli perciò accolto da una esclamazione generale.
— Ebbene! taglia teste, sostegno dello Stato, Bruto regio, gridò uno, che abbiamo di nuovo? sentiamo. — Siamo noi minacciati nuovamente dal regime del terrore? diss’un altro — Il lupo della Corsica è uscito dalla sua caverna? chiese un terzo.
— Signora marchesa, disse Villefort accostandosi alla sua futura suocera, vi prego volermi perdonare se sono costretto di lasciarvi così... Signor marchese, potrò io avere l’onore di dirvi una parola in disparte?
— Ah! dunque si tratta di un affare grave? domandò la marchesa, vedendo oscurarsi la fronte di Villefort.
— Tanto grave, che son costretto a prendere un congedo di qualche giorno da voi. Così, continuò egli volgendosi a Renata, vedete bene se bisogna che sia veramente un affare serio!
— Voi partite? gridò Renata, incapace di nascondere l’emozione che le cagionava questa inattesa novella.
— Ahimè! sì, rispose Villefort, è indispensabile.
— E dove andate voi dunque? domandò la marchesa.
— Questo è il segreto della giustizia, signora. Ciò nonostante se qualcuno di questi signori ha delle commissioni per Parigi, io ho un amico che parte questa sera e che se ne incaricherà volentieri. (Tutti lo guardarono con sorpresa). — Voi mi avete domandato un colloquio particolare? disse il marchese.
— Sì, passiamo nel vostro gabinetto, se permettete. — Il marchese prese il braccio di Villefort, ed uscì con lui.
— Ebbene! domandò questi, entrando nel suo gabinetto; che è avvenuto? parlate!
— Cose che io credo della più alta importanza, e che richiedono che io parta al momento per Parigi. Frattanto marchese scusate l’indiscretezza della mia domanda; avete voi rendite sullo Stato?
— Tutta la mia fortuna è in cartelle dello Stato, 6. a 700. mila fr. circa.
— Ebbene! vendete, marchese; vendete o siete rovinato! Avete un banchiere? — Sì. — Datemi una lettera per lui, e che egli venda senza perdere un minuto, senza perdere un secondo! forse ancora io non arriverò che troppo tardi!
— Diavolo! disse il marchese, non perdiamo dunque tempo.
E si mise a tavolino, scrisse una lettera al suo agente di cambio, al quale gli ordinava di vendere ad ogni patto. — Ora che possedo questa lettera, disse Villefort, chiudendola con ogni cura nel suo portafoglio, me ne abbisogna un’altra. — Per chi? — Pel Re. — Pel Re? — Sì. — Ma non oso prendermi l’ardire di scrivere a Sua Maestà.
— Perciò non è a voi che io la domando, ma v’incarico di chiederla al signor de Servieux. Bisogna che egli mi dia una lettera per mezzo della quale io possa giungere fino a Sua Maestà senza essere sottomesso a tutte le formalità della domanda di una udienza, che possono farmi perdere un tempo prezioso.
— Ma, non avete voi il guarda-sigilli, che ha facile l’entrata alle Tuglierie, e per mezzo del quale potete giungere al Re di giorno e di notte?
— Sì, senza dubbio; ma è inutile che io divida con un altro il merito della notizia che porto, capite? Il guarda-sigilli mi porrebbe naturalmente al secondo rango e mi toglierebbe il benefizio del mio viaggio. Io vi dico una cosa sola, marchese, la mia carriera è assicurata se pel primo giungo alle Tuglierie, perchè renderò al Re un servigio che non potrà dimenticare.
— In questo caso, mio caro, andate a fare la vostra valigia, io chiamo Servieux, e gli faccio scrivere la lettera che deve servirvi di lasciapassare. — Bene, non perdete tempo, perchè fra un quarto d’ora bisogna che io sia in sedia di posta. — Fate fermare la vostra carrozza avanti la porta della mia casa.
