Il Conte di Monte-Cristo

Part 62

Chapter 623,830 wordsPublic domain

Il conte accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi con parabole, assunse l’apparenza dell’uomo distratto, e guardò colla più profonda attenzione, e colla più manifesta approvazione Edoardo che versava dell’inchiostro nei beveratoi degli uccelli. — Mia cara, disse Villefort rispondendo a sua moglie, sapete che amo poco l’assumere il tuono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto che i destini dell’universo dipendessero da un mio movimento di capo. Ciò non pertanto è necessario che le mie risoluzioni vengano rispettate in casa mia, e che la follia di un vecchio ed il capriccio di una fanciulla non rovescino un disegno stabilito nel mio spirito da molti anni. Il barone d’Épinay era mio amico, lo sapete, ed una alleanza con suo figlio era conveniente.

— Credete, disse la sig.ª de Villefort, che Valentina sia d’accordo con lui?... in fatto... ella è sempre stata contraria a questo matrimonio, e non sarei maravigliata che tutto ciò che abbiamo veduto ed inteso, non sia che l’esecuzione di un disegno concertato fra loro.

— Signora, disse Villefort, non si rinunzia così, credetemi, ad una fortuna di 900 mila fr.

— Ella rinunciava ancora al mondo, signore, poichè un anno fa voleva entrare in un monastero.

— Ebbene, io vi dico che questo matrimonio deve farsi.

— Ad onta della volontà di vostro padre? disse la sig.ª de Villefort toccando così un’altra corda, ciò è ben grave!

Monte-Cristo faceva sembiante di non ascoltare, e non perdeva neppure una parola di ciò che dicevano.

— N’importa, riprese Villefort, e posso dire che ho sempre rispettato mio padre, perchè al sentimento naturale della discendenza si univa in me la conoscenza della sua superiorità morale, perchè infine un padre è sempre sacro per due titoli, sacro come nostro autore, sacro come nostro padrone; ma oggi devo rinunziare a riconoscere una intelligenza in un vecchio che, per una semplice memoria di odio contro il padre, perseguita il figlio in tal modo; sarebbe dunque ridicolo in me conformare la mia condotta ai suoi capricci: continuerò ad avere il più gran rispetto pel sig. Noirtier; soffrirò senza lamentarmene la punizione pecuniaria che m’infligge; ma resterò irremovibile nella mia volontà ed il mondo giudicherà da qual lato sia la vera ragione. In conseguenza, mariterò mia figlia al barone Franz d’Épinay, perchè questo matrimonio è, a mio avviso, buono ed onorevole, e perchè in fine voglio maritare mia figlia a chi più mi piace.

— E che! disse il conte, del quale il procuratore del Re aveva costantemente sollecitata l’approvazione collo sguardo; e che! il sig. Noirtier disereda madamigella Valentina perchè sta per isposare il barone Franz d’Épinay?

— Eh! mio Dio! sì o signore; ecco la ragione, disse Villefort stringendosi nelle spalle.

— La ragione visibile, almeno, soggiunse la sig.ª de Villefort.

— La vera ragione, credetemi, io conosco mio padre.

— E come si capisce? rispose la giovane sposa. In che il sig. d’Épinay può dispiacer più di un altro al sig. Noirtier?

— In fatto, disse il conte, io ho conosciuto il sig. Franz d’Épinay; il figlio del generale Quesnel, n’è vero, fatto barone d’Épinay dal re Luigi XVIII?

— Precisamente, rispose Villefort.

— Ebbene! ma egli è un giovine grazioso, mi sembra.

— Per cui non è che un pretesto, ne sono certa, disse la sig.ª de Villefort; i vecchi sono tiranni nelle loro affezioni: il sig. Noirtier non vuole che sua nipote si mariti.

— Ma, disse Monte-Cristo, non conoscete la causa di quest’odio?

— Eh! mio Dio! chi può saperla?...

— Forse qualche antipatia politica...

— Di fatto mio padre ed il padre d’Épinay hanno vissuto nei tempi burrascosi, dei quali non ho veduto che gli ultimi giorni, disse Villefort.

— Vostro padre non era bonapartista? domandò Monte-Cristo. Mi sembra ricordarmi che mi avete detto qualche cosa su ciò.

