Il Conte di Monte-Cristo

Part 60

Chapter 603,883 wordsPublic domain

— Ascoltate, Valentina, avete mai sentito per qualcuno una di quelle simpatie irresistibili che fanno sì, che vedendo ancora una persona per la prima volta, voi credete conoscerla da lungo tempo, e vi domandate dove e quando l’avete veduta: e tanto che non potendo ricordarvi nè il luogo, nè il tempo, giungete a credere, che ciò fu in un mondo anteriore al nostro, e che questa simpatia non sia che una rimembranza che si risvegli? — Sì. — Ebbene! ecco ciò che io ho provato la prima volta che ho veduto quest’uomo straordinario.

— Un uomo straordinario? — Sì.

— Che voi conoscete da lungo tempo allora?

— Da otto o dieci giorni.

— E chiamate vostro amico un uomo che conoscete da soli otto giorni? Oh! Massimiliano, vi credeva molto più avaro di questo bel nome di amico.

— Voi in logica avete ragione, Valentina, ma dite ciò che volete, niuna cosa mi farà retrocedere su questo sentimento istintivo. Credo che quest’uomo sarà immischiato a tutto ciò che mi accadrà di bene nell’avvenire, che perfino il suo sguardo profondo sembra conoscere e la sua mano possente dirigere.

— È dunque un indovino? disse sorridendo Valentina.

— In fede mia, son tentato a credere che spesso indovini.... particolarmente il bene.

— Oh! disse Valentina tristamente, fatemi conoscere quest’uomo, che io sappia da costui, se sarò amata abbastanza per esser ricompensata di tutto ciò che ho sofferto.

— Pover’amica! ma voi lo conoscete. — Io? — Sì. È quegli che ha salvato la vita a vostra matrigna ed a suo figlio.

— Il conte di Monte-Cristo? — Egli stesso.

— Oh! gridò Valentina, egli non può mai essere mio amico, lo è troppo di mia matrigna.

— Il conte amico di vostra matrigna? Valentina, il mio istinto mi avrebbe ingannato a questo punto? son sicuro che voi vi sbagliate.

— Oh! se sapeste Massimiliano, non è più Edoardo che regna nella casa, ma il conte ricercato dalla sig.ª de Villefort, che vede in lui il riassunto delle umane conoscenze, ammirato, intendete? ammirato da mio padre, che dice di non aver mai inteso formolare con maggiore eloquenza le idee più sublimi, idolatrato da Edoardo che ad onta della sua paura pe’ grandi occhi neri del conte, corre da lui tosto che lo vede giungere e gli apre la mano, ove ritrova sempre qualche scherzo ammirabile: il sig. di Monte-Cristo quando è dalla sig.ª de Villefort, è come fosse in casa sua.

— Ebbene! cara Valentina, se le cose sono così, come dite, dovete di già risentire o risentirete ben presto gli effetti della sua presenza. Egli incontra Alberto de Morcerf in Italia, e ciò per sottrarlo dalle mani dei briganti, vede la sig.ª Danglars, e ciò per farle un regalo da re; vostra matrigna e vostro fratello passano davanti alla sua porta, e ciò perchè il suo moro salvi loro la vita. Quest’uomo ha evidentemente ricevuto il potere di avere influenza sugli avvenimenti, sugli uomini, e sulle cose. Non ho mai veduto gusti più semplici collegati ad una più alta magnificenza. Il suo sorriso è sì dolce quando me lo indirizza, che io dimentico come gli altri trovino il suo sorriso amaro: oh! ditemi, Valentina, vi ha egli sorriso in tal modo? Se lo ha fatto, sarete felice.

— No, disse la giovinetta, egli mi guarda appena, o piuttosto se passo per caso, volge lo sguardo altrove. Oh! Non è generoso, non ha quello sguardo profondo che legge nell’interno dei cuori, e che voi gli supponete a torto; poichè se avesse avuto questo sguardo, avrebbe veduto che io sono l’infelice, perchè se fosse generoso, vedendomi sola e trista nel mezzo di questa famiglia, mi avrebbe protetta con quella influenza ch’egli esercita; e poichè rappresenta, a quanto pretendete, la parte di sole, avrebbe riscaldato il mio cuore ad uno dei suoi raggi. Voi dite che vi ama, Massimiliano; che ne sapete? gli uomini fanno sempre viso grazioso ad un ufficiale alto 5 piedi ed 8 pollici come voi; che ha lunghi baffi, ed una gran sciabola, ma credono di potere schiacciare senza timore una povera giovinetta che piange.

