Part 73
Questo fu il momento più terribile pel cuore del giovine, sul quale ciascun secondo cadeva come un martello di piombo. Il più debole rumore di foglie, il più piccolo soffio di vento chiamava la sua attenzione, e faceva spuntare il suo freddo sudore; allora, tutto tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il piede sul primo scalino. In mezzo a queste alternative di timore e di speranze, in mezzo a questi stringimenti di cuore, suonarono le dieci all’orologio della chiesa.
— Oh! mormorò Massimiliano con terrore, è impossibile che la sottoscrizione di un contratto duri così lungamente, a meno che avvenimenti imprevisti non sian sopraggiunti, ho misurato tutte le possibilità, calcolato il tempo di durata di tutte le formalità, è dunque accaduta qualche cosa.
Ed allora un poco passeggiava davanti al cancello, un poco veniva ad appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. Valentina sarebbe forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe forse stata fermata mentre fuggiva? Erano le due sole ipotesi alle quali poteva fermarsi il giovine, entrambe disperanti. L’idea sulla quale si fermò, fu che a metà della fuga stessa fosse venuta meno la forza a Valentina, e che fosse caduta svenuta in mezzo a qualche viale.
— Oh! se fosse così, gridò egli slanciandosi alla sommità della scala, la perderei, e per mia colpa!
Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasciò più, e ronzò al suo orecchio con quella perseveranza che fa sì che alcuni dubbi, in capo a pochi momenti, per la forza del ragionamento, diventino convinzioni. Gli occhi che cercavano di fendere la crescente oscurità, credevano di veder sotto l’ombroso viale un oggetto steso; Morrel arrischiò perfino a chiamare, e gli sembrò che il vento portasse fino a lui un lamento inarticolato.
Finalmente battè ancora la mezz’ora: era impossibile di poter pazientare più lungamente, tutto era supponibile; le tempia di Massimiliano battevano con forza, cavalcò il muro, e saltò dall’altra parte. Egli era nella proprietà di Villefort, vi penetrava per mezzo d’una scalata; pensò allora alle conseguenze che poteva avere una simile azione; ma non era arrivato tant’oltre per ritornare addietro.
Per qualche tratto andò rasente il muro, e, traversando il viale con un salto, si slanciò nel fondo degli alberi.
In un momento fu all’estremità di questo boschetto.
Dal punto in cui era giunto, si poteva scorgere la casa.
Allora si assicurò di una cosa ch’egli aveva già potuto sospettare: e fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a ciascuna finestra, com’è naturale nei giorni di cerimonia, non vide altro che una massa grigia e velata ancora da un grande strato d’ombra, che proiettava un’immensa nube distesa avanti la luna. Un lume scorreva a quando a quando come perduto, e passava davanti a tre finestre del primo piano. Queste erano quelle dell’appartamento della sig.ª di Saint-Méran. Un altro lume restava immobile dietro un tendinaggio rosso: ch’era quello della camera della sig.ª de Villefort. Morrel indovinò tutto questo. Tante erano le volte, che per seguire Valentina col pensiero in tutte le ore del giorno, ch’egli si era fatto descrivere il piano di questa casa, che conosceva senza aver veduta.
Il giovine fu ancora più spaventato da questa oscurità e da questo silenzio, di quel che lo fosse stato per l’assenza di Valentina. Perduto, folle per dolore, risoluto a cimentar tutto per rivedere Valentina, ed assicurarsi dell’infortunio che presentiva, qualunque fosse, Morrel arrivò all’orlo del boschetto, e s’apparecchiava a traversare il praticello di fiori quanto più poteva sollecitamente, del tutto allo scoperto, quando giunse fino a lui il suono di voci assai lontane, ma che il vento gli portava.
A questo rumore fece un passo addietro, di già uscito a mezzo dalle foglie, si celò compiutamente, e restò immobile e muto ravvolto nella oscurità. La sua risoluzione era presa; s’era Valentina sola, egli l’avvertirebbe con una parola al passaggio di lei: se Valentina era accompagnata, almeno la vedrebbe, e si assicurerebbe che non le era accaduta alcuna disgrazia: se fossero estranei afferrerebbe qualche parola della loro conversazione e giungerebbe a comprendere un mistero fino allora per lui inesplicabile.
