Part 68
— Noi lo credemmo morto, ripetè egli; io lo misi in una cassetta che doveva tenergli luogo di bara; discesi in giardino, scavai una fossa, e ve lo seppellii in fretta. Terminava appena di coprirlo di terra, che il braccio del Corso si stese contro di me. Vidi come un’ombra drizzarsi, come un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare, un agghiacciato brivido mi percorse tutte le membra, e mi serrò la gola... Caddi moribondo, e mi credei ucciso: non dimenticherò mai il vostro sublime coraggio, quando, ritornato in me, mi trascinai spirante fino ai piè della scala, ove, spirante voi pure, veniste incontro a me. Necessitava custodire il silenzio sulla terribile catastrofe; voi aveste il coraggio di ritornare in casa vostra, sostenuta dalla vostra balia; un duello fu il pretesto della mia ferita. Contr’ogni aspettativa, il silenzio ci fu mantenuto, fui trasportato a Versailles, per tre mesi lottai colla morte; finalmente, quando sembrò che mi riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l’aria del Mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Châlons, facendo sei leghe il giorno. La sig.ª de Villefort seguiva la barella nella sua carrozza. A Châlons fui imbarcato sulla Saona, quindi passai sul Rodano, e per la sola forza della corrente discesi fino ad Arles, poi da Arles ripresi la lettiga e continuai la strada per Marsiglia. La mia convalescenza durò sei mesi; non sentiva più parlare di voi, non osava informarmi di ciò che n’era avvenuto. Quando ritornai a Parigi sentii che, vedova del sig. de Nargonne, avevate sposato il sig. Danglars. A qual cosa aveva sempre pensato dal momento che ricuperai la conoscenza? incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di fanciullo, che ciascuna notte nei miei sonni sorgeva dal seno della terra, e si fermava al di sopra della fossa minacciandomi collo sguardo e col gesto. Per cui, appena ritornato a Parigi m’informai, la casa non era stata frequentata nè visitata da alcuno dal momento che ne eravamo usciti, ma era stata data in fitto per nove anni. Andai a ritrovare quegli che l’aveva presa in fitto, finsi di avere un gran desiderio di non veder passare in mani estranee una casa che apparteneva al padre ed alla madre di mia moglie, offersi una buona uscita perchè fosse rotta la scrittura, mi fu chiesto seimila fr., ne avrei dati diecimila, pur ventimila. Li aveva indosso, feci soscrivere su due piedi la rinunzia; quindi, allorchè fui possessore di questa tanto desiderata cessione, partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella casa dal momento che ne era uscito io. Erano le cinque dopo mezzogiorno, salii nella camera rossa ed aspettai la notte.
«Là, tutto ciò che io mi ripeteva da un anno nella continua mia agonia, si rappresentò al mio pensiero molto più minaccioso che mai. Questo Corso che mi aveva dichiarata la sua vendetta, che mi aveva seguito da Nimes a Parigi, questo Corso che era nascosto nel giardino, che mi aveva ferito, aveva certamente veduto scavare la fossa, mi aveva veduto seppellire il fanciullo, egli poteva giungere a conoscervi, forse vi conosceva già... non vi avrebbe un giorno fatto pagare il segreto di questo terribile affare?... non sarebbe stata questa per lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non ero morto della sua pugnalata? era dunque urgente che prima di ogni altra cosa, con qualunque siasi rischio, facessi sparire le tracce di questo fatto passato, che ne distruggessi le materiali vestigia; vi sarebbe sempre rimasta abbastanza realtà nella mia memoria; per ciò aveva fatto annullare la scrittura, per ciò era venuto, per ciò io aspettava. Giunse la notte, la lasciai bene oscurare; io era senza lume in quella camera, dove i soffi del vento agitavano il cortinaggio, dietro il quale mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; a quando a quando fremevo, mi sembrava dietro a me, e in quel letto, sentire i vostri lamenti, non osava voltarmi. Il cuore batteva nel silenzio, ed io lo sentiva battere sì violentemente, che credeva che si sarebbe riaperta la mia ferita; finalmente intesi spegnersi gli uni dopo gli altri tutti i rumori della campagna. Capii che non aveva più nulla a temere, che non poteva essere nè veduto nè inteso, e risolvetti di discendere.
