Part 74
Il vecchio fissò lo sguardo scrutatore, e leggermente maravigliato su Morrel. — Questi è il sig. Massimiliano Morrel, diss’ella, il figlio di quell’onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio inteso parlare.
— Sì, fece il vecchio.
— È un nome irreprensibile che Massimiliano è in via di rendere glorioso, perchè a trent’anni è capitano degli _Spahis_, ed ufficiale della legione d’onore.
Il vecchio fece segno che se ne ricordava.
— Ebbene! buon papà, disse Valentina mettendosi in ginocchio e mostrando Massimiliano con una mano, io l’amo, e non sarò mai d’altri che di lui! se mi sforzeranno di sposarne un altro, mi lascerò morire, o mi ucciderò.
Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri tumultuosi. — Tu ami il sig. Morrel, n’è vero, buon papà? domandò la giovinetta. — Sì, fece il vecchio immobile.
— E vuoi tu proteggerci, noi siamo i tuoi figli, contro la volontà di mio padre?
Noirtier fissò lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse voluto dire:
— Per questo, vedremo.
Massimiliano capì: — Madamigella, diss’egli, voi avete un sacro dovere da compiere nella camera di vostra nonna; volete permettermi di aver l’onore di parlare un momento col sig. Noirtier?
— Sì, sì, è questo, fece l’occhio del vecchio; poi guardò Valentina con inquietudine. — Come farà egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno. — Sì.
— Oh! sta tranquillo; abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli sa bene il modo di trattenersi teco.
Poi volgendosi a Morrel con un’adorabile sorriso, velato però da una profonda tristezza: — Egli sa tutto quel che so io, diss’ella. — Valentina si alzò, avvicinò una sedia per Morrel, raccomandando a Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente abbracciato suo nonno, e detto addio tristamente a Morrel, partì.
Allora Morrel per provare a Noirtier che egli aveva la confidenza di Valentina, e che conosceva tutti i loro segreti, prese il dizionario, la penna, e la carta, e pose il tutto sopra una tavola su cui stava il lume: — Ma primieramente, disse Morrel, permettetemi, signore, di raccontarvi chi sono io, come amo madamigella Valentina, e quali sono le mie vedute sul conto di lei. — Ascolto, fece Noirtier.
Era uno spettacolo imponente questo vecchio, inutile fardello in apparenza, diventato il solo protettore, il solo appoggio, il solo giudice dei due giovani amanti, belli, e robusti che entravano nella vita. La sua figura nobile ed austera imponeva a Morrel, che cominciò il racconto tremando. Narrò allora come aveva conosciuto, come aveva amato Valentina, e come questa nel suo isolamento, e nel suo infortunio, aveva accolta l’offerta della sua devozione. Gli disse qual era la sua nascita, la sua posizione, la sua fortuna; e più d’una volta interrogò lo sguardo del paralitico che gli rispondeva: — Sta bene; continuate.
— Ora, disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo racconto, ora, che vi ho detto, signore, il mio amore, e le mie speranze, debbo dirvi i miei disegni?
— Sì, fece il vecchio.
— Ebbene! ecco ciò che noi avevamo risoluto.
Allora raccontò tutto a Noirtier, in qual modo un calessino aspettava nel recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella, sposarla, e, in una rispettosa aspettativa, sperare il perdono dal sig. de Villefort.
— No, disse Noirtier.
— No, rispose Morrel, non è così, che si deve fare? — No.
— Questo disegno non ha il vostro assenso? — No.
— Ebbene! vi è un altro mezzo, disse Morrel.
Lo sguardo interrogatore del vecchio domandò: quale?
— Andrò a ritrovare il sig. Franz d’Épinay; sono contento di potervi dir questo in assenza di madamigella di Villefort; mi condurrò in modo di sforzarlo ad essere un galantuomo.
Lo sguardo di Noirtier continuò ad interrogare.
— Ciò che farò? — Sì.
