Il Conte di Monte-Cristo

Part 67

Chapter 673,782 wordsPublic domain

— Senza dubbio, continuò Monte-Cristo, io faccio tre categorie sulle fortune: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, fortune di terzo ordine: chiamo fortune di primo ordine quelle che si compongono di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le miniere, le rendite sui grandi stati come la Francia, l’Austria, e l’Inghilterra, purchè questi tesori, queste miniere, queste rendite formino un totale di un centinaio di milioni! chiamo fortune di second’ordine le imprese manifatturiere, le imprese di associazione, i vice-reami, i principati che non sorpassano un milione e cento mila fr. di rendita, il tutto formante un capitale di un 500 milioni; finalmente, chiamo fortune di terzo ordine, i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni dipendenti dall’altrui volontà, o dalle combinazioni della sorte che un fallimento scomoda, ed una notizia telegrafica rovina! le banche, le speculazioni eventuali, le operazioni sottomesse a quelle combinazioni della fatalità, che si potrebbe chiamare forza minatrice, paragonandola alla maggiore che è la forza naturale, il tutto formante un capitale fittizio, o reale di un 15 milioni circa. Non è questa la vostra posizione?

— Ma diavolo! sì, rispose Danglars.

— Ne risulta che con sei finali di mese come questa, continuò imperturbabilmente Monte-Cristo, una casa di terzo ordine si troverebbe all’agonia. — Oh! disse Danglars con un sorriso molto pallido, come vi ci trasportate!

— Mettiamo sette mesi, replicò Monte-Cristo nel medesimo tuono. Ditemi: avete mai pensato qualche volta che sette volte un milione e 700 mila fr. fanno 12 milioni circa?... no?... ebbene! avete ragione, perchè con simili riflessioni, non si impegnerebbero mai i propri capitali, che sono per l’uomo finanziere ciò che è la pelle all’uomo incivilito. Noi abbiamo i nostri abiti più o meno sontuosi, questo è il nostro credito! ma quando l’uomo muore non ha che la pelle! di modo che uscendo dagli affari non avete il vostro capitale reale, 5 o 6 milioni al più! poichè le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o il quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della strada ferrata non è sempre in mezzo al fumo che l’inviluppa e l’ingrandisce, che una macchina più o meno forte. Ebbene, su questi 5, o 6 milioni che formano il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, che diminuiscono d’altrettanto la vostra fortuna fittizia, o il vostro credito! vale a dire mio caro Danglars, che la vostra pelle è stata aperta da una sanguisuga che replicata quattro volte porterebbe la morte. Eh! eh! fate attenzione. Avete bisogno di danaro? volete che ve ne presti?

— Come siete mai cattivo calcolatore! gridò Danglars chiamando in suo soccorso tutta la filosofia, e tutta la dissimulazione dell’apparenza! a quest’ora il danaro è già rientrato nel mio scrigno con altre speculazioni che sono riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avrà preso qualche galeone, i miei pionieri del Messico avranno scoperto qualche miniera.

— Benissimo! benissimo! ma la cicatrice resta, ed alla prima perdita si riaprirà.

— No, perchè io cammino sulle certezze, continuò Danglars, colla facondia giocosa del ciarlatano (il cui stato è di innalzare il suo credito) per rovesciare il mio credito bisognerebbe che crollassero tre governi.

— Diavolo! ciò si è veduto. — Che la terra manchi di raccolto. — Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre. — O che il mare si ritirasse come ai tempi di Faraone; e poi vi sono molti mari, ed i miei vascelli ne rimarrebbero liberi per fare le loro carovane.

— Tanto meglio, caro sig. Danglars, disse Monte-Cristo, ed io vedo che mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di secondo ordine.

— Credo di potere aspirare a questo onore, disse Danglars con uno di quei sorrisi composti che facevano a Monte-Cristo l’effetto di una di quelle lune impiastricciate, di cui i cattivi pittori intonacano le loro rovine; ma giacchè siamo a parlare d’affari, soggiunse egli contento di ritrovare questo mezzo di cambiare la conversazione, ditemi dunque un poco ciò che io posso fare per il sig. Cavalcanti.

— Dargli del danaro, se egli ha su voi un credito che vi sembri buono.