— Ah! Valentina, v’ingannate, ve lo giuro!

— Se fosse altrimenti, se mi trattasse diplomaticamente, cioè come un uomo che vuole in un modo o nell’altro paoneggiare la famiglia, mi avrebbe, non fosse stato che una sola volta, onorata di quel sorriso che voi tanto mi vantate, ma no, mi ha veduta disgraziata, capisce che non posso essergli buona a niente, e non fa attenzione a me. Chi sa invece per fare la corte a mio padre, alla signora de Villefort, a mio fratello, che non mi perseguiti tanto, quando sarà in suo potere di farlo? vediamo francamente, Massimiliano, io non sono una donna che si debba disprezzare così senza ragione; voi me lo avete detto... Ah! perdonate, continuò la giovinetta vedendo la impressione che producevano le sue parole su Massimiliano, sono cattiva, e vi dico su quest’uomo cose che non sapeva neppure di avere in cuore. Ascoltate, non nego che quest’influenza di cui mi parlate, vi sia, e che egli non la eserciti anche su me; ma s’egli la esercita, è in un modo nocivo e corruttore, come lo vedete, dei vostri buoni pensieri.

— Sta bene, Valentina, disse Morrel con un sospiro, non ne parliamo più, non gli dirò niente.

— Ahimè! amico mio, disse Valentina, io vi affliggo, lo vedo; oh! ma finalmente non chiedo di meglio che di esser convinta, dite che ha dunque fatto per voi questo conte di Monte-Cristo?

— Voi mi mettete in un grande impaccio domandandomi ciò che ha fatto il conte per me; niente d’ostensibile, lo so bene. Vi ho già detto che la mia affezione per lui è tutta d’istinto, e che nulla ha di ragionato. Il sole mi ha forse fatto qualche cosa? no; egli mi riscalda e colla sua luce io vedo, ecco tutto. Il tale o tal altro profumo ha fatto qualche cosa per me? no, il suo odore ricrea aggradevolmente uno dei miei sensi, non ho altra cosa a dire quando mi si domanda perchè io vanti quel tale profumo. La mia amicizia per lui è strana, com’è la sua per me. Una voce segreta m’avverte che vi è qualche cosa più di un semplice caso in quest’amicizia impreveduta e reciproca, trovo della correlazione perfino nei suoi più segreti pensieri, fra le mie azioni ed i miei pensieri. Voi forse riderete di me, Valentina, ma da che conosco quest’uomo mi è venuta l’assurda idea, che tutto ciò che mi accade di bene provenga da lui; ciò non ostante ho vissuto trent’anni senza aver mai avuto bisogno di questo protettore, n’è vero? non importa, sentite un esempio. Egli mi ha invitato a pranzo per sabato, questa è una cosa naturale al punto in cui siamo? ebbene! che ho saputo dopo? che vostro padre è invitato a questo pranzo, che vostra madre vi verrà. M’incontrerò con essi, e chi sa ciò che potrà risultare per l’avvenire da questo incontro? ecco delle particolarità semplicissime in apparenza; ciò non ostante vi scorgo dentro qualche cosa che mi sorprende, vi pongo una strana confidenza. Mi dico che il conte, quest’uomo singolare che indovina tutto, ha voluto farmi ritrovare col sig. e colla sig.ª de Villefort, e qualche volta cerco, ve lo giuro, di leggere nei suoi occhi se ha indovinato il mio amore.

— Mio buon amico, disse Valentina, se non sentissi da voi che ragionamenti simili, vi prenderei per un visionario: ed avrei una vera paura, pel vostro buon senso. Non è forse un puro caso quest’incontro? In verità rifletteteci dunque. Mio padre che non esce mai è stato dieci volte sul punto di negare questo invito alla sig.ª de Villefort, la quale al contrario arde dal desiderio di vedere in sua casa questo straordinario nababbo, ed a gran stento ella ottenne che l’avrebbe accompagnata. No, no, credetemi, per voi Massimiliano, non ho altri a cui chiedere soccorso, che a mio nonno, un cadavere; altr’appoggio che in mia madre, un’ombra...

— Sento che avete ragione, Valentina, e che la logica sta dalla vostra parte, disse Massimiliano, ma la vostra dolce voce, sempre così possente in me oggi non mi convince.

