Il Conte di Monte-Cristo

Part 59

Chapter 593,758 wordsPublic domain

— Ebbene! disse Monte-Cristo negligentemente; farete ciò che vorrete, conte, perchè voi siete il padrone, e ciò spetta a voi; ma non direi un motto di tutte queste avventure; la vostra storia è un romanzo, ed il mondo che adora i romanzi chiusi fra due copertine di carta gialla, diffida stranamente di quelli che vede legati in carta velina vivente, fossero puranche dorati come potete esserlo voi. Ecco la difficoltà che mi permetterò di farvi notare; tosto che avrete raccontata a qualcuno la vostra commovente storia essa verrà del tutto snaturata nella società. Non sarete più un giovine ritrovato, ma un giovine perduto. Sarete obbligato di prendere la posizione di Antony, ed il tempo degli Antony è un poco passato. Forse avreste un incontro di curiosità, ma tutti non amano farsi centro di osservazioni, argomento di commentarii, ciò forse vi stancherebbe ancor troppo.

— Credo che abbiate ragione, sig. conte, disse il giovine impallidendo suo malgrado sotto l’influenza dello sguardo di Monte-Cristo, questo è un grande inconveniente.

— Oh! non bisogna però esagerarselo, disse Monte-Cristo, perchè allora per evitare un errore si cadrebbe in una follia. No, non si tratta che di stabilire un disegno di condotta, e per un uomo intelligente come voi, esso è tanto più facile ad adottarsi in quanto che è conforme ai vostri interessi; bisognerà combattere con testimonianze ed onorevoli amicizie tutto ciò che può avere di oscuro la vostra vita passata.

Andrea perdè visibilmente il coraggio.

— Mi offrirò volentieri per voi come garante, disse Monte-Cristo, ma in me è un’abitudine morale di dubitare sempre dei miei migliori amici, ed un bisogno di cercare di far dubitare gli altri; per tal modo io rappresenterei una parte fuori del mio carattere come dicono i tragici, e mi esporrei a farmi fischiare, il che è inutile.

— Pure, sig. conte, disse Andrea con audacia, in riguardo a Lord Wilmore che mi ha raccomandato a voi...

— Sì, certamente, rispose Monte-Cristo; ma Lord Wilmore non mi ha lasciato ignorare, caro sig. Andrea, che avete avuto una gioventù alquanto procellosa... Oh! disse il conte vedendo il movimento che faceva Andrea, non vi domando delle confessioni, d’altra parte perchè non aveste ad aver bisogno di alcuno, fu fatto venire da Lucca il sig. marchese Cavalcanti vostro padre.

— Ah! voi mi tranquillate signore; l’ho lasciato da sì lungo tempo che non avevo più di lui alcuna rimembranza.

— E poi sapete che le molte ricchezze fanno chiudere un occhio sopra varie cose.

— Mio padre è dunque realmente ricco, signore?

— Milionario... 500 mila lire di rendita.

— Allora, domandò il giovine con ansietà, mi troverò ben presto in una posizione... aggradevole?

— Delle più aggradevoli, mio caro signore, vi assegna 50 mila lire di rendita per ogni anno durante il tempo che resterete a Parigi.

— Ma... in questo caso vi resterò sempre?

— Oh! chi può rispondere delle congiunture, mio caro signore? l’uomo propone ed Iddio dispone.

Andrea mandò un sospiro: — Ma finalmente per tutto il tempo che resterò a Parigi e... che nessuna occasione mi sforzerà di abbandonare; questo danaro di cui mi parlavate poco fa mi sarà assicurato?

— Oh! perfettamente.

— Da mio padre? domandò Andrea con inquietudine.

— Sì, ma garantito da Lord Wilmore, che ha sulla domanda di vostro padre aperto un credito di 5 mila fr. il mese presso il sig. Danglars, uno dei più sicuri banchieri di Parigi.

— E mio padre conta di restare lungamente a Parigi?

— Soltanto qualche giorno, rispose Monte-Cristo, il suo servizio non gli permette di assentarsi più di due o tre settimane. — Oh! che caro padre! disse Andrea visibilmente incantato per questa pronta partenza.

— Per cui, soggiunse Monte-Cristo facendo sembiante d’ingannarsi sull’accento di queste parole, per cui non voglio ritardare più oltre di un solo momento la vostra riunione. Siete preparato ad abbracciare questo degno sig. Cavalcanti?

