Part 77
— Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo che l’ami, e non ad un uomo che non l’ama punto. Vedetelo là freddo come un marmo, orgoglioso come suo padre; se fosse ricco ancora, se avesse la fortuna dei Cavalcanti, vi si potrebbe passar sopra. In fede mia non ho ancora consultata mia figlia, ma s’ella avesse buon gusto...
— Ah! disse Monte-Cristo, non so se è la mia amicizia per lui che mi acceca, ma vi assicuro che il sig. de Morcerf è un grazioso giovine, e che presto o tardi giungerà a qualche cosa; perchè finalmente la posizione di suo padre è eccellente.
— Hum! fece Danglars. — Perchè questo dubbio?
— Vi è sempre il passato... questo passato oscuro.
— Ma il passato del padre non ha che veder coi figli... non vi montate la testa; un mese fa trovavate essere eccellente cosa il fare questo matrimonio... capirete, sono afflittissimo: fu in casa mia che voi avete veduto questo giovine Cavalcanti, che io non conosco, ve lo ripeto.
— Lo conosco io, disse Danglars, e basta così.
— Lo conoscete? avete dunque prese informazioni sul suo conto? domandò Monte-Cristo.
— E v’è bisogno di ciò? a prima vista non si sa subito con chi si ha che fare?... primieramente è ricco...
— Io non lo assicuro. — Voi però rispondete per lui?
— Di una miseria, di 50 mila fr.
— Egli ha un’educazione distinta.
— Hum! fece a sua volta Monte-Cristo. — Sa di musica.
— Tutti gl’Italiani ne sanno. — Vedete, conte, siete ingiusto.
— Ebbene! sì, lo confesso, vedo con pena, conoscendo i vostri impegni coi Morcerf, che venga in tal modo a gettarsi di traverso, ed abusare della sua fortuna.
Danglars si mise a ridere. — Oh! come siete puritano! diss’egli: ma ciò accade tutti i giorni nel mondo.
— Voi però non potete romperla così, mio caro Danglars; i Morcerf contano su questo matrimonio.
— Vi contano? — Positivamente.
— Allora che si spieghino: dovreste gettare due parole su questo argomento al padre, caro conte, voi che siete tanto nelle buone grazie della famiglia...
— Io? e dove diavolo avete veduto questo?
— Ma, al loro ballo, mi sembra. Come! la contessa, la orgogliosa Mercedès, la sdegnosa catalana, che si degnò appena d’aprire la bocca alle sue più antiche conoscenze, vi ha preso pel braccio, è uscita con voi nel giardino, si è internata nei viali, e non è ricomparsa che mezz’ora dopo.
— Ah! barone! c’impedite di sentire; disse Alberto, per un melomaniaco come voi questa è una barbarie!
— Sta bene! sta bene! sig. motteggiatore, disse Danglars.
Indi volgendosi a Monte-Cristo: — V’incaricate di dir ciò al padre? — Volentieri, se lo desiderate.
— Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo; soprattutto ch’egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che si rompa; ma non più dilazioni.
— Ebbene! la rimostranza sarà fatta.
— Non vi dirò che lo aspetto con piacere, ma infine l’aspetto; un banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. — E Danglars mandò uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz’ora prima.
— Bravo, bravo, gridò Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed applaudendo alla fine del pezzo.
Danglars cominciava già a guardare Alberto di traverso, quando gli vennero a dire due parole all’orecchio.
— Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avrò forse a dirvi due parole or ora, ed uscì. — La baronessa approfittò dell’assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio di sua figlia, e videsi il sig. Andrea alzarsi come una statua, assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salutò sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti parve evidentemente impacciato; salutò Morcerf, che gli rese il saluto coll’aria più impertinente del mondo. Allora Alberto cominciò a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ciò che gli era stato detto alla serata dal giorno innanzi.
Cavalcanti lasciato a sè stesso, prese a parte Monte-Cristo.
— Vediamo, disse la sig.ª Danglars. Bastano la musica ed i complimenti come questi, volete prendere il thè?
— Vieni, Luigia, disse madamigella Danglars alla sua amica. — Passarono nel salotto vicino ove effettivamente era preparato il thè. Al momento in cui si cominciava, all’uso inglese, a lasciare i cucchiarini entro le tazze, la porta si riaprì, ed entrò Danglars visibilmente agitato.