— E la vostra ancor meno, disse Valentina, e vi confesso che se non avete altro esempio da citarmi...

— Ne ho uno, disse Massimiliano esitando, ma in vero, Valentina, m’è forza confessarlo, è ancor più assurdo del primo.

— Tanto peggio, disse sorridendo Valentina.

— Eppur, continuò Morrel, non è meno concludente per me, uomo tutto d’ispirazione e di sentimento, e che ho qualche volta in dieci anni che servo, dovuto la vita ad uno di quei lampi interni, che vi dicono di fare un movimento innanzi o indietro, perchè la palla che vi deve uccidere, vi passi d’accanto.

— Caro Massimiliano, perchè non fare onore alle preghiere in questa deviazione delle palle? quando siete in Africa, non prego più Dio per me, nè per mia madre, ma sol per voi.

— Sì, dacchè vi conosco, disse sorridendo Morrel, ma prima che vi conoscessi, Valentina.

— Vediamo, non volete essermi debitore di cos’alcuna, cattivo, tornate dunque a questo esempio che voi stesso confessate assurdo.

— Ebbene! guardate fra gli assi, ed osservate laggiù a quell’albero il nuovo cavallo col quale son venuto.

— Oh! che bestia ammirabile! perchè non lo avete condotto vicino al cancello? gli avrei parlato, ed egli mi avrebbe intesa.

— Infatto come lo vedete, è un animale di gran prezzo, disse Massimiliano; voi sapete che la mia fortuna è limitata, e che io altro non sono, come si dice, che un uomo ragionevole. Ebbene! avevo veduto da un mercante di cavalli questo magnifico Médéah, così lo chiamo, ne chiesi il prezzo, mi fu risposto 4500 fr., dovetti astenermi, come ben lo capirete, dal trovarlo tanto bello, e partii col cuore molto grosso, perchè il cavallo mi aveva guardato teneramente, mi aveva accarezzato con la testa, ed aveva corvettato sotto di me nel modo più elegante e grazioso. La stessa sera aveva in mia casa alcuni amici, il sig. Château-Renaud, il sig. Debray, e 5 o sei altri cattivi soggetti, che avete la fortuna di non conoscere neppur di nome. Ho proposta una partita di _bouillotte_; non giuoco mai perchè non sono abbastanza ricco da poter perdere, nè abbastanza povero per desiderare di vincere; io era in casa mia, e non altro avevo a fare che far prendere un mazzo di carte, e così feci. Quando ci mettemmo al tavolino, giunse il sig. di Monte-Cristo, si giuocò ed io vinsi, oso appena confessarvelo, Valentina, guadagnai 5 mila fr. Noi ci lasciammo a mezza notte; io non potei più contenermi, presi un _cabriolet_, e mi feci condurre dal mercante di cavalli. Palpitante suonai, egli venne ad aprirmi, e dovette prendermi per pazzo; io mi slanciai dall’altra parte della porta appena aperta; entrai in iscuderia, guardai alla rastrelliera. Oh! fortuna! Médéah rodeva il fieno; prendo una sella, gliela metto sul dorso, gli pongo le redini; poi depositando i 4500 fr. fra le mani del mercante stupefatto, ritorno, o piuttosto passo la notte a passeggiare nei Campi-Elisi. Ebbene! ho veduto il lume alla finestra del conte: e mi è perfino sembrato di scorgere l’ombra dietro la tenda. Or Valentina, giurerei, che il conte ha saputo che desideravo questo cavallo, e che ha espressamente perduto per farmelo guadagnare.

— Mio caro Massimiliano, disse Valentina, siete troppo fantastico... non mi amerete lungamente: un uomo sì poetico non saprebbe fissarsi a suo piacere in una passione monotona come la nostra, ma sentite... mi chiamano...

— Oh! Valentina, disse Massimiliano per la piccola fessura dell’assito...

— Avevamo detto, Massimiliano, che saremmo stati l’una per l’altro due voci, due ombre!

— Come vi piacerà, Valentina.

LVII. — IL SIG. NOIRTIER DE VILLEFORT.

Ecco ciò che accadde nella casa del procuratore del re dopo la partenza della sig.ª Danglars e di sua figlia durante la conversazione che abbiamo riferita. Il sig. de Villefort era entrato nella camera di suo padre, seguito dalla sig.ª de Villefort; in quanto a Valentina noi sappiamo dov’era.

