Part 55
— Ma, signore, riprese la giovane sposa, queste società orientali in mezzo alle quali avete passato gran parte della vostra esistenza sono dunque fantastiche come i racconti che ci vengono da questi bei paesi? Un uomo dunque può esservi ucciso impunemente? È dunque una realtà la Bagdad o la Bassora del sig. Galand? I sultani e i visir che reggono queste società, e che costituiscono ciò che si chiamerebbe in Francia il governo sono dunque nel serio tanti Harun-al-Rascid e tanti Giaffar, che non solo perdonano ad un avvelenatore, ma lo fanno ancora primo ministro, se questo delitto è stato ingegnoso; e che in questo caso ne fanno stampare la storia in lettere d’oro per divertirsene nelle loro ore di noia?
— No, signora, il fantastico non v’è più, neppure in Oriente; vi sono laggiù pure mascherati con altri nomi e nascosti sotto altri costumi, dei commissari di polizia, dei giudici d’istruzione, dei procuratori del re, e degli esperti. Vi s’impicca, vi si taglia la testa, vi s’impala molto aggradevolmente; ma i delinquenti, da esperti frodatori, hanno saputo illudere la giustizia umana ed assicurare il successo delle loro imprese con abili combinazioni. Presso noi un imbecille ossesso dal demonio dell’odio e della cupidigia che ha un nemico da distruggere o un gran parente da annichilire, va da uno speziale, gli dà un nome falso, che tanto più facilmente fa scoprire il suo vero, e compra cinque o sei grammi d’arsenico; s’egli è molto furbo, va da cinque o sei speziali, e non è che cinque o sei volte conosciuto meglio; poi quando possiede il suo specifico, amministra al nemico, o al gran parente, una dose d’arsenico che farebbe crepare un elefante od un rinoceronte, e che senza rima, nè ragione fa mandare alla sua vittima urli tali da mettere tutto il quartiere sossopra. Allora giunge un nuvolo di messi di polizia e di gendarmi; si manda a cercare un medico, che apre il morto, e ne raccoglie nello stomaco e negl’intestini l’arsenico a cucchiaiate; il giorno dopo cento giornali raccontano il fatto col nome della vittima e dell’uccisore. Fin dalla stessa sera lo speziale, o gli speziali, viene o vengono a dire «sono io che ho venduto l’arsenico al signore» e piuttosto che non riconoscere il compratore ne riconoscerebbero venti; allora il goffo reo è preso, imprigionato, interrogato, confrontato, confuso, condannato e ghigliottinato; o se è una donna di qualche entità, viene imprigionata a vita. Ecco, signora, il modo con cui i nostri settentrionali intendono la chimica. Desrues però la intendeva meglio, debbo confessarlo.
— Che volete, signore, non tutti hanno i segreti dei Medici! o dei Borgia! disse la giovane sposa ridendo.
— Ora, disse il conte stringendosi nelle spalle, volete che vi dica qual è la causa di tutte queste inezie? si è che sui vostri teatri, a quanto ho potuto giudicarne io stesso dalla lettura delle opere che vi si rappresentano, si vede sempre qualcuno inghiottire il contenuto di un’ampolla, mordere la legatura di un anello, e cadere intirizzito cadavere, 5 minuti dopo cala il sipario, gli spettatori si disperdono, s’ignorano le conseguenze dell’omicidio, non si vede mai nè il commissario di polizia colla sciarpa, nè il caporale coi suoi quattr’uomini, e ciò autorizza i cervelli meschini a credere che le cose finiscano così. Ma uscite un po’ dalla Francia, andate ad Aleppo o al Cairo, e vedrete passeggiare per le strade persone tutte fresche e color di rosa, delle quali il diavolo zoppo, se vi toccasse col suo mantello, potrebbe dirvi, «Questo signore è avvelenato da tre settimane e sarà morto fra un mese».