— Mio padre prima d’ogni altra cosa è stato Giacobino, trasportato dalla emozione fuori dai confini della prudenza, e la toga da senatore che Napoleone gli aveva gettata sulle spalle, non faceva che mascherare l’uomo vecchio, senza averlo cambiato. Quando mio padre cospirava, non era per l’imperatore, era contro i Borboni, perchè egli non ha mai combattuto per le utopie non realizzabili, ma per le cose possibili, ed ha applicato alla riuscita di queste cose possibili le terribili teorie di Montaigne che non indietreggiava davanti a qualunque ostacolo.

— Ebbene! disse Monte-Cristo, il sig. Noirtier ed il sig. d’Épinay si saranno incontrati sul campo della politica, il sig. d’Épinay, quantunque avesse servito sotto Napoleone, avrebbe forse conservato nel fondo del cuore qualche sentimento realista? e non è lo stesso che fu assassinato uscendo da un club napoleonico, ov’era stato attirato nella speranza di ritrovarvi un fratello?

Villefort guardò il conte quasi con terrore.

— M’inganno forse? domandò Monte-Cristo.

— No, signore, disse la sig.ª de Villefort, anzi è precisamente così; ed appunto per quanto avete detto, e per vedere estinti questi odii antichi, il sig. de Villefort aveva avuta l’idea di fare amare i figli dei padri che si erano odiati.

— Idea sublime! idea piena di carità, ed alla quale tutto il mondo deve applaudire. In fatto, sarà bello il sentire madamigella Noirtier de Villefort chiamarsi la sig.ª Franz d’Épinay.

Villefort rabbrividì, e guardò Monte-Cristo come se avesse voluto leggere nel fondo del cuore con quale intenzione avesse pronunciate queste parole. Ma il conte conservò il benevolo sorriso impresso sulle sue labbra, ed ancor questa volta, ad onta della penetrazione del suo sguardo, il procuratore del Re non vide al di là dell’epidermide...

— Perciò, riprese Villefort, quantunque sia una gran disgrazia per Valentina di perdere le ricchezze di suo nonno, penso che il matrimonio non verrà meno per questo; io non credo che il sig. d’Épinay indietreggi in faccia di questo scacco pecuniario; vedrà che io valgo forse più della somma, io che la sacrifico al desiderio di mantenere la mia parola. Calcolerà inoltre che Valentina è ricca anche coi soli beni di sua madre amministrati dal sig. e dalla sig.ª di Saint-Méran, suoi avi materni che la prediligono con tutta la tenerezza.

— E che meritano bene di essere amati al modo che Valentina ha fatto col sig. Noirtier, disse la sig.ª de Villefort; d’altra parte essi verranno a Parigi fra un mese al più, e Valentina, sarà dispensata dal seppellirsi come ha fatto fin qui presso il sig. Noirtier. — Il conte ascoltava con compiacenza la voce discordante di questi amor-propri feriti, e di questi interessi falliti. — Ma mi sembra, disse dopo un momento di silenzio, e vi chiedo prima perdono di ciò che sono per dirvi; mi sembra che se il sig. Noirtier disereda madamigella de Villefort, colpevole di volersi maritare con un giovine di cui egli detesta il padre, non ha lo stesso da rimproverare a questo caro Edoardo.

— N’è vero, gridò la sig.ª de Villefort con una intonazione impossibile a descriversi, che questa è una odiosa ingiustizia? Questo povero Edoardo è nipote del sig. Noirtier egualmente che Valentina, e ciò non ostante se Valentina non avesse dovuto sposare il sig. Franz, il sig. Noirtier le lasciava tutti i suoi beni; e per sopra più, Edoardo porta il nome della famiglia, e ciò non impedirebbe, quando anche Valentina venisse diseredata dal nonno, che ella fosse sempre tre volte più ricca di lui.

Lanciato questo colpo, il conte ascoltò, ma non parlò più.

