Part 54
— Ciò nonostante vediamo, se io non sia un partito illustre sotto il punto di vista della nobiltà, però sono unito per più di un motivo alla società nella quale vivete; il tempo in cui vi erano due Francie nella Francia, più non v’è; le più elevate famiglie della monarchia si sono fuse in quelle dell’impero; l’aristocrazia della lancia ha sposato la nobiltà del cannone. Ebbene! io appartengo a quest’ultima; ho una bella carriera innanzi a me nell’esercito, ho una fortuna limitata; la memoria infine di mio padre è onorata nel nostro paese, come quella di uno dei più onesti negozianti che abbiano mai esistito. Dico nel nostro paese, Valentina, perchè voi siete quasi di Marsiglia.
— Non mi parlate di Marsiglia, Massimiliano, questa sola parola mi ricorda la mia buona madre, quell’angelo che fu compianto da tutti, e che, dopo di avere vegliato sulla sua figlia durante il breve soggiorno in questa terra, veglia ancora su lei, almeno lo spero, dall’alto del suo soggiorno nel cielo. Oh! se la mia povera madre vivesse! Massimiliano, non avrei più nulla a temere; le direi che vi amo, ed ella ci proteggerebbe.
— Ahimè, Valentina, disse Massimiliano, s’ella vivesse, io certamente non vi conoscerei, perchè voi lo avete detto, s’ella vivesse voi sareste felice, e Valentina felice mi avrebbe guardato con isdegno dall’alto della sua grandezza.
— Ah! amico mio, gridò Valentina, questa volta siete voi l’ingiusto... ma ditemi... — Che volete che vi dica? riprese Massimiliano, vedendo ch’essa esitava.
— Ditemi, continuò la giovinetta, in Marsiglia nei tempi passati vi fu mai qualche cagione di dissensioni fra la vostra famiglia e mio padre?
— No, che io sappia, rispose Massimiliano, se non è che vostro padre era un parteggiano zelante dei Borboni, ed il mio un uomo affezionato all’imperatore. Ciò è, a quanto presumo, la sola causa di cattiva intelligenza fra loro. Ma perchè mi fate questa domanda, Valentina?
— Ve lo dirò, riprese la giovinetta, perchè voi dovete sapere tutto. Ebbene era il giorno in cui fu pubblicata nei giornali la vostra nomina di ufficiale della legione d’onore. Noi eravamo tutti nella camera di mio nonno, il sig. Noirtier, e di più vi era ancora il sig. Danglars, quel banchiere i cui cavalli per poco non hanno ucciso mia madre e mio fratello. Io leggeva ad alta voce il giornale a mio nonno, mentre gli altri signori discorrevano fra di loro sul probabile matrimonio fra il Sig. de Morcerf, e la signorina Danglars, allorquando, come diceva, io giunsi al paragrafo che vi concerneva; io era ben felice... ma altrettanto tremante di dover pronunciare ad alta voce il vostro nome, e lo avrei fors’anche omesso, senza il timore che fosse stato male interpretato il mio silenzio; io dunque riunii tutto il mio coraggio e lessi.
— Cara Valentina!
— Ebbene tosto che risuonò il vostro nome, mio padre volse la testa, io era così persuasa, vedete come sono folle! che tutti sarebbero stati colpiti da questo nome come da un fulmine, che credetti di vedere fremere mio padre, ed anche il sig. Danglars, quantunque però sia sicura che fu una mia illusione.
«— Morrel! disse mio padre, fermatevi, ed aggrottò il sopracciglio. Sarebbe mai uno di quei Morrel di Marsiglia, uno di quegli arrabbiati bonapartisti che ci hanno procurato tanto male nel 1815?
«— Sì, rispose il sig. Danglars, credo anzi che sia il figlio dell’antico armatore.
— Davvero, disse Massimiliano, e che rispose vostro padre?
— Una cosa orribile che non ho il coraggio di ridirvi.
— Dite pure, riprese sorridendo Massimiliano.
«— Il loro imperatore, continuò egli con uno sguardo truce, sapeva mettere tutti questi fanatici al loro posto, ei li chiamava carne da cannone, ed era il solo nome che meritassero. Vedo però con gioia che il nuovo governo rimette in vigore questo salutare principio. Se per questo soltanto vuol conservare l’Algeria, farei le mie felicitazioni al governo, quantunque ci costi un poco troppo cara».