— Spero che non ne dubiterete. — Ebbene, entrate dunque nel salotto, mio giovine amico e vi troverete vostro padre che vi aspetta. — Andrea fece un profondo saluto al conte ed entrò nel salotto. — Il conte lo seguì con lo sguardo ed avendolo veduto sparire, spinse una molla corrispondente ad un quadro che scostandosi dal muro lasciava penetrare la vista nell’interno del salotto, per mezzo d’una fessura maestrevolmente disposta. Andrea chiuse la porta dietro a sè, e si avanzò verso il maggiore, che si alzò appena inteso il rumore dei passi che si avvicinavano.

— Ah! signore e caro padre, disse Andrea ad alta voce, ed in modo che il conte lo sentisse al di là della porta chiusa, siete veramente voi?

— Buon giorno, caro figlio, disse con gravità il maggiore.

— Dopo tanti anni di separazione, ripetè Andrea, continuando a guardare dal lato della porta, quale fortuna di rivederci!

— Difatto la separazione è stata lunga.

— E non ci abbracciamo signore? riprese Andrea.

— Come vi piace, figlio mio, soggiunse il maggiore.

E i due uomini si abbracciarono al modo degli attori del teatro francese, cioè situando la testa al disopra delle spalle.

— Eccoci dunque riuniti, disse Andrea. — Eccoci riuniti, ripetè il maggiore. — Per non più separarci?

— Sia; però credo, mio caro figlio, che ora considerate la Francia come la vostra seconda patria.

— Il fatto è che sarei disperato se dovessi lasciar Parigi.

— Ed io, capirete, non saprei vivere fuori di Lucca; ritornerò dunque in Italia appena il potrò.

— Ma, caro padre, prima di partire mi consegnerete, n’è vero, le carte con le quali contestar possa la mia nascita?

— Senza dubbio, son venuto espressamente per questo ed ho già molto sofferto per ritrovarvi, da non farlo una seconda volta; ciò occuperebbe il restante dei miei giorni.

— E le carte? — Eccole. — Andrea afferrò avidamente la fede di matrimonio di suo padre e quella della sua nascita, e le percorse con una rapidità ed abitudine che dinotavano un colpo d’occhio esercitato, ed un vivo interessamento; appena terminato, un’indefinibile gioia gli brillò sulla fronte, e guardando il maggiore con uno strano sorriso:

— E che! diss’egli in buon toscano, non vi son più galere in Italia?

Il maggiore si raddrizzò: — E perchè? diss’egli.

— Perchè vi si fabbricano impunemente certificati simili; per la metà di questo, caro padre, in Francia vi manderebbero a respirare per cinque anni l’aria di Tolone.

— Come sarebbe a dire? sclamò il Lucchese sforzandosi d’assumere un tuono maestoso.

— Mio caro sig. Cavalcanti, disse Andrea stringendo il braccio al maggiore, quanto vi pagano per essere mio padre...

Il maggiore volea parlare; ma Andrea soggiunse abbassando la voce: — Zitto, sarò il primo a darvi l’esempio di confidenza, a me danno 50 mila fr. l’anno per esser vostro figlio; per conseguenza capirete bene, che non sarò mai disposto a negare che voi siete mio padre.

Il maggiore guardò con inquietudine a sè dintorno.

— Eh! state pur tranquillo, siamo soli, disse Andrea; e d’altra parte noi parliamo in italiano.

— Ebbene! ripetè il Lucchese, a me danno 50 mila fr. per una sola volta. — Sig. Cavalcanti, credete ai racconti delle fate? — Prima non vi credeva, ma adesso bisogna che vi creda. — Avete dunque avuto delle prove? — Il maggiore cavò dal taschino un pugno di monete d’oro: — Palpabili, come vedete. — Credete dunque, ch’io possa aggiustar fede alle promesse fatte? — Lo credo.

— E questo brav’uomo del conte le manterrà?

— Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che noi rappresentiamo bene la parte impostane.

— In qual modo dunque? — Io di tenero padre. — Ed io di figlio rispettoso, dapoicchè essi desiderano che io discenda da voi? — Chi essi? — Diavolo nol so, quelli che vi hanno scritto, non avete ricevuta una lettera?

— Da un certo abate Busoni.

— Che non conoscete?

— Che non ho mai veduto. — Che diceva questa lettera?

— Voi al certo non mi tradirete?

— Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi.