— Basta, riprese Villefort, basta, sig. conte, cessiamo, vi prego, d’intrattenerci di queste miserie di famiglia; sì è vero, la mia fortuna andrà ad ingrossare le rendite dei poveri, che in oggi sono i veri ricchi. Sì, mio padre mi avrà privato di una legittima speranza e senza una ragione; ma io avrò operato da uomo di sentimento, da uomo di cuore. Il sig. d’Épinay al quale avevo promesso la rendita di questa somma, la riceverà, dovessi ancora impormi le più crudeli privazioni.

— Però, riprese la signora de Villefort, ritornando alla sola idea che mormorava senza posa in suo cuore, sarebbe forse stato meglio il confidare questa disavventura al sig. d’Épinay, e ch’egli stesso ritirasse la sua parola.

— Oh! sarebbe una gran disgrazia! gridò Villefort.

— Una gran disgrazia? ripetè Monte-Cristo.

— Senza dubbio, riprese Villefort raddolcendosi; un matrimonio fallito, anche per causa d’interesse, è sempre sfavorevole per una giovanetta; poi, antiche voci ch’io voleva estinguere, riprenderebbero consistenza. Ma no, non sarà niente; il sig. d’Épinay, se è un onest’uomo, si ritroverà ancor più impegnato dopo che Valentina è stata diseredata, di quel che lo era prima, altrimenti egli oprerebbe col semplice scopo dell’avarizia; no, questo è impossibile.

— Io la penso come il sig. de Villefort, disse Monte-Cristo fissando lo sguardo sopra la sig.ª de Villefort; e se io fossi abbastanza fra il numero dei suoi amici, per permettermi di dargli un consiglio, lo inviterei, (poichè il sig. d’Épinay sarà in breve di ritorno per quanto almeno mi è stato detto) ad annodare l’affare così strettamente, che non si possa più sciogliere; impegnerei finalmente una partita, la cui riuscita dev’essere tanto onorevole pel sig. de Villefort.

Quest’ultimo si alzò, trasportato da una gioia visibile, mentre che sua moglie impallidiva leggermente.

— Bene, diss’egli, ecco ciò ch’io domandava, ed io mi prevarrò dell’opinione di un consigliere come siete voi, disse stendendo la mano a Monte-Cristo. Per tal modo adunque, che tutti qui considerino quel che oggi è accaduto come non avvenuto; nulla v’è di cambiato nei miei disegni.

— Signore, disse il conte, il mondo, per quanto sia ingiusto, vi saprà grado della vostra risoluzione; i vostri amici ne saranno orgogliosi; ed il sig. d’Épinay, dovesse ancora sposare madamigella Valentina senza dote, ciò che non potrà essere, sarà superbo di potere entrare in una famiglia ove si sa innalzarsi all’altezza di simili sacrifici per mantenere la parola data. — Dicendo queste parole il conte s’era alzato e si disponeva a partire.

— Voi ci lasciate, sig. conte? disse la sig.ª de Villefort.

— Vi sono costretto, signora, io veniva soltanto a rammentarvi la vostra promessa per sabato.

— Temevate che la dimenticassimo?

— Siete troppo buona, ma il sig. de Villefort ha occupazioni sì gravi, e qualche volta sì urgenti...

— Mio marito ha data la sua parola, signore, disse la giovane sposa; ed avete veduto che la mantiene quand’anche vi è da perdere tutto, a più forte ragione quando vi è tutto da guadagnare.

— La riunione ha luogo alla vostra casa dei Campi-Elisi?

— No disse Monte-Cristo, e ciò renderà il vostro sacrificio anche più meritorio, è in campagna.

— In campagna? — Sì. — E dov’è? vicino a Parigi?

— Alle porte, ad una mezza lega dalla barriera, ad Auteuil.

— Ad Auteuil! gridò Villefort. Ah! è vero, la signora mi disse che abitavate ad Auteuil, poichè nella vostra casa la trasportarono. E in qual posizione d’Auteuil?

— Strada della Fontana.

— Strada della Fontana! riprese Villefort con voce strangolata; ed a qual numero? — Al numero 28.

— Ma fu dunque venduta a voi la casa del sig. di Saint-Méran?

— Del sig. di Saint-Méran? domandò Monte-Cristo. Questa casa apparteneva dunque al sig. di Saint-Méran?

— Sì, rispose la sig.ª de Villefort; e credereste una cosa?