Entrambi dopo aver salutato il vecchio e congedato Barrois, antico domestico, che era al loro servizio da 25 anni, avevano preso posto ai suoi lati. Il sig. Noirtier assiso in una gran poltrona a carrucole, dove veniva posto la mattina, e dove era levato la sera, seduto davanti ad uno specchio che riflettendo tutto l’appartamento gli permetteva di vedere, senza fare alcun movimento, divenuto impossibile, chi entrava nella sua camera, chi ne usciva, e tutto ciò che si faceva intorno a lui; il sig. Noirtier immobile come un cadavere guardava con occhi intelligenti e vivi i suoi figli, la cui cerimoniosa riverenza gli annunciava qualche dimostrazione ufficiale ed inattesa. La vista e l’udito erano i due soli sensi, che a guisa di due scintille animavano questa materia umana di già per tre quarti apparecchiata per la tomba: ed anche di questi due sensi un solo poteva rilevare all’esterno la vita interna che animava la statua; e lo sguardo che denunziava questa vita interna era paragonabile ad una di quelle luci lontane che, durante la notte, avvisano il viaggiatore perduto in un deserto che vi è ancora un essere esistente che veglia in quel silenzio ed in quella oscurità.

Così nell’occhio nero del vecchio Noirtier sormontato da un sopracciglio pur nero, mentre che la capigliatura, ch’egli portava lunga e pendente sulle spalle, era bianca; in quest’occhio, come accade in ciascun organo dell’uomo, esercitato a spese degli altri organi, si erano concentrate tutta l’attività, tutta la destrezza, tutta la forza, tutta l’intelligenza, sparse altra volta in questo corpo ed in questo spirito. Certamente mancavano il gesto del braccio, il suono della voce e l’attitudine del corpo; ma quell’occhio possente suppliva a tutto, egli comandava cogli occhi, ringraziava cogli occhi; era un cadavere cogli occhi vivi, e niente poteva essere qualche volta più spaventoso di questo viso di marmo, nell’atto del quale si accendeva una collera o rispondeva una gioia. Tre persone soltanto sapevano comprendere il linguaggio di questo povero paralitico. Villefort, Valentina, ed il vecchio domestico di cui abbiamo già parlato. Ma siccome Villefort non vedeva suo padre che rare volte, e per così dire solo quando non ne poteva far di meno; siccome quando lo vedeva, non cercava di compiacerlo comprendendolo; tutta la felicità del vecchio era riposta nella sua nipote Valentina la quale era giunta a forza di affezione, di amore, e di pazienza a comprendere con lo sguardo tutti i pensieri di Noirtier. A questo linguaggio muto o inintelligibile per tutt’altri, ella rispondeva con tutta la sua voce, tutta la sua fisonomia, tutta la sua anima, di modo che si stabilivano dei dialoghi animati fra questa giovinetta e questa pretesa argilla quasi ritornata polvere, e che ciò non ostante era ancora un uomo di un immenso sapere, di un’inaudita penetrazione, e di una volontà così possente quanto può essere l’anima racchiusa in una materia che poco si presta.

Valentina aveva dunque risoluto lo strano problema di capire il pensiero del vecchio, per fargli comprendere il suo, e mercè questo studio era ben raro che per le cose ordinarie della vita, ella non indovinasse con precisione il desiderio di quest’anima vivente, o di questo cadavere per metà insensibile.

Quanto al domestico, siccome serviva il padrone da 25 anni come abbiamo detto, egli conosceva tanto bene tutte le abitudini di lui ch’era ben difficile che Noirtier avesse bisogno di domandare qualche cosa; Villefort per conseguenza non aveva bisogno dei soccorsi nè dell’uno, nè dell’altro, per intavolare con suo padre la strana conversazione che veniva ad incominciare. Egli stesso, lo dicemmo, conosceva perfettamente il vocabolario del vecchio, e se non se ne serviva più spesso, era per noia o per indifferenza. Egli dunque lasciò discendere Valentina in giardino, allontanò Barrois, e dopo aver preso posto alla destra di suo padre, mentre che la sig.ª de Villefort sedeva alla sinistra di lui:

— Signore, disse, non vi maravigliate che Valentina non sia salita con noi, e che io abbia allontanato Barrois, perchè la conferenza che siamo per avere è una di quelle che non può essere fatta, nè davanti ad una giovinetta, nè davanti ad un domestico; la sig.ª de Villefort ed io abbiamo una comunicazione a farvi.