— Ma allora, disse la signora de Villefort, hanno dunque ritrovato il segreto di questa famosa acqua-tofana, che in Perugia mi si diceva perduto.
— Eh! signora, e che forse fra gli uomini si perde qualche cosa? Le arti si spostano e fanno il giro del mondo, le cose cambiano di nome, ecco tutto, l’uomo volgare s’inganna, ma è sempre lo stesso resultato, il veleno. Ciascun veleno opera particolarmente sur un tale o tal’altro organo, l’uno sullo stomaco, l’altro sul cervello, l’altro infine sugl’intestini. Ebbene, il veleno determina una tosse, questa un’infiammazione di petto o qualunque altra malattia iscritta nel libro della scienza, cosa però che non le impedisce di essere del tutto mortale, e che quand’anche non lo fosse lo diverrebbe mercè i rimedi che gli sarebbero somministrati da ingenui medici, che in generale sono cattivi chimici, e che volteranno in favore o contro la malattia come vi piacerà; ed ecco un uomo ucciso con arte, e con tutte le regole, nel quale la giustizia non ha che ridire, come diceva un orribile chimico, mio amico, l’eccellente Adelmonte di Taormina in Sicilia che aveva molto studiato i fenomeni nazionali.
— È spaventoso, ma ammirabile, disse la giovane sposa immobile per l’attenzione; lo confesso, credeva che tutte queste storie fossero invenzioni del medio evo.
— Sì, senza dubbio, ma che si sono anche meglio perfezionate a’ giorni nostri. A che volete dunque che servano i tempi, gl’incoraggiamenti, le medaglie, le croci, i premi Monthyon, se non per condurre la società alla sua più grande perfezione? Ora l’uomo non sarà perfetto, che quando saprà cercare e distruggere, dunque la metà del cammino è fatta.
— Di modo che, riprese la sig.ª de Villefort, ritornando invariabilmente al suo scopo, i veleni dei Medici, dei Borgia, dei Renati, dei Ruggieri, e più tardi probabilmente del barone di Trenk, di cui ha tanto abusato l’odierno dramma ed il romanzo...
— Erano oggetti d’arte, signora, non altro, riprese il conte, credete che il vero sapiente s’indirizzi bonariamente allo stesso individuo? No, davvero. La scienza ama il recondito, i giri di forza, l’ideale, se ciò si può dire. Così a mo’ d’esempio, questo eccellente Adelmonte di cui vi parlava or ora ha fatto su questo rapporto delle eccellenti esperienze: ve ne citerò una sola. Aveva un bellissimo giardino pieno di legumi, di fiori, e di frutti. Egli sceglieva il più umile di tutti questi legumi, per esempio, un cavolo. Per tre giorni lo innaffiava con una soluzione di arsenico; il terzo giorno il cavolo cadeva malato ed appassiva; era il momento di tagliarlo; per tutti sembrava maturo e conservava la normale apparenza; per Adelmonte solo era avvelenato. Allora egli portava il cavolo a casa, e prendeva un coniglio (Adelmonte aveva una collezione di conigli, di gatti, di porcellini d’India, che in nulla cedeva alla collezione di legumi, di fiori e di frutti), prendeva dunque un coniglio e gli faceva mangiare una foglia di cavolo; il coniglio moriva. Quale sarebbe il giudice d’istruzione che potrebbe trovare a ridire su ciò? e qual procuratore del re ha mai sognato di stabilire una requisitoria contro Magendie o Flourens sul conto dei conigli, dei porcellini d’India e dei gatti che hanno ucciso? Nessuno, ecco dunque un coniglio morto senza che la giustizia se ne inquieti. Morto il coniglio Adelmonte lo faceva sventrare dalla sua cuoca e gettar gl’intestini sopra un letamaio. Su questo un pollo va a beccare gl’intestini, cade malato a sua volta e muore la dimane. Mentre che si dibatte nelle convulsioni dell’agonia passa un avvoltoio (vi sono molti avvoltoi nel paese di Adelmonte), piomba sul cadavere, lo porta sur una roccia e pranza. Tre giorni dopo il povero avvoltoio, che dopo questo pasto si è trovato costantemente indisposto, si sente preso da un capogiro nel più alto del suo volo, rotola per l’aria e viene a cadere di piombo in un vostro vivaio di pesci; voi sapete che il luccio, l’anguilla, la morena mangiano golosamente, essi mordono l’avvoltoio. Ebbene supponete che la dimane venga servito alla vostra tavola, uno di questi lucci, una di queste anguille, una di queste morene, avvelenata alla quarta generazione, il vostro convitato che lo sarà alla quinta, morrà in capo ad otto o dieci giorni di dolori d’intestini, di male al cuore, di ascesso al piloro. Verrà fatta l’autopsia, e i medici diranno: l’individuo è morto di un tumore al fegato o di una febbre tifoida.