— Quale? — Voi trovate bella questa casa, n’è vero?

— Graziosa.

— Ebbene! mio marito non ha voluto mai abitarla.

— Oh! riprese Monte-Cristo, questa in verità è una prevenzione di cui non mi saprei render conto.

— Non mi piace Auteuil, signore, rispose il procuratore del Re facendo uno sforzo sopra sè stesso.

— Ma non sarò tanto disgraziato, spero, disse con inquietudine Monte-Cristo, perchè quest’antipatia mi privi del bene di ricevervi?

— No, credetemi farò tutto ciò che potrò, balbettò Villefort.

— Oh! rispose Monte-Cristo, non ammetto scuse. Sabato alle sei vi aspetto, e se non verrete, crederò che so io? che su questa casa disabitata graviti da vent’anni qualche lugubre tradizione, qualche sanguinosa leggenda.

— Vi verrò, sig. conte, disse vivamente Villefort.

— Grazie, disse Monte-Cristo. Ora bisogna che mi permettiate di prendere congedo da voi.

— In fatto avevate detto di essere costretto a lasciarci, sig. conte, disse la sig.ª de Villefort, e voi ci dicevate, voler fare ancora qualche cosa, quando siete stato interrotto per passare ad un’altra idea.

— In verità signora, disse Monte-Cristo, non so se oserò di dirvi ove vado. — Bah! dite pure.

— Io vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi ha tenuto distratto per delle ore intere.

— Quale?

— Un telegrafo: ecco la parola lanciata.

— Un telegrafo? ripetè la sig.ª de Villefort.

— Eh! mio Dio, sì, un telegrafo. Ho veduto qualche volta in capo di una strada sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi queste braccia nere e snodate, simili alle zampe di una immensa coleoptra, e ciò non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perchè pensava che questi segni bizzarri fendendo l’aria con precisione, e portando a trecento leghe la volontà sconosciuta di un uomo assiso ad una tavola ad un altr’uomo assiso all’estremità della linea davanti ad un’altra tavola, si disegnavano o sul grigio della nuvola, o sull’azzurro dei cieli per la sola forza del volere di questo capo possente. Allora io credeva ai geni, alle silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti, e rideva. Ora, non mi era mai venuta la volontà di vedere da vicino questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, perchè temeva di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo genio umano, ben saputo, bene imburrato di scienza, di cabala, o di cancelleria. Ma ecco che un bel mattino intesi che il motore di ciascun telegrafo era un povero diavolo d’impiegato a 1200 fr. l’anno, occupato tutto il giorno a guardare, non il cielo come l’astronomo, non l’acqua come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vòto; ma invece l’insetto dal ventre bianco e dalle zampe nere, suo corrispondente, situato 4, o 5 leghe lontano da lui. Allora mi son sentito prendere da un desiderio curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente, e di assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia ella dà all’altra crisalide tirandogli uno dopo gli altri alcuni capi della cordicella.

— E voi volete andare là? — Sì, vi vado.

— A qual telegrafo? a quello del ministero dell’Interno, o a quello dell’osservatorio?

— Oh! no, troverei là delle persone che vorrebbero costringermi ad imparare delle cose che desidero ignorare, e che mi spiegherebbero contro mia voglia un mistero che essi non conoscono. Diavolo, voglio conservare quelle illusioni che ho sugl’insetti; è ben molto che abbia perduto quelle che avevo sugli uomini. Non andrò dunque, nè al telegrafo del ministero dell’Interno, nè a quello dell’osservatorio. Ciò che mi abbisogna, è il telegrafo in piena campagna per ritrovarvi il solo buon uomo petrificato nella sua torre.

— Siete un singolar gran signore, disse Villefort.

— Qual linea mi consigliate di studiare?

— Quella che in oggi è la più occupata.

— Bene! quella di Spagna dunque?

— Precisamente. Volete una lettera del ministero perchè vi facciano delle spiegazioni?...