Monte-Cristo soprattutto osservò questa agitazione, ed interrogò il banchiere coll’occhio. — Ebbene, disse Danglars, ricevo in questo momento il mio corriere dalla Grecia.
— Ah! ah! e per questo siete stato chiamato? — Sì.
— Come sta il re Ottone? domandò Alberto col tuono più annoiato. — Danglars lo guardò di traverso senza rispondergli, e Monte-Cristo si voltò per nascondere il senso di pietà che era comparso sul suo viso, ma che tosto disparve.
— Ce ne andremo insieme, n’è vero? disse Alberto al conte.
— Sì, se lo volete. — Alberto nulla poteva comprendere di ciò che riguardava il banchiere; così volgendosi verso Monte-Cristo che aveva perfettamente capito: — Avete veduto, diss’egli, come mi ha guardato?
— Sì, rispose il conte; ma trovate qualche cosa di particolare nel suo sguardo?
— Lo credo bene; che vuol dire colle sue notizie di Grecia?
— E come volete che lo sappia io?
— Perchè, a quanto presumo, avete delle intelligenze in quel paese. — Monte-Cristo sorrise, come si sorride sempre quando uno si vuol esimere dal rispondere.
— Osservate, disse Alberto, eccolo che si avvicina a voi; vado a fare i miei complimenti a madamigella Danglars sul suo cameo, così il padre avrà il tempo di parlarvi.
— Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce, disse Monte-Cristo.
— No, ciò è quello che fanno tutti.
— Mio caro Visconte, avete la fatuità dell’impertinenza.
Alberto si avanzò verso Eugenia col sorriso sulle labbra.
In questo frattempo Danglars si accostò all’orecchio del conte: — Voi mi avete dato un eccellente consiglio, diss’egli. V’è una intera ed orribile storia sopra queste due sole parole, Fernando e Giannina.
— Ah! bah! fece Monte-Cristo.
— Sì, vi racconterò tutto, ma conducete via il giovine; sarei troppo impacciato di restare ora con lui.
— È ciò che faccio, egli mi accompagna. Ora è sempre necessario che vi mandi il padre?
— Sì, più che mai. — Bene. — Il conte fece un segno ad Alberto. Entrambi salutarono le signore ed uscirono: Alberto con un’aria perfettamente indifferente pel disprezzo di madamigella Danglars; Monte-Cristo rinnovando alla sig.ª Danglars il consiglio sulla prudenza che deve avere la moglie di un banchiere di assicurarsi il suo avvenire.
Cavalcanti rimase padrone del c ampo di battaglia.
LXXVI. — HAYDÉE.
Appena i cavalli del conte ebbero voltato l’angolo del baluardo, Alberto si voltò verso di lui scoppiando in una risata troppo rumorosa per non far scorgere che era sforzata.
— Ebbene! gli diss’egli, vi domanderò, come il re Carlo IX domandava a Caterina de’ Medici dopo _la Saint-Barthelemy_, come ritrovate che abbia rappresentata la mia piccola parte? — A che proposito? domandò Monte-Cristo.
— A proposito della installazione del mio rivale in casa del sig. Danglars... — Qual rivale?
— Per bacco! il vostro protetto, il sig. Cavalcanti!
— Non diciamo cattivi scherzi, non proteggo affatto il sig. Andrea, almeno presso il sig. Danglars.
— Mi farei forse un rimprovero, se il giovine avesse bisogno di protezione. Ma, fortunatamente per me, può farne senza. — Come! e credete ch’egli faccia la sua corte?
— Me ne garantisco; fa delle girate d’occhi da sospirante, e modula delle note da innamorato; aspira alla mano della superba Eugenia.
— Che v’importa, se non si pensa che a voi!
— Non dite questo, mio caro conte, mi si scava il terreno sotto da due lati. — Come da due lati?
— Senza dubbio: madamigella Eugenia mi ha risposto appena, e madamigella d’Armilly sua confidente non mi ha risposto affatto. — Sì, ma il padre vi adora, disse Monte-Cristo.
— Egli? al contrario, mi ha piantato mille pugnali nel cuore, pugnali però colla lama che rientra nel manico, pugnali da tragedia, ma ch’egli crede reali.
— La gelosia indica l’affezione. — Sì, ma non son geloso.
— Egli lo è. — Di chi? di Debray?
— No, di voi.