— Difatto questa è una politica un po’ brutale, disse Massimiliano, ma non arrossite, amica mia, di ciò che può aver detto il sig. de Villefort; mio padre non la cedeva al vostro su questo argomento, e ripeteva continuamente: «perchè dunque l’imperatore che fa tante belle cose, non fa un reggimento di giudici ed avvocati, e non li manda sempre al primo fuoco?» Lo vedete, amica cara, che i partiti si corrispondono pel pittoresco della espressione, e per la dolcezza del pensiero. Ma il sig. Danglars che ha detto di questa uscita del procuratore del re?
— Oh! egli si mise a ridere di quel sorriso sardonico che gli è particolare, e che io trovo feroce; poi si alzarono, e momenti dopo partirono. M’accorsi allora soltanto che il mio buon nonno era molto agitato. Bisogna che sappiate, Massimiliano, che io sola indovino le agitazioni di questo povero paralitico, e d’altra parte già dubitavo che la conversazione, che aveva avuto luogo, dovesse averlo molto agitato, perchè non usando più alcun riguardo nel parlare, presente questo povero vecchio, avevano detto male dell’imperatore, e a quanto sembrami, egli deve essere stato fanatico dell’imperatore.
— E di fatto è uno dei nomi più conosciuti dell’impero; è stato senatore ed ha preso parte, come saprete, a tutte le cospirazioni bonapartiste che hanno avuto luogo sotto la restaurazione.
— Sì, sento qualche volta dire a bassa voce alcune cose consimili, che mi sembrano strane; il nonno bonapartista, il padre regio, che volete che ne capisca?...
«Io mi voltai dunque verso di lui, egli m’indicò collo sguardo il giornale. — Che avete mio nonno? gli diss’io, siete contento? — Egli fece segno di sì. — Di ciò che ha detto mio padre? chiesi io. — Fece segno di no. — Di ciò che ha detto il sig. Danglars? — Fece ancora segno di no.
«— È dunque perchè il sig. Morrel (non osai dire Massimiliano), ha avuto la nomina di ufficiale della legione d’onore.? — Fe’ segno di sì. Lo credereste, Massimiliano? Era contento perchè eravate stato nominato ufficiale della legion d’onore, egli che non vi conosce; questa è forse una follia da sua parte, perchè dicono che ritorna fanciullo, ma l’amo ancora di più per questo _sì_.
— La cosa è bizzarra, pensò Massimiliano; vostro padre mi odierebbe dunque, mentre vostro nonno al contrario... oh! quale stranezza son questi amori e questi odii di partito!
— Zitto, gridò d’improvviso Valentina, nascondetevi, salvatevi, vien gente. — Massimiliano corse ad una zappa, e si mise a zappare il trifoglio senza pietà. — Madamigella, madamigella, gridò una voce dietro gli alberi, la sig.ª de Villefort vi cerca, e vi chiama da per tutto. Vi è una visita in salotto. — Una visita! disse Valentina agitata, e chi è che ci fa questa visita? — Un gran signore, un principe a quanto dicono, il conte di Monte-Cristo.
— Vengo, disse ad alta voce Valentina. — Questa parola fece tremare dall’altra parte del cancello, colui al quale la parola _vengo_ di Valentina serviva di addio.
— Oh! disse a sè stesso Massimiliano appoggiandosi pensieroso alla zappa, come mai il conte di Monte-Cristo conosce il sig. de Villefort?...
LI. — TOSSICOLOGIA.
Era realmente il conte di Monte-Cristo che entrava dalla sig.ª de Villefort, colla intenzione di restituirle la visita che il procuratore del re gli aveva fatta, ed a questo nome tutta la casa, come lo si può ben figurare, s’era messa in emozione. La sig.ª de Villefort, che non era sola nel salotto, quando fu annunziato il conte, fece subito chiamare suo figlio, perchè rinnovasse i ringraziamenti al conte, ed Edoardo, che da due giorni non aveva cessato di sentir parlare di questo gran personaggio, accorse in fretta, non per ubbidire a sua madre, non per ringraziare il conte, ma per fare qualche osservazione, e così pronunciare uno di quei lazzi che facevano dire a sua madre: oh! che cattivo fanciullo; ma bisogna pure che gli perdoni; ha tanto spirito!
