Il Conte di Monte-Cristo

Part 72

Chapter 723,860 wordsPublic domain

— È la prima volta che l’ho veduta così, disse Valentina, e questa mattina mi ha fatto gran paura; l’ho creduta folle; e mio padre, voi sig. d’Avrigny conoscete certamente l’indole seria di mio padre, è sembrato molto impressionato.

— Ma andiamo a vedere, disse il sig. d’Avrigny, ciò che mi raccontate, mi sembra strano.

Il notaro discendeva, e vennero a prevenir Valentina che sua nonna era sola. — Salite, diss’ella al dottore. — E voi?

— Non ho coraggio, ella mi aveva proibito di mandarvi a chiamare; poi come dite, io stessa sono molto agitata, febbricitante, e mal disposta; vado invece a fare un piccolo giro nel giardino per rimettermi. — Il dottore strinse la mano a Valentina, e, mentre ch’ei saliva alla nonna, la giovinetta discendeva dalla scalinata. Non abbiamo bisogno di dire qual fosse la parte di giardino favorita a Valentina. Dopo aver fatto due o tre giri sul praticello che circondava la casa, dopo aver raccolto una rosa per metterla alla cintura, o nei capelli, s’inoltrava sotto il viale ombroso che conduceva al banco, poi dal banco andava al cancello.

Questa volta Valentina fece, secondo la sua abitudine, due o tre giri in mezzo ai fiori, ma senza raccoglierli; il lutto del cuore, che non aveva avuto ancora il tempo di estendersi sulla sua persona, rigettava questo semplice ornamento; indi s’incamminò verso il viale. A seconda che si inoltrava, le parve sentire una voce che pronunziasse il suo nome. Ella si fermò maravigliata. Questa volta la voce giunse più distinta al suo orecchio, ed ella riconobbe esser quella di Massimiliano.

LXXII. — LA PROMESSA.

Era in fatto Morrel che dalla sera innanzi non viveva più: con quell’istinto particolare agli amanti, ed alle madri, aveva indovinato, che in seguito di questo ritorno della sig.ª di Saint-Méran, e della morte del marchese, succedeva qualche cosa in casa di Villefort che interessava il suo amore per Valentina.

Come si vedrà, i suoi presentimenti si erano avverati; non era più una semplice inquietudine quella che lo conduceva così sconvolto e tremante al cancello dei marroni.

Ma Valentina non era prevenuta dell’aspettativa di Morrel, questa non era l’ora in cui ordinariamente vedevansi, e fu un puro caso, o se si vuol meglio, una fortunata simpatia che la condusse al giardino. Quando ella comparve, Morrel la chiamò: ella accorse al cancello.

— Voi a quest’ora? diss’ella.

— Sì, vengo a cercare ed a portare cattive notizie.

— È dunque la casa dell’infortunio? parlate, ma in verità, la somma dei dolori è già sufficiente.

— Cara Valentina, ascoltatemi bene, perchè tutto ciò che sono per dirvi è solenne. A qual epoca contano di maritarvi?

— Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si è dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la sola lontananza del sig. Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo arrivo il contratto sarà firmato. — Un penoso sospiro uscì dal petto del giovine, che guardò lungamente e tristamente la sua diletta. — Ah! rispose egli a voce bassa, è spaventoso il sentir dire tranquillamente dalla donna che si ama; «il momento del nostro supplizio è fissato; fra poche ore avrà luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia così, e dal canto mio non vi apporrò alcuna opposizione.» Ebbene! poichè non si aspetta che l’arrivo del sig. d’Épinay per sottoscrivere il contratto, e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete a lui, perchè egli è giunto a Parigi questa mattina. — Valentina mandò un grido. — Io era dal conte di Monte-Cristo, sarà un’ora, disse Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del dolore vostro, quando d’improvviso si sente scorrere una carrozza nel cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d’essermi ingannato, quando dietro a lui s’avanza un altro giovine, ed il conte esclama:

«— Ah! sig. barone Franz d’Épinay!»

«Quant’ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una parola di ciò che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato.

— Povero Massimiliano! mormorò Valentina.

— Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di fare? — Valentina abbassò la testa; ella era oppressa. — Ascoltate, disse Morrel, non è la prima volta che voi pensate alla situazione a cui siamo giunti: essa è grave, è pressante, è suprema; non credo che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ciò è buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di queste persone; ma chiunque si sente la volontà di lottare, non perde un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con cui fu colpito. Avete volontà di lottare contro l’avversa sorte, dite, Valentina? Questo è quanto vi domando.

Valentina fremette, e guardò Morrel con occhi spaventati. L’idea di resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le era ancor venuta.

— Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l’ordine di mio padre, contro il desiderio della mia ava moribonda? questo è impossibile. (Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai!

— Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel.

— In qual modo me lo dite, gridò Valentina offesa.

— Vi dico ciò, come un uomo che vi ammira, madamigella!

— Madamigella, gridò Valentina: oh egoista! egli mi vede alla disperazione, e finge di non capirmi.

— V’ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete contrariare il sig. de Villefort, non volete disobbedire alla marchesa, e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi a vostro marito.

— Ma, mio Dio! posso fare altrimenti?

— Non bisogna appellarsene a me, perchè sono un cattivo giudice in questa causa, ed il mio egoismo mi accecherà.

— Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste ritrovata disposta ad accettare la vostra proposizione? sentiamo, rispondete, non si tratta di dire «fate male», si tratta di dare un consiglio.

— Mi dite ciò seriamente, Valentina? e devo io darvi questo consiglio, dite?

— Certamente, caro Massimiliano, perchè se è buono, io lo seguirò: sapete bene che mi sono interamente data alle mie affezioni.

— Valentina, disse Morrel compiendo di staccare un’asse di già sconnessa; ho la testa sconvolta, vedete bene, da un’ora le idee più insensate hanno percorso una per volta nel mio spirito. Oh! nel caso che rifiutaste il mio consiglio...

— Ebbene! questo consiglio?

— Eccolo, Valentina.

La giovane alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.

— Io son libero, riprese Massimiliano, sono abbastanza ricco per noi due, sarete mia moglie.

— Voi mi fate tremare, disse la giovinetta.

— Seguitemi, continuò Morrel, vi condurrò da mia sorella che è degna d’essere ancora vostra sorella; c’imbarcheremo per Algeri, per l’Inghilterra, o per l’America; se non preferite che ci ritiriamo insieme in qualche provincia, ove aspetteremo che qualche amico abbia vinta la resistenza della vostra famiglia.

Valentina scosse la testa:

— Io me lo aspettava, Massimiliano, diss’ella: questo è un consiglio insensato, e sarei ancor più insensata di voi, se non vi fermassi con queste sole parole: «impossibile Morrel, impossibile».

— Soffrirete dunque la vostra sorte tal quale si presenta, senza neppur tentare di combatterla?

— Sì, dovessi ancora morire!

— Ebbene! Valentina, vi ripeterò di nuovo che avete ragione; infatto io sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti più giusti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia dunque così: è cosa intesa; domani sarete irrevocabilmente promessa al sig. d’Épinay, non già con quella formalità teatrale che fu immaginata per sciogliere gl’interessi delle commedie, e che si chiama la sottoscrizione del contratto; ma per vostra propria volontà.

— Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina; e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date?

— Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e nella mia qualità d’egoista, non penso a quel che farebbero gli altri nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte le possibilità di felicità nel vostro amore: che venne un giorno in cui mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio avvenire sul vostro possesso, giacchè il possedervi era la mia vita. Or non penso più a niente, dico solo a me stesso che le eventualità si sono voltate, che credei aver guadagnata la felicità, e l’ho invece perduta. Ciò accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che aveva, ma pur quello che non aveva.

Morrel pronunciò queste parole colla più perfetta calma; Valentina lo guardò coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che già si agitava nel fondo del suo cuore:

— Ma infine, che farete?

— Ho l’onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore, che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio, Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi.

— Dove andate? gridò, allungando la mano a traverso il cancello, ed afferrando Massimiliano per l’abito, la giovinetta che comprendeva dall’interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva essere reale; dove andate?

— Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste persone che si troveranno nella mia posizione.

— Prima di lasciarmi ditemi ciò che volete fare.

Il giovine sorrise con tristezza.

— Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego!

— La vostra risoluzione si è forse cambiata, Valentina?

— Non può cambiarsi, infelice! voi ben lo sapete!

— Allora, addio, Valentina!

Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe creduta capace, e siccome Morrel si allontanava, passò le due mani attraverso le sbarre, e congiungendole contorcendosi le braccia:

— Che andate a fare? voglio saperlo! dove andate?

— Oh! siate tranquilla, disse Massimiliano fermandosi a tre passi dalla porta; la mia intenzione non è di rendere un altro uomo garante dei rigori che la sorte riserba a me solo. Un altro minaccerebbe di andare a trovare Franz, provocarlo, e battersi con lui; tutto ciò sarebbe da insensato. Che ha che fare il sig. Franz con tutto ciò? egli mi ha veduto questa mattina per la prima volta, ha già dimenticato di avermi veduto; non sapeva neppure che io esistessi quando furono fatte le convenzioni fra le vostre due famiglie, per mezzo delle quali fu risoluto che voi due sareste stati l’una dell’altro: non ho dunque che fare col sig. Franz, e, ve lo giuro, non me la prenderò con lui.

— Ma con chi ve la prenderete? con me?

— Con voi, Valentina? oh! Dio me ne guardi! la donna è sacra!

— Con voi stesso allora: disgraziato, con voi stesso.

— Sono io il colpevole, n’è vero? disse Morrel.

— Massimiliano, disse Valentina, venite qui, lo voglio.

Massimiliano si avvicinò col suo dolce sorriso, e se non fosse stato il pallore del viso, sarebbesi detto che era nel suo stato ordinario. — Ascoltatemi, mia adorata Valentina, le persone come noi che non hanno mai avuto un pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al mondo, davanti i parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l’uno dell’altro a libro aperto. Io non ho mai fatto il romantico, non sono un eroe malinconico, non rappresento nè un Manfredi, nè un Antony; ma senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messa la mia vita in voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di far così, ve l’ho detto, ve lo ripeto; ma finalmente mi venite meno, e la mia vita è perduta. Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io resto solo nel mondo. Mia sorella è felice con suo marito, riprese dopo breve pausa Massimiliano, suo marito non è che un mio cognato, vale a dire un uomo che le convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque sulla terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco ciò che io farò: aspetterò fino all’ultimo, che voi siate maritata, perchè non voglio perdere l’ombra di una delle inattese combinazioni che qualche volta ci riserba il destino, perchè finalmente di qui a là Franz d’Épinay può morire; al momento in cui voi vi avvicinate a lui il fulmine può cadere sull’altare: tutto sembra credibile al condannato a morte, per lui tutto è possibile; invoca, aspetta anche un miracolo per lui solo, da che si tratta della salvezza della sua vita. Io dunque aspetterò fino all’ultimo momento, e quando la mia infelicità sarà certa, senza rimedio, senza speranze, scriverò una lettera di confidenza a mio cognato, un’altra lettera al prefetto di polizia per dar loro avviso del mio disegno, e nell’angolo di un qualche bosco, sulle rive di qualche fosso, sulle sponde di qualche fiume, mi farò saltare le cervella, tanto vero, quanto che son il figlio del più onesto uomo che abbia vissuto in Francia.

Un tremito convulso agitò le membra di Valentina, ella lasciò il cancello che teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate, e due grosse lagrime gli scorsero sulle guance.

Il giovine rimase davanti a lei tetro e risoluto.

— Oh! per pietà, diss’ella, vivrete n’è vero?

— No, sul mio onore, disse Massimiliano. Ma che importa a voi? avrete fatto il vostro dovere, e vi rimarrà la vostra coscienza.

Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore, che si rompeva:

— Massimiliano, diss’ella, amico mio, mio fratello sulla terra, mio sposo nel cielo, te ne prego, fa come faccio io, vivi e soffri, un giorno forse saremo riuniti.

— Addio, Valentina, riprese Morrel.

— Mio Dio, disse Valentina alzando le mani al cielo con una sublime espressione, voi lo vedete, ho fatto tutto ciò che ho potuto per restare una figlia sottomessa; ho pregato, supplicato, implorato; egli non ha ascoltato le mie preghiere, le mie suppliche, le mie lagrime. Ebbene, continuò ella asciugando le lagrime, e riprendendo la sua fermezza, ebbene! non voglio morire di rimorsi, amo piuttosto morire di vergogna: vivrete, Massimiliano, ed io non sarò di alcuno, fuorchè di voi.