— Allora tenete; ed il maggiore presentò la lettera al giovine. — Andrea lesse a voce bassa:

«Voi siete povero, un’infelice vecchiaia vi attende; volete diventare, se non ricco, almeno indipendente? Partite sul momento per Parigi, per reclamare dal conte di Monte-Cristo, Campi-Elisi n. 30, il figlio che avete avuto con la marchesa Corsinari, e che vi fu rapito nell’età di 5 anni.

«Egli chiamasi Andrea Cavalcanti. Perchè non abbiate alcun dubbio sulle intenzioni che il sottoscritto ha di rendersi a voi vantaggioso, troverete qui unite:

«1. Un bono di 2400 lire toscane pagabili dal sig. Gozzi in Firenze.

«2. Una lettera di presentazione pel sig. di Monte-Cristo sul quale vi apro un credito della somma di 48 mila fr.

«Siate dal conte li 26 maggio alle sette p. m.»

ABATE BUSONI.

— È questa. — Come? è questa? che intendete dire? domandò il maggiore. — Dico che ne ho ricevuta una presso a poco come questa. — Voi? — Sì, io. — Dall’abate Busoni? — No. — Da chi dunque? Da un inglese, da un certo Wilmore, che prende il nome di Sindbad il marinaro...

— E che voi non conoscete più che io l’abate Busoni?

— È un fatto, ma sono più avanti di voi.

— L’avete veduto? — Sì una volta. — E dove?

— Ecco ciò che precisamente non posso dirvi, voi ne sapreste quanto me, e ciò è inutile.

— E quella lettera vi diceva? — Leggete:

«Voi siete povero, e non avete che un avvenire miserabile; volete avere un nome, esser libero, esser ricco?»

— Per bacco! fece il giovine librandosi sui talloni, come se una simile interrogazione gli fosse stata fatta veramente in quel punto.

«Prendete la carrozza di posta che troverete già allestita uscendo da Nizza per la porta di Genova. Passate per Torino, Chambery, e Pont-de-Voisin, e recatevi a Parigi. Presentatevi al sig. conte di Monte-Cristo, entrate dai Campi-Elisi il 26 maggio alle 7 p. m. e domandategli di vostro padre. Voi siete figlio del marchese Bartolommeo Cavalcanti, e della marchesa Oliva Corsinari, come l’attestano le carte che vi saran rimesse dal marchese, e che vi permetteranno di potervi presentare con questo nome nella società di Parigi. In quanto al vostro rango, una rendita di 50 mila lire l’anno vi metterà in istato di poterlo sostenere. Unito alla presente troverete un bono di 5 mila lire pagabili dal sig. Ferrea di Nizza, ed una lettera di presentazione sul conte di Monte-Cristo, incaricato da me di provvedere ai vostri bisogni.»

SINDBAD IL MARINARO.

— Hum! fece il maggiore, benissimo! avete veduto il conte?

— L’ho lasciato or ora. — Ed egli ha ratificato?...

— Tutto.

— Ne capite qualche cosa? — No in fede mia.

— In questa faccenda v’è certamente un merlotto.

— In ogni caso non sarem, nè io, nè voi.

— No certamente. — Ebbene allora...

— Poco c’importa, n’è vero?... — Precisamente, ciò voleva dire anch’io, andiamo fino alla fine e sempre uniti.

— Vedrete che son degno di giuocare alla vostra partita.

— Non ne ho dubitato neppur un momento, caro padre.

— Voi mi fate onore, caro figlio.

Monte-Cristo scelse questo momento per entrar nel salotto. Sentendo il rumore dei suoi passi, i due uomini si gettarono nelle braccia l’uno dell’altro, il conte li trovò abbracciati: — Ebbene, marchese, disse egli, sembra che abbiate trovato un figlio a seconda del vostro cuore.

— Ah! conte, la gioia mi soffoca.

— E voi? — Ah! signore, la felicità mi opprime.

— Padre fortunato, figlio avventuroso, sclamò Monte-Cristo.

— Una sola cosa mi rattrista, disse il maggiore, la necessità di dover così presto lasciar Parigi.

— Non partirete prima che vi abbia presentato a qualche amico.

— Sono agli ordini del sig. conte.

— Or via, giovinotto, confessatevi. — A chi?

— A vostro padre, ditegli qualche cosa sullo stato delle vostre finanze. — Ah! diavolo disse Andrea, voi toccate la corda sensibile... — Capite, maggiore, disse Monte-Cristo.

— Senza dubbio. — Egli dice che ha bisogno di danaro.