— Eccolo: andrò a trovarlo, gli racconterò i legami che mi uniscono a madamigella Valentina; se gli è uomo delicato, proverà la sua delicatezza rinunciando da sè stesso alla mano della fidanzata, e la mia amicizia e devozione gli sono da questo momento devolute per sempre fino alla morte; se rifiuta, sia che l’interesse lo spinga, sia che un ridicolo orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato che egli costringerebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non può amare altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, o l’ucciderò, o egli ucciderà me; se l’uccido, non sposerà Valentina, se mi uccide son ben sicuro che Valentina non lo sposerà.
Noirtier considerava con un piacere indicibile questa nobile e sincera fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la sua lingua esprimeva, aggiungendovi coll’espressione di un bel viso, tutto ciò che il colorito aggiunge ad un disegno solido e vero. Frattanto quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a più riprese, che, come ben sappiamo, era il suo modo di esprimere no.
— No? disse Morrel, voi dunque disapprovate ancora questo secondo disegno al pari del primo?
— Sì lo disapprovo, accennò il vecchio.
— Ma che fare allora, signore? domandò Morrel. Le ultime parole della sig.ª di Saint-Méran sono state che il matrimonio di sua nipote non si faccia aspettare; debbo lasciar compiere le cose? — Noirtier rimase immobile.
— Comprendo, disse Morrel, debbo aspettare. — Sì.
— Ma ogni ritardo può perderci. Valentina è sola, senza forza; e sarà costretta come un fanciullo. Entrato qui miracolosamente per saper ciò che accade, ammesso miracolosamente alla vostra presenza, ragionevolmente non posso sperare che si rinnovino queste buone avventure. Credetemi, non vi è che l’una o l’altra delle due risoluzioni che vi propongo (perdonate questa mia vanità alla giovinezza) che sia buona; ditemi quale delle due preferireste: autorizzereste madamigella Valentina a confidarsi al mio onore? — No.
— Preferite che vada a ritrovare il sig. d’Épinay? — No.
— Ma da chi verrà il soccorso che aspettiamo? dal caso?
— No. — Da voi? — Sì.
— Capite bene, ciò che vi domando, scusate la mia insistenza, perchè la mia vita sta nella vostra risposta; la nostra salute ci verrà da voi? — Sì.
— Ne siete sicuro? — Sì. — Mel garantite? — Sì.
E nello sguardo che dava questa affermativa vi era tal fermezza, da non dar luogo a dubitare della volontà, se non della possanza. — Oh! grazie, signore, mille volte grazie! ma in qual modo, a meno che un miracolo non vi renda la parola, il gesto, il movimento, in qual modo potrete, inchiodato in questo seggio, muto ed immobile, opporvi a questo matrimonio? — Un sorriso rischiarò il viso del vecchio... è un sorriso strano quello degli occhi sur un viso immobile!
— Debbo dunque aspettare? domandò il giovine. — Sì.
— Ma il contratto?... — Ricomparve il medesimo sorriso.
— Volete dirmi che non sarà firmato? — Sì, fece il vecchio. — Il contratto dunque non sarà firmato? gridò Morrel. Oh! perdonatemi, signore! all’annunzio di una gran felicità, è ben permesso il dubitare.
— No, disse il vecchio paralitico. — Ad onta di questa assicurazione, Morrel esitava a credere. Questa promessa di un vecchio impotente era sì strana che invece di provenire da una forza di volontà, poteva emanare da un indebolimento di organi; non è naturale che l’insensato che ignora la sua follia, pretenda effettuare cose al di sopra del suo potere? il debole parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti che affronta, il povero del tesoro che maneggia, il più umile dei contadini, per causa del suo orgoglio, si chiama Giove.
Sia che Noirtier comprendesse l’irresolutezza del giovine, sia che non aggiustasse compiutamente fede alla docilità che aveva mostrato, lo guardò fissamente. — Che volete signore? domandò Morrel, che vi rinnovi la promessa di nulla tentare?
La sguardo di Noirtier rimase fermo e stabile, come per dire che una promessa non bastava, indi passò dal viso alla mano.