La luna uscì dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della scalinata Morrel vide comparire il sig. de Villefort in compagnia di un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e s’inoltrarono nel boschetto. Non avevano ancora fatti quattro passi, che in quest’uomo vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il dottore d’Avrigny.
Il giovine, vedendoli venire alla sua volta, indietreggiò macchinalmente in faccia a loro, fino a che urtò nel tronco di un albero che formava il centro del boschetto; là fu costretto di fermarsi. Ben presto la sabbia cessò di stridere sotto i piedi de’ due passeggiatori. — Ah! caro dottore, disse il procuratore del Re, ecco che il cielo si dichiara avverso alla mia casa. Qual morte orribile! qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi; ahimè! non vi sono consolazioni per simili disgrazie, la piaga è troppo viva e troppo profonda; morta! morta!
Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovine, e battere i denti. Chi dunque era morta in questa casa, che lo stesso Villefort diceva maledetta?
— Mio caro sig. de Villefort, rispose il medico con un accento che raddoppiò il terrore del giovine, non vi ho qui condotto per consolarvi, anzi tutto al contrario.
— Che volete dire? domandò il procurator del Re spaventato. — Voglio dirvi, che dietro alla disgrazia che vi è accaduta, ve ne è un’altra fors’anche maggiore.
— Oh! mio Dio! mormorò Villefort giungendo le mani, che volete dirmi ancora? — Siamo ben sicuri d’essere soli?
— Oh! sì, siamo soli. Ma che significano tutte queste cautele?
— Significano ch’io ho una confidenza terribile a farvi, disse il dottore; sediamoci. — Villefort cadde piuttosto che assidersi sopra un banco. Il dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano sopra una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si reggeva la fronte, e coll’altra si teneva compresso il cuore per timore che si sentissero le sue pulsazioni: — Morta! morta! ripetè nel suo pensiero colla voce del suo cuore, ed egli stesso si sentiva morire.
— Parlate, dottore, vi ascolto, disse Villefort; capite, sono preparato a tutto. — La sig.ª di Saint-Méran era avanzata in età, non vi è dubbio, ma godeva ancora di una eccellente salute.
Morrel per la prima volta respirò dopo dieci minuti.
— Il dolore l’ha uccisa; disse Villefort, sì, il dispiacere, dottore! l’abitudine per 40 anni di vivere col marchese...
— Non fu il dispiacere, caro Villefort, disse il dottore. I dispiaceri possono uccidere, quantunque i casi sian molto rari, ma non uccidono in un giorno, in un’ora, in dieci minuti. — Villefort nulla rispose, soltanto alzò la testa che fino allora aveva tenuta bassa, e guardò il dottore con occhi atterriti. — Eravate là, durante l’agonia? domandò il dottore d’Avrigny.
— Senza dubbio, rispose il procuratore del Re, mi diceste a bassa voce che non mi allontanassi.
— Avete osservati i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere la sig.ª Saint-Méran?
— Certamente; ella ha avuto tre assalti successivi, con qualche minuto di distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta eran fra loro vicini e più forti. Quando siete giunto, già da qualche minuto la sig.ª di Saint-Méran era anelante; allora ebbe una crisi che io credetti un semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi realmente che quando la vidi sollevare dal letto, coi membri ed il collo irrigiditi. Allora dal vostro viso compresi che la cosa era più grave di quel che io credeva. Cessata la crisi, cercava i vostri occhi, ma essi non s’incontrarono coi miei. Voi tenevate fra le vostre dita il polso, ne contavate le pulsazioni, e comparve la seconda crisi, più terribile della prima; gli stessi movimenti nervosi si riprodussero, e la bocca si contrasse, e divenne violetta. Alla terza ella spirò. Io aveva già riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima crisi; voi mi confermaste in questa opinione.
— Sì, alla presenza di tutti, disse il dottore; ma or siam soli. — Che volete dirmi, mio Dio?