— Di me? ci scommetto che prima di otto giorni mi ha chiusa la porta sul naso. — V’ingannate, caro visconte.
— Una prova.
— La volete? — Sì.
— Sono incaricato di pregare il conte de Morcerf di fare una domanda definitiva al barone.
— Da chi? — Dallo stesso barone.
— Oh! disse Alberto con tutta la baloccaggine di cui era capace, nol farete, è vero caro conte?
— V’ingannate, Alberto, lo farò poichè l’ho promesso.
— Allora, disse Alberto con un sospiro, pare che vi stia molto a cuore ch’io prenda moglie.
— Ho a cuore di stare in armonia con tutti. Ma a proposito di Debray, non lo vedo più dalla baronessa.
— C’è del torbido. — Colla signora?
— No, col signore.
— Si è accorto di qualche cosa?
— Ah! il bello scherzo!
— Credete che lo sospettasse? disse Monte-Cristo con una graziosa ingenuità.
— Ma che! di dove venite dunque, caro conte?
— Dal Congo, se volete.
— Non è ancora abbastanza lontano.
— Conosco forse i vostri mariti parigini?
— Eh! i mariti sono uguali ovunque. Dal momento che in un qualunque paese avete studiato un individuo, avete conosciuta la razza.
— Ma allora che cosa ha potuto intorbidare Debray con Danglars? sembravano intendersi così bene! disse Monte-Cristo con un rinnovamento d’ingenuità.
— Ah! ecco! rientriamo nei misteri d’Iside, ed io non ne sono iniziato. Quando il sig. Cavalcanti sarà della famiglia, potrete domandarlo a lui.
La carrozza si fermò:
— Eccoci arrivati, disse Monte-Cristo, non sono che le dieci e mezzo, salite dunque. — Ben volentieri.
— La mia carrozza vi riaccompagnerà.
— No, grazie, il mio _coupé_ deve averci seguiti.
— Infatto eccolo, disse Monte-Cristo, saltando a terra.
Tutti e due s’introdussero in casa. Il salotto era illuminato, essi vi rientrarono.
— Ci farete fare il thè, Battistino, disse Monte-Cristo.
Battistino uscì senza fiatare; due secondi dopo ricomparve con una sottocoppa compiutamente servita, e che come le colazioni nelle commedie di fate, sembrava uscir di sotto terra.
— In verità, disse Morcerf, ciò che ammiro in voi, non è la vostra ricchezza, vi son forse persone più ricche di voi; non è il vostro spirito, Beaumarchais ne aveva di più, se non ne aveva altrettanto, è il vostro modo di essere servito; senza che vi sia risposta una parola, al minuto, al secondo, come se s’indovinasse dal modo con cui suonate quello che desiderate, e come se tutto ciò che desiderate avere, sia già pronto.
— Ciò che dite è in parte vero. Si sanno le mie abitudini; per esempio, state a vedere, non desiderate voi di fare qualche cosa mentre bevete il thè?
— Per bacco! desidero fumare.
Monte-Cristo si avvicinò al campanello e battè un colpo. In capo ad un secondo si aprì una porta riservata, e comparve Alì con due pipe turche ripiene di eccellente latakiè.
— È maraviglioso, disse Morcerf.
— Ma no, è cosa semplicissima, riprese Monte-Cristo; Alì sa, che prendendo il thè o il caffè, ordinariamente io fumo; sa che ho domandato il thè, sa che sono rientrato con voi, sente chiamarsi, e non dubita del perchè; e siccome egli è di un paese in cui l’ospitalità si esercita particolarmente con la pipa, invece di una _chibouque_, ne porta due.
— Questa certamente è una spiegazione come un’altra; non è però men vero che non siete che voi... oh! ma che cosa è ciò che sento? — E Morcerf s’inclinò verso la porta dalla quale effettivamente emanavano dei suoni come quelli di una chitarra. — Davvero, caro visconte, siete destinato a sentire della musica; non fuggite il pianoforte di madamigella Danglars, se non per cadere nella _guzla_ di Haydée.
— Haydée! che nome adorabile! vi son dunque delle donne che veramente si chiamano Haydée, oltre quelle che sono nominate nei poemi di Lord Byron?
— Certamente; Haydée è un nome molto raro in Francia, ma molto comune in Albania e nell’Epiro; è come se voi diceste per esempio Castità, Pudore, Innocenza; è una specie di nome di battesimo, come dicono i cristiani.