Il viso di Noirtier restò impassibile durante questo preambolo, mentre che al contrario l’occhio di Villefort sembrava scrutinare fino nel più profondo del cuore del vecchio.

— Questa comunicazione, continuò il procuratore del re col suo tuono ghiacciato, e che sembrava non ammettere mai contestazioni, siamo sicuri, la signora de Villefort ed io, che vi farà piacere.

L’occhio del vecchio continuò a restare immobile, ascoltava e niente più.

— Signore, riprese Villefort, noi maritiamo Valentina.

Una figura di cera non sarebbe a questa notizia rimasta più fredda di quel che fece la figura del vecchio.

— Il matrimonio avrà luogo fra tre mesi, riprese Villefort.

La sig.ª de Villefort prese a sua volta la parola e si affrettò di aggiungere:

— Abbiamo pensato che questa notizia avrebbe dell’interessamento per voi, signore, d’altra parte Valentina parve sempre attirar tutta la vostra attenzione, non ci rimane dunque altro a dirvi, se non che il nome del giovine che le vien destinato; egli è uno dei più onorevoli _partiti_, ai quali possa aspirare Valentina; vi sono ricchezze, un bel nome, e delle garanzie sicure di felicità nella condotta e nei gusti di colui che le destiniamo, ed il cui nome non dev’esservi sconosciuto: si tratta del sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay.

Villefort durante il piccolo discorso di sua moglie attaccava sul vecchio uno sguardo più attento che mai. Allorchè la sig.ª de Villefort pronunziò il nome di Franz, l’occhio di Noirtier, che suo figlio conosceva tanto bene, fremette; e le pupille dilatandosi come fossero state due labbra al momento di dire una parola, lasciarono travedere un baleno.

Il procuratore del Re, che sapeva gli antichi rapporti di inimicizia politica tra suo padre ed il padre di Franz, capì questo fuoco e quest’agitazione, ma ciò non ostante lo lasciò passare come non veduto, e riattaccando la parola ove sua moglie l’aveva lasciata:

— Signore, diss’egli, è importante, lo capite bene, essendo così vicina a compiere i 19 anni, che Valentina sia finalmente stabilita. Non ostante non vi abbiamo dimenticato nelle trattative, e ci siamo assicurati prima che il marito di Valentina accetterebbe di vivere se non con noi, la qual cosa incomoderebbe forse le loro private faccende domestiche, almeno che voi, che siete il prediletto di Valentina, e che per vostra parte sembrate portarle un’affezione uguale, viviate con loro, dimodochè non perderete alcuna delle vostre abitudini, ed avrete soltanto due figli che vi sorveglieranno invece di una sola.

Il lampo dello sguardo di Noirtier divenne sanguigno... certamente passava qualche cosa di spaventoso nell’animo di questo vecchio. Certamente il grido del dolore o della collera gli saliva alla gola, e non potendo scoppiare lo soffocavano, perchè il viso divenne color di porpora e le labbra livide.

Villefort aprì tranquillamente una finestra, dicendo:

— Fa troppo caldo qui, e questo calore fa male al sig. Noirtier. — Poi ritornò, ma senza sedersi.

— Questo matrimonio, soggiunse la sig.ª de Villefort, piace al sig. d’Épinay ed alla sua famiglia, la quale d’altra parte non si compone che di uno zio e di una zia, sua madre morì nel darlo alla luce; suo padre essendo stato assassinato morì nel 1815, cioè quando il fanciullo aveva due anni appena, egli ora non dipende che dalla sua volontà.

— Assassinio misterioso, disse Villefort, di cui gli autori sono rimasti sconosciuti, quantunque il sospetto si era sparso senza urtare sulla testa di molte persone.

Noirtier fece un tale sforzo che le labbra si contrassero come per sorridere.

— Ora, continuò Villefort, i veri colpevoli, quelli che sanno di aver commesso il delitto, quelli su i quali può discendere la giustizia degli uomini durante la loro vita, e la giustizia di Dio dopo la loro morte, sarebbero ben felici di essere nel nostro posto, e di avere una figlia da offrire al sig. Franz d’Épinay per ispegnere fino nell’apparenza questo sospetto.