Dopo i primi complimenti d’uso, il conte domandò del sig. de Villefort: — Mio marito è andato a pranzo dal sig. cancelliere, rispose la giovane sposa; è partito sono pochi momenti, e sarà bene dispiaciuto, ne son sicura, di essere stato privato della fortuna di vedervi. — Gli altri due visitatori che avevano preceduto il conte nel salotto, e che lo divoravano cogli occhi, si ritirarono dopo quel tempo conveniente che esige l’educazione e la curiosità. — A proposito, che fa dunque tua sorella Valentina? domandò la sig.ª de Villefort ad Edoardo; ch’ella sia prevenuta affinchè abbia l’onore di presentarla al sig. conte.
— Avete una figlia, signora? domandò il conte; ma ella deve essere una bambina.
— È la figlia del sig. de Villefort, replicò la giovane sposa; una figlia del primo matrimonio; una bella giovinetta.
— Ma malinconica, interruppe il giovine Edoardo, strappando per farsene un pennacchio al cappello una penna di una magnifica ara, che gridava pel dolore nella gabbia dorata. La signora de Villefort si limitò a dire. — Quieto, Edoardo!
Poi soggiunse. — Questo giovine stordito ha quasi ragione, e ripete ora ciò che ha sentito dire da me molte volte con dolore; perchè madamigella de Villefort, per quanto facciano per distrarla, è di un’indole trista, di un umore taciturno, che spesso nuoce all’effetto della sua bellezza. Ma ella non viene, Edoardo vedete dunque perchè.
— Perchè la cercano dove non è. — Dove la cercano?
— Dal nonno Noirtier. — E credete che non sia là?
— No, no, no, no, no, non v’è, rispose Edoardo.
— E dov’è, se lo sapete, ditelo.
— Ella è sotto il gran marronaio, continuò il cattivo ragazzo offrendo, non ostante le grida di sua madre, delle mosche ancora vive al pappagallo che sembrava molto ghiotto di un tal selvaggiume. — La sig.ª de Villefort stese la mano per suonare, e per indicare alla cameriera ove stava Valentina quando ella stessa entrò. Difatti sembrava trista, e guardandola attentamente si sarebbero potute scorgere nei suoi occhi le tracce delle lagrime. Valentina, che per la rapidità del racconto, abbiamo presentato ai nostri lettori senza farla conoscere, era un’alta e snella figura, di 19 anni, coi capelli castagni chiari, la persona languida, e marcata di quella squisita distinzione che qualificava sua madre; le sue mani bianche ed affilate, il collo d’avorio, le guance ombrate di fuggevoli colori, le davano, a primo aspetto l’aria di quelle belle inglesi, che con molta poesia sono state paragonate nelle loro mosse a dei cigni che si specchino. Ella entrò dunque, e vedendo vicino a sua madre lo straniero di cui aveva tanto inteso parlare, salutò, senza alcuna smorfia di giovinetta, e senza abbassare gli occhi, con una grazia che raddoppiò l’attenzione del conte, il quale si alzò.
— Madamigella de Villefort, mia figliastra, disse la sig.ª de Villefort a Monte-Cristo inchinandosi sul sofà, e mostrando colla mano Valentina.
— Ed il sig. di Monte-Cristo, re della China, imperatore della Cochinchina, disse il ragazzo impertinente lanciando uno sguardo alla sorella.
Questa volta la sig.ª de Villefort impallidì, e quasi si adirò contro questo flagello domestico che rispondeva al nome di Edoardo: ma il conte al contrario sorrise e parve guardasse il fanciullo con compiacenza, il che portò al colmo la gioia e l’entusiasmo della madre. — Ma signora, riprese il conte riannodando la conversazione, e guardando ora la sig.ª de Villefort, ed ora Valentina, è egli possibile che io abbia avuto l’onore di veder voi e madamigella in qualche altro luogo? Or ora di già vi pensava, e quando entrò madamigella, la sua vista è stata un chiarore di più gettato sur una confusa rimembranza; perdonatemi questa parola.
— Non è probabile signore; madamigella de Villefort ama poco la società, e noi usciamo raramente.
