Il Conte di Monte-Cristo

Part 53

Chapter 533,947 wordsPublic domain

— Signore, disse Massimiliano sollevando la campana di cristallo e baciando divotamente la borsa di seta, questa ha toccato la mano di un uomo pel quale mio padre è stato salvato dalla morte, dalla rovina, e dall’infamia; di un uomo mercè il quale, noi poveri ragazzi, destinati alla miseria ed alle lagrime, possiamo sentire oggi le persone esaltarsi per la nostra felicità. Questa lettera (e Massimiliano cavò il biglietto dalla borsa e lo presentò al conte) questa lettera fu scritta da lui, un giorno in cui mio padre aveva presa una risoluzione molto disperata, e questo diamante fu dato in dote a mia sorella da questo generoso sconosciuto.

Monte-Cristo aprì la lettera e la lesse con un’indefinibile espressione di felicità; era il biglietto che i nostri lettori conoscono, diretto a Giulia, e firmato _Sindbad il marinaro_.

— Sconosciuto, diceste? per tal modo l’uomo che vi ha reso questo servigio vi è rimasto ignoto?

— Sì, signore, non abbiamo mai avuta la fortuna di stringergli la mano! non fu però per nostra mancanza di non aver chiesto a Dio questa grazia, riprese Massimiliano; ma in tutto questo affare vi fu una così misteriosa direzione che non siamo ancora giunti a comprender niente: il tutto fu guidato da una mano invisibile, potente come quella di un mago.

— Oh! disse Giulia, non ho ancora perduta del tutto la speranza di poter un giorno giungere a baciare quella mano, come ora bacio questa borsa che fu da essa toccata. Sono quattr’anni, Penelon era a Trieste: Penelon, sig. conte, è quel bravo marinaro che avete veduto colla zappa alla mano, e che da secondo-mastro è diventato giardiniere, Penelon era dunque a Trieste, vide sullo scalo un inglese che stava per imbarcarsi sopra un _yacht_, e riconobbe in lui quello che venne da mio padre il 5 giugno 1829, e che mi scrisse questo biglietto il 5 settembre. Era bene lo stesso, a quanto egli assicura; ma non osò di parlargli.

— Un inglese! fece Monte-Cristo astratto, e che si trovava impacciato ad ogni sguardo di Giulia.

— Sì, riprese Massimiliano, un inglese che si presentò da noi come mandatario della casa Thomson e French di Roma. Ecco perchè allorquando l’altro giorno diceste da Morcerf che Thomson e French erano i vostri banchieri, mi avete veduto esultare. In nome del cielo, signore, quanto vi abbiamo detto accadde nel 1829; avete conosciuto questo inglese?

— Ma non mi avete detto pure che la casa Thomson e French ha costantemente negato di avervi reso questo servigio? — Sì.

— Allora, quest’inglese non potrebbe essere un uomo che riconoscente verso vostro padre di qualche buona azione che forse aveva anch’egli dimenticata, avesse preso questo pretesto per rendergli un servizio?

— Tutto è supponibile in simile congiuntura, anche un miracolo.

— Come si chiamava? domandò Monte-Cristo.

— Non ha lasciato altro nome, rispose Giulia guardando il conte con una profonda attenzione, che quello che ha firmato in calce a questo biglietto: _Sindbad il marinaro_.

— Evidentemente questo non è un nome ma un soprannome. Quindi, poichè Giulia lo guardava più attentamente ancora, e sembrava cogliere a volo qualche rassomiglianza alle note della sua voce. — Vediamo continuò egli, non è un uomo della mia persona, forse è un poco più grande, un poco più magro, imprigionato in un’alta cravatta, abbandonato in un abito stretto, e sempre con la matita alla mano. — Oh! ma dunque lo conoscete? gridò Giulia cogli occhi scintillanti di gioia. — No, disse Monte-Cristo. Ho conosciuto un lord Wilmore che spargeva in tal modo tratti di generosità. — Senza farsi conoscere? — Era un uomo bizzarro che non credeva alla riconoscenza. — Oh! mio Dio! gridò Giulia con un sublime accento e giungendo le mani, e a che cosa credeva dunque il disgraziato?