— E che volete che ci faccia io? — Che gliene diate, per bacco! — Io? — Sì, voi! Monte-Cristo si pose fra loro:

— Prendete, disse ad Andrea, lasciandogli scorrer tra le mani dei biglietti di banca. — E che cos’è? — La risposta di vostro padre; non gli avete fatto capire che avevate bisogno di danaro? — Ebbene?

— Ebbene, ed egli m’incarica di rimettervi questi.

— In conto delle mie rendite?

— No, per le spese d’istallazione.

— Oh! caro padre! — Silenzio, disse Monte-Cristo; vedete bene ch’egli non vuole che vi dica che vengano da lui.

— Apprezzo questa delicatezza, disse Andrea nascondendo i biglietti nella saccoccia del calzone.

— Sta bene, disse Monte-Cristo, ora andate!

— E quando avrem l’onore di rivedere il sig. conte? domandò il maggiore.

— Sabato, se vi piace; avrò parecchie persone a pranzo nella mia casa d’Auteuil, strada Fontana n. 28, fra esse il sig. Danglars, vostro banchiere; vi presenterò a lui, bisogna ben che faccia la conoscenza di entrambi per isborsarvi il vostro danaro.

— In gran tenuta? domandò a mezza voce il maggiore.

— Sì! uniforme, decorazioni, e calzoni corti.

— Ed io? domandò Andrea.

— Oh! voi con gran semplicità: calzoni neri, stivali verniciati, gilè bianco, abito nero o blu; andate da _Blin_, o _Véronique_ per abbigliarvi; se non ne sapete gl’indirizzi, Battistino ve li darà, se prendete cavalli servitevi da _Devedeux_, e se comprate un _phaéton_ andate da _Baptiste_.

— A che ora potrem presentarci? — Alle sei e mezzo.

— Sta bene, disse il maggiore portando la mano al cappello.

I due Cavalcanti salutarono il conte e partirono.

Il conte si avvicinò alla finestra e li vide che attraversavano il cortile, tenendosi sotto il braccio: — In verità, diss’egli, ecco due gran miserabili! peccato che non siano veramente padre e figlio. — Dopo un momento di cupa riflessione: — Andiamo dai Morrel, credo che il disprezzo mi accori ancor più dell’odio.

LVI. — IL RECINTO A TRIFOGLIO.

È d’uopo che i nostri lettori ci permettano di ricondurli a quel recinto che confina coll’abitazione del sig. de Villefort, e dietro il cancello investito dai marroni troveremo delle persone di nostra conoscenza. Questa volta Massimiliano era giunto il primo: era egli che teneva l’occhio volto all’assito cercando nel fondo del giardino un’ombra fra gli alberi ed attendendo il calpestio d’uno stivaletto di seta sulla sabbia dei viali. Finalmente il tanto desiderato calpestio si fe’ sentire, ma invece di una furon due le ombre che si avvicinarono. Il ritardo era causato dalla visita della sig.ª Danglars e di Eugenia, ch’erasi prolungata oltre l’ora in cui Valentina era attesa. Allora per non mancare al suo ritrovo la giovinetta aveva proposto a madamigella Danglars una passeggiata nel giardino, volendo far vedere a Massimiliano non esser da lei causato il ritardo, pel quale certamente ella soffriva. Il giovine capì tutto con quella rapidità d’induzione propria degli amanti, ed il suo cuore ne fu sollevato. D’altra parte senza giungere a portata di voce, Valentina diresse la sua passeggiata in modo che Massimiliano potesse vederla passare e ripassare; e ad ogni giro uno sguardo celato alla compagna, ma vibrato dalla parte del cancello, e dal giovine raccolto, gli diceva: — «Abbiate pazienza, vedete che non è mia colpa.» — Massimiliano infatti acquistava pazienza, ammirando il contrasto che vi era fra quelle due giovanette, tra la bionda dagli occhi languidi e dal corpo leggermente inclinato come un bel salice; e la bruna dagli occhi vivi e dal corpo ritto come un pioppo: non è necessario il dirlo, in questo contrasto tutto il vantaggio stava dal lato di Valentina, almeno nel cuor del giovine.