— Ma non è in società che ho veduto tanto madamigella che voi, come pure questo grazioso folletto. La società parigina d’altra parte mi è affatto sconosciuta, perchè, credo di avere avuto l’onore di dirvelo, sono a Parigi da pochi giorni. No, se permettete che mi ricordi... aspettate... — Il conte appoggiò la mano alla fronte come per concentrare le idee. — No, all’estero... è... non so bene. Ma mi sembra che questo ricordo sia collegato con un bel sole, e con una specie di festa religiosa... Madamigella teneva dei fiori in mano, il fanciullo correva dietro un bel pavone in un giardino, e voi signora eravate sotto un pergolato di foglie... aiutatemi dunque, signora; forse quanto vi dico non vi fa risovvenire di qualche cosa?
— No in verità, rispose la sig.ª de Villefort; eppure mi sembra che se vi avessi incontrato in qualche luogo, il ricordo di voi mi sarebbe rimasto in memoria. — Il sig. conte ci avrà forse vedute in Italia, disse timidamente Valentina.
— Di fatto in Italia... siete stata in Italia, madamigella?
— La signora ed io ci fummo saranno circa due anni; i medici temevano pel mio petto, e mi avevano raccomandata l’aria di Napoli. Passammo per Bologna, Perugia, e Roma.
— Ah! è vero madamigella, gridò Monte-Cristo, come se questa piccola indicazione gli fosse bastata per fissare tutte le sue rimembranze. Fu a Perugia, il giorno di una festa, nell’osteria della locanda della Posta, ove la combinazione ci riunì, voi, madamigella, vostro figlio ed io.
— Mi ricordo perfettamente di Perugia, della locanda della Posta, della festa di cui mi parlate, disse la sig.ª de Villefort, ma ho un bell’interrogare i miei ricordi, ed ho onta della mia poca memoria; io non mi sovvengo di avere avuto l’onore di vedervi.
— È singolare, neppure io, disse Valentina alzando i suoi begli occhi sul conte di Monte-Cristo.
— Ah! me ne ricordo, disse Edoardo.
— Vi aiuterò, signora, riprese il conte. La giornata era calda, aspettavate dei cavalli che non venivano a cagione della solennità. Madamigella si allontanò nel fondo del giardino, vostro figlio disparve correndo dietro al pavone.
— E lo raggiunsi, mamma, tu sai, disse Edoardo, che anzi gli strappai tre penne dalla coda.
— Voi signora, vi fermaste sotto il pergolato di viti; non vi ricordate più che mentre eravate assisa sur un banco di pietra, e mentre, come vi diceva, madamigella de Villefort e vostro figlio erano assenti, di aver parlato lungamente con qualcuno?
— Sì, da vero sì, disse la giovane sposa arrossendo; me ne sovvengo; con un uomo avviluppato in un lungo mantello di lana... con un medico, credo.
— Precisamente signora; quest’uomo era io; abitava da 15 giorni in quell’albergo ove aveva guarito il mio cameriere dalla febbre, ed il mio locandiere dalla itterizia; di modo che era creduto un gran dottore. Noi parlammo lungamente, signora, di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua-tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservavano ancora il segreto a Perugia?
— Ah! è vero, disse vivamente la sig.ª de Villefort, con una certa inquietudine, me ne ricordo.
— Non so più che mi diceste in particolare, signora, riprese il conte con una perfetta tranquillità, ma mi sovvengo benissimo, che dividendo voi pure l’errore generale, che si era sparso sul conto mio, mi consultaste sulla salute di madamigella de Villefort.
— Ma però, signore, voi eravate realmente medico poichè guariste degl’infermi.
— Molière o Beaumarchais vi risponderebbero, signora, che appunto perchè non era medico, non ho potuto guarire i miei malati; ma essi si sono guariti da sè. Mi limiterò a dirvi, che ho studiato molto profondamente la chimica, le scienze naturali, ma soltanto come dilettante.... capite.
In questo momento suonarono le sei. — Sono le sei, disse la sig.ª de Villefort visibilmente agitata; Valentina non andate a vedere se vostro nonno è all’ordine per pranzare? — Valentina si alzò, e salutando il conte, uscì dalla camera senza pronunciare una parola. — Oh! mio Dio! signora, sarebbe mai per colpa mia che licenziate madamigella? disse il conte quando fu partita Valentina.