Morrel che aveva già fatto nuovamente qualche passo per allontanarsi, era ritornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, tenendo a traverso il cancello, nelle sue mani quelle di Valentina.

— Valentina, diss’egli, amica cara, non è così che bisogna parlarmi, altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perchè dovrò ottenervi dalla violenza, se mi amate come vi amo? mi sforzate a vivere per umanità? ecco tutto, in questo caso, amo piuttosto morire.

— Infatto, mormorò Valentina, chi è che mi ama in questo mondo? lui. Chi mi ha consolato in tutti i miei dolori? lui. Su chi riposano le mie speranze? su chi si ferma la mia vista sconvolta? su chi riposa il mio cuore stillante sangue? su lui, lui, sempre lui. Ebbene tu hai ragione a tua volta; Massimiliano, ti seguirò; abbandonerò la casa paterna, tutto! oh! ingrata che sono, gridò Valentina singhiozzando, tutto, anche il mio buon nonno che dimenticava!

— No, disse Massimiliano, non lo lascerai. Non mi dicesti che il sig. Noirtier sembrò provare qualche simpatia per me? ebbene! prima di fuggire gli dirai tutto, ti farai un’egida davanti a Dio del suo consenso; poi subito dopo maritati egli verrà con noi, ed invece di uno avrà due nipoti. Tu mi hai detto come ti parla, e come tu gli rispondi; imparerò ben presto questa lingua commovente di segni; va Valentina. Oh! te lo giuro, invece della disperazione che ci aspetta, ti prometto la felicità.

— Oh! guarda, Massimiliano, guarda qual è la tua possanza su di me, tu mi fai quasi credere quanto mi dici, e pure ciò che mi dici è insensato; perchè mio padre mi maledirà; perchè lo conosco, egli ha il cuore insensibile, non mi perdonerà mai. Pure, ascoltami, Massimiliano, se per artefizio, per preghiera, per accidente, che so io, se finalmente con qualche mezzo qualunque posso ritardare il matrimonio, mi aspetterai, n’è vero?

— Sì, lo giuro come mi giurate che questo spaventoso matrimonio non si farà mai, e che quand’anche vi trascinassero davanti al magistrato, o davanti al prete, direte sempre di no.

— Te lo giuro, Massimiliano, per tutto ciò che v’è di più sacro al mondo, per mia madre.

— Allora aspettiamo, disse Morrel.

— Sì, aspettiamo, riprese Valentina che respirava a questa parola, vi sono tante combinazioni che possono salvare due infelici come noi.

— Mi fido a voi, Valentina, disse Morrel, tuttocciò che farete sarà ben fatto; soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, se vostro padre, se la sig.ª di Saint-Méran, esigono che il sig. d’Épinay sia chiamato domani a firmare il contratto....

— Allora avete la mia parola, Morrel.

— Invece di firmare...

— Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma di qui a là, non tentiamo Iddio; Morrel, non ci vediamo più; è un miracolo, è una provvidenza, che non siamo stati ancor sorpresi; se lo fossimo, se si sapesse come ci vediamo, non avremmo più alcun espediente.

— Avete ragione, Valentina; ma come sapere...

— Dal notaio, il signor Deschamps, e da me stessa, vi scriverò.

— Bene! grazie! adorata Valentina, riprese Massimiliano.

— Sia così, disse Valentina, io pure vi dirò, tutto ciò che farete sarà ben fatto; ebbene siete contento di vostra moglie? disse tristamente la giovinetta.

— Mia adorata Valentina, è ben poco il dir di sì.

— Ditelo sempre. A rivederci disse Valentina, togliendosi con uno sforzo dalla sua felicità: a rivederci.

— Io dunque avrò una vostra lettera?

— Sì.

— Grazie mia cara sposa, a rivederci.

Valentina fuggì sotto i tigli.

Morrel ascoltò gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro i cespugli, e dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alzò gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo perchè permetteva che fosse amato in tal guisa, e anch’egli disparve.

Il giovine rientrò in casa sua, ed aspettò durante tutto il resto della sera, ed il dì seguente senza nulla ricevere.

Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre stava per andare da Deschamps, ricevè dalla posta un bigliettino, che riconobbe essere di Valentina, quantunque non avesse mai veduto il suo scritto.