— Ma no, disse Monte-Cristo, poichè vi dico che al contrario io non ci voglio capir niente. Dal momento in cui capissi qualche cosa, non vi sarebbe più telegrafo, non vi sarebbe più che un segno del signor Duchâtel, o del signor Montalivet trasmessi al prefetto di Baiona, travestiti in due parole greche: _téle, graphéin_. È la bestia dalle zampe nere, la parola misteriosa che io voglio conservare in tutta la sua purezza ed in tutta la mia venerazione.

— Andate dunque, perchè fra due ore sarà notte, e voi allora non vedreste più niente.

— Diavolo! voi mi spaventate! qual è il più vicino?

— Sulla strada di Baiona?

— Sì, sia sulla strada di Baiona!

— È quello di Chàtillon.

— E dopo quello di Chàtillon?

— Quello della torre Montlhéry, io credo.

— Grazie! a rivederci! sabato io vi racconterò le mie impressioni.

Alla porta il conte s’incontrò coi due notari che avevano diseredata Valentina, e che si ritiravano incantati di aver fatto un atto che avrebbe certamente procurato loro un grande onore.

LX. — MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE PESCHE.

Non nella stessa sera come aveva detto, ma la dimane mattina, il conte di Monte-Cristo uscì dalla barriera d’Enfer, prese la strada di Orléans, oltrepassò il villaggio di Linas senza fermarsi al telegrafo, che, precisamente al momento in cui il conte passava, faceva muovere le sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di Montlhéry situata come ognun sa, sul punto più elevato della pianura che porta questo nome. A piè della collina il conte discese di carrozza, e per un piccolo sentiero circolare, largo da 15 a 20 pollici, cominciò a salire la montagna; giunto alla sommità si trovò fermato da una siepe sulla quale alcune frutta verdi erano succedute ai fiori color di rosa e bianchi.

Monte-Cristo cercò la porta del piccolo recinto, e non istette molto a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava su gangheri di giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. In un momento il conte fu al caso di conoscere il meccanismo, e la porta fu aperta. Si trovò allora in un piccolo giardino di circa 20 piedi di lunghezza, 12 di larghezza, limitato da una parte dalla siepe nella quale era unito il meccanismo ingegnoso che abbiam descritto sotto nome di cancello, e dall’altra dalla vecchia torre tutta ricoperta di ellera, e disseminata di garofani ed altri fiori. Non si sarebbe detto, vedendola così guernita e fiorita (come una bisavola cui i piccoli nipoti augurino il giorno della sua festa) che essa potesse raccontare dei drammi assai terribili, se aggiungesse una voce alle orecchie minaccevoli che un vecchio proverbio attribuisce alle muraglie.

Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tuono che avrebbe rallegrato l’occhio di Delacroix, nostro Rubens moderno, un contorno di bue grasso, vecchio di molti anni. Questo viale aveva la forma di un 8, e girava innalzandosi, in modo da poter fare una passeggiata di 60 piedi in un giardino lungo 20. Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei giardinieri latini, non era stata onorata da un culto così minuzioso, e così puro quanto quello che le veniva reso in questo piccolo recinto.

Infatto dei 25 rosai che componevano il giardino, non una foglia portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di grancigna verde che isterilisce e consuma le piante che crescono a lei vicino. Non mancava umidità a questo giardino, la terra nera come la mota e l’opacità del fogliame degli alberi lo dicevano abbastanza; d’altra parte l’umidità artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale, mercè il foro pieno d’acqua scavato in un angolo del giardino, e nel quale stazionavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per l’incompatibilità senza dubbio dei loro umori si voltavano sempre, e si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro dorsi voltati l’un contro l’altro.

Non un’erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle piante; una piccola donnicciuola pulisce, e monda con minor cura il suo girannio, il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana di quel che non faceva il padrone fino allora invisibile del piccolo recinto.

Monte-Cristo si fermò dopo aver chiusa la porta aggrappando la cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracciò tutta la proprietà: — Sembra, diss’egli, che l’uomo del telegrafo abbia dei giardinieri ad anno, o ch’egli si abbandoni appassionatamente all’agricoltura.

D’improvviso inciampò in qualche cosa nascosta dietro una carriola ripiena di foglie: questo qualche cosa si raddrizzò lasciando sfuggire un’esclamazione che dipingeva la sua meraviglia, e Monte-Cristo si trovò in faccia di un uomo di circa 50 anni che raccoglieva delle fragole cui situava sopra foglie di viti. Vi erano circa 12 foglie, e quasi altrettante fragole. Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non lasciò cadere le fragole, le foglie, ed il piatto.