«Ascoltate, Erminia, io mi credo tanto coraggioso, quanto un altro uomo; ma quando mi cavai dal petto questa piccola chiave della scala segreta, che aveva ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo tanto, e che voi avete voluto attaccare ad un anello d’oro; allorchè aprii la porta, allorchè a traverso alla finestra vidi una pallida luna gettare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca simile ad uno spettro, mi rattenni al muro, fui vicino a gridare; mi sembrava di diventar matto. Finalmente giunsi a divenir padrone di me stesso. Discesi la scala, scalino per scalino; la sola cosa che non aveva potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso le ginocchia: mi aggrappai alla rampa; se l’avessi lasciata un momento sarei precipitato.
«Giunsi alla porta di basso; al di fuori di essa una zappa era appoggiata al muro; la presi, e m’inoltrai verso il gruppo d’alberi: mi era munito di una lanterna cieca; in mezzo al prato mi fermai per accenderla, indi continuai il cammino. Novembre stava per finire, tutta la verdura del giardino era sparita, gli alberi non erano più che scheletri con lunghe braccia scarne, e le morte foglie rumoreggiavano con la sabbia sotto i miei piedi.
«Lo spavento mi colpì sì fortemente il cuore che nell’avvicinarmi agli alberi cavai una pistola di tasca e la caricai: credeva sempre vedere la figura del Corso comparire a traverso dei rami. Osservai nei luoghi più folti con la lanterna cieca; essi erano vuoti. Gettai gli occhi ovunque intorno a me, io era realmente solo; nessun rumore turbava il silenzio della notte, se non il canto di una civetta. Attaccai la lanterna ad un ramo forcuto che aveva già notato un anno avanti, nella stessa direzione ove mi fermai per iscavare la fossa. L’erba durante l’estate era cresciuta moltissimo in questo luogo, e, giunto l’autunno, nessuno era là venuto per tagliarla. Però un luogo meno fornito attirò la mia attenzione; era evidente che là io voltai la terra: mi misi all’opera. Era finalmente giunta quell’ora che aspettavo da un anno! Ma come speravo, come lavoravo, come esaminavo ogni zolla di terra, credendo sentire della resistenza all’estremità della mia zappa; niente! eppure aveva fatto una buca due volte più grande della prima. Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto; mi orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i particolari che mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta fischiava a traverso i rami spogliati, e ciò non pertanto il sudore mi grondava dalla fronte. Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di pugnale nel momento che stava pestando la terra per fare sparire le tracce della fossa, mentre pestava questa terra mi appoggiava ad un falso ebano; dietro a me era una roccia artificiale destinata a servire da banco a chi passeggiava, perchè cadendo la mia mano che aveva lasciata la zappa aveva sentito il freddo della pietra: caddi situandomi nella stessa posizione, mi rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa; niente, sempre niente: la cassetta non v’era più.
— La cassetta non v’era più! mormorò la sig.ª Danglars.
— Non crediate che mi limitassi a questo tentativo, esaminai tutto il dintorno; pensai che l’assassino avendo dissotterrata la cassetta, credendo che fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l’avesse portata via, ma poi accorgendosi dell’errore avesse egli pure scavato una fossa, e ve l’avesse deposta; niente. Quindi mi venne l’idea che senza prendere tante cautele, l’avesse puramente e semplicemente gettata in un qualche angolo. In questa ultima ipotesi mi abbisognava per fare le mie ricerche aspettare il giorno: risalii nella camera ed aspettai. Venne il giorno, discesi di nuovo, la mia prima visita fu intorno al gruppo d’alberi, sperava di ritrovarvi delle tracce che mi fossero sfuggite nell’oscurità. Io aveva rivoltata la terra sopra una superficie di venti piedi quadrati, e per una profondità di più di due piedi, una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per far ciò che io aveva fatto in un’ora. Niente, non vidi assolutamente niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta; secondo le supposizioni che aveva fatte, doveva essere sul sentiero che conduceva alla porticella di uscita; ma questa nuova investigazione fu tanto inutile quanto la prima, e col cuore serrato, ritornai agli alberi, che essi pure non mi lasciavano più alcuna speranza.