Esso era concepito in questi termini;

«Lagrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per due ore sono stata nella chiesa di S. Filippo di Roule e per due ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto esaudirmi, e le soscrizioni del contratto sono fissate per questa sera alle nove. Non ho che una parola sola come non ho che un sol cuore, Morrel, questa parola è impegnata con voi, questo cuore è vostro.

Vostra Sposa VALENTINA DE VILLEFORT.

«P. S. La mia povera nonna, va di male in peggio: ieri sera la sua esaltazione è giunta al delirio, oggi il suo delirio è quasi una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l’avrò abbandonata in questo stato? Credo che nascondano a mio nonno Noirtier che la sottoscrizione del contratto deve aver luogo questa sera.»

Morrel non si limitò alle informazioni che gli dava Valentina: andò dal notaro, che gli confermò la notizia che la sottoscrizione del contratto era fissata per le nove della sera.

Indi passò da Monte-Cristo; e là ne seppe di più: Franz era venuto ad annunziargli questa solennità; dal suo canto la sig.ª de Villefort aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di scusarla se non lo invitava; ma la morte del sig. di Saint-Méran, e lo stato in cui si trovava la vedova, stendevano sopra questa riunione un velo di tristezza, di cui non voleva offuscare la fronte del conte, cui ella desiderava ogni sorta di felicità.

La sera innanzi Franz era stato presentato alla sig.ª di Saint-Méran, che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che lo raggiunse subito dopo.

Morrel, è cosa facile a comprendersi, era in uno stato di agitazione che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, quanto quello del conte; per cui Monte-Cristo fu per lui più affettuoso che mai; tanto affettuoso che due o tre volte Massimiliano fu sul punto di confessargli tutto: ma si ricordò la formale promessa data a Valentina, ed il segreto rimase sepolto nel fondo del suo cuore.

Lesse, e rilesse venti volte nel corso della giornata la lettera di Valentina.

Era la prima volta ch’ella gli scriveva, ed in quale occasione! ciascuna volta che rileggeva questa lettera, rinnovava a sè stesso il giuramento di render felice Valentina, e pensava con una inesprimibile agitazione a quel momento in cui Valentina giugnerebbe.

A quando a quando dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel.

Ma quando trascorse il mezzogiorno, quando Morrel sentì avvicinarsi l’ora, provò il bisogno di restar solo; il sangue bolliva; le semplici domande, la sola voce di un amico l’avrebbero irritato: si rinchiuse in casa sua, provò di leggere; ma lo sguardo strisciò sulle pagine senza nulla capire e finì col gettare il libro, per ritornare a meditare per la decima volta il disegno: le scale, il recinto. Finalmente l’ora si avvicinò.

Giammai un uomo veramente innamorato ha lasciato fare all’orologio il suo pacifico cammino.

Morrel tormentò tanto il suo che finì col segnare le otto e mezzo, quando non erano ancora le sei.

Allora disse a sè stesso, che era giunta l’ora di partire, che le nove erano effettivamente l’ora della sottoscrizione del contratto, ma che, secondo ogni probabilità, Valentina non aspetterebbe questa inutile sottoscrizione; per conseguenza, Morrel, dopo essere partito dalla strada Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entrò nel recinto quando le otto suonavano a S. Filippo di Roule. Poco a poco cadde il giorno.

Allora Morrel uscì dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne a guardare alle fenditure del cancello; non v’era ancora alcuno.

Suonarono le otto e mezzo.

Una mezz’ora passò nell’aspettare; Morrel passeggiava in lungo ed in largo, quindi, ad intervalli sempre più vicini, veniva ad applicare l’occhio alle assi.

Il giardino si oscurava sempre più, ma nella oscurità cercava invano la veste bianca, nel silenzio ascoltava inutilmente il romore dei passi.

La casa, che si scuopriva attraverso il fogliame restava tetra, e non presentava alcuno dei caratteri di una casa che si apre per un avvenimento tanto importante, quanto lo è la sottoscrizione di un contratto di matrimonio.

Morrel consultò l’orologio che suonò le nove e tre quarti, ma quasi subito dopo lo stesso suono dell’orologio già inteso due o tre volte ratificò l’errore della sua ripetizione e suonò le nove e mezzo.

Era già mezz’ora di aspettativa di più di quel che aveva fissato la stessa Valentina: ella aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che dopo.