— No, da vero, rispose vivacemente la giovane sposa; ma questa è l’ora nella quale facciamo fare al sig. Noirtier il suo tristo pasto, che sostiene la sua anche più trista esistenza. Sapete signore, in quale deplorabile stato è il padre di mio marito?
— Sì, signora, il sig. de Villefort me ne ha parlato; credo una paralisi?
— Pur troppo! sì, nel povero vecchio vi è completa assenza di movimenti, l’anima sola veglia in quella macchina umana, ed anche pallida e tremante come una lampada vicina ad estinguersi... Ma perdono, signore, di trattenervi sui nostri domestici infortuni, io vi ho interrotto al momento che dicevate di essere un abile chimico.
— Oh! io non diceva questo, signora, rispose il conte con un sorriso, bene diversamente ho studiato la chimica, perchè risoluto a vivere particolarmente in Oriente ho voluto seguire l’esempio del re Mitridate.
— _Mitridates rex Ponticus_, disse lo stordito ragazzo stracciando dei profili in un magnifico album; quello che faceva colazione tutte le mattine con una tazza di veleno col fior di latte.
— Edoardo! cattivo ragazzo! gridò la sig.ª de Villefort strappando il libro mutilato dalle mani del figlio, siete insopportabile, andate a raggiungere vostra sorella Valentina presso il nonno.
— L’album, disse Edoardo. — Come, l’album?
— Sì, lo voglio... — Perchè avete stracciato i disegni?
— Perchè ciò mi diverte. — Andatevene; andate!
— Non me ne andrò, se prima non mi si dà l’album, disse il fanciullo ponendosi in una gran seggiola.
— Prendete e lasciateci tranquilli, disse la sig.ª de Villefort. — E dette l’album ad Edoardo che partì accompagnato da sua madre. — Il conte seguì cogli occhi la sig.ª de Villefort. — Vediamo s’ella chiude la porta dietro a lui mormorò egli. — La sig.ª de Villefort chiuse la porta con la più gran cura dietro al fanciullo, il conte fece mostra di non accorgersene. Indi gettando un ultimo sguardo intorno e sè la giovane sposa si mise a sedere sulla poltrona.
— Permettetemi di farvi osservare, signora, disse il conte con quella bonarietà che gli conosciamo, esser voi un poco severa con questo grazioso folletto.
— È ben necessario, signore, replicò la signora de Villefort con un vero tuono di madre.
— Egli recitava il suo _Cornelius Nepos_, parlando del re Mitridate, disse il conte, e voi lo avete interrotto in una citazione, che prova, che il suo precettore non ha perduto il tempo con lui, e che vostro figlio è molto avanti per la sua età.
— Il fatto è, sig. conte, riprese la madre dolcemente lusingata, ch’egli ha una grande facilità, e che impara tutto ciò che vuole; non ha che un difetto, ed è di avere troppa forza di volontà, ma a proposito di ciò ch’egli diceva, credete forse che Mitridate usasse queste cautele e che esse fossero efficaci?
— Lo credo tanto bene, signora, che io che vi parlo ne ho usato per non essere avvelenato a Napoli, a Palermo, a Livorno, vale a dire in tre occasioni nelle quali senza queste cautele vi avrei potuto lasciare la vita.
— Ed il mezzo è riuscito? — Perfettamente.
— Sì, è vero, mi ricordo che voi mi avete già detto qualche cosa di somigliante a Perugia.
— Veramente! fece il conte con una sorpresa mirabilmente simulata, io non me ne rammento.
— Io vi domandai se i veleni operavano egualmente colla stessa energia sugli uomini del Nord, che su quelli del mezzogiorno, e voi mi rispondeste, anzi che i temperamenti freddi e linfatici dei settentrionali non presentano la stessa attitudine che la ricca ed energica natura delle persone del mezzogiorno.
— È vero, disse Monte-Cristo, ho veduto dei Russi divorare senza essere incomodati sostanze vegetabili che avrebbero ucciso infallibilmente un Napoletano ed un Arabo.
— Per tal modo credete voi che il risultato sarebbe più sicuro fra noi che in Oriente, e in mezzo alle nostre nebbie ed alle nostre piogge un uomo si potrebbe più facilmente che in regioni calde, abituare a questo lento e progressivo assorbimento del veleno?
