Part 78
— Così giovane, signora, disse Alberto, cedendo suo malgrado alla forza della leggerezza, in che modo avete potuto soffrire? — Haydée volse gli occhi verso Monte-Cristo il quale con un segno impercettibile mormorò: — _Eipè_ (racconta).
— Niente compone tanto il fondo dell’anima quanto le prime rimembranze, e fatta astrazione delle due che vi ho dette, tutte le altre sono tristissime.
— Parlate, signora, disse Alberto, vi giuro che vi ascolto con una inesprimibile felicità.
Haydée sorrise tristamente: — Volete dunque che vi racconti gli altri miei ricordi? diss’ella.
— Ve ne supplico, disse Alberto.
— Ebbene! aveva quattro anni quando una sera fui svegliata da mia madre. Noi eravamo nel palazzo di Giannina; ella mi prese sui cuscini sui quali riposava, ed aprendo gli occhi, vidi i suoi ripieni di grosse lagrime.
«Ella mi trasportò fuori senza dir parola.
«Vedendola piangere stava per piangere io pure.
«— Silenzio, fanciulla! diss’ella. Spesso, ad onta delle consolazioni o delle minacce materne, capricciosa, come tutti i fanciulli, continuavo a piangere; ma quella volta v’era negli occhi della mia povera madre una tale intonazione di terrore, che io mi tacqui nel medesimo punto.
«Ella mi trasportava rapidamente. Vidi allora che discendevamo una larga scala; davanti a noi tutte le donne di mia madre, portando dei bauli, dei sacchetti, degli oggetti di ornamento, dei gioielli, e delle borse d’oro, discendevano, o piuttosto si precipitavano dalla medesima scala.
«Dietro alle donne veniva una guardia di venti uomini, armati di lunghi fucili e di pistole, e vestiti con quel costume che voi conoscete in Francia dopo che la Grecia è ritornata una nazione. Eravi qualche cosa di sinistro, questa lunga fila di schiavi e di donne mezzo appesantite dal sonno, o almeno io mi figurava così, io, che forse credeva gli altri addormiti, perchè era male svegliata.
«Per le scale correvano ombre gigantesche, che le torce di frassino facevano tremare contro le volte.
«— Facciam presto! disse una voce dal fondo della galleria. Questa voce fece incurvare tutti, come il vento passando sulla pianura fa curvare un campo di spighe.
«Essa mi fece rabbrividire... era la voce di mio padre.
«Egli camminava l’ultimo, rivestito delle sue splendide vesti, tenendo in mano la carabina, regalatagli dal vostro imperatore; ed appoggiato al suo fedele Selim ci spingeva avanti, come un pastore col suo gregge sparso.
«Mio padre, era quell’uomo illustre che l’Europa ha conosciuto sotto il nome d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e davanti al quale la Turchia ha tremato.
Alberto, senza sapere perchè, fremeva nel sentire queste parole pronunciate con un accento indefinibile di fermezza e di dignità; gli sembrò che qualche cosa di tetro e spaventoso tralucesse dagli occhi della giovanetta quando, simile ad una pitonessa che evoca uno spettro, risvegliò la memoria di quella insanguinata figura, che la sua morte fece comparire gigantesca agli occhi dell’Europa contemporanea.
— Ben presto, continuò Haydée, la marcia si fermò, noi eravamo a piè della scala, e sulla riva del lago. Mia madre mi premeva contro il suo petto anelante, ed io vidi, a due passi dietro a noi, mio padre che girava da ogni lato lo sguardo inquieto. Davanti a noi rimanevano ancor quattro scalini, ed al termine del quarto ondulava una barca.
«Dal luogo ove eravamo si vedeva innalzarsi nel mezzo del lago una massa nera; era il chiosco (_padiglione sui terrazzi dei giardini turchi_) al quale ci portavamo; e che mi sembrava ad una distanza considerevole, forse a cagione della oscurità: discendemmo nella barca, mi sovvengo che i remi non facevano alcun rumore toccando l’acqua: mi chinai per guardarli, eran fasciati colle cinture dei nostri Palicari.
«Nella barca, oltre i rematori, non v’eran che le donne, mio padre, mia madre, Selim, ed io. I Palicari erano rimasti sulla riva del lago, pronti a sostenere la ritirata, inginocchiati sull’ultimo gradino, facendosi riparo degli altri tre, nel caso che fossero stati attaccati.