Noirtier si era placato con una di quelle forze che non sarebbesi potuto aspettare da questa organizzazione quasi scomposta. — Sì, comprendo, rispose egli con uno sguardo a Villefort, e questo sguardo esprimeva ancora lo sdegno profondo e la collera intelligente. Villefort dal suo lato, rispose a questo sguardo, nel quale aveva letto ciò che contenevasi, con una leggera stretta di spalle.

Indi fece segno a sua moglie di alzarsi.

— Ora signore, disse la sig.ª de Villefort, aggradite il nostro rispetto. Permettete che Edoardo venga a presentarvi i suoi ossequi? — Erasi convenuto che il vecchio esprimeva la sua approvazione chiudendo gli occhi, ed il suo rifiuto socchiudendoli a più riprese, e quando li alzava al cielo era segno che aveva qualche desiderio da esprimere. Quando chiedeva di Valentina serrava l’occhio dritto; se domandava di Barrois chiudeva l’occhio sinistro. Alla proposizione della sig.ª de Villefort socchiuse vivamente gli occhi.

Questa riconoscendo l’evidente rifiuto si morse le labbra:

— Vi manderò dunque Valentina, disse allora.

— Sì, fece il vecchio chiudendo gli occhi con vivacità.

I signori de Villefort salutarono il vecchio ed uscirono ordinando che si chiamasse Valentina, di già avvisata che avrebbe avuto qualche cosa da fare nella giornata presso il signor Noirtier. Quando uscirono entrava Valentina ancor tutta color di rosa per la emozione provata. Non le fu bisogno che di uno sguardo per capire come soffriva il nonno e quante cose avrebbe avuto a dirle.

— Oh! buon papà, gridò ella, e che cosa ti è dunque accaduto. Ti hanno afflitto, n’è vero, tu sei in collera.

— Sì, fece egli chiudendo gli occhi.

— Contro chi dunque? Contro mio padre?... no, contro la sig.ª di Villefort?... no, contro di me? — Il vecchio fece segno di sì. — Contro di me? riprese Valentina maravigliata.

Il vecchio rinnovò il segno affermativo. — E che cosa ti ho dunque fatto, caro e buon papà? gridò Valentina.

Non vi fu alcuna risposta, ella continuò: — Io non ti ho veduto nella giornata, ti hanno dunque riportata qualche cosa sul conto mio.

— Sì; disse lo sguardo del vecchio con vivacità.

— Vediamo dunque. Mio Dio! ti giuro, buon padre... ah!... il sig. e la sig.ª de Villefort escono di qui, n’è vero?

— Sì. — Ed essi ti han detto queste cose che ti dispiacciono? Vuoi che io vada a domandarle a loro, per avere il mezzo di scusarmi teco?

— No, no, fece lo sguardo.

— Ma tu mi spaventi, che ti han potuto dire?

Ed ella cercava. — Oh! l’ho indovinato, disse abbassando la voce ed avvicinandosi al vecchio. Ti hanno forse parlato del mio matrimonio?

— Sì, replicò lo sguardo corrucciato.

— Capisco, tu l’hai meco pel mio silenzio. Oh! vedi, fu perchè mi avevano raccomandato di non dirti niente, perchè nulla mi avevano detto, e che soltanto aveva strappato di soppiatto qualche parola per indiscretezza, ecco perchè sono stata così riservata teco. Perdonami buon papà Noirtier.

Ritornato fisso ed immobile lo sguardo sembrava rispondere, non è soltanto il tuo silenzio che mi affligge.

— Che cosa è dunque? domandò la giovinetta, credi forse che io possa abbandonarti, buon padre, e che il mio matrimonio mi renda smemorata?

— No, disse il vecchio.

— Allora ti hanno detto, che il sig. d’Épinay acconsentiva che dimorassimo insieme. — Sì. — Allora perchè sei in collera? — Gli occhi del vecchio assunsero un’espressione d’infinita dolcezza. — Sì, capisco; disse Valentina, perchè mi ami. — Il vecchio fece segno di sì. — E temi ch’io sia disgraziata? — Sì. — Tu non ami il sig. Franz?

Gli occhi ripeterono tre o quattro volte: — No, no, no.

— Ma sei molto afflitto buon padre? Ebbene, ascolta, disse Valentina mettendosi in ginocchio davanti a Noirtier e passandogli le braccia intorno al collo, io pure sono molto afflitta, poichè io pure non amo il sig. Franz d’Épinay.

Un baleno di gioia passò avanti gli occhi del nonno.