— Senza dubbio; farete le mie scuse alla marchesa, ed a madamigella di S. Méran che io lascio in un simil giorno col più profondo dispiacere. — Voi le troverete entrambe nel mio gabinetto, e potrete far loro i vostri addii. — Mille grazie, occupatevi della mia lettera. — Il marchese suonò, un servo comparve. — Dite al conte di Servieux che io lo aspetto, disse il marchese. Ora andate, continuò egli, dirigendosi a Villefort, siete libero.
— Sta bene, io non faccio che andare e tornare.
Villefort uscì correndo; ma giunto alla porta pensò che un sostituto del procuratore del Re se fosse stato veduto a camminare con passo precipitato, correva rischio di turbare il riposo di tutta la città; riprese adunque il suo moto ordinario di andare, che in tutto era da magistrato. Alla sua porta scoperse nell’oscurità un che come un bianco fantasma che lo aspettasse ritto ed immobile. Era la bella catalana che non avendo avuto notizie di Edmondo era fuggita dal Faro sul cominciar della notte per venire a sapere da sè stessa la causa dell’arresto del suo amante. All’avvicinarsi di Villefort, ella si staccò dal muro contro cui era appoggiata, e venne a sbarrargli il cammino. Dantès avea parlato della sua fidanzata al sostituto; e Mercedès non ebbe bisogno di nominarsi, per essere riconosciuta da Villefort; fu sorpreso della bellezza di questa donna, ed allorchè ella gli domandò che era avvenuto del suo amante, gli sembrò d’esser egli l’accusato, ed ella il giudice.
— L’uomo di cui mi parlate, disse bruscamente Villefort, è un gran colpevole, io non posso far niente per lui. — Mercedès lasciossi sfuggire un singulto, e siccome Villefort cercava di passare oltre, ella lo fermò una seconda volta. — Ma almeno dov’è — domandò ella, che io possa informarmi se è vivo o morto.
— Io non lo so, non mi appartiene più, rispose Villefort. E, impacciato da quello sguardo fisso, da quella attitudine supplichevole respinse Mercedès, ed entrò chiudendo fortemente la porta, come per lasciar di fuori questo dolore che gli veniva cagionato. Ma il dolore non si lascia respingere in tal modo; come la freccia mortale di cui parla Virgilio, l’uomo ferito la trasporta seco. Villefort rientrò, chiuse la porta; ma giunto nella sala le gambe gli venner meno, mandò un sospiro, che sembrò un singulto, e si lasciò cadere sopra un divano. Allora nel fondo di questo cuore malato nacque il primo germe di un’ulcera mortale; quest’uomo ch’egli sacrificava alla sua ambizione, questo innocente che scontava la pena di suo padre colpevole, gli apparve pallido e minaccioso dando la mano alla sua fidanzata, pallida anch’essa come lui, trascinando dietro loro i rimorsi, non quelli che fanno vacillare il malato come i furiosi dell’antica fatalità, ma quel tintinnìo sordo e doloroso che, in certi momenti, colpisce diritto al cuore e lo lacera col ricordo di un’azione passata: laceramento i cui vivi dolori corrodono un male che si approfondisce sempre più fino al giorno della morte. Allora vi fu nell’anima di quest’uomo un momento ancora di esitanza. Già parecchie volte lo aveva provato, e ciò senz’altra emozione che quella della lotta tra il giudice e l’accusato, la pena di morte contro i prevenuti, e la memoria di questi prevenuti giustiziati mercè la sua fulminante eloquenza che aveva abbagliati o i giudici, o i _giurati_, e non aveva neppur lasciato una nube sulla sua fronte, perchè i prevenuti erano rei, o