— Oh! quanto è grazioso! disse Alberto, quanto vedrei volentieri le nostre francesi chiamarsi madamigella Bontà, madamigella Silenzio, madamigella Carità cristiana! dite adunque, se madamigella Danglars invece di chiamarsi Chiara-Maria-Eugenia, come la chiamano, si chiamasse madamigella Castità-Pudore-Innocenza Danglars, che effetto farebbe nelle pubblicazioni matrimoniali.
— Pazzo! disse il conte, non scherzate così ad alta voce, Haydée potrebbe sentirvi. — Ed ella se ne inquieterebbe?
— No, disse il conte con la sua aria sostenuta.
— È buona? domandò Alberto. — Non è bontà, è dovere: una schiava non deve inquietarsi contro del padrone.
— Andiamo, via! ora non scherzate voi stesso. Forse che vi sono ancora degli schiavi?
— Senza dubbio, poichè Haydée è mia schiava.
— Infatto voi non fate niente, e non avete niente come gli altri. Schiava del sig. conte di Monte-Cristo! è una posizione in Francia. Al modo con cui voi rimescolate l’oro, è un impiego che deve costare almeno centomila scudi l’anno.
— Centomila scudi! la povera giovinetta ne ha posseduti ben altri che questi; ella è venuta al mondo, ed ha dormito sopra tesori tali, che quelli delle _Mille e una notte_ sono ben poca cosa. — È dunque veramente una principessa?
— Lo avete detto, ed anche una delle più grandi del suo paese. — Io non ne dubitava. Ma in che modo una gran principessa è divenuta schiava? — Come Dionigi il tiranno diventò maestro di scuola? la eventualità della guerra, caro visconte, e il capriccio della fortuna. — Ed il suo nome è un segreto? — Per tutti, sì; ma non per voi, siete dei miei amici e tacerete, non è vero, se promettete di tacere?
— Oh! parola d’onore!
— Conoscete la storia del pascià di Giannina?
— Di Alì-Tebelen? senza dubbio, poichè al suo servizio mio padre ha fatto fortuna. — È vero, lo aveva dimenticato.
— Ebbene! che cosa è Haydée ad Alì-Tebelen?
— Semplicemente sua figlia.
— Come? la figlia di Alì pascià!...
— E della bella Vasiliki. — Ed è vostra schiava?
— Oh! mio Dio, sì. — In che modo?
— Diavolo! un giorno sono passato sul mercato di Costantinopoli, e l’ho comprata.
— È cosa splendida! con voi, mio caro conte, non si vive, ma si sogna. Ora ascoltate, forse sarò troppo indiscreto per quanto sono a domandarvi. — Dite pure.
— Ma poichè voi uscite con essa, poichè la conducete all’_Opera_... posso bene arrischiare di domandarvelo.
— Potete arrischiare di domandarmi tutto quel che volete.
— Ebbene, caro conte, presentatemi alla vostra principessa.
— Volentieri; ma a due condizioni. — Le accetto da ora.
— La prima si è che non confiderete mai ad alcuno questa presentazione. — Benissimo! Morcerf stese la mano, lo giuro.
— La seconda che non le direte che vostro padre ha servito il suo. — Lo giuro anche questo.
— A meraviglia, vi sapeva un uomo d’onore.
Il conte battè di nuovo sul campanello; Alì ricomparve.
— Prevenite Haydée, gli diss’egli, che vado a prendere il caffè da lei, e fatele comprendere, che le domando il permesso di presentarle uno dei miei amici. — Alì s’inchinò, ed uscì. — In tal modo, è convenuto, nessuna interrogazione diretta, caro visconte; se desiderate sapere qualche cosa domandatelo a me, che lo domanderò a lei. — Siam convenuti.
Alì ricomparve per la terza volta, e tenne la portiera sollevata per indicare al padrone e ad Alberto che potevano passare. — Entriamo, disse Monte-Cristo.
