Il Conte di Monte-Cristo

Part 76

Chapter 763,763 wordsPublic domain

«Il presidente fece fermare la carrozza.

«Erano precisamente nelle vicinanze dello scalo degli Ormes ove si ritrova la scalinata che discende sulla riviera.

«— Perchè fate voi fermar qui? domandò il generale d’Épinay.

«— Perchè, signore, disse il presidente, voi avete insultato un uomo, e quest’uomo non vuol fare un passo di più senza domandarvi una leale riparazione.

«— Anche un altro modo d’assassinare! disse il generale stringendosi nelle spalle.

«— Non fate rumore, signore, rispose il presidente, se non volete che consideri voi pure come uno di quegli uomini che voi designavate or ora, vale a dire, come un vile che prende per suo scudo la sua stessa viltà. Voi siete solo, ed uno solo vi risponderà; voi avete una spada al fianco, io ne ho una in questa canna; voi non avete testimoni, uno di questi signori sarà il vostro. Ora se ciò vi conviene, potete togliervi la benda.

«Il generale si strappò nello stesso istante il fazzoletto che aveva innanzi agli occhi.

«— Finalmente, diss’egli, saprò con chi ho a che fare.

«Fu aperta la carrozza; i quattro uomini discesero...»

Franz s’interruppe anche una volta e si asciugò un freddo sudore che colava dalla sua fronte; vi era qualche cosa di spaventoso a vedere un figlio, tremante e pallido, leggere ad alta voce i dettagli, fino allora ignorati, della morte di suo padre.

Valentina congiunse le mani come se fosse stata pregando.

Noirtier guardava Villefort con una espressione quasi sublime di disprezzo e di orgoglio.

Franz continuò:

«Si era, come abbiamo detto, ai cinque di Febbraio. Da tre mesi gelava a cinque o sei gradi; la scalinata era tutta ricoperta di ghiaccio; il generale era grosso e grande, il presidente gli additò la parte del declive per discendere.

«I due testimoni seguivano dietro.

«Faceva una notte oscura, il terreno della scala alla riviera era umido di neve e di brina, si vedeva l’acqua scorrere, nera, profonda, e trasportava dei massi di ghiaccio.

«Uno dei testimoni andò a trovare una lanterna in un battello da carbone, ed al chiarore di questa lanterna furono esaminate le armi.

«La spada del presidente, ch’era semplicemente, com’egli aveva detto, la spada che portava nella canna, era cinque pollici più corta di quella del suo avversario, e non aveva guardia.

«Il generale d’Épinay propose di tirare a sorte le due spade; ma il presidente rispose ch’era egli che aveva provocato, e che nel provocare aveva preteso che ciascuno si servisse delle proprie armi.

«I testimoni tentarono d’insistere; il presidente impose loro silenzio.

«Fu posta la lanterna in terra, i due avversari si misero ai due lati: cominciò il combattimento.

«La luce faceva delle due spade due lampi. Quanto agli uomini era molto se appena si discernevano, tanto era fitta la oscurità di quella notte.

«Il sig. generale d’Épinay passava per una delle migliori lame dell’armata. Ma fu stretto tanto vivamente fino dalle prime botte ch’egli ruppe la misura e, rompendo, cadde.

«I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario che sapeva di non averlo toccato gli presentò la mano per aiutarlo ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irritò il generale che piombò a sua volta sopra il suo avversario.

«Ma il suo avversario non ruppe di un palmo. Ricevendolo sulla sua spada, tre volte il generale indietrò, si trovò troppo impegnato, e ritornò alla carica.

«La terza volta, egli cadde ancora.

«Fu creduto che scivolasse come la prima volta; però i testimoni vedendo che non si rialzava, si accostarono a lui, e tentarono di rimetterlo in piedi; ma quegli che l’aveva preso intorno al corpo sentì la sua mano umida e calda.

«Era sangue.

«Il generale che era quasi svenuto, riprese i sentimenti.

«— Ah! diss’egli, mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche maestro d’armi di reggimento.