tali almeno li credea Villefort. Ma questa volta era ben’altra cosa, la pena del carcere perpetuo era stata inflitta ad un innocente che era sul punto di essere felice e del quale egli non solo struggeva la libertà, ma ancora la felicità. Questa volta egli non era più un giudice, era un carnefice! Pensando a ciò, si sentì quel battito sordo che abbiamo descritto, e che gli era sconosciuto fino allora, ripercuotersi nel fondo del cuore, e riempiergli il petto di vaghe apprensioni; egli è così che per un violento soffrire instintivo, il ferito è avvertito di non avvicinare giammai, senza tremare, il dito alla sua ferita aperta e grondante sangue, prima che questa non sia cicatrizzata. Ma la ferita che aveva ricevuta Villefort era di quelle che non si chiudono mai, o se si chiudono, è solo per riaprirsi più sanguinose e più dolorose di prima. Se in questo momento la dolce voce di Renata gli fosse risuonata all’orecchio per domandargli grazia, se la bella Mercedès fosse entrata e gli avesse detto: «in nome di quel Dio che ci guarda e che sarà nostro giudice, rendetemi il mio fidanzato», sì, questa fronte per metà piegata sotto la necessità, si sarebbe spiegata del tutto, e colle sue mani ghiacciate avrebbe senza dubbio, anche col rischio di tutto ciò che poteva avvenirgli, segnato l’ordine che fosse messo in libertà Dantès. Ma nessuna voce mormorò nel silenzio, e la porta non si aprì che per dare adito ad un cameriere di Villefort, il quale veniva ad annunziare, essere i cavalli di posta attaccati alla carrozza da viaggio. Villefort si alzò o piuttosto balzò come un uomo che trionfa d’un’interna lotta; corse al suo scrigno, versò nelle sue saccocce tutto l’oro che vi si ritrovava, girò un istante smarrito per la camera colla mano sulla fronte e articolando parole interrotte; poi finalmente sentendo che il cameriere gli aveva posato sulle spalle il mantello, uscì, si slanciò nella carrozza, e ordinò con voce tronca di passare per la strada Gran Corso, e di fermarsi avanti la porta del marchese di S. Méran. Come lo aveva promesso S. Méran, Villefort trovò la marchesa e la figlia nel gabinetto. Vedendo Renata il Sostituto rabbrividì, perchè ebbe timore che la giovinetta gli domandasse un’altra volta la libertà di Dantès. Ma pur troppo! bisogna dirlo, la giovinetta non era preoccupata che da una cosa, dalla partenza di Villefort. Ella amava Villefort; questi partiva nel momento che diveniva suo marito; nè poteva dire quando sarebbe ritornato, e Renata in vece di perorare per Dantès, malediceva l’uomo che pel suo delitto la separava dall’amante.
Che doveva dunque dire Mercedès! la povera Mercedès aveva ritrovato Fernando all’angolo della strada _La Loge_ che l’aveva seguita; ella era rientrata ai Catalani, e pel dolore moribonda e disperata si era gettata sul letto. Davanti a questo Fernando si era messo in ginocchio a stringendo la gelida mano di Mercedès che non pensava a ritirarla, la copriva di ardenti baci che Mercedès non sentiva. Ella passò la notte così; la lampada si spense quando non vi fu più olio, ella non vide l’oscurità, come non aveva veduto la luce, e il giorno ritornò senza che ella se ne accorgesse. Il dolore avevale posto innanzi gli occhi una benda che non le lasciava vedere che Edmondo.
— Ah! voi siete qui, disse finalmente volgendosi alla parte di Fernando.
— Da ieri sera non vi ho più lasciata, rispose Fernando con un doloroso sospiro.