— Ma, disse la signora de Villefort, tutte queste particolarità che voi collegate le une alle altre possono essere rotte dal più piccolo accidente; l’avvoltoio può non passare in tempo, o cadere a cento passi dal vivaio.
— Ma ecco dove sta precisamente l’arte. Per essere un gran chimico in Oriente, bisogna saper prendere l’occasione; e vi si giunge.
La signora de Villefort era astratta:
— Ma, diss’ella, l’arsenico è indelebile; in qualunque modo venga assorbito si trova sempre nel corpo umano, dal momento che vi sia stato introdotto in quantità sufficiente per dare la morte.
— Bene, gridò Monte-Cristo, bene! ecco precisamente ciò che dissi al buono Adelmonte. Egli ristette, sorrise e mi rispose con un proverbio siciliano, che credo pure sia egualmente un proverbio francese, «figlio mio il mondo non fu fatto in un giorno, ma in sette, ritornate domenica». La domenica successiva vi andai, invece di avere innaffiato il suo cavolo colla dissoluzione di arsenicale, lo aveva innaffiato con una dissoluzione di sali a base di stricnina _strichnon colubrina_ come dicono gli scienziati. Questa volta il cavolo non aveva l’aspetto malato, per cui il coniglio non ne diffidava, e cinque minuti dopo era morto. Il pollo lo mangiò, ed il giorno dopo esso era morto. Allora noi facemmo da avvoltoi, prendemmo il pollo che venne aperto. Questa volta tutti i sintomi particolari erano spariti, e non restavano che i sintomi generali. Nessuna indicazione sugli organi, esasperazione soltanto del sistema nervoso, e traccia di congestione cerebrale, nient’altro, il pollo non era stato avvelenato, era morto d’apoplessia. È un caso raro nei polli, lo so, ma comunissimo nell’uomo.
La signora de Villefort sembrava sempre più astratta:
— È una fortuna, diss’ella, che tali sostanze non possono essere preparate che dai chimici, perchè in verità una metà del mondo avvelenerebbe l’altra.
— Da chimici, e da quelli che si occupano di chimica, rispose negligentemente Monte-Cristo.
— E poi, disse la sig.ª de Villefort strappandosi da sè stessa e con forza dai suoi pensieri, per quanto più sapientemente preparato, il delitto è sempre un delitto; e se sfugge alle umane investigazioni non isfugge però allo sguardo di Dio. Gli orientali sono più coraggiosi di noi nei casi di coscienza, perchè hanno soppresso l’inferno; ecco tutto.