Alberto passò una mano nei capelli, si arricciò i baffi; il conte riprese il cappello, si mise i guanti, e lo precedè nell’appartamento sorvegliato da Alì, come sentinella avanzata, e difeso dalle tre cameriere francesi comandate da Myrthe, come una piazza. Haydée aspettava nella prima camera, che era il salotto, con due grandi occhi dilatati dalla sorpresa; perchè era la prima volta che un altro uomo, oltre Monte-Cristo, giungeva fino a lei; ella era seduta sopra un sofà in un angolo, colle gambe incrociate, e si era fatto per così dire un nido delle stoffe di seta broccate e rigate più ricche d’Oriente. Vicino ad essa giacea l’istrumento, il cui suono l’aveva denunziata; in quella posizione era graziosissima. Scoprendo Monte-Cristo, si sollevò con quel doppio sorriso di figlia e di amante che non apparteneva che a lei sola; Monte-Cristo andò a lei, e le stese la mano.
Alberto era rimasto sulla porta, sotto l’impero di quella strana beltà, che vedeva per la prima volta, e di cui non si poteva far un’idea in Francia. — Chi conduci tu, domandò in greco la giovanetta a Monte-Cristo; un fratello, un amico, una semplice conoscenza, od un nemico?
— Un amico, disse Monte-Cristo nella stessa lingua.
— Il suo nome? — Il conte Alberto, quello stesso che in Roma liberai dalle mani dei banditi. — In qual lingua vuoi che gli parli? — Monte-Cristo si voltò ad Alberto:
— Sapete il greco moderno? domandò egli al giovine.
— Ahimè! disse Alberto, neppure il greco antico, giammai Omero e Platone hanno avuto uno scolaro più tristo, e direi quasi, più sdegnoso di me.
— Allora, disse Haydée, provando colla domanda stessa che faceva, ch’ella aveva inteso l’interrogazione di Monte-Cristo e la risposta d’Alberto, parlerò in francese, od in italiano, se tuttavolta il mio signore vuole che io parli.
Monte-Cristo riflettè un momento. — Tu parlerai in italiano, diss’egli. Poi voltandosi ad Alberto:
— Mi spiace che non intendiate il greco moderno, o il greco antico, che Haydée parla ammirabilmente; la povera fanciulla sarà costretta di parlarvi in italiano, cosa che forse vi darà una falsa idea di lei. — Egli fece un segno ad Haydée.
— Sia il ben venuto l’amico che viene col mio signore, e mio padrone, disse la giovane in eccellente toscano, e con quel dolce accento romano, che fa la lingua di Dante tanto sonora, quanto quella d’Omero; Alì, portate il caffè, e le pipe.
Ed Haydée fece un segno con la mano ad Alberto di avvicinarsi, mentre che Alì si ritirava per eseguire gli ordini della giovane padrona. Monte-Cristo mostrò ad Alberto due _pliant_, e ciascuno andò a prendere il suo per avvicinarlo ad una specie di candelabro, di cui un paniere formava il centro, sopraccaricato di fiori naturali, di disegni, di album, e di musica. Alì rientrò, portando il caffè e le pipe; in quanto a Battistino questa parte di appartamento gli era interdetta.
Alberto rifiutò la pipa che gli presentava il moro.
— Oh! prendete, prendete, disse Monte-Cristo; Haydée è quasi incivilita, quanto una parigina: il fumo di Avana le riesce disaggradevole, perchè non ama i cattivi odori; ma, lo sapete, il tabacco di Oriente è un profumo. — Alì uscì.
Le tazze di caffè erano tutte preparate; era stata aggiunta soltanto una zuccheriera per Alberto. Monte-Cristo ed Haydée bevevano il liquore arabo alla maniera degli Arabi, vale a dire senza zucchero. Haydée allungò la mano, prese colla punta delle dita rosee ed affilate la tazza di porcellana del Giappone, e la portò alle labbra con l’ingenuo piacere di un fanciullo che beve o mangia una cosa che gli piace. Nello stesso tempo entrarono due donne, portando due sottocoppe piene di gelati e di sorbetti, che depositarono sopra due piccole tavole destinate a tal uopo. — Mio caro ospite, e voi, signora, disse Alberto in italiano, scusate il mio stupore: sono del tutto stordito, ed è molto naturale; ecco che mi ritrovo in Oriente, nel vero Oriente; non disgraziatamente tal quale l’ho veduto, ma tal quale l’ho sognato, nel seno di Parigi; poco fa sentiva roteare gli omnibus, e tentennare i campanelli dei mercanti di limonata. Oh! signora, perchè mai non so parlare il greco! la vostra conversazione, unita a tutto ciò che ne circonda d’incantevole, mi comporrebbe una serata di cui mi ricorderei sempre.