— Eccellente! si è presentato questa mattina con una cambiale di 40 mila fr. pagabile a vista sopra di voi, firmata Busoni, e rimandata da voi a me colla vostra girata! capirete che io gli ho contati sul momento 40 biglietti quadrati.

Monte-Cristo fece un segno di testa che indicava la sua adesione.

— Ma ciò non è tutto, continuava Danglars; egli ha aperto a suo figlio un credito sopra di me.

— E quanto, se non è indiscretezza, ha assegnato al giovine? — Cinque mila fr. il mese.

— Sessanta mila fr. l’anno. Io ne dubitava, disse Monte-Cristo alzando le spalle, sono veri spilorci i Cavalcanti. Che può fare un giovine con 5 mila fr. il mese?

— Ma capirete che se il giovine ha bisogno di qualche mille franchi di più...

— Non ne fate niente, il padre ve li lascerebbe in conto vostro; non conoscete tutti questi milionarii oltramontani: sono veri Arpagoni. E da chi gli è stato aperto il credito?

— Oh! dalla casa Fenzi, una delle migliori di Firenze.

— Non voglio dire che perderete, tanto vale, ma tenete i vostri conti nei stretti limiti della lettera.

— Non avreste dunque fiducia in questi Cavalcanti?

— Darei loro dieci milioni sulla loro firma. La loro fortuna entra in quelle di second’ordine di cui or vi parlava.

— È tanto semplice che lo avrei preso per un maggiore, niente di più.

— E voi gli avreste fatto onore, perchè avete ragione, egli non paga di apparenza. Quando l’ho veduto per la prima volta mi ha fatto l’effetto di un sotto tenente ammuffito sotto la spallina.

— Il giovine è migliore, disse Danglars.

— Sì, forse un po’ timido; ma in sostanza mi è sembrato conveniente. Io ne era un poco inquieto.

— E perchè? — Perchè voi lo avete veduto da me quasi al suo ingresso nel mondo, per quanto almeno mi è stato detto. Egli ha viaggiato con un precettore severissimo, e non era mai venuto a Parigi.

— Tutti questi Italiani di distinzione hanno l’abitudine d’imparentarsi fra di loro, n’è vero? dimandò negligentemente Danglars, essi amano di accumulare le loro fortune.

— D’ordinario fan così, è vero; ma Cavalcanti è un originale che non fa niente come gli altri. Nessuno mi torrà l’idea, che abbia mandato in Francia suo figlio perchè vi ritrovi moglie.

— Lo credete? — Ne son sicuro. — Ed avete inteso parlare della sua fortuna? — Non si parla che di ciò, se non che gli uni accordano loro dei milioni, gli altri pretendono che non posseggano un paolo. — E la vostra opinione?

— Non bisogna farvi sopra alcun fondamento essendo del tutto personale. — Ma in fine...

— La mia opinione è che tutti questi vecchi potestà, tutti questi antichi condottieri, poichè questi Cavalcanti hanno comandato degli eserciti, hanno comandato delle province; la mia opinione, diceva, è che essi han seppellito dei milioni in luoghi conosciuti soltanto dai loro antenati, e che fan conoscere ai loro primogeniti di generazione in generazione, e la prova si è che essi sono tutti gialli e secchi come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui conservano il riverbero a forza di guardarli.

— Perfettamente disse Danglars, e ciò è tanto vero in quando che non si sa che abbiano un palmo di terreno.

— Almeno molto poco; non conosco ai Cavalcanti che il solo palazzo che hanno in Lucca.

— Ah! hanno un palazzo? disse ridendo Danglars; ciò è già qualche cosa.

— Sì, ed anche lo danno in fitto al ministero delle finanze, mentre che egli abita in una casetta. Oh! ve l’ho già detto; credo il buon uomo avaro.

— Andiamo, andiamo; voi non l’adulate punto.

— Ascoltate, lo conosco appena; credo di averlo veduto tre volte in vita mia; ciò che ne so, è per parte dell’abate Busoni, e da lui stesso; egli mi parlava questa mattina dei suoi progetti sopra suo figlio, e mi lasciava travedere che stanco di veder dormire dei capitali considerevoli in Italia, vorrebbe trovare un mezzo, sia in Francia, sia in Inghilterra di far fruttare i suoi milioni: ma notate bene che, quantunque io abbia la più gran fiducia nell’abate Busoni personalmente, non rispondo di niente.