Dopo mezz’ora di passeggiata le due giovanette s’allontanarono; Massimiliano capì esser giunto il termine della visita della sig.ª Danglars. Infatto un momento dopo comparve Valentina sola. Per timore che qualche indiscreto sguardo non ne seguisse il ritorno, ella veniva pian piano; ed invece di avanzarsi direttamente verso il cancello, andò ad assidersi sur un banco, dopo aver senz’affettazione esaminato ogni gruppo d’albero ed internato lo sguardo nel fondo di tutti i viali; prese queste cautele corse al cancello. — Buon giorno Valentina, disse una voce — Buon giorno Massimiliano, vi ho fatto attendere, ma ne avete veduto la causa.

— Ho veduto Madamigella Danglars, non vi credeva in sì stretta amicizia con lei.

— E chi vi ha detto che siam strette amiche?

— Nessuno, ma ho potuto scorgerlo dal modo come vi tenevate pel braccio, e come parlavate, si sarebber dette due compagne di conservatorio che si facevan le lor confidenze.

— Sì, è vero, infatto, disse Valentina, ella mi confessava la sua avversione al matrimonio col sig. de Morcerf; ed io la mia infelicità in isposare il sig. d’Épinay. — Cara la mia Valentina! — Sapete, amico mio, avete scorta quest’apparenza di abbandono fra me ed Eugenia, perchè parlando dell’uomo che non amava, pensavo a quello che amo.

— Quanto siete buona, mia Valentina, avete in voi stessa una cosa che Eugenia non avrà mai: l’attrattiva indefinibile che per la donna è ciò che il profumo è pel fiore, il sapore pel frutto, che non è tutto in un fiore d’esser bello, in un frutto d’esser buono. — L’amor vostro vi fa vedere così la cosa.

— No, Valentina, ve lo giuro; sentite; poco fa io vi guardava entrambe, e sul mio onore rendendo giustizia alla bellezza di Eugenia non poteva comprendere come un uomo si possa innamorar di lei. — Egli è perchè io stava là, e la mia presenza vi rendeva ingiusto. — No, ma ditemi... una domanda di semplice curiosità, che emana da certe idee che mi son fatto di madamigella Danglars. — Oh! queste idee saran certamente ingiuste sebbene io non sappia quali sieno; quando giudicate noi povere donne, non ci dobbiamo aspettare indulgenza. — Ma siete poi ben giuste quando vi giudicate l’un l’altra fra di voi. — Egli è perchè nei nostri giudizii vi son quasi sempre mischiate le passioni.

— È forse perchè Eugenia ama qualche altro, che ella teme il matrimonio col sig. de Morcerf? — Massimiliano, vi ho già detto che non sono la sua intima amica. — Oh! mio Dio, senza essere amiche intime le giovinette si fan delle confidenze... convenite meco, che voi le avete fatta qualche interrogazione su quest’argomento... vi veggo sorridere... sentiamo, che cosa vi ha detto?

— Mi ha detto che non amava alcuno, disse Valentina, che aveva in orrore il matrimonio, che la sua maggiore gioia sarebbe di menare una vita libera ed indipendente, e che quasi desiderava che suo padre perdesse la sua fortuna per divenire artista come la sua amica Luigia d’Armilly.

— Ah! vedete dunque... — Ebbene, ciò che cosa prova? domandò Valentina. — Nulla, rispose sorridendo Massimiliano. — Allora, disse Valentina, perchè ora voi sorridete?

— Ah! vedete bene che anche voi guardate, proseguì Massimiliano. — Volete che mi allontani? — No, no, torniamo a noi. — Sì è vero, perchè abbiamo appena dieci minuti da stare insieme. — Dio mio! gridò costernato Massimiliano.

— Sì, avete ragione, disse malinconicamente Valentina, avete in me una povera amica, quale esistenza è la vostra, avete tanto ben fatto per essere felice! credetemi, io mel rimprovero amaramente.

— Ebbene, che v’importa Valentina se anche in tal guisa io mi trovo felice?

— Grazie, sperate per entrambi, Massimiliano, ciò mi rende per metà felice. — E che cosa dunque vi accade ancora, o Valentina, che dovete ora lasciarmi sì presto? — Non so; la sig.ª di Villefort m’ha fatto dire dovermi fare una comunicazione dalla quale ella dice, dipende metà della mia fortuna. Eh! mio Dio! ch’essi se la prendan tutta, son ricca abbastanza, ma almeno dopo averla presa, mi lascino tranquilla e libera.

— Ma non temete voi che questa comunicazione sia qualche notizia intorno il vostro matrimonio?

— Nol credo...

— Però ascoltatemi Valentina, ma non vi spaventate.

— Credete tranquillarmi, dicendomi ciò, Massimiliano?