«Il presidente senza rispondere, si avvicinò a quello dei due testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostrò il suo braccio traforato da due colpi di spada; poi, aprendosi il suo abito, e sbottonandosi il gilè, fece vedere il suo fianco rotto da una terza ferita.

«Ciò non ostante egli non aveva mandato un sospiro.

«Il generale d’Épinay entrò in agonia, e spirò cinque minuti dopo...»

Franz lesse queste ultime parole con una voce così soffocata, che appena si potè intendere, e dopo aver letto si fermò, portando la sua mano sugli occhi come per scacciarne un sogno.

Ma dopo un istante di silenzio, egli continuò:

«Il presidente rimontò la scala dopo avere rimessa la spada nella canna; una traccia di sangue segnava il suo tragitto sulla neve. Egli non era ancora in alto della scalinata che intese un tonfo sordo nell’acqua; era il corpo del generale che i testimoni avevano gettato nel fiume dopo avere constatata la sua morte.

«In fede di che noi abbiamo segnata la presente per stabilire la verità dei fatti, per paura che un momento arrivi in cui uno degli attori di questa terribile scena non si trovi accusato di omicidio premeditato, o di falsario alle leggi d’onore.

_Sottoscritti_

Beaurepaire, Duchampy e Lecharpal.

Quando Franz ebbe terminata questa lettura tanto terribile per un figlio, quando Valentina, pallida per l’emozione, ebbe asciugato una lagrima, quando Villefort tremante e rannicchiato in un cantone, ebbe tentato scongiurare l’uragano per mezzo di sguardi supplichevoli diretti al vecchio implacabile:

— Signore, disse d’Épinay a Noirtier, dappoichè voi conoscete questa terribile storia in tutti i suoi dettagli, dacchè voi l’avete fatta testificare da firme onorevoli, dacchè finalmente voi sembrate prendere interesse per me, quantunque il vostro interesse non si sia ancora rivelato che per mezzo del dolore, non mi rifiutate un’ultima soddisfazione, ditemi il nome del presidente del club, che io conosca finalmente quello che ha ucciso il mio povero padre.

Villefort cercò, come un alienato, la maniglia della porta; Valentina, che aveva compreso prima di tutti la risposta del vecchio, e che spesso aveva notato nel suo avambraccio le tracce di due colpi di spada, si addietrò di un passo.

— Nel nome del cielo! madamigella, disse Franz indirizzandosi alla sua fidanzata, unitevi a me, che io sappia il nome di quell’uomo che mi ha reso orfano a due anni!

Valentina restò immobile, e muta.

— Sentite, signore, disse Villefort, credetemi, non prolungate questa orribile scena; i nomi d’altronde sono stati nascosti ad arte. Mio padre stesso non conosce questo presidente, e, se lo conosce non potrebbe dirlo, i nomi proprii non si trovano nel dizionario.

— Oh! disgrazia! gridò Franz, la sola speranza che mi ha sostenuto durante tutta questa lettura, e che mi ha data la forza di andare fino alla fine, era di conoscere almeno il nome di colui che ha ucciso mio padre! signore! gridò egli voltandosi a Noirtier, in nome del cielo! fate ciò che voi potrete... giungete, io ve ne supplico, a indicarmi, o farmi comprendere...

— Sì, rispose Noirtier.

— Oh! madamigella! madamigella! gridò Franz, vostro nonno ha fatto segno che vuole indicarmi... quest’uomo... aiutatemi... voi lo capite... concedetemi il vostro soccorso...

Noirtier guardò il dizionario.

Franz lo prese con un tremito nervoso, e pronunciò successivamente le lettere dell’alfabeto fino alla lettera vocale _I_.

A questa lettera il vecchio fece segno di sì.

— _I_? ripetè Franz.

Il dito del giovane strisciò sulle parole, ma a tutte le parole Noirtier rispondeva con un segno negativo.

Valentina nascondeva la sua testa fra le sue mani.