— Eh! signora, questo è un pensiero che deve naturalmente nascere in un’anima onesta come la vostra, ma che i sofismi sradicano ben presto nei perversi. La vita dell’uomo scorre facendo tali cose, e la sua intelligenza si stanca a segnarle. Voi troverete ben poche persone che vadano bestialmente a piantare un coltello nel cuore del loro simile, o a ministrar loro una dose d’arsenico, come quella di cui vi parlava or ora. Questa è veramente una eccentricità ed una bestialità. Per giungere a ciò bisogna che il sangue si riscaldi a 36 gradi, che il polso batta a 86 pulsazioni, e che l’anima esca dai limiti ordinari. Ma se come si usa in filologia, si passa dalla parola al sinonimo mitigato, voi fate una semplice eliminazione, invece di commettere un’ignobile assassinio, se allontanate puramente e semplicemente dal vostro sentiero colui che vi dà incomodo, e ciò senza scossa, senza violenza, senza l’apparecchio di quelle sofferenze che, diventando un supplizio, fanno della vostra vittima un martire, e di chi opera un carnefice in tutta l’estensione del termine; se non vi è nè sangue, nè urli, nè contorsioni, nè soprattutto la pericolosa momentaneità del compimento, allora voi sfuggite ai colpi della legge umana che vi dice «Non disturbate la società» Ecco come procedono e riescono le genti d’Oriente, persone gravi e flemmatiche, che s’inquietano poco sulla questione del tempo nelle combinazioni di una certa importanza.
— Resta la coscienza, disse la sig.ª de Villefort con voce commossa soffocando un sospiro. — Monte-Cristo voleva continuare, ma essa lo interruppe come per cambiar discorso: — Tutto mi conduce a stimarvi, diss’ella, per un gran chimico; e quell’elixir che avete fatto prendere a mio figlio, e che lo ha richiamato sì tosto alla vita...
— Oh! non ve ne fidate, la interruppe Monte-Cristo. Una goccia di quell’elixir bastò per richiamare vostro figlio alla vita mentre stava per morire, ma tre gocce gli avrebbero spinto il sangue ai polmoni, in modo da procurargli forti palpitazioni di cuore, sei gocce gli avrebbero sospesa la respirazione, e lo avrebbero posto in una sincope molto più grave di quella in cui si ritrovava, dieci lo avrebbero fulminato. Sapete, signora, in qual modo lo allontanai prestamente da quelle ampolle che egli aveva l’imprudenza di toccare?
— È dunque un veleno terribile?
— Oh! mio Dio! no, bisogna da prima ammettere questo, che la parola veleno non v’è, quindi in medicina si servono dei veleni più violenti, che divengono, pel modo con cui sono ministrati, i rimedi più salutari.
— Che cosa è dunque allora?
— È una sapiente preparazione del mio amico, l’eccellente Adelmonte, e di cui mi ha insegnato a servirmi.
— Oh! disse la sig.ª de Villefort, questo dev’essere un eccellente antispasmodico.
— Sovrano rimedio, signora, lo avete veduto, rispose il conte, ed io ne faccio uso frequentemente, con tutta la prudenza possibile ben inteso, soggiunse egli ridendo.
— Lo credo, in quanto a me, sì nervosa e sì facile a svenirmi avrei bisogno di un dottore Adelmonte per inventarmi dei mezzi di farmi respirare liberamente, e per tranquillarmi sul timore che provo di morire un bel giorno soffocata. Frattanto, siccome è difficile di ritrovar ciò in Francia, e che il vostro amico non sarà disposto a fare per me un viaggio a Parigi, io faccio uso degli antispasmodici del sig. Planch, e la sua menta e le gocce di Hoffman occupano un gran posto in casa mia. Osservate, ecco le pastiglie che mi faccio fare espressamente; sono a dose doppia.
Monte-Cristo aprì la scatola di madreperla che gli presentava la giovane sposa, ed odorò le pastiglie come un’intelligente, capace di apprezzare questa preparazione.
— Esse sono squisite, diss’egli, ma sottomesse alla necessità della deglutizione che spesse volte è una funzione impossibile a farsi da una persona svenuta. Amo meglio il mio specifico.
— Ma certamente io pure lo preferirei, particolarmente dopo gli effetti che ne ho veduti: senza dubbio sarà un segreto, nè son tanto indiscreta da domandarvelo.
— Ma io sono abbastanza galante per offrirvelo.
— Oh! signore.