— Volete che giuri? domandò Massimiliano.
— Sì, fece il paralitico con la stessa solennità, lo voglio.
Morrel capì che il vecchio metteva grande importanza a questo giuramento. Egli stese la mano. — Sul mio onore vi giuro di aspettare ciò che avrete risoluto di fare contro del sig. d’Épinay.
— Bene, fecero gli occhi del vecchio.
— Ora, signore, ordinate che mi ritiri? — Sì.
— Senza rivedere madamigella? — Sì.
Morrel fece un segno col quale indicava esser pronto ad obbedire: — Permettete intanto, signore, che vostro figlio vi abbracci, come ha fatto or ora vostra figlia.
Non vi era da sbagliare nella espressione degli occhi di Noirtier. Il giovine posò sulla fronte del vecchio le sue labbra; indi lo salutò una seconda volta, e partì. Sul pianerottolo trovò Barrois avvisato da Valentina, che lo guidò nei giri di un corridoio oscuro, che conduceva per una piccola porta nel giardino. Giunto là, Morrel si portò al cancello; arrampicandosi su di una spalliera di carpini, giunse ben presto alla sommità del muro, e per mezzo di una scala, in un secondo fu nel recinto messo a trifoglio, ove il suo calessino lo aspettava sempre. Vi montò ed abbattuto da tante emozioni, ma col cuore più libero, verso mezzanotte rientrò nella strada Meslay, si gettò sul letto, e dormì come se fosse stato in una profonda ubbriachezza.
LXXIII. — LA TOMBA DELLA FAMIGLIA VILLEFORT.
Due giorni dopo, una folla considerevole si trovava riunita, verso le sei del mattino, alla porta del sig. de Villefort, ed erasi veduto inoltrare una lunga fila di carrozze di lutto, e di carrozze particolari, lungo tutto il sobborgo Sant’Onorato e la strada Pépinière. In mezzo ad esse ve n’era una di forma particolare, e che sembrava aver fatto un lungo viaggio. Era una specie di _forgone_ tinto in nero, e che si era ritrovato tra i primi al convegno. Furono prese informazioni, e si seppe che, per una strana coincidenza, questa carrozza racchiudeva il corpo del signor di Saint-Méran, e che quelli ch’eran venuti per un sol convoglio, seguiterebbero due cadaveri. Il marchese di Saint-Méran, uno dei dignitarii più zelanti e fedeli del re Luigi XVIII, e del re Carlo X, aveva conservato gran numero di amici, che uniti alle persone che le sociali convenienze mettevano in relazione con Villefort, formavano un seguito considerevole. Furon tosto prevenute tutte le autorità, e si ottenne che i due convogli sarebbero usciti nel medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata con la stessa pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del sig. de Villefort, e la cassa trasportata dal forgone di posta fu messa sulla carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti nel cimitero del Padre-Lachaise, ove da lungo tempo il sig. de Villefort aveva fatto inalzare la tomba destinata alla sepoltura di tutta la sua famiglia, ed ove era già stato deposto il corpo della povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere dopo dieci anni di separazione. Parigi, sempre curiosa, e commossa per le pompe funebri, vide con un religioso silenzio passare lo splendido corteggio che accompagnava alla loro ultima dimora due nomi di quella vecchia aristocrazia, i più celebri per lo spirito di tradizione, per la sicurezza del commercio, e per l’ostinata devozione ai principi. Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Debray, e Château-Renaud s’intrattenevano su queste morti quasi subitanee.
— Ho veduto la sig.ª di Saint-Méran l’anno scorso ancora in Marsiglia, diceva Château-Renaud; io ritornava dall’Algeria; era una persona destinata a vivere cent’anni, mercè la sua perfetta salute, lo spirito sempre pronto, e la sua prodigiosa alacrità. Quanti anni aveva?
— Sessantasei anni, rispose Alberto, almeno a quanto Franz mi ha assicurato. Ma non è l’età che l’ha uccisa, è il dispiacere che ha sofferto per la morte del marchese: sembra che dopo questa morte, che l’aveva violentemente colpita, non abbia ripresa compiutamente la ragione.
