Il Conte di Monte-Cristo

Part 75

Chapter 753,693 wordsPublic domain

Un istante dopo di Valentina, la signora de Villefort entrò in salotto col piccolo Edoardo. Era visibile che la giovane sposa aveva avuta una gran parte sui dispiaceri di famiglia; ella era pallida, e sembrava orribilmente stanca.

Ella si assise, prese Edoardo sulle sue ginocchia, e di tratto in tratto comprimeva con movimenti quasi convulsivi contro il suo petto questo fanciullo, sul quale sembrava concentrarsi tutta intera la sua vita.

Ben presto s’intesero due carrozze entrare nel cortile.

Una era quella del notaro, l’altra quella di Franz con i suoi amici.

In un istante tutti si riunirono nel salotto.

Valentina era così pallida, che si vedevano delinearsi le vene blu delle sue tempie intorno ai suoi occhi, e scorrere lungo le sue guance.

Franz non potè esimersi dal provare una forte emozione.

Château-Renaud e Alberto, si guardavano con meraviglia; la cerimonia che stava per cominciare, non era men trista di quella che da poco era finita.

La signora de Villefort si era situata all’ombra, dietro una tenda di velluto, e siccome era sempre inchinata sopra suo figlio, era difficile di leggere sul suo viso ciò che accadeva nel suo cuore.

Il sig. de Villefort era, come sempre, impassibile.

Il notaro dopo avere, col metodo ordinario alle persone legali, distribuite sulla tavola le carte, avea preso posto sul suo seggio, e dopo avere inalzati i suoi occhiali, si voltò verso Franz:

— Siete voi il sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay? domandò egli, quantunque lo sapesse perfettamente.

— Sì, signore, rispose Franz.

Il notaro gli fece un inchino.

— Debbo dunque prevenirvi, signore, diss’egli, e ciò per parte del sig. de Villefort, che il vostro matrimonio progettato con madamigella de Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del signor de Noirtier verso sua nipote, e che egli aliena interamente la fortuna che le doveva trasmettere. Sollecitiamo di aggiungere, continuò il notaro, che il testatore non avendo il diritto di alienare che una sola parte della sua fortuna, e che avendo alienato tutto, il testamento non resisterà agli attacchi, e sarà dichiarato nullo, e come non avvenuto.

— Sì, disse Villefort, soltanto io vi prevengo in antecedenza, sig. d’Épinay, che finchè vivrò il testamento di mio padre non sarà mai messo in lite; la mia posizione mi proibisce fin l’ombra di questo scandalo.

— Signore, disse Franz, io sono dolente che si sia intavolata una simile questione in faccia di Valentina. Io non mi sono mai informato della cifra della sua fortuna, che per quanto possa venire ridotta sarà sempre maggiore della mia. Ciò che la mia famiglia ha cercato nella alleanza col signor de Villefort, si è la considerazione; ciò che cerco io, è la felicità.

Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, nel mentre che due silenziose lagrime scorrevano sulle sue guance.

— D’altronde, signore, disse Villefort indirizzandosi al suo futuro genero, fatta astrazione da questa perdita di una parte delle vostre speranze, questo inatteso testamento non ha niente che debba offendervi personalmente; ciò si spiega colla debolezza di spirito del sig. Noirtier. Ciò che dispiace a mio padre, non è che mia figlia si sposi con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con qualunque altro, gli sarebbe egualmente dispiaciuta. La vecchiaia è egoista, signore, e madamigella de Villefort faceva al sig. Noirtier una fedele compagnia che non potrà più fargli la sig.ª baronessa d’Épinay. Lo stato infelice nel quale si ritrova mio padre, fa che gli si parli raramente di affari seri, che la debolezza del suo spirito non gli permetta di seguire, e sono pienamente convinto che a quest’ora mentre conserva la memoria che sua nipote si marita, non si ricorda più neppure il nome di quello che sta per diventare suo nipote.

Appena il sig. de Villefort terminava queste parole alle quali Franz rispondeva con un saluto, a un tratto si aprì la porta del salotto, e comparve Barrois.

— Signori, signori, diss’egli con una voce stranamente ferma per un servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza così solenne, signori, il sig. Noirtier de Villefort desidera parlare sul momento al sig. Franz de Quesnel barone d’Épinay.