— Egli non vi credeva, almeno al tempo in cui l’ho conosciuto, disse Monte-Cristo, al quale questa voce dal fondo dell’anima aveva agitato fin l’ultima fibra, ma da quel tempo forse avrà avuto qualche prova che la riconoscenza esiste.

— E voi conoscete quest’uomo? chiese Emmanuele.

— Oh! se lo conoscete, gridò Giulia, dite, dite, potete guidarci a lui, mostrarcelo, dirci dov’è? Dite dunque, Massimiliano, dite dunque, Emmanuele, se lo ritrovassimo bisognerebbe bene che egli credesse alla memoria del cuore.

Monte-Cristo sentì due lagrime cadergli dagli occhi, fece ancora qualche passo nel salotto.

— In nome del cielo, signore, disse Massimiliano, se sapete qualche cosa di quest’uomo, diteci ciò che sapete.

— Ahimè! disse Monte-Cristo comprimendo l’emozione della sua voce, se il vostro benefattore, è lord Wilmore, temo che non lo ritroverete mai. Io l’ho lasciato due o tre anni fa a Palermo; ed egli partiva per paesi tanto favolosi, che dubito che non ritorni più.

— Ah! signore, siete crudele, gridò Giulia con spavento. E le lagrime discesero dagli occhi della giovine sposa.

— Signora, disse con gravità Monte-Cristo divorando collo sguardo le due perle liquide che scorrevano sulla guancia di Giulia, se lord Wilmore avesse veduto ciò che vedo io qui, egli amerebbe ancora la vita, perchè le lagrime che voi versate lo rappacificherebbero col genere umano. — E stese la mano a Giulia che gli presentò la sua, trascinata com’era dallo sguardo e dall’accento del conte.

— Ma questo lord Wilmore, diss’ella, riattaccandosi ad un’ultima speranza, aveva un paese, una famiglia, dei parenti, infine era conosciuto? e non potressimo?...

— Oh! non cercate niente, signora, disse il conte, non fabbricate dolci chimere sopra queste parole che io mi sono lasciato sfuggire. No, lord Wilmore probabilmente non è l’uomo che cercate, egli era mio amico, conosceva tutti i suoi segreti, e non mi ha raccontato mai niente di tutto ciò.

— Non vi ha mai detto niente di tutto ciò? gridò Giulia.

— Niente.

— Mai una parola che avesse potuto farvi supporre?

— Giammai. — Ciò non ostante lo avete nominato subito. — Ah! sapete... in simili casi, si suppone.

— Ah! sorella mia, sorella mia, disse Massimiliano venendo in soccorso al conte, il signore ha ragione. Ricordati ciò che ci diceva spesso il nostro buon padre: Non è un inglese che ci ha procurata questa fortuna.

Monte-Cristo rabbrividì: — Vostro padre diceva, sig. Morrel?... riprese vivamente il conte.

— Mio padre, signore, vedeva in quest’azione un miracolo. Mio padre credeva ad un benefattore uscito per noi dalla tomba. Oh! qual commovente superstizione, signore, era questa; e, mentre io stesso non vi credeva, era ben lontano dal voler distruggere questa credenza nel suo nobile cuore! Così, quante mai volte vi pensava egli, pronunciando a bassa voce un nome, un nome di un amico molto caro, un nome di un amico perduto! E quando fu vicino a morte, quando l’approssimarsi dell’eternità ebbe dato al suo spirito qualche cosa della chiaroveggenza della tomba, questo pensiero, che fino allora non era che un dubbio, divenne una convinzione: e le ultime parole che pronunziò morendo furono queste: «Massimiliano, egli era Edmondo Dantès!».