— Perdono; avete ragione, sono un uomo brutale; ebbene voleva dirvi che giorni sono ho incontrato il sig. de Morcerf.

— Ebbene?

— Il sig. Franz è suo amico, come voi ben sapete.

— Sì, ebbene?

— Ebbene egli ha ricevuto da Franz una lettera con cui lo avvisa del suo vicino ritorno.

Valentina impallidì, ed appoggiò la testa contro il cancello:

— Ah! mio Dio, diss’ella, sarà presto! Ma no, una tale comunicazione non mi verrebbe dalla sig.ª de Villefort.

— Perchè?

— Perchè... nol so... ma sembrami che la sig.ª de Villefort, senza opporvisi francamente, non abbia simpatia per questo matrimonio.

— Va bene, Valentina, dovrò finire per adorare la sig.ª de Villefort.

— Oh! non v’affrettate, Massimiliano, disse Valentina con amaro sorriso.

— Alla fin fine, se le è antipatico questo matrimonio, non fosse altro che per romperlo, ella forse darebbe ascolto a qualche altra proposta.

— Nol credete, la sig.ª de Villefort non respinge i mariti, ma il matrimonio.

— Come? il matrimonio? se tanto detesta il matrimonio perchè si è maritata? — Voi non mi capite, Massimiliano; quando un anno fa le parlai di ritirarmi in un convento, ad onta delle osservazioni ch’ella si era creduta in dovere di farmi, aveva adottata la mia proposizione con gioia; ed a sua istigazione, mio padre vi aveva acconsentito, ne son sicura, non vi fu che il povero nonno che mi trattenne; non potete figurarvi quanta espressione vi sia negli occhi di questo povero vecchio, che non ama che me sola al mondo, e che (Dio mi perdoni se dico una bestemmia) in questo mondo non è amato che da me sola; se sapeste quando apprese la mia risoluzione, in qual modo mi ha guardato, quanti rimproveri vi erano in quegli sguardi, quanta disperazione in quelle lagrime che scorrevano senza lamenti e senza sospiri su quelle guance immobili: ah! Massimiliano, io provai alcun che come di rimorso, e mi sono gettata ai suoi piedi gridando: — Perdono! perdono! padre mio, faranno di me ciò che vorranno, ma io non vi lascerò mai. — Allora alzò gli occhi al cielo. Massimiliano, io posso soffrire molto; questo sguardo del mio buon vecchio nonno mi ha ricompensato di tutto ciò che soffrirò.

— Cara Valentina, voi siete un angelo, ed io non so come abbia potuto meritare (sciabolando a dritta e a sinistra dei Beduini, a meno che Dio non abbia preso in considerazione ch’essi sono infedeli) che voi vi riveliate a me. Ma finalmente vediamo Valentina, quale dunque può essere la premura così forte della sig.ª de Villefort, perchè non abbiate a maritarvi?

— Non avete inteso ciò che vi diceva poco fa, che cioè, io sono ricca, Massimiliano, troppo ricca? io ho dal lato di mia madre quasi cinquanta mila lire di rendita, mio nonno e mia nonna, il marchese e la marchesa di Saint-Méran, devono lasciarmene altrettanto; il sig. Noirtier ha egualmente l’intenzione di farmi sua unica erede. Ne risulta adunque, comparativamente a me, che mio fratello Edoardo che non aspetta dal lato di sua madre alcuna ricchezza, è povero. Ora la sig.ª de Villefort ama questo fanciullo all’adorazione, e se io fossi entrata in un monastero, tutt’i miei beni concentrati sopra mio padre che erediterebbe dal marchese, dalla marchesa, e da me, sarebbero venuti a suo figlio.

— Questa cupidità in una donna giovane e bella è molto strana!

— Notate però che tutto ciò non è per essa, Massimiliano, ma per suo figlio, e ciò che voi le rimproverate come un difetto, sotto il punto di vista dell’amor materno è quasi una virtù.

— Ma vediamo, Valentina, disse Morrel, se voi rilascereste una porzione di questi beni a questo figlio.

— Ma quale sarà il mezzo di fare una simile proposizione, disse Valentina, e particolarmente con una donna che continuamente ha sulla bocca la parola disinteressamento?

— Valentina, mi permettete voi di parlare di questo affare con un amico?

Valentina fremette: — Ad un amico? diss’ella, mio Dio, Massimiliano, un fremito mi percorre le membra, nel sentirvi parlar così! ad un amico, e chi è dunque questo amico?