In quanto a Morrel non si era dato per vinto. Egli aveva saputo che Dantès dopo il primo interrogatorio era stato tradotto in prigione; allora corse da tutti i suoi amici. Si era presentato a tutte quelle persone di Marsiglia che potevano avere qualche influenza! ma di già correva voce che il giovinotto era stato arrestato sotto la presunzione di essere un messo bonapartista; e siccome allora anche i più arrischiosi credevano un sogno insensato ogni tentativo di Napoleone per ritornare sul trono; così Morrel aveva ritrovato freddezza, timore, rifiuto, ed era tornato a casa disperato, ma convenendo ciò non pertanto che la posizione era grave, e che nessuno poteva farci niente. Caderousse da sua parte era molto inquieto e tormentato. In vece di uscire come aveva fatto Morrel, in vece di tentare qualche cosa in favore di Dantès, pel quale d’altra parte non poteva far niente, si era rinchiuso nella camera con due bottiglie di vino di _cassis_ ed avea cercato di annegare la sua inquietudine nell’ubbriachezza. Ma nello stato di spirito in cui trovavasi, due bottiglie erano troppo poca cosa per assopire la ragione. Era troppo ubbriaco per poter andare a cercare altro vino, era poco ubbriaco perchè l’ubbriachezza gli avesse potuto estinguer la memoria. Appoggiato sui gomiti ad una tavola di legno in faccia a queste bottiglie vuote, vedeva danzare al riflesso della sua candela al lungo lucignolo tutti quei spettri che Hoffman ha sparsi sui suoi manoscritti inumiditi dal _punche_ come una polvere nera e fantastica. Danglars solo non era nè tormentato nè inquieto; era anzi allegro, poichè si era vendicato di un nemico, ed aveva assicurata a bordo del _Faraone_ la carica che temeva di perdere. Danglars era uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro l’orecchio e un calamaio nel posto del cuore: per lui a questo mondo tutto era sottrazione o moltiplicazione, e una cifra gli sembrava molto più preziosa di un uomo, quando essa poteva aumentare il totale che quest’uomo poteva diminuire. Danglars era dunque andato a letto come di ordinario, e dormiva tranquillamente. Villefort dopo di avere ricevuto dal sig. de Servieux una lettera diretta al conte de Blacas, baciò la mano alla marchesa di S. Méran, strinse quella del marchese e correva la posta sulla strada d’Aix. Il padre di Dantès si moriva dal dolore e dall’inquietudine. Di Edmondo noi abbiamo veduto ciò che accadde.
X. — IL PICCOLO GABINETTO DELLE TUGLIERIE.
Lasciamo Villefort sulla strada di Parigi, ove mercè il triplicar delle mance divorava la strada, e penetriamo attraverso i due o tre saloni che lo precedono nel piccolo gabinetto delle Tuglierie tanto ben conosciuto per essere stato il gabinetto favorito di Napoleone e di Luigi XVIII, e per essere oggi giorno quello del Re Luigi Filippo. Là, assiso davanti ad una tavola di nocciuolo, che era stata trasportata da Hartwell; e per uno di quei capricci familiari ai gran personaggi egli vi portava una particolare affezione, il Re Luigi XVIII ascoltava con poca attenzione un uomo dai 50 a 52 anni, coi capelli grigi, di viso nobile e severo, facendo delle postille sul margine di un volume di Orazio, di edizione del _Gryphius_, molto scorretta quantunque stimata, e che ben si adattava alle sagaci osservazioni filosofiche di sua Maestà. — Voi dicevate adunque signore? disse il re... — Che io sono talmente inquieto da non potersi più, sire. — Davvero! avete veduto in sogno sette vacche grasse, e sette magre? — No Sire, perchè ciò non ci annunzierebbe che sette anni di fertilità e sette anni di carestia, e con un re previdente come vostra Maestà la carestia non sarebbe stata a temersi. — Di qual altro flagello si tratta adunque, mio caro Blacas? — Sire, io temo qualche tentativo disperato. — E per parte di chi? — Di Bonaparte; o almeno dei suoi parteggiani. — Mio caro Blacas, disse il Re, coi vostri terrori m’impedite di lavorare. — Vostra Maestà mi ordina forse di non più insistere su questo argomento?
— No, caro conte. Ma allungate la mano, laggiù, a sinistra vi troverete il rapporto del ministro di polizia in data di ieri... Ma eccolo, egli stesso... N’è vero annunziate il ministro di polizia? interruppe Luigi XVIII volgendosi all’usciere. Entrate, barone, e raccontate al conte ciò che sapete, e di più recente, sul conto di Bonaparte. Non ci dissimulate niente della situazione per quanto essa sia grave. Sentiamo, l’isola d’Elba è forse un vulcano, e siamo noi per vederne uscire la guerra tutta fiammeggiante, _bella, horrida bella_?
— Vostra Maestà, disse il ministro, avrà consultato il rapporto di ieri.
— Sì, sì, ma dite al conte, che non ha potuto trovarlo, ciò che contiene questo rapporto; ditegli in minuti particolari ciò che fa l’usurpatore nella sua isola.