— Non importa, grazie del cliente che mi avete procurato; questo è un gran bel nome da iscrivere sui miei registri, e il mio cassiere, al quale ho spiegato ciò che erano i Cavalcanti, ne va superbo. A proposito, e questa è una semplice spiegazione al _turista_, quando questi personaggi dan moglie ai loro figli gli assegnano alcuna dote?

— Eh! mio Dio! cioè, secondo: ho conosciuto un principe italiano ricco come una miniera d’oro, uno dei primi nomi della Toscana, che quando i figli si ammogliavano a suo genio, loro assegnava dei milioni, e quando contro il suo beneplacito, si contentava di assegnar loro una rendita di 30 scudi il mese. Ammettiamo che Andrea si ammogli secondo le vedute di suo padre, allora gli assegnerà forse uno, due, tre milioni. Se ciò fosse colla figlia di un banchiere, per esempio, forse prenderebbe un interesse nella casa del suocero di suo figlio; poi supponete a lato di ciò che la nuora gli dispiacesse; buona notte, il padre Cavalcanti mette la mano sulla chiave dello scrigno, dà un doppio giro alla serratura, ed ecco maestro Andrea obbligato a vivere come un figlio di famiglia Parigino segnando le carte, o giuocando a dadi falsi.

— Questo giovine ritroverà una principessa Bavarese o Peruviana; egli vorrà una corona chiusa, un _Eldorado_ traversato dalla _Potosa_.

— No; tutti questi gran signori dall’altra parte dei monti sposano frequentemente delle semplici mortali. Ma perchè mi fate tutte queste domande, caro sig. Danglars, avete forse intenzione di collocare Andrea?

— In fede mia non mi sembrerebbe una cattiva speculazione; io sono uno speculatore. — Ma non con madamigella Danglars; io presumo non vorrete fare scannare questo povero Andrea da Alberto? — Alberto, disse Danglars, alzando le spalle; ah sì, bene! egli se ne cura ben poco!

— Ma egli è fidanzato a vostra figlia, credo?

— Cioè il sig. de Morcerf ed io abbiamo qualche volta parlato di questo matrimonio, ma la sig.ª de Morcerf ed Alberto...

— Non mi direte che questo non è un buon _partito_?

— Eh! eh! madamigella Danglars vale bene un Morcerf, mi sembra! — La dote di madamigella Danglars sarà bella in fatto, e non ne dubito, particolarmente se il telegrafo non fa più nuove pazzie. — Oh! non è soltanto la dote... ma a proposito ditemi dunque? — E che? — Per qual motivo non avete invitato al vostro pranzo Morcerf e la sua famiglia?

— Lo aveva già fatto, ma egli mi ha addotto un viaggio a Dieppe colla sig.ª de Morcerf, alla quale è stato raccomandato di respirare l’aria di mare.

— Sì, sì, disse Danglars ridendo, essa le deve far bene.

— E perchè? — Perchè è l’aria che ha respirato nella sua gioventù. — Monte-Cristo lasciò cadere l’epigramma senza mostrare d’avervi fatta attenzione. — Ma finalmente, disse il conte, se Alberto non è così ricco come madamigella Danglars, non potete però negare che non porti un bel nome? — Sia, ma io amo altrettanto il mio, disse Danglars.

— Certamente il vostro nome è popolare, ed ha ornato il titolo di cui si è creduto onorarlo; ma siete un uomo troppo intelligente per non aver compreso che, per alcuni pregiudizi troppo profondamente radicati per poterli svellere, una nobiltà di cinque secoli vale molto più di una nobiltà di venti anni.

— Ed ecco precisamente il perchè, disse Danglars con un sorriso che si sforzava di rendere sardonico, ecco perchè io preferirei il sig. Andrea Cavalcanti ad Alberto de Morcerf.

— Ma ciò non ostante credo, disse Monte-Cristo, che i Morcerf non la cedano ai Cavalcanti?

— I Morcerf!... sentite, mio caro conte, siete un galantuomo, n’è vero? — Io credo. — E di più conoscitore dei blasoni? — Un poco. — Ebbene! guardate il colore del mio; esso è più solido di quello del blasone di Morcerf.