— Oh! gridò la sig.ª Danglars, vi era da diventarne pazzo.
— Lo sperai un momento, disse Villefort, ma non ebbi questa fortuna; però richiamando la mia forza, e per conseguenza le mie idee: perchè quest’uomo avrebbe portato via quel cadavere? domandavo a me stesso.
— Ma voi lo avete detto, per avere una prova.
— Oh! no, signora, non poteva più essere questo; non si conserva un cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa la sua deposizione. Ora non era accaduto niente di tutto ciò.
— Ebbene, allora?... domandò Erminia palpitante.
— Allora? vi è qualche cosa di più terribile, di più fatale, di più spaventoso per noi, ed è che il fanciullo forse era vivo, e che l’assassino lo aveva salvato.
La sig.ª Danglars mandò un grido terribile afferrando le mani di Villefort: — Mio figlio era vivo? diss’ella, avete seppellito mio figlio vivo, signore! non eravate sicuro che era morto, e lo avete seppellito! ah!..
La sig.ª Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al procuratore del Re, di cui teneva strette le mani tra le sue delicate, quasi minacciosa. — Che so io? vi dico ciò come vi direi qualunque altra cosa, rispose Villefort con una immobilità di sguardo che indicava che questo uomo così potente era vicino a toccare la follia, o la disperazione.
— Ah! mio figlio, mio povero figlio! gridò la baronessa ricadendo sulla sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto.
Villefort ritornò in sè, e comprese che per divergere l’uragano materno che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella sig.ª Danglars il terrore che egli stesso provava:
— Comprendete che se la cosa è così, diss’egli alzandosi ed avvicinandosi alla baronessa per parlare a voce anche più bassa, siam perduti; questo fanciullo vive, e qualcuno sa che egli vive, qualcuno è in possesso del nostro segreto; e poichè Monte-Cristo parla in faccia nostra di un fanciullo dissotterrato là ove questo fanciullo non è più, egli è certamente in possesso di questo segreto.
— Dio giusto! Dio vendicatore! mormorò la sig.ª Danglars.
Villefort non rispose che con una specie di ruggito.
— Ma questo figlio, signore? riprese la madre ostinata.
— Oh! quanto l’ho cercato! riprese Villefort contorcendosi le braccia, quante volte l’ho chiamato nelle mie lunghe notti senza sonno! quante volte ho desiderato una ricchezza da re, per acquistare un milione di segreti da un milione d’uomini, e per trovare il mio segreto nel loro? Finalmente un giorno che per la centesima volta riprendeva la zappa, domandando a me stesso per la centesima volta ciò che questo Corso avesse potuto fare del fanciullo; un fanciullo impaccia un fuggitivo; forse accorgendosi che era ancor vivo lo aveva gettato nel fiume.
— Oh! impossibile! gridò la sig.ª Danglars, si assassina un uomo per vendetta, non si annega a sangue freddo un fanciullo! — Forse, continuò Villefort, lo aveva portato all’ospizio degli esposti. — Oh! sì! sì! gridò la baronessa, mio figlio è là, signore! — Io corsi all’ospizio, ed intesi che quella notte stessa, la notte del 20 settembre, un fanciullo era stato deposto nella ruota; era inviluppato in una mezza salvietta di tela fina stracciata ad arte. Questa metà di salvietta portava una metà di corona da barone, e la lettera L.
— È quello, è quello! gridò la sig.ª Danglars, la mia biancheria era marcata in tal modo; il sig. di Nargonne era barone, e si chiamava Luigi; le salviette erano tutte marcate in tal modo. Grazie, mio Dio, mio figlio non è morto!
— No, egli non è morto.
— E voi me lo dite? mi dite questo senza temere di farmi morire di gioia, signore? ov’è, ov’è mio figlio?
Villefort alzò le spalle — Lo so io forse? e credete che se il sapessi, vi farei passare per tutte queste prove, e per tutte queste gradazioni come farebbe un drammatico, od un romanziere? no, io non lo so. Una donna, circa sei mesi dopo, era stata a reclamare il fanciullo, coll’altra metà della salvietta. Questa donna aveva somministrate tutte le guarentigie che esige la legge, e le fu rimesso.
— Ma bisogna informarsi di questa donna... scoprirla.