— Soltanto ricordatevi d’una cosa, ed è che a piccola dose è un rimedio, ad alta dose è un veleno. Una goccia rende la vita, come lo avete veduto, cinque o sei ammazzerebbero infallibilmente ed in un modo tanto più terribile, che disciolte in un bicchier di vino non ne altererebbero momentaneamente il gusto... mi cheto perchè sembrerebbe che avessi l’aria di consigliarvi. — Le sei e mezzo erano suonate, fu annunziato un amico della sig.ª de Villefort che veniva a pranzo da lei. — Se io avessi l’onore di avervi già veduto per la terza o quarta volta, invece d’essere la seconda, avrei pure l’onore d’essere vostr’amica, invece di avere soltanto la fortuna d’esservi obbligata; insisterei perchè rimaneste a pranzo, e non mi lascerei abbattere da un primo rifiuto.
— Mille grazie, signora, rispose Monte-Cristo, io ho un impegno al quale non posso mancare. Ho promesso di condurre a teatro una principessa greca mia amica, che non è ancora stata all’_Opera_, e conta su di me per andarvi.
— Andate dunque, ma non dimenticate la mia ricetta.
— E come mai, signora, per far ciò bisognerebbe dimenticare l’ora di conversazione che ho passato con voi, il che è affatto impossibile. — Monte-Cristo salutò e partì.
La signora de Villefort rimase astratta.
— Ecco un uomo strano, diss’ella, e che mi ha l’aspetto di chiamarsi Adelmonte per nome di battesimo.
In quanto a Monte-Cristo il risultato aveva sorpassato la sua aspettativa. — Andiamo, diss’egli partendo, ecco una buona terra; sono convinto che il seme che vi si lascia cadere non abortisce.
Il giorno dopo fedele alla sua promessa inviò la ricetta.
LII. — ROBERTO IL DIAVOLO.
La scusa dell’opera era tanto migliore ad addursi in quanto che in quella sera vi era solennità per l’accademia reale di musica. Lavasseur, dopo una lunga indisposizione, si riproduceva rappresentando la parte di Bertram, e come accade sempre, l’opera del maestro di moda aveva chiamata la più brillante società di Parigi. Morcerf, come la maggior parte dei giovani ricchi, aveva il suo posto fisso in orchestra, più dieci palchi di persone di sua conoscenza cui poteva dimandare un posto, senza calcolare quello al quale aveva diritto nel palco dei _lions_. Château-Renaud aveva il posto vicino al suo. Beauchamp, nella qualità di giornalista, aveva posto da per tutto. Quella sera Luciano Debray riteneva a sua disposizione il palco del ministro, e lo aveva offerto al conte di Morcerf, il quale dietro il rifiuto di Mercedès, lo aveva inviato a Danglars, facendogli dire che quella sera avrebbe probabilmente fatto una visita alla baronessa ed a sua figlia, se queste signore avessero accettato il palco che lor proponeva. Queste dame eransi ben guardate dal rifiutare. Nessuno è più ingordo di un palco che non costa niente, quanto un milionario. In quanto a Danglars aveva dichiarato che i suoi principi politici, e la qualità di deputato dell’opposizione, non gli permettevano di andare nel palco del ministro.
In conseguenza la baronessa aveva scritto a Luciano di venirla a prendere, dappoichè non poteva andare all’_Opera_ sola con Eugenia. Infatto se le due dame vi fossero andate sole, sarebbesi ciò ritrovato di cattivo gusto; mentre che nulla v’era a ridire, se madamigella Danglars, andava all’_Opera_ con sua madre... bisogna pure prendere il mondo come è fatto. Il sipario si alzò, come d’ordinario, col teatro quasi vuoto. Questa è ancora una delle abitudini della società elegante parigina, che va allo spettacolo quando è già cominciato; e ne risulta che, per gli spettatori già arrivati, il primo atto passa senza esser guardato ed ascoltato, ma nel vedere gli spettatori che giungono a non ascoltare altro che il rumore delle porte e quello delle conversazioni.