— Ma in fine di che male è morta? domandò Debray.
— Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una apoplessia fulminante.
— Non è forse la stessa cosa?
— Presso a poco.
— Di apoplessia dice Beauchamp, è difficile a credersi. La sig.ª di Saint-Méran, che io pure ho veduta una o due volte in mia vita, era piccola, gracile di forme, e di costituzione molto più nervosa che sanguigna; le apoplessie prodotte da dispiaceri son molto rare in un corpo di costituzione come quella della sig.ª di Saint-Méran.
— In ogni caso, disse Alberto, qualunque sia la malattia, o il medico che la uccise, ecco il sig. de Villefort, o piuttosto madamigella Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in possesso di una magnifica eredità; 80 mila lire di rendita, credo.
— Eredità che sarà quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio giacobino di Noirtier.
— Quello è un nonno tenace, disse Beauchamp; _Tenacem propositi virum_; egli ha promesso colla morte che avrebbe veduto seppellire tutti i suoi eredi. Sulla mia parola ci riuscirà. È quello stesso vecchio della convenzione del ’93 che diceva a Napoleone nel 1814:
«Voi decadete perchè il vostro impero è un giovine stelo affaticato pel soverchio crescere; prendete la repubblica per tutore, e ritorniamo con una buona costituzione sui campi di battaglia, e vi garantisco 500 mila soldati, un altro Marengo, ed un secondo Austerlitz. Le idee non muoiono, sire, qualche volta sonnacchiano, ma si risvegliano poi più forti che prima di addormentarsi.»
— Sembra, disse Alberto, che per lui gli uomini siano come l’idee; ciò che mi mette in pensiero, si è di sapere, cioè, in qual modo Franz d’Épinay si accomoderà col vecchio nonno, e che non può fare a meno della sposa di lui; ma, a proposito, Franz dov’è?
— Nella prima carrozza col sig. de Villefort, che lo considera già come uno di famiglia.
In ciascuna delle carrozze che formavano il corteggio funebre, la conversazione era presso a poco uguale; ognuno si meravigliava di queste due morti sì rapide e sì vicine, ma in nessuna si sospettava il terribile segreto, che il dottore d’Avrigny aveva svelato al sig. de Villefort nella passeggiata notturna. In capo circa ad un’ora di cammino, giunsero al cimitero: era una giornata tranquilla, ma cupa, e per conseguenza in armonia colla funerea cerimonia che si compiva. Fra i gruppi che si dirigevano verso la tomba della famiglia, Château-Renaud riconobbe Morrel, venuto solo ed in _cabriolet_: egli passeggiava solo, pallidissimo e silenzioso sul piccolo sentiero costeggiato da bossi.
— Voi qui? disse Château-Renaud passando il braccio sotto quello del capitano; conoscete il sig. de Villefort? Come va che non vi ho mai incontrato in sua casa?
— Non è il sig. de Villefort che io conosco, ma la sig.ª de Saint-Méran.
In questo momento Alberto li raggiunse con Franz.
— Il luogo è scelto male per una presentazione, disse Alberto; ma non importa, non siamo superstiziosi. Sig. Morrel, permettetemi che vi presenti il sig. Franz d’Épinay, un eccellente compagno di viaggio col quale ho fatto il giro d’Italia. Mio caro Franz, il sig. Massimiliano Morrel è un eccellente amico che ho acquistato nella tua assenza, e del quale tu sentirai spesso ricordarti il suo nome nella mia conversazione ogni qualvolta io dovrò parlare di coraggio, di spirito e di amabilità.
Morrel ebbe un momento d’indecisione; egli chiese a sè stesso se poteva dirsi un tratto di riprovevole ipocrisia il fare un saluto amichevole a quell’uomo ch’egli combatteva alla sordina: ma gli ritornavano al pensiero e la gravità della circostanza, ed il suo giuramento, si sforzò dunque di non fare apparire niente sul suo viso, e salutò Franz con qualche ritegno.