— E perchè? — Perchè, se io non sono barone di nascita, almeno mi chiamo Danglars. — E poi? — Mentre che egli non si chiama Morcerf. — Come! egli non si chiama Morcerf? — Niente affatto. — Eh! via dunque! — Io da qualcuno sono stato fatto barone, di modo che lo sono; egli si è fatto conte da sè, per cui non lo è. — Impossibile!

— Ascoltate mio caro conte, continuò Danglars, il sig. de Morcerf è mio amico, o piuttosto una mia conoscenza di trent’anni; sapete che faccio buon mercato dei miei stemmi, poichè non ho mai dimenticato da dove sono partito.

— Questa è una pruova, disse Monte-Cristo, o di una grande umiltà, o di un grande orgoglio.

— Ebbene! quando era semplice commesso, Morcerf era semplice pescatore. — E allora si chiamava? — Fernando.

— Senz’altro? — Fernando Mondego. — Ne siete sicuro? — Per bacco! Mi ha venduto abbastanza pesce perchè lo conosca. — Allora perchè volevate dargli vostra figlia?

— Perchè Fernando e Danglars erano due nobili, due ricchi, due fortunati di fresca data, in fondo uno valeva l’altro, se si eccettuino alcune cose che si sono dette di lui, e che non si sono mai potute dire di me.

— Che dunque? — Niente. — Ah! sì, ora capisco; ciò che mi dite mi rinfresca la memoria a proposito del nome di Fernando Mondego. Ho inteso pronunciare questo nome in Grecia. — A proposito dell’affare di Alì-Pascià? — Precisamente. — Ecco il mistero, riprese Danglars, e vi confesso che avrei pagato molto per iscoprirlo.

— Non era difficile, se ne aveste avuta gran volontà.

— Ed in che modo? — Senza dubbio avrete qualche corrispondente in Grecia? — Per bacco!

— A Giannina?

— Ne ho da per tutto.

— Ebbene, scrivete al vostro corrispondente di Giannina, e domandategli qual parte ha fatta nella catastrofe di Alì-Tebelen un francese chiamato Fernando.

— Avete ragione! gridò Danglars alzandosi con vivacità, scriverò oggi stesso. — Fatelo. — Vado a scrivere.

— E se avete qualche notizia scandalosa...

— Ve la comunicherò.

— Mi farete un piacere

Danglars si slanciò fuori dell’appartamento, e non fece che un balzo fino alla sua carrozza.

LXVI. — Il GABINETTO DEL PROCURATOR DEL RE.

Lasciamo il banchiere ritornare a gran trotto e seguiamo la sig.ª Danglars nella sua escursione: ella mezz’ora dopo mezzo giorno, aveva ordinati i cavalli, ed era uscita in carrozza. Si diresse dalla parte del sobborgo San Germano, prese la strada della Senna, e fece fermare al passaggio del Ponte-nuovo, ivi discese, e traversò il passaggio. Era vestita con molta semplicità, come si conviene ad una donna di buon genere che esce la mattina. In Strada Génégaud, montò in una vettura da nolo indicando come termine della sua corsa la strada Harlay. Appena entrata in carrozza, levò di saccoccia un velo nero molto fitto, che attaccò al suo cappello di paglia; quindi si rimise il cappello in testa, e vide con piacere, guardandosi in un piccolo specchio tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca, e la pupilla scintillante. La carrozza prese pel Ponte-nuovo ed entrò per la piazza Dauphine nel cortile di Harlay; fu pagata nell’aprire la portiera, e la sig.ª Danglars, slanciandosi verso la scala, che salì con leggerezza, giunse ben presto alla sala dei _Passi-Perduti_. Quella mattina v’erano molti affari, ed ancora molta più gente affaccendata al Palazzo.

Le persone affaccendate non guardano molto le donne; la sig.ª Danglars traversò adunque la sala senz’essere osservata più di altre dieci donne che stavano ad aspettare i loro avvocati.