— Guarda! disse d’improvviso Alberto, vedendo aprirsi un palco laterale del prim’ordine, la contessa G***.
— E chi è questa contessa G***? domandò Château-Renaud.
— Oh! per bacco, barone, ecco una domanda che non vi perdono; chiedete chi è la contessa G***?
— Oh! è vero, disse Château-Renaud, non è quella graziosa veneziana?
— Precisamente. — In questo momento la contessa G*** s’accorse d’Alberto, e scambiò con lui un saluto accompagnato da un sorriso. — La conoscete, disse Château-Renaud?
— Sì, fece Alberto, le fui presentato a Roma da Franz.
— Vorreste rendermi a Parigi lo stesso favore?
— Ben volentieri.
— Zitti, gridò il pubblico. — I due giovani continuarono la loro conversazione, senza sembrare di menomamente inquietarsi del desiderio che manifestava la platea di sentire la musica.
— Ella era alle corse del Campo di Marte, disse Château-Renaud.
— Di fatto oggi vi erano le corse, eravate impegnato?
— Oh! per una miseria, 50 luigi. — Chi ha vinto?
— _Nautilus_, io scommetteva per lui.
— Ma vi erano tre corse?
— Sì, vi era il premio del Jockey-Club, una coppa d’oro. Anzi è accaduto una cosa bizzarra. — E quale?
— Zitti dunque, gridò il pubblico.
— Hanno vinto questa corsa un cavallo ed un jockey del tutto sconosciuti. — Come?
— Oh! mio Dio, sì; nessuno aveva fatta attenzione ad un cavallo inscritto sotto il nome di _Vampa_, e ad un jockey iscritto sotto il nome _Job_, quando d’un subito si è veduto inoltrarsi un ammirabile sauro, ed un jockey grosso come un pugno; sono stati costretti di caricarlo di 20 libbre di piombo in saccoccia, cosa che non gli ha impedito di giungere alla meta tre lunghezze di cavallo prima d’_Ariel_ e _Barbaro_ che correvano con lui.
— E non si è saputo a chi apparteneva il cavallo ed il jockey? — No.
— Diceste che il cavallo era iscritto sotto il nome di...
— _Vampa._
— Ne so più di voi, so a chi apparteneva il cavallo.
— Silenzio dunque, gridò per la terza volta la platea.
Questa volta gli urli erano sì grandi, che i due giovani si accorsero finalmente ch’erano ad essi indirizzati dal pubblico. Si volsero un momento, cercando in questa folla chi si rendesse garante di ciò che essi consideravano come un’insolenza; ma nessuno reiterò l’invito, ed essi si volsero verso la scena.
In questo mentre si apriva il palco del ministero, e la sig.ª Danglars con la figlia e Luciano Debray prendevano i loro posti. — Ah! ah! disse Château-Renaud, ecco delle persone di vostra conoscenza, visconte; che diavolo guardate a dritta? siete cercato da quest’altra parte.
Alberto si volse ed i suoi occhi s’incontrarono in quelli della baronessa Danglars, che gli fece un piccolo saluto col ventaglio. In quanto a madamigella Eugenia, fu molto se i suoi occhi si abbassarono fino all’orchestra. — In verità, mio caro, disse Château-Renaud, non capisco, prescindendo dalla cattiva alleanza che non credo sia ciò che vi preoccupi molto, quel che potete avere contro madamigella Danglars; e pure in verità è una bellissima giovane.
— Bellissima certamente, disse Alberto, ma vi confesso che in fatto di bellezza, amerei meglio qualche cosa di più dolce, di più soave, infine di più femminino.
— Ecco i giovani che non si contentano mai, disse Château-Renaud, che nella sua qualità di uomo di 30 anni assumeva un’aria paterna. E come, mio caro, vi si ritrova una fidanzata costruita sul modello di Diana cacciatrice, e non siete contento!