— Che i sintomi del tetano e dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili, sono assolutamente gli stessi. — Villefort si rizzò in piedi, poi, dopo un minuto d’immobilità e di silenzio, ricadde sul banco. — Oh! mio Dio! dottore, pensate bene a quel che ora mi dite!
Morrel non sapeva se faceva un sogno, o vegliava.
— Ascoltate, conosco l’importanza della mia dichiarazione, ed il carattere della persona cui la indirizzo.
— Parlate all’amico o al magistrato? domandò Villefort.
— All’amico soltanto in questo momento; i rapporti fra i sintomi del tetano e quelli dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili sono talmente identici, che se mi bisognasse firmare quant’io vi dico, vi dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non è al magistrato ch’io parlo, ma all’amico. Ebbene! dico all’amico; «Nei tre quarti d’ora che ha durato, ho studiata l’agonia, le convulsioni, e la morte della sig.ª di Saint-Méran; e nella mia convinzione, non solo ella è morta avvelenata, ma direi pure, qual veleno l’ha uccisa.»
— Signore! signore!
— Tutto v’era, sonnolenza interrotta da crisi nervose, sopraeccitazione del cervello. La sig.ª di Saint-Méran è morta per una dose violenta di brucnina o di stricnina che senza dubbio per caso, o forse per errore le è stata ministrata.
Villefort afferrò la mano del dottore: — Oh! è impossibile, diss’egli, sogno, mio Dio! sogno! È spaventoso il sentire simili cose da un uomo come voi! In nome del cielo, ve ne supplico, caro dottore, ditemi che potete esservi sbagliato.
— Senza dubbio lo posso, ma... non lo credo.
— Dottore, abbiate pietà di me; da qualche giorno mi accadono cose tanto inaudite, che credo alla possibilità di diventar pazzo.
— La sig.ª di Saint-Méran è stata visitata da altro medico?
— Da nessuno. — È stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi sia stata fatta vedere? — Nessuna.
— Aveva qualche nemico? — Non le ne conosco alcuno.
— V’è qualcuno che abbia premura della sua morte?
— Ma no, mio Dio! ma no, mia figlia ne è la sola ereditiera, Valentina sola... Oh! se mi potesse venire un simile pensiero, mi conficcherei da me stesso un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto per un sol momento fermarsi sopra un tal pensiero.
— Oh! gridò a sua volta d’Avrigny, caro amico, non piaccia a Dio che io accusi qualcuno; non parlo che di un accidente, di un errore, capite bene? ma accidente, o errore, il fatto è là che parla a bassa voce nella mia coscienza, la quale esige però che io ve ne parli ad alta voce. Pigliate le vostre informazioni.
— A chi? come? di qual cosa?
— Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e dato alla sig.ª di Saint-Méran qualche bevanda preparata pel suo padrone? — Per mio padre? — Sì.
— Ma come una bevanda preparata per il sig. Noirtier può avvelenare la sig.ª di Saint-Méran?
— Niente di più semplice: sapete che in certe malattie i veleni divengono rimedi; la paralisi è una di queste malattie. Da circa tre mesi, per esempio, dopo aver tutto tentato per rendere il movimento della parola al sig. Noirtier, ho risoluto tentare un ultimo mezzo; lo curo con la brucnina; così nell’ultima bevanda che ho ordinata per lui, ve ne erano sei centigrammi; essi, senza azione sugli organi paralizzati del sig. Noirtier, ed ai quali egli si è avvezzato, bastano per ammazzare qualunque altra persona.
— Mio caro dottore, non vi è nessuna comunicazione fra l’appartamento del sig. Noirtier, e quello della sig.ª di Saint-Méran, e Barrois non è mai entrato nelle camere di mia suocera. Finalmente quantunque io vi conosca per l’uomo più abile, e soprattutto più coscienzioso del mondo, quantunque in tutt’altra congiuntura la vostra parola sia per me una fiaccola che guida al par della luce del sole, pure ho bisogno, ad onta di questa convinzione, di appoggiarmi su questo assioma, _lo sbagliare è dell’uomo._
— Ascoltate, Villefort, disse il dottore, conoscete uno dei miei confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che in me?