— Io parlo abbastanza bene l’italiano per discorrere con voi, signore, disse tranquillamente Haydée, e se amate l’oriente, farò tutto il possibile per farvelo ritrovare qui.
— Di che posso parlare? domandò a bassa voce Alberto a Monte-Cristo.
— Di tutto ciò che vorrete; del suo paese, della sua gioventù, delle sue rimembranze, indi, se lo desiderate meglio, di Roma, di Napoli, o di Firenze.
— Oh! disse Alberto, non sarebbe compenso l’avere innanzi a sè una greca per parlarle di tutto ciò, di cui si parlerebbe ad una parigina; lasciatemi parlarle dell’Oriente.
— Questa è la conversazione che le è più aggradevole.
Alberto si voltò verso Haydée: — In quale età la signora ha lasciata la Grecia? domandò.
— Di cinque anni. — E vi ricordate della vostra patria?
— Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ciò che ho veduto. Vi sono due sguardi: lo sguardo del corpo che può qualche volta dimenticarsi, e quello dell’anima che non si dimentica mai.
— Qual è l’epoca più remota di cui possiate ricordarvi?
— Io camminava appena; mia madre, che si chiamava Vasiliki, e Vasiliki vuol dire _reale_, aggiunse la giovinetta sollevando la testa, mia madre mi prendeva per la mano, ed entrambe coperte da un velo, dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l’oro che possedevamo, andavamo a domandare l’elemosina pei prigionieri dicendo: «Colui che dà ai poveri, presta all’Eterno.» Indi, quando la borsa era piena, ritornavamo al palazzo, e senza dir niente a mio padre, mandavamo tutto il danaro della questua, in cui ci avevano preso per povere donne, allo elemosiniere del convento, che lo divideva fra i prigionieri.
— Ed allora quant’anni avevate? — Tre anni, disse Haydée.
— Vi ricorderete dunque di tutto ciò che accadde intorno a voi dall’età di tre anni? — Di tutto.
— Conte, disse sottovoce Morcerf a Monte-Cristo, dovreste permettere alla signora di raccontarci qualche cosa della sua storia; mi avete proibito di parlarle di mio padre, ma forse me ne parlerà ella stessa; oh! quanto sarei felice di sentire il nostro nome uscir da una bocca così bella.
Monte-Cristo si voltò ad Haydée, e con un segno di sopracciglio, col quale le indicava di accordare la più grande attenzione alla raccomandazione che stava per farle, le disse in greco:
— Raccontaci la sorte di tuo padre, ma guardati dal nominare nè il traditore nè il tradimento.
Haydée mandò un lungo sospiro, ed una tetra nube passò su quella fronte sì pura.
— Che le avete detto? domandò sottovoce Morcerf.
— Le ho ripetuto che siete un amico, e ch’ella non ha a nascondersi in faccia vostra.
— Così, il vostro pietoso pellegrinaggio, disse Alberto, a pro dei prigionieri è la prima rimembranza; e l’altra?
— L’altra? Io mi veggo sotto l’ombra dei sicomori vicina ad un lago: scorgo ancora, a traverso il fogliame, lo specchio tremolante; contro il più vecchio e fronzuto, mio padre era assiso sopra cuscini, ed io, debole creatura, mentre che mia madre era stesa ai suoi piedi, scherzava colla sua barba bianca, che gli discendeva sul petto, e col _cangiar_ dalla impugnatura di diamanti, che gli pendeva dalla cintura; indi di tempo in tempo venivano a lui degli Albanesi che gli dicevano alcune parole cui non facevo attenzione, ed alle quali egli rispondeva sempre collo stesso tuono di voce: Uccidete! o Fate grazia!
— È strano, disse Alberto, l’udire simili cose dalla bocca di una giovanetta in tutt’altro luogo che sul teatro, ed il dover dire a sè stesso: «Questa non è una finzione.» E, domandò egli, come con un orizzonte così poetico, come con queste rimembranze meravigliose ritrovate la Francia?
— Credo che sia un bel paese, disse Haydée, ma vedo la Francia tale quale è, perchè la vedo con gli occhi di donna, mentre che, mi sembra, al contrario, che non ho veduto il mio paese che con gli occhi di fanciulla, e sempre avvolto da una nebbia tetra o luminosa, a seconda che le mie rimembranze mi rappresentano la mia patria, o come un luogo di dolcezze, o come un luogo di amari patimenti.