— Certamente, ben inteso però che non si fosse premunito di antidoto che contro il veleno a cui si fosse assuefatto.
— Oh! capisco; ed in qual modo ve ne abituereste voi, per esempio; ovvero in qual modo ve ne siete già abituato?
— Supponete che sappiate già prima di qual veleno si voglia usare contro di voi; supponete che sia della _brucnina_....
— La _brucnina_ si cava dalla _falsa angustura_, io credo, disse la sig.ª de Villefort.
— Precisamente signora, disse Monte-Cristo; ma veggo bene che mi resta poco ad insegnarvi, abbiatene le mie congratulazioni; simili erudizioni sono rare nelle donne.
— Oh! ve lo confesso signore, io ho il più vivo trasporto per le scienze occulte, che parlano all’immaginazione a guisa di una poesia, e si risolvono in cifre come una equazione algebrica; ma continuate, vi prego; ciò che mi dite m’importa al più alto punto.
— Ebbene, riprese Monte-Cristo, supponete che questo veleno sia la _brucnina_, per esempio, e che ne prendiate un millesimo di grammo il primo giorno, due il secondo ecc. Ebbene! in capo a 10 giorni ne prenderete un centigrammo, in capo a venti giorni aumentando di un altro milligrammo, ne prenderete tre centigrammi, vale a dire una dose che supporterete senz’alcuno inconveniente, e che sarebbe pericolosissima per un’altra persona che non avesse prese le stesse cautele di voi; finalmente in capo ad un mese, bevendo dell’acqua nello stesso bicchiere, voi ammazzerete una persona che beve di quest’acqua, nello stesso tempo che voi senz’accorgervi che da un piccolo mal essere, che v’era una sostanza velenosa mescolata a quell’acqua.
— Voi non conoscete altri contravveleni?
— Non ne conosco altri.
— Aveva spesso letta e riletta questa storia di Mitridate, disse la sig.ª de Villefort, e l’aveva creduta una favola.
— No signora, contro il solito delle storie, questa è una verità; ma ciò che mi dite signora, ciò che mi domandate non è il risultato di una domanda capricciosa, da poichè sono già due anni che mi avete fatte le stesse interrogazioni, ed ora mi dite che la storia di Mitridate vi preoccupa da molto tempo.
— È vero, signore, i due studi favoriti della mia gioventù, sono stati la botanica e la mineralogia, e quando poi ho saputo che l’uso di questi semplici spiegava spesso tutta la storia dei popoli, e tutta la vita degl’individui d’Oriente, nello stesso modo con cui i fiori spiegano tutt’i loro pensieri amorosi; mi è dispiaciuto di non essere un uomo per non poter diventare un Flamel, un Fontana od un Cabanis.
— Tanto più signora, riprese Monte-Cristo, che gli orientali non si limitano, come Mitridate, a servirsi dei veleni, come una corazza, ma se ne servono eziandio come pugnali; la scienza nelle loro mani diventa non solo un’arme difensiva, ma anche offensiva, l’una serve loro contro le sofferenze fisiche, l’altra contro i loro nemici; coll’oppio, colla bella donna, coll’_hatchis_ si procurano sogni di felicità che il cielo ha realmente negati; con la falsa angustura, col legno di brionia, col lauro ceraso addormentano quelli che vorrebbero svegliarli. Non vi è una fra le donne egiziane, turche, o greche, che qui chiamate buone donne, e che non sappia in fatto di chimica di che farvi stupire un medico.
— Davvero! disse la sig.ª de Villefort, di cui gli occhi brillavano di uno strano fuoco a questa conversazione.
— Eh! mio Dio sì, signora. I drammi segreti d’Oriente si annodano e si sciolgono così, dalla pianta che fa amare fino a quella che fa morire; dalla bevanda che vi rapisce in estasi, fino a quella che può far discendere un uomo nella sepoltura. Vi sono tante gradazioni di ogni genere, quanti sono i capricci e le bizzarrie dell’umana natura, fisica, e morale, e dirò di più, l’arte di queste chimiche sa adattare ammirabilmente il rimedio ed i mali ai propri bisogni d’amore, e ai propri desideri di vendetta.