— E di che credete che mi sia occupato, signora? ho simulata una istruzione giudiziaria, ed ho messo in cerca, ed in azione, quanto la polizia possiede di fine lime, e di destri messi. Le sue tracce furono ritrovate a Châlons; ma a Châlons si sono perdute.
— Perdute? — Sì, perdute; perdute per sempre.
La sig.ª Danglars aveva ascoltato questo racconto con un sospiro, una lagrima, un grido per ciascuna particolarità.
— E qui sta il tutto? e vi siete limitato a ciò?
— Oh no, disse Villefort, non ho mai cessato di cercare, di continuare ad informarmi, però dopo due o tre anni mi era alquanto rallentato. Oggi però ritornerò a cominciare con maggior accanimento che mai, e vi riuscirò perchè non è più la coscienza che mi vi spinge, ma bensì la paura.
— Ma, il conte di Monte-Cristo non sa niente; senza di che, mi sembra, non ci cercherebbe come fa.
— Oh! la cattiveria degli uomini è grandemente profonda, disse Villefort, poichè è più profonda della bontà di Dio. Avete osservati gli occhi di quest’uomo mentre ci parlava? l’avete qualche volta esaminato profondamente?
— Senza dubbio egli è bizzarro; ma ecco tutto; una cosa soltanto mi ha colpito, ed è che di tutto quello squisito pranzo che ci ha dato, nulla ha toccato.
— Sì, sì! disse Villefort, io pure l’ho notato. Se avessi saputo ciò che so ora, non avrei toccato niente; avrei creduto che avesse voluto avvelenarci.
— E vi sareste sbagliato, ben lo vedete.
— Sì, senza dubbio; ma, credetemi, quest’uomo nasconde altri disegni, ecco perchè vi ho voluto vedere, ecco perchè ho domandato parlarvi, ecco perchè ho voluto premunirvi contro tutti, ma particolarmente contro di lui. Ditemi, continuò Villefort fissando gli occhi sulla baronessa ancor più profondamente che non aveva fatto fino allora, ditemi non avete parlato del nostro legame con alcuno?
— Giammai, con alcuno, disse la baronessa arrossendo; ve lo giuro.
— Non avete l’abitudine di scrivere la sera ciò che vi è accaduto nel giorno? non fate il vostro giornale?
— No! ahimè! la mia vita passa, trasportata dalle frivolezze, e la dimentico io stessa.
— Non parlate sognando? — Ho un sonno da fanciullo.
— Capisco ciò che mi resta a fare, riprese Villefort; prima di otto giorni saprò chi è questo sig. di Monte-Cristo, di dove viene, ove va, e per qual ragione parla alla nostra presenza di fanciulli dissotterrati nel suo giardino.
Villefort pronunciò queste parole con un accento che avrebbe fatto fremere il conte se lo avesse potuto sentire.
Indi strinse la mano alla baronessa che aveva ripugnanza a dargliela, e la ricondusse con rispetto fino alla porta.
La sig.ª Danglars riprese un’altra vettura da nolo che la ricondusse al passaggio, alla parte opposta del quale ritrovò la sua carrozza ed il cocchiere che, aspettandola, dormiva tranquillamente al suo posto.
LXVII. — UN BALLO IN ESTATE.
Nello stesso giorno verso l’ora in cui la sig.ª Danglars teneva la seduta che abbiam descritta nel gabinetto del procuratore del Re, una carrozza da viaggio entrando nella strada Helder, s’introduceva per la porta n. 27 e si fermava nel cortile. Un momento dopo si apriva lo sportello e la sig.ª de Morcerf ne discendeva, appoggiandosi al braccio di suo figlio. Appena Alberto ebbe accompagnata sua madre alle stanze di lei, ordinando un bagno ed i suoi cavalli, si fece condurre ai _Campi-Elisi_ dal conte di Monte-Cristo.
Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. Era cosa straordinaria; non sembrava mai di poter fare un passo in avanti nel cuore di quest’uomo. Quelli che volevano, per dir così, sforzare il passaggio della sua intimità, ritrovavano un muro. Morcerf, che accorreva a lui a braccia aperte, lasciò vedendolo, ad onta del suo sorriso amichevole, cadere le braccia, ed osò appena stendergli la mano. Dal suo canto Monte-Cristo gliela toccò come faceva sempre, ma senza stringerla. — Ebbene! eccomi, diss’egli, caro conte.