— Madamigella de Villefort è molto afflitta, non è vero? disse Debray a Franz.
— Oh! signore, rispose Franz, di un’afflizione inesprimibile; questa mattina era così abbattuta che appena l’ho riconosciuta.
Queste parole in apparenza tanto semplici, lacerarono il cuore di Morrel. Costui aveva dunque veduta Valentina, le aveva parlato?
Fu allora che il giovine e fervido ufficiale ebbe bisogno di tutte le sue forze per resistere al desiderio di violare il suo giuramento.
Prese sotto il braccio Château-Renaud e lo trascinò rapidamente verso la tomba, davanti la quale gli incaricati alle pompe funebri, avevano deposte le due casse.
— Magnifica abitazione, disse Beauchamp dando uno sguardo al mausoleo, palazzo d’estate, e palazzo d’inverno. Verrà pure la vostra volta di venirci ad abitare, caro d’Épinay, perchè sarete ben presto della famiglia. Io nella mia qualità di filosofo, voglio una piccola casa di campagna, una capanna laggiù sotto gli alberi, e non voglio tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, dirò a quelli che mi circonderanno ciò che scriveva Voltaire a Piron: «vado in campagna» e tutto sarà finito... Andiamo, per bacco! Franz, ci vuol coraggio, vostra moglie eredita.
— Davvero, Beauchamp, disse Franz, vi siete fatto insopportabile. Gli affari politici vi hanno data l’abitudine di ridere di tutto, e gli uomini che maneggiano gli affari, l’abitudine di non credere a niente. Ma finalmente, quando avete la fortuna di trovarvi con uomini comuni, e la fortuna di lasciare per un momento la politica, cercate di riprendere il vostro cuore che voi lasciate nella stanza di deposito dei bastoni della _Camera_ dei Deputati, o della _Camera_ dei Pari.
— Eh! mio Dio! che cosa è la vita? una fermata nell’anticamera della morte.
— Io prendo Beauchamp in fallo, disse Alberto, e si ritirò a quattro passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue dissertazioni filosofiche con Debray.
La tomba della famiglia di Villefort formava una specie di quadrato di pietre bianche dell’altezza di circa venti piedi; una interna separazione divideva i due compartimenti, la famiglia di Saint-Méran, e la famiglia Villefort, e ciascun compartimento aveva la sua porta d’entrata.
Non si vedevano, come nelle altre tombe, quegli ignobili tiratori soprapposti, dei quali una economica distribuzione racchiude i morti con iscrizione che rassomiglia ad una etichetta; tutto ciò che si vedeva sulle prime era un’anticamera cupa e scura separata da un muro di vera tomba.
Era nel mezzo di questo muro che si aprivano le due porte di cui parlammo or ora, e che comunicavano alle sepolture Villefort, e Saint-Méran.
Là potevansi esalare in libertà i dolori senza che gli spensierati passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o la preghiera bagnata di lagrime dell’abitante della tomba.
I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della famiglia di Saint-Méran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali; Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel santuario.
Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e non v’era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito; Château-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray e Beauchamp da un’altra.
Franz rimase col sig. de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si fermò col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concepì un cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritornò dunque a Parigi, e quantunque fosse nella stessa carrozza di Château-Renaud e Alberto, egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni.
In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort:
— Signor barone, aveva detto questi, quando potrò rivedervi?
— Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz.
— Il più presto possibile.
— Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare assieme.
— Se ciò non vi disturba in alcun modo.
— In nessuno.
Fu così, che il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa carrozza, e che Morrel, vedendoli passare, concepì con ragione gravi inquietudini.
Villefort e Franz ritornarono al sobborgo Saint-Honoré.