— Fate la vostra raccolta, disse Monte-Cristo.

— Perdono, rispose il buon uomo portando la mano alla berretta, non sono lassù, è vero, ma ne sono disceso in questo medesimo punto.

— Non voglio incomodarvi per niente, raccogliete le vostre fragole se pur ve ne rimangono ancora.

— Me ne rimangono ancora 10, disse l’uomo, perchè eccone qui 11, e ne aveva 21, 5 di più dell’anno scorso. Ma non è da meravigliarsi; quest’anno la primavera è stata calda, e ciò che abbisogna alle fragole, è il calore. Ecco perchè, invece di 16 che ne ebbi l’anno passato, in quest’anno ne ho, guardate, 12 di già raccolte, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.... ah! mio Dio! me ne mancano due, e v’erano ancor ieri, io ve le ho contate, ne sono sicuro... il figlio della madre Simona me le avrà rubate; io l’ho visto ronzare questa mattina. Ah! piccolo birbo di ladro di recinti, non sa dunque a che lo può condurre questo?

— Infatto, è grave, ma voi farete la parte della gioventù del delinquente, e della sua ghiottoneria.

— Certamente, disse il giardiniere; ciò non ostante non è cosa meno disaggradevole. Ma ancora una volta perdono, signore: è forse un mio superiore che ho fatto in tal modo aspettare? — ed intanto esaminava con un sguardo timoroso il conte ed il suo abito blu.

— Tranquillatevi, amico mio, disse il conte con quel sorriso ch’egli faceva a seconda della sua volontà tanto terribile e tanto benevolo, e che questa volta non esprimeva se non che la benevolenza: io non sono un vostro superiore che viene a fare una ispezione, ma un semplice viaggiatore condotto dalla curiosità, e che già comincia a rimproverarsi la sua visita, vedendo che vi fa perdere il vostro tempo.

— Oh! il mio tempo non è caro, replicò il buon uomo con un sorriso di malinconia. Però è il tempo del governo, e non dovrei perderlo, ma ho ricevuto il segnale che mi annunziava di poter riposare un’ora, gettò uno sguardo sulla meridiana solare (perchè vi era tutto nel recinto della torre di Montlhéry, anche una meridiana solare) e voi lo vedete ho ancora dieci minuti di avanzo, poi le mie fragole erano mature, e un giorno di più... d’altra parte, lo credereste, signore, i ghiri le mangiano!

— In fede mia, no, non l’avrei creduto, rispose gravemente Monte-Cristo; sono cattivi vicini, signore, i ghiri, per noi che non li mangiamo morti nel miele, come facevano i romani.

— Ah! i romani li mangiavano? disse il giardiniere.

— Io lessi ciò in Petronio, disse il conte.

— Davvero non devono esser buoni, quantunque si dica: grasso come un ghiro. E non è maraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi, atteso che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che per rosicare tutta la notte. Osservate, l’anno passato aveva 4 albicocche, essi ne hanno consumato una; avevo una pesca, una sola, è vero che è un frutto raro; ebbene! l’hanno divorato per metà dalla parte del muro; una pesca superba, eccellente: non ne aveva mai mangiati dei migliori.

— Voi l’avete mangiata? domandò Monte-Cristo.

— Cioè la metà che restava, capirete bene; era squisita. Ah peccato! quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come il figlio della madre Simona, egli non ha scelto le più cattive fragole! Ma quest’anno non andrà così, siate tranquillo, ciò non accadrà più, dovessi, quando i frutti sono per maturare, passare tutta la notte in sentinella.

Monte-Cristo ne aveva veduto abbastanza. Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente nel fondo del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme; quello dell’uomo del telegrafo era l’orticoltura. Egli si mise a raccogliere le foglie di vite che nascondevano i grappoli al sole, ed in questo modo si conquistò il cuore del giardiniere.

— Il signore è venuto per vedere il telegrafo? diss’egli.

— Sì, se però non è proibito dai regolamenti.