— Perchè dite ciò? a che volete venirne?
— Chiamatelo, gli dirò ciò che ho veduto, ciò che ho osservato, e poi faremo l’autopsia.
— E troverete le tracce dell’avvelenamento?
— No, niente del veleno, non ho detto questo, ma constateremo l’esasperazione del sistema, riconosceremo l’asfissia patente, incontestabile, e vi diremo caro Villefort: «se per negligenza accadde una tal cosa, vegliate su i vostri servitori: se per odio, vegliate su i vostri nemici!»
— Oh! mio Dio! che mi proponete mai, d’Avrigny, rispose Villefort abbattuto; dal momento che vi sarà un altro oltre voi nel segreto, vi vorrà un processo, ed in casa mia è impossibile! Pertanto, se lo volete, se lo esigete assolutamente, lo farò. Infatto, io forse dovrò dar seguito a quest’affare; il mio carattere me lo comanda. Ma dottore, mi vedete di già penetrato di tristezza: introdurre nella mia casa un sì grande scandalo, dopo un sì gran dolore! oh! mia moglie, e mia figlia ne morrebbero; dottore, lo sapete, un uomo non è stato procuratore del Re per venti anni senza essersi fatto buon numero di nemici; ed i miei son molti. Quest’affare scandaloso sarà per essi un trionfo che li farà esultare di gioia, e coprirà me di vergogna, perdonatemi queste idee mondane. Se foste un egoista, non oserei parlarvi così; ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini; dottore, non mi avete detto niente, n’è vero?
— Mio caro sig. de Villefort, rispose il dottore costernato, il mio primo dovere è la umanità; se avessi salvata la sig.ª di Saint-Méran, se la scienza avesse avuto il potere di farlo; ma ella è morta, ed io devo me stesso ai vivi. Seppelliamo nel più profondo dei nostri cuori questo terribile segreto: permetterò, se gli occhi di qualcuno si aprono su ciò, che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avrò conservato. Però, signore, cercate sempre, ed operosamente, perchè forse ciò non si fermerà qui... e quando avrete trovato il colpevole, se pur lo ritrovate, vi dirò: «voi viete magistrato, fate ciò che volete!».
— Oh! grazie, dottore! disse Villefort con indicibile gioia, non ho mai avuto amico miglior di voi. — E quasi che avesse temuto che il dottore d’Avrigny non si pentisse di questa promessa, si alzò, e trascinò il dottore dalla parte della casa. Essi si allontanarono.
Morrel come se avesse avuto bisogno di respirare, mise fuori la testa dai tigli, e la luna illuminò quel viso tanto pallido, che sarebbesi potuto prendere per un fantasma.
— Dio mi protegge con un manifesto, ma terribile modo! diss’egli. Ma Valentina! povera amica! resisterà a tanti dolori? — Dicendo queste parole guardava alternativamente la finestra con le tende rosse, e le tre finestre con le tende bianche. La luce era quasi compiutamente disparsa dalla finestra con le tende rosse. Senza dubbio la sig.ª de Villefort aveva spento il suo lume, ed il solo lume da notte mandava qualche riflesso ai vetri. All’estremità del fabbricato, al contrario, vide aprirsi una delle tre finestre con le tende bianche. Una candela posta sul caminetto mandò al di fuori qualche raggio della sua pallida luce, ed un’ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone.
Morrel fremette; gli sembrò avere inteso un singulto.
Non era meraviglioso che quest’anima ordinariamente tanto coraggiosa e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle due più forti passioni dell’uomo, l’amore e la paura, si fosse indebolita al punto da soffrire le allucinazioni superstiziose.