Egli pure, come aveva fatto il notaro, affinchè non potesse nascere alcun errore di persona aveva dato al fidanzato tutti i suoi titoli.

Villefort rabbrividì, la signora de Villefort lasciò scivolare suo figlio dalle sue ginocchia. Valentina si alzò pallida e muta come una statua.

Alberto e Château-Renaud si scambiarono un secondo sguardo più meravigliati ancora di prima.

Il notaro guardò Villefort.

— È impossibile, disse il procuratore del re; d’altronde il sig. d’Épinay non può in questo momento lasciare il salotto.

— È precisamente in questo momento, riprese Barrois colla stessa fermezza, che il sig. Noirtier mio padrone desidera parlare di affari importanti al sig. Franz d’Épinay.

— Parla adunque adesso il mio nonno Noirtier? domandò Edoardo con la sua abituale impertinenza.

Ma questo lazzo non fece ridere neppure la sig.ª de Villefort, tanto gli spiriti erano preoccupati, tanto la situazione sembrava solenne.

— Dite al sig. Noirtier, riprese Villefort, che ciò ch’egli domanda non si può fare.

— Allora il sig. Noirtier previene questi signori, riprese Barrois, che si farà subito portare lui stesso nel salotto.

Lo stupore era al colmo.

Una specie di sorriso si disegnò sul viso della signora de Villefort. Valentina, quasi senza suo consenso, alzò gli occhi al soffitto per ringraziare il cielo.

— Valentina, disse il sig. de Villefort, andate un poco a sentire, vi prego che cosa è questa nuova fantasia di vostro nonno.

Valentina fece prestamente qualche passo per sortire, ma il sig. de Villefort cambiò di avviso.

— Aspettate, diss’egli, io vi accompagno.

— Perdono, signore, disse Franz a sua volta, mi sembra che, essendo io quello che il sig. Noirtier ha fatto domandare, stia particolarmente a me di arrendermi ai suoi desideri. D’altronde io sarei fortunato di potergli presentare i miei rispetti non avendo ancora avuta l’occasione di sollecitare questa fortuna.

— Oh! mio Dio, disse Villefort con una invisibile inquietudine, non v’incomodate.

— Scusatemi, signore, disse Franz col tuono di un uomo che ha presa una risoluzione, io desidero di non tralasciare questa occasione per provare al sig. Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me delle ripugnanze che sono deciso a vincere, qualunque esse sieno, con un profondo attaccamento.

E senza lasciarsi ritenere più lungamente da Villefort, Franz pure si alzò e seguì Valentina, la quale discendeva di già la scala con la gioia di un naufrago che mette la mano sopra uno scoglio.

Il sig. de Villefort li seguì entrambi.

Château-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo sguardo più meravigliato ancora dei due precedenti.

LXXIV. — PROCESSO VERBALE.

Noirtier aspettava, vestito di nero, ed installato nel suo seggio a bracciuoli.

Allora quando furono entrate le tre persone che calcolava dovessero venire, egli guardò la porta, che fu subito chiusa dal suo cameriere.

— State attenta, disse sotto voce Villefort a Valentina che non poteva celare la sua gioia, che se il sig. Noirtier vi comunica cose che potessero impedire il vostro matrimonio, io vi proibisco di capirle.

Valentina arrossì, ma non rispose.

Villefort si avvicinò a Noirtier.

— Ecco il signor Franz d’Épinay, gli disse; voi lo avete fatto chiamare, signore, egli si è arreso ai vostri desiderii. Senza dubbio noi desideravamo questa visita da lungo tempo, e sarei contento se questa vi provasse quando poco è fondata la vostra opposizione ad un tal matrimonio.

Noirtier non rispose che con uno sguardo che fece correre un brivido per le vene di Villefort.

Egli fece coll’occhio segno a Valentina di accostarsi.

In un momento, mercè i mezzi di cui era abituata a servirsi nelle conversazioni con suo nonno, ella trovò la parola _chiave_.

Allora ella consultò lo sguardo del paralitico, che si fissò al tiratore di un piccolo mobile posto fra le due finestre.

Ella aprì il tiratore e ritrovò effettivamente una chiave.