— Siate il ben venuto.
— Sono arrivato da un’ora. — Da Dieppe?
— No, da Tréport, la mia prima visita è per voi.
— È grazioso per parte vostra, disse Monte-Cristo nel modo con cui avrebbe detta qualunque altra cosa.
— Ebbene! vediamo che novità vi sono?
— Novità! le chiedete a me, ad uno straniero!
— M’intendo io: quando vi chiedo novità, vi chiedo se avete fatto qualche cosa per me.
— Mi avete voi dunque incaricato di qualche commissione? disse Monte-Cristo fingendo d’essere inquieto.
— Via, via, disse Alberto: non simulate indifferenza; si dice che vi sono delle sensazioni simpatiche che attraversano le distanze. Ebbene a Tréport ho ricevuto la mia scossa elettrica; se non avete operato per me, almeno avete pensato a me.
— Ciò è possibile, disse Monte-Cristo. Ho di fatto pensato a voi, ma la corrente elettrica di cui era il conduttore operava, ve lo confesso, indipendentemente dalla mia volontà.
— Da vero, raccontatemi, ve ne prego.
— È facile. Il sig. Danglars ha pranzato da me.
— Lo so bene, poichè per fuggire la sua presenza, mia madre ed io partimmo. — Ma ha pranzato ancora col sig. Andrea Cavalcanti. — Il vostro principe italiano. — Non esageriamo, il sig. Andrea si dà soltanto il titolo di conte.
— Si dà dite voi? — Dico, si dà. — Dunque non lo è?
— E lo so io? egli se lo dà, io lo do a lui, tutti a lui lo danno, non è come se lo avesse? — Uomo strano; avanti! ebbene?
— Ebbene! che?
— Il sig. Danglars ha dunque pranzato qui? — Sì.
— Col vostro conte Andrea Cavalcanti?
— Col conte Andrea Cavalcanti, il marchese suo padre, la sig.ª Danglars, il sig. e la sig.ª de Villefort, il sig. Debray, Massimiliano Morrel, e poi chi altro ancora?... Aspettate.... Ah! il sig. Château-Renaud.
— Si è parlato di me? — Non se ne è detta una parola.
— Tanto peggio. — Perchè tanto peggio? mi pare che se siete stato dimenticato, non fu fatto, che quel che desideravate!
— Mio caro conte, se non si è parlato di me, è segno che vi pensano molto; ed allora sono alla disperazione.
— Che v’importa, quando madamigella Danglars non era nel numero di quelli che qui vi pensavano: Ah! è vero, ella poteva pensarvi da casa sua.
— Oh! in quanto a questo, no, ne sono sicuro, o, s’ella vi pensava, fu certo allo stesso modo che io pensava a lei.
— Commovente simpatia! disse il conte. Allora vi detestate?
— Ascoltate, disse Morcerf, se madamigella Danglars fosse donna da prendere pietà del martirio ch’io non soffro per lei, e da ricompensarmene al di fuori delle convenzioni matrimoniali stabilite fra le nostre due famiglie, ciò mi andrebbe a meraviglia. Alle corte, credo che madamigella Danglars sarebbe una graziosissima amica, ma come moglie, diavolo...
— Così questo è il vostro modo di pensare sulla vostra fidanzata?
— Un poco brutale, è vero, ma per lo meno esatto.
— Siete difficile, visconte. — Sì, perchè spesso penso ad una cosa impossibile. — A quale? — A trovarmi per moglie una donna come quella che mio padre ha trovato per lui.
Monte-Cristo impallidì, e guardò Alberto che scherzava con delle magnifiche pistole, delle quali faceva rapidamente scoccare le suste.
— Dunque vostro padre è stato molto felice? diss’egli.
— Sapete la mia opinione sul conto di mia madre, sig. conte: un angiolo del cielo: voi la vedete bella ancora, spiritosa sempre, più buona che mai. Giungo da Tréport; per tutt’altro figlio, eh! mio Dio! accompagnare sua madre sarebbe una compiacenza od un sacrificio. Ma io, io passo quattro giorni da solo a sola con lei, più soddisfatto, più poetico ancora di quel che se avessi accompagnato a Tréport la regina Mab, o Titania.