Finalmente Franz giunse alla parola _IO_.

— Sì! fece il vecchio.

— Voi! gridò Franz, i di cui capelli si drizzarono sulla sua testa; voi, sig. Noirtier, siete voi che avete ucciso mio padre?

— Sì, rispose Noirtier fissando sul giovine uno sguardo maestoso.

Franz cadde sopra un seggio. Villefort aprì la porta e fuggì, perchè gli balenava al pensiero l’idea di soffocare quell’avanzo di esistenza, che ancora restava nel cuore del terribile vecchio.

LXXV. — I PROGRESSI DEL SIG. CAVALCANTI FIGLIO.

Frattanto il sig. Cavalcanti padre era partito per andare a riprendere il suo servizio, non già nell’armata di Sua Maestà l’imperatore d’Austria, ma alla rotina dei bagni di Lucca di cui egli era uno dei più assidui cortigiani.

Non fa d’uopo il dire che egli aveva ritirato colla più scrupolosa esattezza fino all’ultimo paolo della somma che gli era stata destinata pel suo viaggio, e per la ricompensa delle maniere maestose e solenni colle quali aveva rappresentata la parte di padre.

Il sig. Andrea aveva ereditato, a questa partenza, tutte le carte che constatavano che egli aveva avuto l’onore di essere il figlio del marchese Bartolommeo, e della marchesa Oliva Corsinari.

Egli era dunque presso a poco inscritto in questa società parigina, tanto facile a ricevere gli stranieri ed a trattarli, non dietro quello che sono, ma dietro le apparenze di ciò che vogliono comparire.

D’altronde che cosa si richiede da un giovine a Parigi? di parlare presso a poco la sua lingua, di essere vestito convenientemente, di essere un bel giuocatore, e di pagare in oro.

Non è mestieri di dirlo che si è meno esigenti per un forestiere, che per un parigino.

Andrea dunque aveva preso in una quindicina di giorni una posizione abbastanza buona; lo chiamavano sig. conte, si diceva che avesse cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori sepolti da suo padre nei sotterranei di Seravezza.

Uno scienziato davanti al quale venivano menzionate queste ultime circostanze come un fatto, dichiarò avere veduti i sotterranei di cui si parlava, il che dette un gran peso alle asserzioni finora dubbie e nello stato di fluttuazione, e che da quel momento presero l’aspetto della consistenza reale.

Le cose erano a tal punto in questo circolo della società parigina ove abbiamo introdotti i nostri lettori, allorchè Monte-Cristo venne a fare visita alla signora Danglars. Il sig. Danglars era sortito, ma fu proposto al conte d’introdurlo presso la baronessa che allora era visibile, ed egli accettò.

Non era mai senza una specie di brivido nervoso che la signora Danglars sentiva pronunziare il nome di Monte-Cristo dopo il pranzo d’Auteuil, e gli avvenimenti che lo susseguirono. Se la presenza del conte non seguiva il romore del suo nome, la sensazione dolorosa diveniva più intensa; se al contrario il conte compariva, la sua figura aperta, i suoi occhi brillanti, la sua amabilità, la sua stessa galanteria per la signora Danglars, scacciavano ben presto fin l’ultima espressione del timore; sembrava impossibile alla baronessa che un uomo così grazioso all’esterno potesse nutrire contro essa dei malvagi disegni; d’altronde, i cuori i più corrotti non possono credere al male, se non che facendolo riposare sopra un qualunque interesse; il male inutile, e senza causa ripugna come una anomalia.

Allorchè Monte-Cristo entrò nel gabinetto, ove noi abbiamo già una volta introdotti i nostri lettori, ed ove la baronessa seguiva con occhio molto inquieto alcuni disegni che le passava sua figlia, dopo averli guardati col sig. Cavalcanti figlio, la sua presenza produsse l’effetto ordinario, e fu sorridendo che, dopo essere stata qualche poco sconvolta al suo nome, la baronessa ricevette il conte.

Questi dal canto suo abbracciò tutta la scena con un colpo d’occhio.

Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata Eugenia, e Cavalcanti in piedi.

Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo.

Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che gli sguardi.

Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda, e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli sguardi d’Andrea; si sarebbe detto ch’essi strisciavano sulla corazza di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta ricuopra il petto di Safo.

Eugenia salutò freddamente il conte, e approfittò delle prime preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose, miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la società di madamigella Luigia d’Armilly sua maestra di canto.

Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars, e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarcò la sollecitudine del sig. Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di manifestare la sua ammirazione.

Ben presto rientrò il banchiere. Il suo primo sguardo fu per Monte-Cristo, è vero, ma il secondo fu per Andrea.

In quanto a sua moglie, egli la salutò con quel modo che molti mariti salutano le loro mogli.

— Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme? domandò Danglars ad Andrea.

— Ahimè! no, signore, rispose Andrea con un sospiro più rimarchevole ancora degli altri.

Danglars si avanzò tosto alla porta di comunicazione e l’aprì.

Si videro allora le due giovinette assise sul medesimo seggio davanti il medesimo piano. Esse suonavano ciascuna con una mano, esercizio al quale si erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite di una valentia rimarchevole.

Madamigella d’Armilly, che allora si scorgeva, formava, con Eugenia, mercè l’inquadratura della porta, uno di quei quadri vivi come se ne fa spesso in Germania; era di una bellezza molto rimarchevole, o piuttosto di una gentilezza squisita. Era una piccola donna sottile e bionda come una fata, con due gran mazzi di ricci che cadevano sul suo collo, un poco troppo lungo, a guisa di quello che il Perugino qualche volta dà alle sue figure, e gli occhi velati dalla fatica. Si diceva che ella avesse il petto debole, e che come Antonia, del _Violino di Cremona_, sarebbe morta un giorno cantando.

Monte-Cristo introdusse uno sguardo rapido e curioso in quel gineceo; era la prima volta che vedeva madamigella d’Armilly di cui aveva inteso parlare tanto spesso in quella casa.

— Ebbene! domandò il banchiere a sua figlia, noi altri dunque siamo esclusi?

Allora condusse il giovine nella piccola sala e, fosse caso o arte, la porta fu respinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano seduti Monte-Cristo e la baronessa, non si potesse vedere niente. Ma siccome il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non parve rimarcare questa circostanza.

Poco dopo il conte intese la voce d’Andrea mettersi in accordo col piano, accompagnando una canzone corsa.

Nel mentre che il conte ascoltava sorridendo questa canzone, che gli faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora Danglars vantava a Monte-Cristo la forza di animo di suo marito, che in quella mattina ancora aveva perduto tre o quattrocento mila fr. in un fallimento milanese.

E difatto, l’elogio era meritato; perchè, se il conte non lo avesse saputo dalla baronessa, o da uno di quei mezzi che forse aveva per sapere tutto, la figura del barone non ne avrebbe dato il più piccolo indizio.

— Buono! pensò Monte-Cristo, egli è già arrivato al punto di dover tenere nascosto ciò che perde; un mese fa, egli se ne vantava.

Quindi alzando la voce.

— Oh! signora, disse il conte, il sig. Danglars conosce così bene la borsa, che potrà sempre guadagnare là, ciò che perde in altra parte.

— Io vedo che voi dividete l’errore comune, disse la signora Danglars.

— E qual è questo errore? disse Monte-Cristo.

— È che il sig. Danglars speculi sui fondi, mentre non specula mai.

— Ah! sì, è vero, signora, mi ricordo che Debray mi ha detto... A proposito, ma che cosa è dunque avvenuto di Debray? sono tre o quattro giorni che non l’ho veduto.

— Io pure, disse la signora Danglars con una meravigliosa indifferenza. Ma voi avete cominciata una frase che è rimasta interrotta.

— E quale?

— Il Sig. Debray vi ha detto... avete cominciato.

— Ah! è vero; il sig. Debray mi ha detto che eravate voi che facevate sacrifici al demone dell’azzardo.

— Ho avuto questo gusto per qualche tempo, lo confesso, ma ora non l’ho più.

— E voi avete torto, signora. Eh! mio Dio le vicende della fortuna sono precarie; e se io fossi stato donna, e che la combinazione mi avesse fatta moglie di un banchiere, qualunque fosse stata la confidenza che avessi avuto nella prospera sorte di mio marito, avrei sempre cominciato dall’assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani che non gli fossero conosciute.

La sig.ª Danglars arrossì suo malgrado.

— Vedete, disse Monte-Cristo come se non si fosse accorto di niente, si parla di un bel colpo che è stato fatto ieri sui boni di Napoli.

— Io non ne ho, disse con vivacità la baronessa, e non ne ho mai avuti; ma in verità abbiamo parlato abbastanza di borsa fin qui, sig. conte; noi sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un poco di questi poveri Villefort, così tormentati in questi momenti dalla fatalità.

— Che cosa dunque è loro accaduto? domandò Monte-Cristo colla più perfetta semplicità.

— Ma, voi lo saprete, dopo aver perduto il sig. di Saint-Méran, tre o quattro giorni dopo la sua partenza, hanno ora perduta la marchesa, tre o quattro giorni dopo il suo arrivo.

— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, l’ho sentito; ma come dice Claudio ad Hamlet, è una legge di natura; i loro padri sono morti prima di loro, ed essi li avevano pianti: essi moriranno prima dei loro figli, e questi li piangeranno.

— Ma qui non sta il tutto.

— Come non è tutto?

— No; voi sapete che dovevano maritare la loro figlia...

— Al sig. Franz d’Épinay... È forse andato a monte il matrimonio?

— Ieri mattina, a quanto sembra Franz ha loro resa la parola.

— Ah! davvero?... E si sanno i motivi di questa rottura?

— No.

— Cosa mi annunziate! buon Dio! signora... Ed il sig. de Villefort come sopporta queste disgrazie?

— Come sempre, con filosofia.

In questo momento Danglars ritornò solo.

— Ebbene! disse la baronessa, voi lasciate il sig. Cavalcanti con vostra figlia?

— E madamigella d’Armilly, disse il banchiere, per chi la prendete dunque?

Poi, voltandosi a Monte-Cristo:

— Che grazioso giovine, è vero sig. conte, che è il principe Cavalcanti?.... soltanto, è egli veramente principe?

— Io non lo garantisco, disse Monte-Cristo. Mi fu presentato suo padre come Marchese; egli sarebbe conte allora; ma io credo ch’egli stesso non metta gran pretensione a questo titolo.

— Perchè? disse il banchiere. S’egli è principe ha torto di non vantarsene. A ciascuno ciò che è di diritto. Io non amo che si rinneghi la propria origine.

— Ah! voi siete un poco democratico, disse Monte-Cristo sorridendo.

— Ma vedete, disse la baronessa, a che cosa vi esponete; se per caso venisse il sig. de Morcerf, troverebbe il sig. Cavalcanti in una camera, ov’egli, fidanzato d’Eugenia, non ha mai avuto il permesso d’entrare.

— Voi fate bene a dire se per caso, poichè, in verità, si vede tanto raramente, che si potrebbe proprio dire che è stato il caso che l’ha condotto.

— Ma infine, s’egli venisse e ritrovasse questo giovine vicino a vostra figlia, egli potrebbe esser mal contento.

— Egli? oh mio Dio! voi v’ingannate; il sig. Alberto non ci fa l’onore d’essere geloso della sua fidanzata; non l’ama abbastanza per venire a questo. D’altronde che importa a me s’egli è o non è malcontento?

— Però al punto in cui noi siamo...

— Sì, al punto in cui noi siamo: volete voi sapere a che punto siamo? A questo, che alla festa di sua madre egli ha ballato una sola volta con mia figlia, ed il sig. Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, senza neppure che se ne sia accorto.

— Il sig. visconte Alberto de Morcerf, annunziò il cameriere.

La baronessa si alzò prestamente. Ella voleva passare nella stanza di studio della figlia, quando Danglars la trattenne pel braccio.

— Lasciate, diss’egli.

Ella lo guardò meravigliata.

Monte-Cristo finse di non aver veduto tutto questo giuoco da scena.

Alberto entrò: era molto bello, e molto allegro. Egli salutò la baronessa con familiarità, Monte-Cristo con affezione. Poi voltandosi verso la baronessa: — Volete permettermi, sig.ª, le disse, di chiedervi come sta madamigella Danglars?

— Benissimo, signore, rispose allegramente Danglars; in questo momento prova della musica nel piccolo salotto in compagnia del sig. Cavalcanti.

Alberto conservò la sua aria tranquilla ed indifferente: forse provava internamente qualche poco di dispetto, ma sentiva lo sguardo di Monte-Cristo fisso su lui: — Il sig. Cavalcanti ha una bellissima voce di tenore, diss’egli, e madamigella Eugenia è un magnifico soprano, senza calcolare che suona il pianoforte come un Thalberg. Questo dev’essere un sorprendente concerto.

— Il fatto è, disse Danglars, che vanno perfettamente di accordo. — Alberto parve non aver osservato questo equivoco di parole, così grossolano, che la sig.ª Danglars ne arrossì.

— Io pure, continuò il giovine, son dilettante, per quanto almeno dicono i miei maestri. Ebbene! cosa strana, non ho mai potuto ancora accordare la mia voce con alcun’altra voce, e colle voci da soprano in particolare, ancor meno che con tutte le altre.

Danglars fece un piccolo sorriso che significava: — Ma inquietati dunque! — Così, diss’egli sperando di spingere le cose al punto che desiderava, il principe e mia figlia ieri hanno formata l’ammirazione generale. Ieri non eravate là, signor de Morcerf? — Qual principe? domandò Alberto.

— Il principe Cavalcanti, riprese Danglars che si ostinava a voler dar sempre questo titolo al giovine.

— Ah! perdono, disse Alberto, non sapeva che fosse principe. Ah! il principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? In verità ciò doveva rapire in estasi, e mi spiace vivamente di non averli intesi. Ma non ho potuto arrendermi al vostro invito, perchè sono stato sforzato di accompagnare la signora de Morcerf dalla baronessa de Château-Renaud madre, ove cantavano i tedeschi. — Poi dopo un breve silenzio, e come se non si fosse parlato di niente:

— Mi sarà permesso, disse Morcerf, di presentare i miei omaggi a madamigella Danglars?

— Oh! aspettate, ve ne supplico, disse il banchiere fermando il giovine; sentite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, ta, ti, ta, ta; trasporta! sta per finire... un solo secondo. Perfettamente! bravo! bravo! — Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia.

— In fatto, disse Alberto, è squisita. È impossibile di capir meglio la musica del proprio paese quanto il principe Cavalcanti; avete detto principe, è vero? D’altra parte s’egli non è principe, si farà fare, ciò è facile in Italia. Ma per ritornare ai nostri adorabili cantanti, dovreste farci un piacere, sig. Danglars, senza dir loro che vi sia un’estraneo, dovreste pregare madamigella Danglars ed il sig. Cavalcanti di cominciare un altro _pezzo_. È una cosa tanto deliziosa il godere la musica, in un poco di distanza, in una mezza luce, senz’essere veduti, senza vedere, e per conseguenza senza incomodare i cantanti, che per tal modo possono lasciarsi trasportare da tutto l’istinto del proprio genio, e da tutto lo slancio del proprio cuore. — Questa volta Danglars fu sconcertato dalla flemma del giovine, e prese Monte-Cristo a parte.

— Ebbene! disse, che ve ne pare del nostro amoroso?

— Diavolo! mi sembra un poco freddo, è incontrastabile; ma che volete, vi siete impegnato, riprese Monte-Cristo.