Vi era folla nell’anticamera del sig. de Villefort, ma la sig.ª Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; tosto che apparve, un usciere si alzò, venne a lei, le chiese se fosse la persona a cui il sig. procuratore del Re aveva dato convegno, e sulla sua risposta affermativa, la condusse, per un corridoio riservato, nel gabinetto del sig. de Villefort. Il magistrato, seduto sopra un seggio, scriveva tenendo le spalle voltate alla porta; la intese aprirsi, e l’usciere pronunciare queste parole: «Entrate, signora.» La porta si rinchiuse senza che avesse fatto il più piccolo movimento; ma tosto che sentì allontanarsi il rumore dei passi dell’usciere, si voltò prestamente, mise il catenaccio, tirò le tende, e visitò tutti gli angoli del gabinetto. Quindi, allorchè ebbe acquistata la certezza che non poteva essere nè veduto nè udito da alcuno: — Grazie, signora, diss’egli, grazie della vostra esattezza. — E le offrì una sedia che la sig.ª Danglars accettò, perchè il cuore le batteva tanto fortemente che si sentiva vicino a soffocare.

— Ecco, disse il procuratore del Re sedendo egli pure, e facendo descrivere un mezzo cerchio al suo seggio in modo da trovarsi dirimpetto alla sig.ª Danglars, ecco passato ben lungo tempo, signora, che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con voi, e con mio sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una conversazione molto dolorosa.

— Ciò non pertanto, signore, avete veduto che sono venuta, quantunque questa conversazione debba riuscire assai più dolorosa per me che per voi.

Villefort sorrise amaramente: — È dunque vero, disse egli rispondendo piuttosto al proprio pensiero che alle parole della sig.ª Danglars, che tutte le nostre azioni lasciano le loro tracce, le une tetre, le altre luminose nel nostro passato? È dunque vero che tutti i passi della nostra vita rassomigliano all’andamento del rettile sulla sabbia e fanno un solco? Ahimè! per molti questo solco è quello delle loro lagrime.

— Signore, voi comprendete la mia emozione, n’è vero? disse la sig.ª Danglars, abbiatemi dunque dei riguardi, ve ne prego. Questa camera entro cui sono passati tanti colpevoli tremanti e vergognosi, questo seggio su cui mi sto a mia volta vergognosa e tremante!... Oh! io ho bisogno di tutta la mia ragione per non vedere in me una donna molto colpevole, ed in voi un giudice minaccioso.

Villefort scosse la testa, e mandò un sospiro:

— Ed io dico a me stesso; che il mio posto non è sul seggio del giudice, ma sul banco dell’accusato.

— Voi? disse la sig.ª Danglars maravigliata. — Sì, io.

— Credo che per parte vostra, signore, il vostro puritanismo esageri la situazione, disse la sig.ª Danglars, il cui bell’occhio si illuminò di un fuggitivo fulgore. Questi solchi di cui parlavate or ora, sono stati tracciati da tutta la gioventù ardente. Nel fondo delle passioni, al di là dei piaceri, vi è sempre un poco di rimorso; è perciò che l’Evangelo, questa eterna risorsa degl’infelici, ha dato per conforto a noi povere donne l’ammirabile parabola della giovane peccatrice, e della donna adultera. Così, ve lo confesso, riportandomi ai delirii della mia gioventù, qualche volta penso che Dio me li perdonerà, poichè se essi non possono trovare scusa, troveranno mercede in compenso dei patimenti sofferti dopo; ma voi, che avete a temere di tutto ciò, voi altri uomini, che il mondo scusa, e che lo scandalo nobilita?