Quantunque fosse impossibile, nascosto come egli era, che l’occhio di Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato dall’ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva, il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio errore divenne una realtà irresistibile, e, per uno di quegli slanci incomprensibili della gioventù, balzò fuori del nascondiglio, e in due salti, col pericolo di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare l’allarme, se alla giovinetta sfuggiva un qualche grido involontario, traversò il prato, che la luna faceva largo e chiaro come un lago; e raggiunta la fila dei cassettoni degli aranci che si estendevano davanti alla casa, giunse ai gradini della scalinata, che salì rapidamente, e spinse la porta, che si aprì senza alcuna resistenza davanti a lui. Valentina non lo aveva veduto, gli occhi innalzati al cielo seguivano una nube d’argento che strisciava l’azzurro, e la cui forma era quella di un’ombra che sale al cielo; il suo spirito poetico ed esaltato le diceva che quella era l’ombra di sua nonna. Frattanto Morrel aveva traversata l’anticamera e ritrovata la rampa della scala; i tappeti stesi sugli scalini tennero nascosto il romore dei suoi passi: d’altra parte Morrel era giunto a quel punto di esaltamento che non lo avrebbe spaventato la presenza stessa del sig. de Villefort. Se questi si fosse presentato ai suoi occhi, la risoluzione era presa: gli si avvicinava, gli confessava tutto, pregandolo di scusare, ed approvare quest’amore che lo univa a sua figlia... Morrel era pazzo. Per fortuna non vide alcuno; particolarmente allora quella tal conoscenza che aveva imparato da Valentina sul piano interno della casa gli servì; giunse senza alcun incidente in alto alla scala, e come arrivato là, si orizzontava, un singhiozzo, di cui riconobbe l’espressione, gli indicò il cammino che doveva prendere; si voltò: una porta era socchiusa, e lasciava giungere a lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva. Spinse questa porta ed entrò. Nel fondo di una alcova, sotto un bianco drappo che ne ricopriva la testa, e designava la forma, giaceva la morta, più spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione segreta di cui il caso lo avea fatto possessore. Di fianco al letto, in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini di una larga poltrona, Valentina tremante, e sollevata dai singhiozzi, stendeva al di sopra, della testa, che non si vedeva, ambo le mani giunte ed irrigidite: aveva lasciata la finestra aperta, e pregava ad alta voce con accenti che avrebber commosso il cuore più insensibile; la parola le sfuggiva dalle labbra, rapida, incoerente, inintelligibile. La luna strisciando a traverso la apertura delle persiane, faceva impallidire la luce della lampada, e dava un fondo azzurro alle funebri tinte in questo quadro di desolazione.
Morrel non potè resistere a questo spettacolo; egli non era di una pietà esemplare, non era facile alle impressioni; ma Valentina sofferente, piangente, e torcentesi le braccia, avanti ai suoi occhi era più di quanto poteva sopportare in silenzio. Egli mandò un sospiro, mormorò un nome, e la testa bagnata dalle lagrime, ed impietrata sui velluti del seggio, si rialzò, e rimase voltata verso di lui.
Valentina lo vide, e non manifestò alcuna meraviglia. Non vi sono più emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore. Morrel le stese la mano, Valentina per tutta scusa del perchè non era stata a ritrovarlo, gli mostrò il cadavere che giaceva sotto il funebre drappo, e ricominciò i singulti. Nè l’uno, nè l’altra osavano parlarsi in questa camera. Ciascuno esitava a rompere quel silenzio che sembrava venisse raccomandato dalla morte ritta in piedi in un qualche angolo, col dito sulle labbra. Finalmente Valentina osò parlare per la prima: — Amico, diss’ella, come mai siete qui? Ahimè! vi direi: «siate il ben venuto» se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta di questa casa.
— Valentina, disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte, io era là dalle otto e mezzo; non vi vedeva venire: fui preso dall’inquietudine, ho saltato il muro, son penetrato nel giardino; allora delle voci che si intrattenevano sul fatale accidente...
— Quali voci? domandò Valentina.
Morrel fremette perchè tutta la conversazione del dottore e di Villefort gli ritornava al pensiero, ed a traverso del drappo, credeva veder quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle labbra violette: — Le voci dei vostri domestici, diss’egli, mi hanno appreso tutto.