Quando ella ebbe questa chiave, e che il vecchio le fece segno che era veramente quella che domandava, gli occhi del paralitico si diressero verso un _secrétaire_ dimenticato da molti anni, e che si credeva non racchiudesse che delle cartacce inutili.

— Volete che io apra il _secrétaire_? domandò Valentina.

— Sì, fece il vecchio.

— Che io apra i cassetti?

— Sì.

— Quelli dai lati?

— No.

— Quello di mezzo?

— Sì.

Valentina aprì e ne cavò un piego di carte.

— È questo che desiderate, mio buon nonno? diss’ella.

— No.

Ella cavò allora tutte le altre carte, fino a che non rimase assolutamente niente nel cassetto.

— Ma il cassetto è vuoto ora, diss’ella.

Gli occhi del vecchio erano fissi sul dizionario.

— Sì, buon nonno, io vi capisco, disse la giovinetta.

Ed ella ripetè una dopo l’altra tutte le lettere dell’alfabeto; Noirtier si fermò alla lettera _S_.

Ella aprì il dizionario e cercò fino alla parola _segreto_.

— Oh! vi è un segreto? disse Valentina.

— Sì, fece Noirtier.

Noirtier guardò la porta dalla quale era sortito il domestico.

— Barrois? diss’ella.

— Sì, fece Noirtier.

— Volete ch’io lo chiami?

— Sì.

Valentina andò alla porta e chiamò Barrois.

Durante questo tempo il sudore dell’impazienza irrigava le guance di Villefort, e Franz rimaneva stupefatto per la meraviglia.

Il vecchio servitore ricomparve.

— Barrois, disse Valentina, mio nonno mi ha ordinato di prendere la chiave da quel mobile, di aprire questo _secrétaire_, e di tirare il cassettino; ora, in questo cassettino vi è un segreto, e sembra che voi dobbiate conoscerlo, apritelo.

Barrois guardò il vecchio.

— Obbedite, disse l’occhio intelligente di Noirtier.

Barrois obbedì; aprì un doppio fondo, e apparve un plico di carte annodate con un nastro nero.

— È questo che volete; signore? domandò Barrois.

— Sì, fece Noirtier.

— A chi volete che si diano queste carte: al signor de Villefort?

— No.

— A madamigella Valentina?

— No.

— Al sig. Franz d’Épinay?

— Sì.

Franz meravigliato fece un passo avanti.

— A me, signore? diss’egli.

— Sì.

Franz ricevette il piego dalle mani di Barrois, gettò gli occhi sulla sopraccarta e lesse:

«Per essere depositato dopo la mia morte presso il mio amico il generale Durand; egli stesso morendo lascerà a suo figlio questo piego, coll’ingiunzione di conservarlo come contenente un foglio della più alta importanza.»

— Ebbene, signore, domandò Franz, che volete che io faccia di questo piego?

— Che voi, per certo lo conserviate sigillato come trovasi, disse il procuratore del Re.

— No, no, rispose prestamente Noirtier.

— Desiderate voi forse che il signore lo legga? domandò Valentina.

— Sì, rispose il vecchio.

— Voi intendete sig. barone, mio nonno vi prega di leggere quella carta, disse Valentina.

— Sì, rispose il vecchio.

— Allora, sediamoci, fece Villefort con impazienza, perchè vi s’impiegherà del tempo.

— Sedetevi, fece coll’occhio il vecchio.

Villefort si assise, ma Valentina restò in piedi allato del nonno appoggiata al suo seggio, e Franz in piedi davanti a lui.

Egli teneva il misterioso foglio fra le mani.

— Leggete, dissero gli occhi del vecchio.

Franz dissigillò il piego, e fecesi un gran silenzio nella camera. In mezzo a questo silenzio egli lesse:

_Estratto dai processi verbali di una seduta del club bonapartista della strada Saint-Jacques tenutasi il 5 Febbraio 1815_

Franz si fermò.

— Il cinque febbraio 1815 fu il giorno in cui mio padre venne assassinato! diss’egli.

Valentina e Villefort rimasero muti. Il solo occhio del vecchio disse chiaramente: — Continuate.

— Ma fu nel sortire da questo club, continuò Franz, che mio padre disparve.

Lo sguardo di Noirtier continuò a dire: — Leggete.

Egli riprese.

«I sottoscritti Luigi Giacomo Beaurepaire luogo-tenente-colonnello d’artiglieria; Stefano Duchampy generale di brigata, e Claudio Lecharpal, direttore delle acque e foreste.

«Dichiarano che il 4 Febbraio 1815 giunse una lettera dall’Isola d’Elba, che raccomandava alla benevolenza ed alla confidenza dei membri del club bonapartista il generale Flaviano de Quesnel, che, avendo servito l’imperatore dal 1804 al 1814, doveva essere tutto dedicato alla dinastia napoleonica, ad onta del titolo di barone che Luigi XVIII aveva aggiunto alla sua terra d’Épinay.

«In conseguenza fu indirizzato un biglietto al generale Quesnel, in cui lo si pregava di assistere alla seduta dell’indomani 5. Il biglietto non indicava nè la strada, nè il numero della casa in cui si teneva la riunione; esso non portava alcuna sottoscrizione, ma annunziava al generale che, s’egli voleva tenersi in ordine, si sarebbe andato a prenderlo alle 9 di sera.

«La seduta aveva luogo dalle nove della sera a mezza notte.

«A nove ore il presidente del club si presentò dal generale; il generale era pronto; il presidente gli disse che una delle condizioni alla sua introduzione era, ch’egli ignorerebbe eternamente il luogo della riunione, e che si lascerebbe bendare gli occhi, giurando di non cercare di alzare la benda.

«Il generale Quesnel accettò la condizione, e promise sul suo onore che non avrebbe tentato di vedere il luogo ove si conduceva.

«Il generale aveva fatta preparare la sua carrozza, ma il presidente gli disse ch’era impossibile servirsene, atteso che sarebbe stato inutile il bendare gli occhi del padrone, se il cocchiere rimaneva ad occhi aperti, e riconosceva le strade per le quali passava.

«— Come fare allora? domandò il generale.

«— Io ho la mia carrozza, disse il presidente.

«— Siete dunque tanto sicuro del vostro cocchiere da confidargli un segreto che giudicate imprudente di dire al mio?

«— Il nostro cocchiere è un membro del club, disse il presidente; noi saremo guidati da un consigliere di stato.

«— Allora, disse ridendo il generale, correremo un altro pericolo, quello cioè di rovesciare.

«Noi trascriviamo questo scherzo come una prova che il generale non è stato menomamente forzato ad assistere alla seduta, e che vi è intervenuto di pieno suo aggradimento.

«Una volta saliti in carrozza, il presidente ricordò al generale la promessa fatta di lasciarsi bendare gli occhi. Il generale non mise alcuna opposizione a questa formalità; un fazzoletto, preparato a tale effetto nella carrozza, fece l’affare.

«Strada facendo, il presidente credè accorgersi che il generale cercava di guardare sotto la sua benda: gli ricordò il suo giuramento.

«— Ah! è vero, disse il generale.

«La carrozza si fermò davanti un viale della strada di Saint-Jacques. Il generale discese appoggiandosi al braccio del presidente, di cui egli ignorava la dignità, e che prendeva per un semplice membro del club; si traversò il viale, si montò ad un piano, e si entrò nella camera delle deliberazioni.

«La seduta era cominciata. I membri del club, avvisati della specie di presentazione che doveva farsi quella sera, si ritrovavano in numero completo. Giunto in mezzo alla sala, il generale fu invitato a togliersi la benda. Egli si arrese tosto all’invito, e parve molto maravigliato di ritrovare un sì gran numero di persone di sua conoscenza, appartenere ad una società di cui fino allora non aveva neppure sospettata l’esistenza.

«Fu interrogato sulle sue opinioni, ma egli si limitò a dire, che le lettere dell’isola dell’Elba avevano dovuto farlo conoscere...»

Franz s’interruppe.

— Mio padre era realista, diss’egli, non vi era bisogno d’interrogarlo sulle sue opinioni; esse erano conosciute.

— E di là, disse Villefort, veniva la mia amicizia con vostro padre, mio caro Franz; si fa presto amicizia quando si dividono le stesse opinioni.

— Leggete, continuò l’occhio del vecchio.

Franz continuò.

«Il presidente prese allora la parola per impegnare il generale a spiegarsi esplicitamente; ma il sig. de Quesnel rispose che prima di tutto desiderava sapere ciò che si attendeva da lui.

«Allora fu data comunicazione al generale di quella stessa lettera dell’isola d’Elba che lo raccomandava al club come un uomo sul concorso del quale si poteva contare. Un paragrafo tutto intero esponeva il probabile ritorno dall’Isola e prometteva una nuova lettera con più ampi dettagli all’arrivo del _Faraone_, bastimento appartenente all’armatore Morrel di Marsiglia, il di cui capitano era interamente devoto all’imperatore.

«Durante questa lettura il generale, sul quale si era creduto poter contare, come sopra un fratello, dette al contrario dei segni di mal contento e di visibile ripugnanza.

«Terminata la lettura, egli dimorò silenzioso e col sopracciglio aggrottato.

«— Ebbene! domandò il presidente, che dite di questa lettera, sig. generale?

«— Io dico che è poco tempo che si è prestato il giuramento al re Luigi XVIII, per violarlo di già a benefizio dell’ex-imperatore.

«Questa volta la risposta era troppo chiara perchè si potesse dubitare dei suoi sentimenti.

«— Generale, disse il presidente, per noi non vi è più re Luigi XVIII, non vi è più ex-imperatore. Vi è soltanto Sua Maestà l’imperatore e re, allontanato da dieci mesi dalla Francia, suo Stato, dalla violenza e dal tradimento.

«— Perdono, signori, può darsi che per voi non esista un re Luigi XVIII, ma vi è per me, attesochè mi ha fatto barone e maresciallo di campo, ed io non dimenticherò mai che devo questi due titoli al di lui felice ritorno in Francia.

«— Signore, disse il presidente alzandosi, e col tuono il più serio, ponete mente a ciò che dite; le vostre parole ci addimostrano chiaramente che all’isola d’Elba si sono ingannati sul conto vostro, e che hanno ingannato noi! La comunicazione che vi è stata fatta fu in riguardo alla confidenza che si aveva in voi, e per conseguenza ad un sentimento che vi onora. Noi però eravamo nell’errore; un titolo ed un grado vi hanno posto al seguito del nuovo governo che noi vogliamo rovesciare. Noi non vi costringevamo a prestarci il vostro concorso; noi non arruoliamo nessuno contro la propria coscienza e volontà, ma vi sforzeremo ad agire da galantuomo, anche nel caso che non vi foste disposto.

«— Voi chiamate essere un galantuomo, conoscere la vostra cospirazione e non rivelarla! Io chiamo ciò essere vostro complice. Voi vedete che io sono ancora più franco di voi...»

— Ah! padre mio! disse Franz interrompendosi, capisco ora perchè l’hanno assassinato.

Valentina non potè stare dal volgere uno sguardo su Franz; il giovine era veramente bello nel suo entusiasmo.

Villefort passeggiava dietro a lui in lungo ed in largo.

Noirtier seguiva cogli occhi l’espressione di ciascuno, e conservava la sua attitudine degna e severa.

Franz ritornò al manoscritto e continuò:

«— Signore, disse il presidente, vi si pregò di portarvi nel seno dell’assemblea, e non vi si strascinò per forza; vi si propose di farvi bendar gli occhi, voi accettaste. Quando voi avete acconsentito a questa doppia domanda, voi sapevate benissimo che noi non ci occupavamo di assicurare il trono di Luigi XVIII, senza di che non ci saressimo prese tante premure di nasconderci alla polizia. Ora, voi lo capirete, sarebbe troppo comodo di potersi mettere una maschera col mezzo della quale sorprendere il segreto delle persone, e non avere poi altro da fare che togliersi questa maschera per perdere quelli che si sono in voi fidati. No, no, voi per primo dovrete dire francamente se siete pel re che a caso ora governa, o per Sua Maestà l’imperatore.

«— Io sono realista, rispose il generale, io ho fatto giuramento a Luigi XVIII, io manterrò il mio giuramento.