— Signora, replicò Villefort, mi conoscete, non sono un ipocrita, o almeno non faccio l’ipocrita, senza qualche ragione. Se la mia fronte è severa, i molti infortunii l’offuscarono; se il mio cuore si è petrificato, è stato per poter sopportare i cozzi che ha ricevuto: non era così nella mia gioventù, non era così nella sera dei miei sponsali, quando eravamo tutti assisi intorno ad una tavola della strada _Cours_ a Marsiglia. Ma da quel tempo tutto si è cambiato in me, ed intorno a me. La mia vita si è consumata a perseguire cose difficili, e ad infrangere nelle difficoltà tutti coloro che, volontariamente, o involontariamente, per determinata intenzione o per caso s’incontrarono sul mio sentiero a suscitarmi difficoltà. È difficile che ciò che si desidera ardentemente, non sia conteso ardentemente da coloro i quali han voluto ottenerlo, o dai quali si tenta strapparlo. Così, la maggior parte delle cattive azioni degli uomini sono venute loro incontro, mascherate dalle sembianze della necessità; quindi commessa la cattiva azione in un momento d’esaltazione, di timore, o di delirio, si vede che si sarebbe potuto passarle vicino evitandola. Il mezzo che sarebbe stato buono da impiegarsi, e che non si è veduto, ciechi che s’era, si presenta ai nostri occhi facile e semplice, e dite a voi stessi: «E come mai non ho fatto questo, invece di fare quest’altro?» Voi donne, al contrario, ben difficilmente siete tormentate dai rimorsi, perchè raramente la risoluzione viene da voi; le vostre sventure vi sono quasi sempre imposte, i vostri sbagli son quasi sempre i delitti degli altri.

— In ogni modo, signore, convenitene, se ho commesso un errore, rispose la sig.ª Danglars, sia ancora stato personale, ieri sera ne ho ricevuto una severa punizione.

— Povera donna! disse Villefort stringendole la mano, troppo severa per le vostre forze, perchè per due volte poco vi è mancato a soccombere, e pure... deggio io dirvelo?... raccogliete tutto il vostro coraggio, perchè non siete ancora alla fine.

— Mio Dio! che vi è dunque ancora?

— Non vedete che il passato, signora, certamente è tetro, ebbene figuratevi un avvenire... spaventoso certamente... sanguinoso forse!... — La baronessa conosceva la calma di Villefort, essa fu così spaventata dalla sua esaltazione, che aprì la bocca per gridare, ma il grido le si estinse in gola. — E come mai è risorto questo terribile passato, gridò Villefort; come mai dal fondo della tomba, dal fondo dei nostri cuori ove dormiva, è uscito come fantasma, per far impallidire le nostre guance ed arrossir le nostre fronti?

— Ahimè! diss’Erminia, senza dubbio il caso!

— Il caso! riprese Villefort, no, no, non è il caso!

— Ma sì, non fu una combinazione fatale, non è stato il caso che ha operato tutto ciò? Non fu per caso che il conte di Monte-Cristo ha comprata quella dimora? non fu per caso ch’egli fece scavare la terra? non fu per caso finalmente che quel disgraziato fanciullo fu dissotterrato ai piedi di quell’albero? Povera ed innocente creatura! nata da me, cui non ho mai potuto dare un bacio, ma per la quale ho sparso tante lagrime! Ah! il mio cuore è volato per intero incontro al conte, quando ha parlato di questa cara spoglia ritrovata sotto i fiori.

— Ebbene! no, signora, ecco quanto avevo di terribile a dirvi, rispose Villefort con sorda voce, non si è trovata alcuna spoglia sotto i fiori, no, non vi è stato alcun fanciullo dissotterrato; no, non bisogna piangere, no non bisogna gemere, bisogna tremare.

— Che volete dire? gridò la sig.ª Danglars rabbrividendo.

— Voglio dire, che il sig. di Monte-Cristo nello scavare ai piedi di quell’albero, non ha potuto trovare nè scheletro di fanciullo, nè ferramenti di cassetta, perchè sotto a questi alberi non v’era nè l’uno nè l’altro.

— Non v’era nè l’uno nè l’altro? replicò la sig.ª Danglars fissando sul procuratore del re certi occhi, di cui la spaventosa dilatazione delle pupille indicava il terrore; non deponeste dunque là la povera creatura? Perchè ingannarmi? con quale scopo, dite?

— Fu là, ma ascoltatemi, e compiangerete me, che per vent’anni, senza parteciparvene la più piccola parte, ho portato il peso dei dolori che sono per dirvi.

— Mio Dio! mi spaventate! ma n’importa, vi ascolto.

— Sapete come passò quella notte dolorosa, in cui voi eravate spirante sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, mentre ch’io, non meno anelante di voi, aspettava la vostra liberazione. Il fanciullo nacque, mi fu consegnato, senza movimenti, senza respirazione, senza voce: noi lo credemmo morto.

La sig.ª Danglars fece un movimento rapido, come se avesse voluto slanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la fermò giungendo le mani, come per implorarne l’attenzione: