Il Conte di Monte-Cristo

Part 63

Chapter 633,766 wordsPublic domain

— Oh! non è proibito affatto, disse il giardiniere, atteso che non vi è niente di pericoloso, poichè nessuno sa, nè può sapere ciò che diciamo.

— Mi è stato detto infatto, riprese il conte, che voi ripetete i segnali senza capirli voi stessi.

— Certamente, e sono ben contento che sia così.

— Perchè siete contento che sia così?

— Perchè, in questo modo, non ho alcuna responsabilità, sono una macchina, e nient’altro, e purchè faccia le mie funzioni, non mi si domanda di più.

— Diavolo! fece Monte-Cristo in sè stesso, sarei forse caduto per caso sopra un uomo senza ambizione, per bacco! sarebbe una disgrazia.

— Signore, disse il giardiniere guardando la meridiana, i dieci minuti sono vicini a spirare, ed io ritorno al mio posto. Avete piacere a salir meco?

— Vi seguo. — Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d’agricoltura, come zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto il mobilio. Il secondo era l’abitazione ordinaria, o piuttosto notturna dell’impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d’uso, un letto, una tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi, fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del _Giardino delle Piante_.

— Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò Monte-Cristo.

— Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato.

— E quanto si riceve di paga? — Mille franchi, signore.

— Non è gran cosa. — No, ma come vedete si ha l’alloggio. — Monte-Cristo guardò la camera:

— Purchè non si mettano pretensioni nell’alloggio.

Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere in moto la macchina:

— Ciò è molto importante, diss’egli, ma alla lunga questa è una vita che deve sembrare un po’ insipida.

— Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di ricreazione, e i nostri giorni di congedo.

— I vostri giorni di congedo? — Sì. — E quali?

— Quelli in cui fa nebbia. — Ah! è giusto.

— Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo nel giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego, insomma il tempo passa.

— Da quanto tempo siete qui?

— Da dieci anni, e 5 di soprannumerario che fanno 15.

— Quanti anni avete?... — 55 anni.

— Quanto tempo di servizio vi bisogna per aver la pensione? — Oh! signore, 25 anni.

— E quant’è questa pensione? — Cento scudi.

— Povera umanità! mormorò Monte-Cristo.

— Come dite, signore?... domandò l’impiegato.

— Dico che tutto ciò è importante. — Che cosa?

— Tutto ciò che mi mostrate... e non capite assolutamente niente dei vostri segni?

— Assolutamente niente. — Voi non avete mai provato a capirli? — Mai; per che farne? — Ciò non ostante vi sono dei segnali che s’indirizzano a voi particolarmente?

— Senza dubbio. — Questi li capirete?

— Sì, sono sempre gli stessi. — E dicono?...

— _Niente di nuovo_... o _voi avete un’ora_... o _a dimani_.

— Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento? — Ah! è vero, grazie, signore.

— E che vi dice? è qualche cosa che capite?

— Sì, mi domanda se sono in ordine. — E voi gli rispondete?

— Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvisano al mio corrispondente di destra che io sono in ordine, invitano pure il corrispondente di sinistra a tenersi anche egli preparato.

— È molto ingegnoso, disse il conte. — Starete a vedere, riprese con orgoglio il buon uomo, fra 5 minuti parlerà.

— Allora io ho 5 minuti, disse Monte-Cristo, è più del tempo che mi abbisogna. Mio caro signore, disse egli, mi permettete di farvi una dimanda?

— Dite — Amate molto l’agricoltura? — Con passione.

— E sareste felice, se invece di avere una terrazza di 20 piedi, aveste un recinto di due iugeri?

— Signore, ne farei un paradiso terrestre. — Coi vostri mille fr. vivete male? — Molto male, ma infine vivo. — Sì, ma non avete che un miserabile giardino. — Ah! è vero, il giardino non è grande. — Ed anche, tale quale è, è popolato da ghiri che divorano tutto. — Questo è il mio flagello.

— Ditemi se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il corrispondente di destra è in movimento? — Io non lo vedrei. — Allora che vi accadrebbe? — Che non potrei ripetere i segnali. — E dopo?... — Mi accadrebbe che non avendoli ripetuti per negligenza sarei messo in multa. — Di quanto? — Di cento fr. — Il decimo della vostra rendita. — Ah!... fece l’impiegato. — Ciò vi è mai accaduto? disse Monte-Cristo. — Una sola volta, che potava un rosaio.

— Bene; ora se vi avvisaste di cambiare un segnale, o di trasmetterne un altro? — Allora è diverso, sarei licenziato, e perderei la pensione. — Di 500 fr.? — Cento scudi, sì, signore: così capirete bene che non lo farò mai.

— Neppure per 15 anni della vostra paga? Vediamo, ciò merita riflessione, eh? — Per 15 mila fr.? Signore, voi volete tentarmi — Precisamente! 15 mila fr. — Signore, lasciatemi guardare il mio corrispondente di destra!

— Al contrario; non lo guardate, ma invece guardate qui.

— Che cosa è questo? — Come! non conoscete questi piccoli pezzi di carta? — Biglietti di banca!

— Quadrati; e sono 15. — E per chi sono?

— Per voi. — Per me! gridò l’impiegato soffocato.

— Oh! mio Dio! sì, vostri in piena proprietà.

— Ecco il corrispondente di destra che si muove.

— Lasciatelo muovere.

— Mi avete distratto, e sono già in multa.

— Questa vi costerà 100 fr. vedete bene che ora avete tutta la premura di prendere i 15 biglietti di banca.

— Signore, il mio corrispondente di dritta s’impazienta e raddoppia i segnali. — Lasciatelo fare e prendete.

Il conte mise l’involto nelle mani dell’impiegato.

— Ora, ciò non è tutto, coi vostri 15 mila fr. non vivreste.

— Avrò sempre il mio posto.

— No, lo perderete; perchè ora farete un altro segno diverso da quello del vostro corrispondente.

— Ah! signore, che mi proponete? — Una fanciullaggine.

— Signore, a meno che non vi sia costretto...

— E conto bene di costringervi effettivamente. — E Monte-Cristo cavò di saccoccia un altro mazzetto di biglietti. — Ecco altri dieci mila fr. coi 15, che avete in saccoccia faranno 25 mila. Con 5 mila fr. comprerete una piccola casetta e due iugeri di terra, con gli altri 20 mila, vi farete una rendita di mille fr.

— Un giardino di due iugeri? — E mille fr. di rendita.

— Mio Dio! mio Dio!

— Ma prendete dunque! E Monte-Cristo mise per forza i dieci biglietti nella mano dell’impiegato.

— Ma che devo io fare? — Niente di difficile. — Ma pure?

— Ripetere i segni che qui vedete. — Monte-Cristo cavò di saccoccia una carta su cui erano bene disegnati tre segnali coi numeri che indicavano l’ordine col quale dovevano essere fatti. — E questo non sarà lungo, come vedete. — Sì, ma..

— Ciò è pel raccolto che avrete di pesche, e del resto...

Il pensiero del raccolto la vinse; rosso per la febbre, e sudando a grosse gocce, il buon uomo seguì l’uno dopo l’altro i tre segnali dati dal conte, ad onta delle spaventose dislocazioni del corrispondente di destra che, non comprendendo niente di questo cambiamento, cominciava a credere che l’uomo delle pesche fosse divenuto pazzo. In quanto al corrispondente di sinistra, ripetè coscienziosamente i medesimi segnali, che furono raccolti definitivamente dal ministero dell’Interno. — Ora eccovi ricco, disse Monte-Cristo.

— Sì, rispose l’impiegato, ma a qual prezzo?

— Ascoltate, amico mio, disse Monte-Cristo; non voglio che abbiate rimorsi, credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno, ed avete servito a giustissimi disegni.

L’impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava; ora era pallido, ora rosso; finalmente si precipitò nella sua camera per bere un bicchier d’acqua, ma non ebbe forza di giungere fino alla fontana, e svenne in mezzo ai fagiuoli secchi. Cinque minuti dopo che la notizia telegrafica giunse al ministero, Debray fece attaccare i cavalli al suo _coupé_ e corse all’abitazione di Danglars:

— Vostro marito ha delle polizze del prestito spagnuolo? diss’egli alla baronessa.

— Lo credo bene! ne ha per sei milioni.

— Ch’egli le venda subito a qualunque prezzo si sia.

— E perchè questo? — Perchè Carlo si è salvato da Bourges ed è rientrato in Spagna. — E come lo sapete? — Per bacco! disse Debray stringendosi nelle spalle, come so le notizie?

La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito, il quale recossi subito dal suo agente di cambio, e gli ordinò di vendere a qualunque prezzo. Quando fu veduto che Danglars vendeva, si abbassarono subito i fondi spagnuoli. Danglars vi perdè 500 mila fr., ma si spacciò di tutte queste polizze.

La sera si lesse nel _Messager_ il seguente dispaccio telegrafico.

«Il re Don Carlo è sfuggito alla sorveglianza che si esercitava su di lui a Bourges, ed è rientrato in Spagna dalla frontiera della Catalogna. Barcellona si è sollevata in suo favore.»

In tutta la serata non vi fu altro discorso che della previdenza di Danglars che aveva vendute le sue polizze, e della fortuna dell’usuraio che non perdeva che soli 500 mila fr. sotto un bel colpo. Quelli che avevano conservato le loro polizze o le avevano comprate da Danglars, si ritennero rovinati, e passarono una cattiva notte.

La dimane si lesse nel _Moniteur_:

«Senza alcun fondamento il _Messager_ ha ieri annunziato la fuga di don Carlo e la rivolta di Barcellona.

«Il re don Carlo non ha lasciato Bourges, e la Penisola gode la più profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, male interpretato a causa della nebbia, ha causato questo errore.»

I fondi risalirono di una cifra doppia di quella da cui erano discesi. Ciò produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la differenza di un milione per Danglars.

— Buono! disse Monte-Cristo a Morrel, che si trovava da lui al momento in cui venne annunziato questo strano rovescio di borsa, di cui Danglars era stato la vittima. Con 25 mila fr. ho fatto una scoperta che avrei pagata cento mila.

— Che avete dunque scoperto? domandò Massimiliano.

— Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli mangiavano le pesche.

LXI. — I FANTASMI.

A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d’Auteuil nulla aveva di splendido, nè di tutto ciò che avrebbe potuto aspettarsi da una casa deputata ad abitazione del magnifico conte di Monte-Cristo; ma questa semplicità dipendeva dalla volontà del padrone, che aveva positivamente ordinato che nulla fosse cambiato all’esterno; e per convincersene non vi era di bisogno che penetrare nell’interno. Di fatto appena la porta era aperta, lo spettacolo cambiava.

Bertuccio aveva oltrepassato sè stesso pel gusto del mobilio, e la rapidità della esecuzione: come in altri tempi il duca d’Antin aveva fatto abbattere in una notte un viale di alberi che incomodava la vista di Luigi XIV, così in tre giorni Bertuccio aveva fatto piantare nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi e dei sicomori, fatti trasportare colle loro enormi masse di radici, che ombreggiavano la facciata principale della casa, davanti la quale, invece del selciato, mezzo guastato dall’erba, si stendeva un prato di zolle, la cui verde crosta era stata posta quella stessa mattina, e formava un vasto tappeto ove brillavano ancora le gocce di acqua di cui era stato innaffiato.

Del rimanente gli ordini emanavano dal conte; egli stesso aveva rimesso a Bertuccio un disegno ov’erano indicati il numero delle piante ed il posto ove dovevano essere situate, la forma e lo spazio del prato che dovevano sostituire il selciato. Veduta così, la casa era divenuta irriconoscibile; e Bertuccio stesso protestava che non la riconoscerebbe più, circondata com’era dal suo quadro di verdura.

L’intendente non sarebbe stato mal contento, da che vi era, di far soffrire pur qualche cambiamento al giardino, ma il conte aveva positivamente proibito che si toccasse. Bertuccio se ne risarcì col far ricolmare di fiori le anticamere, le scale, e i caminetti.

Ciò che annunziava l’estrema abilità dell’intendente e la profonda scienza del padrone, l’uno nel servire, l’altro nel farsi servire, si era che questa casa, deserta da vent’anni, così cupa e trista anche il giorno innanzi, tutta impregnata di quel disgustoso odore del tempo, aveva preso in un giorno, coll’aspetto della vita, i profumi che preferiva il padrone, e perfino il grado della sua luce favorita; era che il conte giungendo, avrebbe sotto i suoi occhi i quadri che preferiva, nelle anticamere i cani di cui amava le carezze, gli uccelli di cui amava il canto; si era che tutta questa casa, risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del bosco dormente, viveva, cantava, si rallegrava, a guisa di quelle case che noi abbiamo lungamente predilette, e nelle quali, quando per disgrazia le abbandoniamo, vi lasciamo una metà dell’anima nostra. I domestici andavano e venivano allegri in quella bella corte; gli uni possessori delle cucine, e scorrendo come se avessero sempre abitata questa casa, sopra scale restaurate il giorno innanzi; gli altri popolavano le rimesse, ove le carrozze, numerate e fissate, sembravano installate da 50 anni, e le scuderie ove i cavalli schierati alle rastrelliere rispondevano col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi infinitamente con maggior rispetto di quello che molti domestici parlino coi loro padroni. La biblioteca era distribuita in due scansie, alle due pareti laterali di una camera, e conteneva circa due mila volumi: tutto un compartimento era destinato ai romanzi moderni, e quello che aveva veduta la luce il giorno innanzi, era già collocato al suo posto, pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. Dall’altra parte della casa, e facendo simmetria alla biblioteca, v’era la stufa, ripiena di piante rare che si rallegravano di trovarsi in gran vasi del Giappone, e in mezzo ad essa, meraviglia ad un tempo degli occhi e dell’odorato, un bigliardo che si sarebbe detto abbandonato da meno d’un’ora dai giuocatori, che avevano lasciato morire i birilli sul tappeto. Una sola camera era stata rispettata dal magnifico Bertuccio. Davanti ad essa, situata all’angolo del primo piano, ed a cui si poteva salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i domestici passavano con curiosità, e Bertuccio con terrore.

Il conte arrivò alle cinque precise, seguito da Alì, davanti alla casa d’Auteuil. Bertuccio aspettava quest’arrivo, con una impazienza mista ad inquietudine, egli sperava qualche congratulazione di approvazione, mentre ne temeva l’aggrottamento delle sopracciglia.

Monte-Cristo disceso nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un giro nel giardino, silenzioso, e senza dare il minimo segno nè di approvazione nè di mal contento.

Soltanto entrando nella sua camera da dormire, situata dalla parte opposta della camera chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo mobile di legno rosa, che aveva già osservato nel primo viaggio.

— Questo non può servire, diss’egli, che a mettervi dei guanti.

— Infatto, eccellenza, rispose tutto contento Bertuccio, aprite e vi troverete dei guanti. — Negli altri mobili ancora, il conte ritrovò quello che contava di ritrovarvi, bottiglie, sigari, bigiotterie ecc. — Bene! diss’egli ancora.

E Bertuccio si ritirò coll’anima trasportata, tanto era grande, potente, e reale l’influenza di quest’uomo su tutto ciò che lo circondava. Alle sei precise s’intese scalpitare un cavallo davanti alla porta di ingresso. Era il nostro capitano dei _Spahis_ che giungeva sopra _Médéah_.

Monte-Cristo l’aspettava nel vestibolo col sorriso sulle labbra.

— Eccomi pel primo, ne sono ben sicuro, gridò Morrel; l’ho fatto espressamente per avervi un momento tutto a me solo, prima degli altri. Giulia, ed Emmanuele vi dicono milioni di cose. Ah! sapete che questo luogo è magnifico? ditemi, conte, i vostri domestici avranno cura del mio cavallo?

— Siatene tranquillo, essi se ne intendono.

— Ha bisogno di essere ben bene strofinato, se sapeste di che passo è venuto! è una vera tromba.

— Diavolo! lo credo bene, un cavallo di 5 mila fr.! disse Monte-Cristo col tuono di un padre che parli a suo figlio.

— Vi rincrescono? disse Morrel con un franco sorriso.

— Io! Dio me ne guardi! rispose il conte, mi spiacerebbe soltanto che il cavallo non fosse buono.

— È tanto buono, mio caro conte, che Château-Renaud, l’uomo più intelligente di cavalli di tutta la Francia, e Debray, che monta i cavalli arabi del ministero, corrono dietro a me in questo momento, e sono un poco indietro, come vedete, ed essi sono seguiti dai cavalli della baronessa Danglars, che vanno di un trotto da poter fare almeno sei leghe l’ora.

— Dunque saranno vicini? domandò Monte-Cristo.

— A voi, eccoli. — Infatto nello stesso momento un _coupé_ con due cavalli tutti fumanti, e due cavalli da sella anelanti giunsero al cancello della casa, che si aprì davanti a loro; subito dopo il _coupé_ descrisse il suo mezzo cerchio, e venne a fermarsi davanti alla gradinata seguito dai due cavalieri.

In un punto Debray mise il piede a terra, e si trovò allo sportello. Offrì la mano alla baronessa, che nel discendere gli fece un gesto impercettibile a tutti, meno che a Monte-Cristo che nulla perdè di vista; e in questo gesto vide rilucere un piccolo biglietto bianco tanto impercettibile, quanto il gesto, che passò dalla mano di madama Danglars in quella del segretario del ministro con una facilità, che indicava l’abitudine di questa manovra.

Dietro sua moglie discese il banchiere, pallido come se invece di uscire da un _coupé_ fosse uscito da un sepolcro.

La signora Danglars gettò intorno a sè uno sguardo rapido ed investigatore, che Monte-Cristo soltanto potè comprendere, e col quale essa abbracciò il cortile, il peristilio e la facciata della casa; poi reprimendo una leggera emozione che sarebbe certamente comparsa sul suo viso, se fosse stato permesso al viso d’impallidire, salì la scalinata, dicendo al sig. Morrel: — Signore, se foste nel numero dei miei amici vi chiederei se voleste vendere il vostro cavallo.

Morrel fece un sorriso che molto rassomigliava ad una boccaccia, e si voltò verso Monte-Cristo come per pregarlo di toglierlo dall’impaccio in cui si ritrovava.

Il conte lo capì; — Ah! signora, rispose egli, perchè mai questa domanda non è diretta a me?

— Con voi, signore, disse la baronessa, non si ha il diritto di desiderare niente, perchè si è troppo sicuri di ottenere. Così era al sig. Morrel...

— Disgraziatamente, riprese il conte, sono testimonio che il sig. Morrel non può cedervi il suo cavallo, essendo messo a rischio il suo onore. — Ed in che modo?

— Egli ha scommesso di domare _Médéah_ nello spazio di sei mesi. Comprenderete ora, baronessa, che se egli se ne privasse prima del termine della scommessa, non solo la perderebbe, ma si direbbe di più che ha avuto paura; ed un capitano di _Spahis_, anche per soddisfare un capriccio di una bella donna, il che, a mio avviso, è una delle cose più sacre di questo mondo, non può lasciar correre questa voce.

— Voi vedete, signora... disse Morrel indirizzando a Monte-Cristo, un sorriso di riconoscenza.

— Mi sembra d’altra parte, disse Danglars con un tuono rozzo mal nascosto da un sorriso villano, che abbiate cavalli bastanti.

Non era fra le abitudini della sig.ª Danglars il lasciar passare simili assalti senza rispondervi, e ciò non ostante con gran meraviglia dei giovani, ella fe’ sembiante di non capire e non rispose niente. Monte-Cristo sorrideva a questo silenzio, che annunziava una umiltà fuori dell’ordinario, mentre che mostrava alla baronessa due immensi vasi di porcellana della China, sui quali serpeggiavano delle vegetazioni marine di una grossezza, e di un lavoro tale, che la sola natura poteva avere queste ricchezze, questo materiale, questo genio.

La baronessa era maravigliata. — Eh! qui dentro si potrebbe piantare uno dei marroni delle Tuglierie, diss’ella, come mai hanno dunque potuto far cuocere simili enormità?

— Ah! signora, disse Monte-Cristo, non bisogna domandar questo a noi, fabbricanti di statuette, e di vetro appannato; è un’opera di altra età, è una specie d’opera dei genii della terra e del mare.

— E come mai, e di qual epoca può essere?

— Non lo so; soltanto ho inteso dire che un Imperatore della China aveva fatto costruire un forno espressamente, in cui un dopo l’altro, aveva fatto cuocere 12 vasi come questo. Due si ruppero sotto l’ardore del fuoco: gli altri furono calati a trecento braccia nel fondo del mare. Il mare, che sapeva ciò che richiedevasi da lui, gettò sur essi delle liane, contorse i suoi coralli, incrostò le sue conchiglie; il tutto fu cementato per 200 anni sotto queste profondità inaudite, poichè una rivoluzione rapì l’Imperatore che aveva voluto fare questo esperimento, e non lasciò che il processo verbale che constatava la cottura dei vasi, e la loro calata nel fondo del mare. Dopo 200 anni si ritrovò il processo verbale, e si pensò a cavare i vasi. I nuotatori andarono, sotto macchine fatte espressamente, alla scoperta nella baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono più ritrovati che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai flutti. Io amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi figuro che dei mostri di forme spaventose, e misteriose, come quelli che vedono i soli nuotatori quando si affondano molto, hanno fissato con meraviglia il loro sguardo sinistro e freddo, e nei quali hanno dormito delle miriadi di piccoli pesci che si rifugiavano per salvarsi dalla persecuzione dei loro nemici. — Durante questo tempo Danglars, poco amatore di curiosità, strappava distrattamente, l’uno dopo l’altro, i fiori di un magnifico arancio; quando ebbe finito quell’arancio, si volse ad un cactus; ma questo di un’indole meno tollerante dell’arancio, lo punse oltraggiosamente. Allora rabbrividì, e si strofinò gli occhi come se si svegliasse da un sogno.

— Signore, gli disse Monte-Cristo sorridendo, voi siete tanto amatore di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando perciò i miei, però, ecco due Hobbema, un Paolo Potter, un Mieris, due Gérard Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o tre Murillo, degni di esservi presentati.

— Guarda! disse Debray, un Hobbema che io riconosco.

— Ah! davvero! — Sì, vennero a proporlo al Museo.

— Che non ne ha, credo? arrischiò di dire Monte-Cristo.

— No, e ciò non ostante ha rifiutato di comprarlo.

— E perchè? domandò Château-Renaud.

— Siete grazioso; perchè il governo non è abbastanza ricco.

— Ah! perdono, disse Château-Renaud. Io sento dire simili cose tutti i giorni da otto anni e non mi vi posso abituare.

— Sarà per l’avvenire, disse Debray.

— Non lo credo, rispose Château-Renaud.

— Il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti, annunziò Battistino.

Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del fabbricante, una barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un abito da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, in somma una tenuta irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, quel tenero padre che noi conosciamo. Vicino a lui, coperto di abiti nuovi, si avanzava col sorriso sulle labbra il conte Andrea Cavalcanti, quel rispettoso figlio che egualmente conosciamo. I tre giovani parlavano insieme, i loro sguardi si portavano dal padre al figlio, e si fermarono naturalmente più lungo tempo su questo ultimo, cui particolarmente esaminarono.

— Cavalcanti! fece Debray. — Un bel nome, disse Morrel, capperi! — Sì, disse Château-Renaud, è vero, questi Italiani hanno bei nomi, ma vestono male.