«Queste parole furono seguite da un mormorio generale, e potevasi scorgere dallo sguardo di molti dei membri che componevano il club, ch’essi discutevano il modo di far pentire il sig. d’Épinay di queste imprudenti parole.

«Il presidente si alzò di nuovo e impose silenzio.

«— Signore, diss’egli, voi siete un uomo troppo sensato per non comprendere le conseguenze della situazione in cui noi ci troviamo gli uni in faccia agli altri, e la vostra stessa franchezza ci detta le condizioni che ci rimangono a farvi. Voi dunque dovete giurare sul vostro onore di non rivelar niente di tutto ciò che avete veduto ed inteso.

«Il generale portò la mano alla sua spada e gridò:

«— Se voi parlate di onore, cominciate dal non stravisare le sue leggi, e non imponete niente colla violenza.

«— E voi, signore, continuò il presidente con una calma forse più terribile della collera del generale, non toccate la vostra spada, questo è un consiglio che vi do.

«Il generale girò intorno a sè degli sguardi da cui trapelava un principio d’inquietudine.

«Però egli non si piegò ancora, al contrario, richiamando la sua forza:

«— Io non giurerò, diss’egli.

«— Allora, signore, voi morrete, rispose tranquillamente il presidente.

«Il sig. d’Épinay divenne pallidissimo; guardò una seconda volta intorno a sè; molti membri del club brandivano, o cercavano armi sotto i loro mantelli.

«— Generale, disse il presidente, siate tranquillo, voi siete in mezzo a uomini di onore che tenteranno ogni via di convincervi, prima di giungere all’ultimo estremo contro di voi; ma egualmente, voi lo diceste, voi vi trovate in mezzo a cospiratori, voi possedete il nostro segreto, fa d’uopo restituircelo.

«Un silenzio pieno di significato seguì queste parole, e siccome il generale non rispondeva niente:

«— Chiudete le porte, disse il presidente agli uscieri.

«Un eguale silenzio di morte tenne dietro a queste parole.

«Allora il generale si avanzò, e facendo un violento sforzo su sè stesso:

«— Io ho un figlio, disse, e devo pensare a lui nel ritrovarmi in mezzo a degli assassini.

«— Generale, disse con nobiltà il capo dell’assemblea, un uomo solo ha sempre il diritto d’insultarne cinquanta, è il privilegio della debolezza. Soltanto egli ha torto di far uso di questo diritto. Credete a me, generale, giurate e non insultate.

«Il generale domato anche questa volta dalla superiorità del capo dell’assemblea, esitò un istante; ma finalmente inoltrandosi fino al banco del presidente:

«— Qual è la formula? domandò egli.

«— Eccola:

«Io giuro sul mio onore di non rivelare a chi che sia al mondo ciò che ho veduto ed inteso il cinque febbraio 1815 fra le nove e le dieci ore di sera, e dichiaro essere meritevole di morte se io infrango il mio giuramento.»

«Il generale parve provare un fremito nervoso, che per qualche secondo gli impedì di poter rispondere; finalmente, sormontando ogni manifesta ripugnanza, pronunciò il richiesto giuramento, ma con una voce tanto bassa, che a gran stento fu inteso; cosicchè molti membri vollero ch’egli lo ripetesse a voce più alta e più distinta, il che fu fatto.

«— Ora desidero ritirarmi, disse il generale, sono io finalmente libero?

«Il presidente si alzò, scelse tre membri dell’assemblea per accompagnarlo, e montò in carrozza col generale, dopo avergli bendati gli occhi.

«Nel numero di questi tre membri era il cocchiere che li aveva condotti.

«Gli altri membri del club si separarono in silenzio.

«— Dove volete voi che vi conduciamo? demandò il presidente.

«— Ovunque possa essere liberato dalla vostra presenza, rispose il sig. d’Épinay.

«— Signore, riprese allora il presidente, guardatevi, voi qui non siete più nell’assemblea, non avete più a che fare se non con uomini isolati; non l’insultate adunque se non volete essere responsabile dell’insulto.

«Ma invece di capire questo linguaggio, il sig. d’Épinay rispose:

«— Voi siete sempre tanto coraggioso nella vostra carrozza come nella vostra assemblea, per la ragione, signore, che quattro uomini sono sempre più forti di un solo.