Il procuratore del Re senza entrare da nessuno, senza parlare nè a sua moglie nè a sua figlia, fece passare il giovine nel suo gabinetto, e mostrandogli una sedia:
— Signor d’Épinay, diss’egli, io debbo ricordarvi, che il momento non sarà forse tanto male scelto, quanto potrebbe credersi sul principio, perchè l’obbedienza ai morti, è la prima offerta che bisogna deporre sul loro cataletto; io debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla sig.ª di Saint-Méran fatto or son due giorni al suo letto di agonia, ed è, che il matrimonio di Valentina non soffra ritardo. Voi sapete che gli affari della defunta sono in perfetta regola; che il suo testamento assicura a Valentina tutta la fortuna di Saint-Méran; il notaro mi ha mostrato ieri questi atti che permettono di potere redigere in un modo definitivo il contratto di matrimonio. Voi potete vedere il notaro, e dirgli per parte mia che vi comunichi queste carte. Il notaro è il sig. Deschamps, piazza Beauveau, sobborgo Saint-Honoré.
— Signore, rispose d’Épinay, questo forse non è il momento per madamigella Valentina, immersa come ella è nel dolore, di pensare ad uno sposo; in verità io temerei...
— Valentina, interruppe il signor de Villefort, non avrà desiderio più intenso di quello di compiere le ultime intenzioni di sua nonna; perciò io vi garantisco che le difficoltà non nasceranno per parte sua.
— In questo caso, signore, rispose Franz, siccome non verranno egualmente da parte mia, voi potete fare ciò che più vi conviene; la mia parola è impegnata, ed io l’adempirò, non solo con piacere, ma ancora con fortuna.
— Allora, disse Villefort, non abbiamo più nulla che ci arresti; il contratto doveva esser firmato tre giorni sono, noi lo troveremo dunque già preparato; e si potrà firmare oggi stesso.
— Ma il lutto? disse esitando Franz.
— Siate tranquillo, signore, rispose Villefort; non sarà in casa mia, che verranno noncurate le convenienze. Madamigella de Villefort potrà ritirarsi, durante i tre mesi voluti, nella sua terra di Saint-Méran, io dico sua terra, perchè da oggi questa proprietà è sua. Là, fra otto giorni, se voi lo volete senza romore, senza lusso, senza fasto, sarà concluso il matrimonio civile. Era un desiderio della signora di Saint-Méran che sua nipote si maritasse in quella terra; concluso il matrimonio, signore, voi potrete ritornare a Parigi mentre che vostra moglie passerà il tempo del lutto colla sua matrigna.
— Come vi piacerà, signore, disse Franz.
— Allora, riprese il sig. de Villefort, abbiate la pena di aspettare un poco che fra una mezz’ora Valentina discenderà nel salotto. Manderò a cercare Deschamps; noi leggeremo e firmeremo il contratto in una sola seduta, e fino da questa sera, la signora de Villefort condurrà Valentina nella sua terra, ove fra otto giorni noi anderemo a raggiungerla.
— Signore, disse Franz, io ho una domanda a farvi.
— E quale?
— Io desidero che Alberto de Morcerf, e Raoul di Château-Renaud siano presenti a questa sottoscrizione; voi sapete che questi sono i miei due testimoni.
— Una mezz’ora basta a prevenirli; volete voi andare a cercarli da voi stesso, o volete mandarli a cercare?
— Preferisco l’andarvi da me, signore.
— Vi aspetto dunque fra una mezz’ora, e fra una mezz’ora Valentina sarà pronta.
Franz salutò il sig. de Villefort, e sortì.
Appena la porta di strada fu chiusa dietro al giovine, Villefort mandò a prevenire Valentina che doveva discendere nel salotto fra una mezz’ora perchè si aspettavano il notaro, e i testimoni del sig. d’Épinay.
Questa notizia inaspettata produsse una gran sensazione nella famiglia. La sig.ª de Villefort non voleva crederci, e Valentina ne rimase atterrata come da un colpo di fulmine.
Ella guardò intorno a sè, come per cercare a chi poteva domandare soccorso.
Ella volle discendere da suo nonno; ma incontrò per la scala il sig. de Villefort, che la prese per un braccio, e la condusse in salotto.
Nell’anticamera Valentina incontrò Barrois, e gettò al vecchio servitore uno sguardo di disperazione.