«La nostra barca andava come il vento.
«— Perchè la barca va così forte? domandai a mia madre.
«— Zitta, figlia mia, diss’ella, perchè noi fuggiamo.
«Non capii perchè mio padre fuggiva, egli, che poteva tutto, egli davanti al quale d’ordinario fuggivano gli altri, egli che aveva presa per divisa:
«ESSI MI ODIANO, DUNQUE MI TEMONO!
«In fatto era una fuga che mio padre operava sul lago. Mi fu detto dipoi che la guarnigione del castello di Giannina, stanca dal lungo servizio...»
Qui Haydée fermò lo sguardo espressivo su Monte-Cristo, il cui occhio non aveva più lasciati i suoi. La giovanetta continuò dunque lentamente come fa chi inventa e chi sopprime.
— Voi dicevate, signora, riprese Alberto che accordava la più grande attenzione a questo racconto, che la guarnigione di Giannina, stanca dal lungo servizio...
— Aveva trattato col seraschiere Kourchid inviato dal Sultano per impadronirsi di mio padre, il quale prese allora la risoluzione di ritirarsi, dopo aver spedito al sultano un ufficiale franco, nel quale aveva tutta la confidenza, nell’asilo ch’egli stesso si era preparato da lungo tempo, e che chiamava _kataphygion_ vale a dire rifugio.
— Di quest’ufficiale, domandò Alberto, ricordate il nome?
Monte-Cristo scambiò colla giovanetta uno sguardo rapido come un baleno, che rimase inosservato a Morcerf.
— No, diss’ella, nol ricordo; ma forse più tardi me ne sovverrò, e lo dirò. — Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorchè Monte-Cristo alzò dolcemente il dito in segno di silenzio.
Il giovine si ricordò il giuramento, e tacque.
«Era verso questo chiosco che noi vogavamo.
«Un pianterreno ornato di arabeschi bagnava i suoi terrazzi nell’acqua, ed un primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva di visibile agli occhi.
«Ma al disotto del pianterreno, prolungandosi nell’isola stava un sotterraneo, vasta caverna ove fummo condotti, mia madre, io, e le nostre donne, ed ove giacevano formando un sol monticello, 60 mila borse, e 200 barili. In queste borse v’erano 25 milioni in oro, e nei barili 30 mila libbre di polvere. Vicino a questi ultimi stava Selim, quel favorito di mio padre, di cui vi ho parlato; egli vegliava giorno e notte, colla lancia alla mano, nell’estremità della quale ardeva una miccia accesa: aveva l’ordine di far saltare chiosco, guardie, pascià, donne e oro, al primo segnale di mio padre; mi ricordo che i nostri schiavi conoscendo questo terribile vicino, passavano il giorno e la notte a piangere, pregare e gemere. Non vi saprei dire quanti giorni siam rimasti così. A quell’ora ignorava ancora che cosa fosse il tempo. Qualche volta, ma raramente, mio padre faceva chiamar me e mia madre sulla terrazza del palazzo; eran per me le mie ore di festa, poichè nel sotterraneo non vedeva che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim.
«Mio padre, seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro sguardo sulla profondità dell’orizzonte, interrogando ciascun punto nero che compariva sul lago, mentre che mia madre, semi-stesa vicina a lui, gli appoggiava la testa sulla spalla, ed io scherzavo ai suoi piedi ammirando, con quella meraviglia dell’infanzia che ingrandisce sempre gli oggetti, il pendio del Pinto che s’ergeva sull’orizzonte, i castelli di Giannina che uscivan bianchi ed angolati dalle acque blu del lago, i tuffi immensi di verdura oscura attaccati come licheni alle rocce della montagna, che di lontano sembravano musco, e da vicino son giganteschi abeti e mirti immensi. Una mattina mio padre ci mandò a cercare; mia madre avea pianto tutta la notte; noi lo trovammo assai tranquillo, ma più pallido che d’ordinario.
«— Abbi pazienza, Vasiliki, diss’egli. Oggi tutto sarà finito, oggi giunge il firmato del Sultano, e la mia sorte sarà risoluta. Se la grazia è intera, ritorneremo trionfanti a Giannina; se le notizie son cattive, fuggiremo questa notte.
«— Ma se non ci lasciano fuggire? disse mia madre.
«— Oh! sii tranquilla, rispose Alì sorridendo; Selim e la sua lancia accesa mi rispondono di loro. Essi vorrebbero che io morissi, ma non a condizione di morire meco.
«Mia madre rispondeva con sospiri a queste consolazioni che non partivano dal cuor di mio padre.
«Ella gli preparò l’acqua ghiacciata che mio padre beveva ogni momento, poichè dopo la sua ritirata nel chiosco era arso da una febbre ardente; gli profumò la bianca barba, e gli accese la pipa, di cui qualche volta, per ore intere, seguiva distrattamente con gli occhi il fumo che volteggiava nell’aria. D’improvviso egli fece un movimento sì rapido ch’io n’ebbi gran paura: indi senza staccare gli occhi dal punto che fissava la sua attenzione, domandò il cannocchiale. Mia madre glielo passò, più bianca della statua contro cui si appoggiò. Vidi la mano di mio padre tremare.
«— Una barca!... due, tre!... mormorò mio padre; quattro!... — E si alzò brandendo le armi, e versando, me ne sovvengo, della polvere nel bacinetto delle pistole:
«— Vasiliki, diss’egli a mia madre con un visibile fremito, fra mezz’ora sapremo la risposta del sublime imperatore; ritirati nel sotterraneo con Haydée.
«— Io non voglio lasciarvi, disse Vasiliki, se voi morrete, mio padrone, voglio morire con voi.
«— Andate presso Selim! gridò mio padre.
«— Addio, signore! mormorò mia madre obbediente, pieghevole come all’avvicinarsi della morte.
«— Traete con voi Vasiliki! disse mio padre ai suoi Palicari. — Ma io che veniva dimenticata, corsi a lui, stendendo le mie mani dalla sua parte; egli mi vide, ed inchinandosi verso me, mi premè la fronte con le sue labbra.
«Oh! quel bacio, quello fu l’ultimo, ed esso è sempre qua, sulla mia fronte. Nel discendere distinguemmo, a traverso le inferriate della terrazza, le barche che ingrandivano sul lago, e che, simili non molto prima a punti neri, sembravano già uccelli, radenti la superficie delle acque. In questo mentre, nel chiosco, venti Palicari, seduti a piè di mio padre e nascosti dai cespugli, spiavano con occhi sanguinosi l’arrivo di questi battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili incrostati d’avorio e di argento: cartucce in gran numero erano sparse sul terreno. Mio padre guardava l’orologio, e passeggiava con angoscia. Ecco ciò che mi colpì quando lasciai mio padre dopo l’ultimo bacio che ricevetti da lui. Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim era sempre al suo posto; egli ci sorrise con tristezza. Noi andammo a cercar dei cuscini dall’altra parte della caverna, e venimmo a sedere vicino a Selim: nei grandi pericoli si cercano i cuori affezionati, e sebbene fossi fanciulla, sentiva per istinto che una gran disgrazia si aggravava sul nostro capo.
«Erano le quattro della sera, ma benchè il giorno fosse chiaro e lucente al di fuori, noi eravamo immersi nell’oscurità del sotterraneo. Una sola luce brillava nella caverna, a guisa di una tremante stella sopra un nero cielo, e questa era la miccia di Selim. Mia madre era cristiana, e pregava.
«Selim ripeteva a quando a quando queste sante parole:
«— Dio è grande! — mia madre però aveva ancora qualche speranza. Nel discendere le era sembrato di riconoscere il Franco ch’era stato inviato a Costantinopoli, e nel quale mio padre aveva riposta ogni confidenza, perchè sapeva che i soldati del sultano francese sono ordinariamente nobili e generosi. Ella si avanzò di qualche passo verso la scala, ed ascoltò. Si avvicinano, diss’ella; purchè portino la pace e la vita!
«— Che temi tu, Vasiliki? rispose Selim colla sua voce soave ad un tempo e fiera. Se essi non portano la pace, darem loro la guerra; se non portano la vita darem loro la morte. — E ravvivava la bragia della lancia con un gesto che lo faceva assomigliare a Dionisio dell’antica Creta. Ma io, che era così fanciulla e così ingenua, aveva paura di questo coraggio che trovava feroce ed insensato, e mi atterriva di quella morte spaventosa nell’aria e fra le fiamme. Mia madre provava le stesse impressioni perchè la sentiva fremere.
«— Mio Dio! mio Dio! mamma, gridai, siam forse vicine a morire? — Ed alla mia voce raddoppiarono i pianti e le preghiere degli schiavi.
«— Fanciulla, mi disse Vasiliki, Dio ti salvi dal dovere un giorno desiderare questa morte che oggi ti spaventa. Indi a bassa voce:
«— Selim, diss’ella, qual è la consegna che tieni dal tuo padrone?
«— S’egli m’invia il suo pugnale è segno che il sultano rifiuta di ritornarlo in grazia, ed io do fuoco; se m’invia il suo anello è segno che il sultano gli perdona ed io libero la polveriera.
«— Amico, riprese mia madre, quando giungerà l’ordine del padrone, se t’invia il pugnale invece di ucciderci entrambe con questa morte che ne spaventa, ti stenderemo la gola, e tu ci ucciderai con quel pugnale.
«— Sì, Vasiliki, rispose tranquillamente Selim.
«D’improvviso sentimmo come grandi grida; eran grida di gioia; il nome del Franco ch’era stato inviato a Costantinopoli echeggiava ripetuto dai nostri Palicari; era evidente che riportava la risposta del sublime imperatore, e che questa era favorevole.»
— E voi non vi ricordate il suo nome? disse Morcerf pronto ad aiutare la memoria della narratrice.
Monte-Cristo fe’ un cenno.
— Non me ne ricordo, rispose Haydée.
«Il romore raddoppiava; rumoreggiavano passi più vicini; si discendeva la scala del sotterraneo. Selim preparò la sua lancia. Ben presto comparve un’ombra nell’incerto crepuscolo che formavano i raggi del giorno penetrati fino nell’entrata del sotterraneo.
«— Chi sei tu? gridò Selim. Ma chiunque tu sia, non fare un passo di più.
«— Gloria al sultano! disse l’ombra. È fatta piena grazia al visir Alì; e non solo ha salva la vita, ma gli vengon resi i suoi beni e la sua fortuna.
«Mia madre mandò un grido di gioia e mi strinse al suo cuore.
«— Fermati, le disse Selim, vedendo ch’ella si slanciava di già per uscire. Tu sai che mi abbisogna l’anello.
«— È giusto, disse mia madre. E cadde in ginocchio sollevandomi verso il cielo, come se mentre pregava Dio per me volesse ancor sollevarmi verso lui.»
Haydée si fermò, vinta da tale emozione che il sudore le colava dalla pallida fronte, e che la voce soffocata sembrava non poter sorpassare l’arida sua gola.
Monte-Cristo versò un po’ d’acqua gelata in un bicchiere, e lo presentò a lei dicendo con una dolcezza da cui trapelava un’ombra di comando: — Coraggio, figlia mia.
— In questo mentre i nostri occhi, abituati all’oscurità, avevano riconosciuto l’inviato del sultano, egli era un amico. Selim lo aveva riconosciuto, ma il bravo giovine non sapeva che una cosa: obbedire!
«— In nome di chi vieni tu? diss’egli.
«— Vengo in nome del nostro padrone, Alì-Tebelen.
«— Se vieni in nome di Tebelen, tu hai da sapere ciò che devi rimettermi.
«— Sì, disse l’inviato, ti porto il suo anello. — E nello stesso tempo alzò la mano al di sopra della testa, ma era troppo lontano, e faceva troppo buio perchè Selim potesse, dal luogo ov’era, distinguere e conoscere l’oggetto che gli presentava.
«— Io non vedo ciò che tu tieni, disse Selim.
«— Avvicinati, disse il messaggiero, oppure mi avvicinerò io.
«— Nè l’uno, nè l’altro, rispose il giovine soldato, deponi nel posto ove sei, sotto quel raggio di luce, l’oggetto che tu mi mostri, e ritirati fin che io l’abbia veduto.
«— Ecco, disse il messaggiero. E si ritirò dopo aver deposto il segno di riconoscimento nel luogo indicato.
«Ed il nostro cuore palpitava, perchè l’oggetto ci sembrava effettivamente un anello. Soltanto era l’anello di mio padre? Selim, tenendo sempre in mano la miccia accesa, andò all’apertura, s’inchinò contento sotto il raggio di luce, e raccolse il segnale.
«— L’anello del padrone, diss’egli baciandolo, sta bene! e rovesciando la miccia contro terra, vi pestò sopra, e la spense. — Il messaggiere mandò un grido di gioia e battè le mani. A questo segnale, quattro soldati del serraschiere Kourchid accorsero, e Selim cadde trapassato da cinque colpi di pugnale. Ciascuno aveva dato il suo. E frattanto, ebbri pel loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura, irruppero nel sotterraneo, cercando da per tutto se vi era fuoco, e rotolandosi sui sacchi d’oro.
«In questo mentre mia madre mi prese fra le sue braccia, e agile, balzando per sinuosità conosciute da noi soli, giunse fino alla scala segreta del chiosco nel quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sale basse erano interamente popolate di Tchodoars di Kourchid, vale a dire di nostri nemici. Nel momento che mia madre stava per spingere la piccola porta, sentimmo la voce del pascià risuonare terribile e minacciosa. Mia madre si pose in ascolto alle fessure delle assi, si trovava per caso un’apertura davanti la mia, e io guardava.
«— Che volete? diceva mio padre a persone che tenevano in mano una carta con caratteri d’oro.
«— Che vogliamo? rispondeva uno di costoro, comunicarvi la volontà di Sua Altezza. Vedi tu il firmano?
«— Lo vedo, disse mio padre. — Ebbene! leggi, egli domanda la tua testa. — Mio padre mandò uno scoppio di risa più spaventoso che non avrebbe fatto una minaccia, e non aveva ancora cessato, che due colpi di pistola erano usciti dalle sue mani, ed avevano uccisi due uomini. I Palicari, ch’eran tutti distesi intorno a mio padre colla faccia contro il suolo, si alzarono allora e fecero fuoco. La camera si riempì di fracasso, di fumo e di fiamme. Nel medesimo punto il fuoco incominciò dall’altra parte, e le palle vennero a forare le assi intorno a noi. Oh! quanto era bello! quanto era grande il Visir Alì-Tebelen, mio padre in mezzo alle palle, colla scimitarra alla mano, il viso nero dalla polvere! oh! come fuggivano i suoi nemici!
«— Selim! Selim! guardiano del fuoco, gridò egli, fa il tuo dovere!
«— Selim è morto, rispose una voce che sembrava uscita dai profondi del chiosco, e tu Alì, sei perduto! — Nello stesso tempo si fece sentire una sorda detonazione, ed il piancito saltò in ischegge tutto all’intorno di mio padre. I Tchodoars tiravano a traverso il piancito di legno: tre o quattro Palicari caddero feriti dal basso all’alto con ferite che loro laceravano tutto il corpo. Mio padre ruggì, introdusse le dita nei fori delle palle, e strappò un asse tutta intera. Ma nello stesso tempo venti colpi di fuoco scoppiarono da questa apertura, e le fiamme, uscendo come da un cratere di vulcano, si appiccarono alle tende e le arsero. In mezzo di tutto questo spaventoso tumulto, in mezzo a queste grida terribili, due colpi più distinti dagli altri, due grida più strazianti sopra le altre grida mi agghiacciarono di terrore. Queste due esplosioni avevano colpito mortalmente mio padre, che aveva mandate queste grida. Però egli era rimasto in piedi, aggrappato ad una finestra. Mia madre squassava la porta per andare a morire con lui, ma la porta era chiusa per di dentro. A lui d’intorno i Palicari si contorcevano nelle convulsioni dell’agonia; due o tre che erano senza ferite, o feriti leggermente, si slanciarono dalle finestre. Nello stesso tempo il piancito tutto intero scricchiolò rotto per di sotto; mio padre cadde sopra un ginocchio, e subito venti braccia si stesero armate di sciabole, di pistole e di pugnali, venti colpi colpirono nel tempo stesso un uomo, e mio padre disparve fra un turbine di fuoco, attizzato da questi demoni ruggenti, come se l’inferno si fosse aperto sotto i suoi piedi.
«Io mi sentii rotolare a terra; era mia madre che cadeva svenuta.»
Haydée lasciò cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il conte, come per domandargli s’era contento della sua obbedienza. Il conte si alzò, andò a lei, la prese per mano, e le disse in greco: — Riposati, cara fanciulla, e riprendi coraggio, pensando che vi è un Dio che punisce i traditori.
— Ecco una spaventevole storia, conte, disse Alberto atterrito dal pallore d’Haydée, ed ora mi pento d’essere stato così crudelmente indiscreto.
— Non è niente, rispose Monte-Cristo: indi mettendo la mano sulla testa della giovanetta: — Haydée, continuò egli, è una donna coraggiosa, e qualche volta ha trovato sollievo nel racconto delle sue sventure.