— Questa è una perfezione, che dispera, e voi date a quanti vi sentono gran volontà di restare celibi.
— Ecco precisamente, rispose Morcerf, perchè, sapendo ch’esiste al mondo una donna perfetta, non mi curo di sposare madamigella Danglars. Avete mai notato come il nostro egoismo riveste dei colori più brillanti tutto ciò che ci appartiene? Il diamante che luccicava nella invetriata di Merlé o di Fossin diventa più bello ancora dopo che è nostro; ma se l’evidenza ci sforza a conoscere che ve n’è un altro di un’acqua più pura, e che voi siate condannato a portare eternamente questo diamante inferiore all’altro, capite quanto dev’essere il soffrire. Ecco perchè io balzerò di gioia il giorno in cui madamigella Danglars si accorgerà che non sono che un meschino atomo, e che ho appena tante centinaia di mille fr. per quanti milioni ha lei.
Monte-Cristo sorrise. — Io aveva ben pensato ad una cosa, continuò Alberto. Franz ama le cose eccentriche; voleva che si innamorasse di madamigella Danglars, ma ad onta di quattro lettere che gli ho scritto nello stile più spaventoso, egli mi ha imperturbabilmente risposto: «Io sono eccentrico, è vero, ma la mia eccentricità non giunge fino a ritirare la mia parola quando l’ho impegnata.»
— Ecco ciò che io chiamo trasporto d’amicizia, dare ad un altro per moglie la donna che non si vorrebbe per sè, che nella condizione d’amica.
Alberto sorrise. — A proposito, giunge questo caro Franz; ma poco v’importa, voi non lo amate credo?
— Io! disse Monte-Cristo; eh! mio caro visconte, e da che arguite che io non amo il sig. Franz? Caro visconte, io amo tutto il mondo.
— Ed io sono compreso in tutto il mondo... grazie.
— Oh! non confondiamo, disse Monte-Cristo; amo tutto il mondo nel modo che Dio ci ordina di amare il nostro prossimo, cristianamente; ma non odio che certe determinate persone. Ritorniamo al sig. Franz; dite che ritorna?
— Sì, chiamato dal sig. de Villefort, anch’egli arrabbiato tanto, a ciò che sembra, per maritare madamigella Valentina, quanto Danglars per maritar madamigella Eugenia. Pare certamente che lo stato più faticoso sia quello di essere padre di giovanette adulte; sembra che questo dia loro la febbre, e che il loro polso batta 80 volte il minuto fin tanto che non se ne siano spacciati.
— Ma il sig. d’Épinay non vi rassomiglia; sembra ch’egli prenda il suo male con pazienza.
— Anche meglio così, che egli lo prende sul serio; si mette già la cravatta bianca e parla della sua famiglia. Del resto ha per Villefort grandissimo rispetto.
— Meritato, non è vero?
— Villefort è sempre passato per un uom severo, ma giusto.
— Alla buon’ora, eccone finalmente uno, disse Monte-Cristo, che non trattate come quel povero Danglars.
— Forse dipenderà dal non essere obbligato a sposarne la figlia, disse Alberto ridendo.
— In verità, mio caro signore, ripetè Monte-Cristo, siete di una fatuità stomachevole.
— Io? — Sì voi... prendete un sigaro.
— Ben volentieri, e perchè son fatuo?
— Ma perchè state là a difendervi, a dibattervi per non voler sposare madamigella Danglars. Oh mio Dio! lasciate andare le cose, e forse non sarete il primo a ritirar la parola.
— Bah! fece Alberto aprendo due grandi occhi.
— Eh! senza dubbio, sig. visconte, non vi si metterà per forza la testa fra le porte; che diavolo! Via, sul serio, avete volontà di romperla?
— Pagherei cento mila franchi per questo.
— Ebbene! siete felice: il sig. Danglars è disposto a pagare il doppio per giungere alla stessa meta.
— Ed è vero questa felicità? disse Alberto, che però dicendo ciò non potè far a meno di impedire che non passasse una impercettibile nube sul suo viso. Ma, mio caro conte, il sig. Danglars ha dunque dei motivi?...