— Ma venir fin qui, è lo stesso che perderci, amico mio, disse Valentina senza collera e senza spavento.
— Perdonatemi, rispose Morrel col medesimo tuono, mi ritiro.
— No, disse Valentina, sareste incontrato, restate.
— Ma se qui venissero?... — La giovane scosse la testa:
— Nessuno verrà, siate tranquillo, ecco la nostra salva guardia. — E mostrò la forma del cadavere modellata dal drappo che la copriva.
— Ma che è accaduto del sig. d’Épinay?
— Il sig. Franz è venuto per soscrivere il contratto al momento in cui mia nonna rendeva l’ultimo sospiro: ma ciò che raddoppia il mio dolore, si è che questa povera e cara avola, morendo, mi ordinò che si compiesse il matrimonio il più presto possibile.
— Ascoltate! disse Morrel. I due giovani fecero silenzio.
S’intese una porta aprirsi, e dei passi fecero scricchiolare il piancito del corridoio ed i gradini della scala:
— È mio padre che esce dal suo gabinetto, disse Valentina.
— E che riconduce il dottore, soggiunse Morrel.
— Come sapete che è il dottore? domandò Valentina meravigliata. — Lo presumo, disse Morrel. — Valentina guardò il giovine. Frattanto s’intese chiudere la porta di strada.
Il sig. de Villefort andò inoltre a dare un doppio giro di chiave a quella del giardino, indi risalì le scale.
Giunto nell’anticamera si fermò un momento, come esitante se dovesse entrare nel suo appartamento, o nella camera della sig.ª di Saint-Méran. Morrel si gettò dietro una portiera. Valentina non fece alcun movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di sopra degli ordinari timori. Ma de Villefort entrò nelle sue stanze.
— Ora, disse Valentina, non potete più uscire nè dalla porta del giardino, nè da quella di strada.
Morrel la guardò con meraviglia. — Ora, diss’ella, non vi è più che una uscita sicura e permessa, ed è quella dello appartamento del mio nonno. — Ella si alzò: — Venite.
— E dove? domandò Massimiliano. — Da mio nonno.
— Io, dal sig. Noirtier? — Sì.
— Pensateci bene, Valentina.
— Vi penso, e da lungo tempo. Non ho più che questo amico al mondo, ed entrambi abbiam bisogno di lui.
— State attenta, Valentina, disse Morrel esitando a fare ciò che gli ordinava la giovinetta, state attenta, la benda mi è caduta dagli occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi stessa tutta la vostra ragione, cara amica.
— Sì, disse Valentina, e non ho che uno scrupolo al mondo, quello di lasciar soli questi ultimi avanzi della mia povera nonna, che mi sono incaricata di vegliare.
— Valentina, disse Morrel, la morte è sacra per sè stessa.
— Sì, rispose la giovinetta; d’altra parte sarà per poco, venite. — Valentina traversò il corridoio, e discese una piccola scala che conduceva dal sig. Noirtier. Morrel la seguiva in punta di piedi. Giunti sul piano dell’appartamento ritrovarono il vecchio domestico.
— Barrois, disse Valentina, chiudete la porta, e non lasciate entrare nessuno.
Ella entrò per la prima. Noirtier, ancora seduto al suo seggio, attento al più piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di tutto ciò che accadeva, fissò gli sguardi avidi all’entrata della camera; vide Valentina, ed il suo occhio brillò. Vi era nel portamento, nell’attitudine della giovinetta qualche cosa di grave, e di solenne che sorprese il vegliardo: epperò lo sguardo ch’era brillante divenne interrogatore. — Caro padre, diss’ella a bassa voce, ascoltami bene: tu sai che la buona nonna Saint-Méran è morta sarà un’ora, e che adesso, eccetto te, non ho più alcuno che mi ami in questo mondo. — Un’espressione d’infinita tenerezza passò sugli occhi del vecchio. — È dunque a te solo, che io debbo confidar tutti i miei dispiaceri, e le mie speranze?
Il paralitico fece segno di sì.
Valentina prese Massimiliano per la mano: — Allora diss’ella, guarda bene questo signore.