— Perchè mio signore, disse vivamente la giovanetta, le mie sventure mi ricordano i tuoi beneficii.
Alberto la guardò con curiosità, perchè ella non aveva ancora raccontato ciò che egli desiderava più di sapere, vale a dire in qual modo era divenuta schiava del conte.
Haydée vide contemporaneamente espresso lo stesso desiderio tanto negli occhi di Alberto che in quelli del conte; e continuò:
— Quando mia madre ricuperò l’uso dei sensi, noi eravamo davanti al serraschiere: — Uccidetemi, diss’ella, ma risparmiate l’onore alla vedova di Alì.
«— Non è a me che tu ti devi rivolgere, disse Kourchid.
«— E a chi dunque? — Al tuo nuovo padrone.
«— Qual è? — Eccolo. — E Kourchid ci mostrò uno di quelli che avevan contribuito alla morte di mio padre, continuò la giovanetta con una cupa collera.
— Allora, domandò Alberto, diveniste proprietà di quest’uomo?
— No, rispose Haydée, egli non osò ritenerci, ci vendè a dei mercanti di schiavi che andavano a Costantinopoli: traversammo la Grecia e giungemmo morenti alla porta imperiale, ingombra di curiosi che si aprivano per lasciarci passare, quando d’improvviso mia madre seguì cogli occhi la direzione degli occhi di tutti, gettò un grido, e cadde mostrando una testa al di sopra di questa porta.
«Al di sopra di quella testa, erano scritte queste parole.
QUESTA È LA TESTA DEL PASCIÀ DI GIANNINA.
«Cercai piangendo di rialzar mia madre... era morta!
«Io fui portata al _bazar_, un ricco armeno mi comprò, mi fece istruire, mi procurò dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vendè al sultano Mahomud.»
— Dal quale, riprese Monte-Cristo, io la riscattai, come vi dissi, Alberto, per mezzo di quello smeraldo eguale a questo in cui metto le mie pastiglie di _hatchis_.
Alberto era rimasto stordito per ciò che aveva inteso.
— Terminate la vostra tazza di caffè, gli disse Monte-Cristo; la storia è finita.
LXXVII. — CI SCRIVONO DA GIANNINA.
Franz era uscito dalla camera di Noirtier così tremante, e così fuor di sè, che Valentina stessa aveva avuta pietà di lui. Villefort, che non aveva articolato che poche parole senz’ordine, e ch’era fuggito nel suo gabinetto, ricevette due ore dopo la seguente lettera.
«Dopo ciò che è stato rivelato questa mattina, il sig. Noirtier de Villefort non potrà supporre che un’alleanza sia possibile fra la sua famiglia e quella del sig. Franz d’Épinay, il quale ha orrore nel pensare che il sig. de Villefort, che sembrava conoscesse gli avvenimenti raccontati questa mattina, non lo abbia prevenuto in questo pensiero.»
Chiunque avesse veduto in questo momento il magistrato, curvato sotto il colpo, non avrebbe creduto ch’egli l’avesse preveduto; di fatto non avrebbe pensato che suo padre avesse spinta la sua franchezza, o piuttosto la sua rozzezza, fino a raccontare una simile storia. È vero che il sig. Noirtier, sdegnoso dell’opinione di suo figlio, non si era occupato di schiarire i fatti agli occhi di Villefort, e che questi aveva sempre creduto che il generale Quesnel, o barone d’Épinay, secondo che si vorrà chiamare, o col nome che si era fatto, o con quello che gli era stato fatto, fosse morto assassinato, e non ucciso lealmente in duello. Questa lettera così aspra da un giovine, fino allora tanto rispettoso, era mortale per l’orgoglio di un uomo come Villefort. Appena fu nel suo gabinetto entrò sua moglie. L’uscita di Franz chiamato da Noirtier, aveva così fattamente maravigliato tutti, che la posizione della sig.ª de Villefort, rimasta sola col notaro ed i testimoni, divenne di momento in momento più impacciante. Allora ella aveva presa la sua risoluzione ed era uscita annunciando che andava a raccogliere le notizie.
Il sig. de Villefort si contentò di dirle, che in seguito di alcune spiegazioni tra lui, il sig. Noirtier ed il sig. Franz d’Épinay, il matrimonio di Valentina con Franz era rotto.