Il pallore del conte, che da qualche minuto andava crescendo, divenne spaventoso a queste parole. Tutto il sangue venne ad affluirgli al cuore, egli non poteva parlare, cavò l’orologio come se avesse dimenticata l’ora, prese il cappello, e fece alla signora Herbault un complimento momentaneo ed impacciato, e stringendo la mano ad Emmanuele e Massimiliano: — Signora, diss’egli: permettetemi di venire qualche volta a presentarvi i miei doveri. Io amo la vostra casa, e vi sono riconoscente della vostra accoglienza; è la prima volta da molt’anni che è passato il tempo senza accorgermene. — Ed uscì a passi precipitati.

— Che uomo singolare è questo conte, disse Emmanuele.

— Sì, disse Massimiliano, ma sono sicuro che ha un cuore eccellente, e certamente amante.

— Ed a me, disse Giulia, la sua voce ha toccato il cuore, e due o tre volte mi è sembrato che non fosse la prima volta che la sentiva.

L. — PIRAMO E TISBE.

A due terzi del sobborgo Sant’Onorato, dietro una bella casa fra le notevoli abitazioni di questo quartiere si estende un vasto giardino di cui i marroni fronzuti sorpassano le enormi muraglie, alte come bastioni, e che lasciano al giunger della primavera cadere i loro fiori color bianco e rosa in due vasi di pietra scannellata, posti parallelamente sopra due pilastri quadrangolari, nei quali era incassato un cancello di ferro dei tempi di Luigi XIII.

Questo grandioso ingresso è condannato, ad onta dei magnifici giranei che vegetano nei due vasi, e che librano al vento le loro foglie marmorizzate ed i loro fiori di porpora dall’epoca in cui i proprietarii del casamento, e ciò da gran tempo, si sono ristretti a dividere la casa dal cortile piantato d’alberi che mette al sobborgo, dal giardino che chiude questo cancello, che altra volta metteva in un magnifico parco di frutti annesso alla proprietà. Ma da che il demone della speculazione tirò una linea, cioè una strada all’estremità di questo parco, e da che la strada prese un nome e anche prima d’esistere mercè una placca di vetro imbrunito, si pensò a vender questo parco per fabbricar sulla strada e far concorrenza a questa grande arteria di Parigi, che chiamasi sobborgo Sant’Onorato.

In materia di speculazioni però l’uomo propone e il danaro dispone: la strada battezzata morì in fasce, il comprator del parco dopo averlo interamente pagato, non potè trovare a rivenderlo per la somma che voleva; ed in aspettativa di un innalzamento di prezzo che da un giorno all’altro poteva rivalerlo delle perdite passate, e del suo capitale, si contentò d’appigionare questo recinto ad ortolani per 300 fr. annui. Era questo un danaro impiegato al mezzo per cento il che non è caro pei tempi che corrono; essendovi persone che lo impiegano al 30, e nondimeno lo trovano impiegato male. Intanto il cancello che altre volte metteva sul parco, è condannato, e la ruggine ne rode i gangheri: ma v’è ancor peggio, perchè gl’ignobili sguardi degli ortolani non avessero a lordare l’interno del recinto aristocratico, un tavolato fu applicato alle sbarre fino all’altezza di sei piedi. Vero è che le assi non son tanto ben connesse da non potervisi introdurre uno sguardo furtivo, ma questa casa ha costumi severi e non teme le indiscrezioni.

In quest’orto invece di cavoli o carote, di piselli o meloni, vegeta un alto trifoglio, che fa fede che ancor si pensa a questo luogo abbandonato. Una piccola porta bassa che apresi sulla strada in quistione dà ingresso a questo terreno circondato da mura, che i pigionali hanno abbandonato per cagione della sua sterilità, e che da otto giorni in vece di fruttare un mezzo per cento come per lo passato non frutta più niente affatto.

Dalla parte del casamento i marroni di cui abbiamo parlato coronavano la muraglia, ciò però non impediva che altre piante di lusso stendessero i loro rami fioriti fra quelli avidi di aria. In un angolo ove il fogliame era talmente fitto che la luce appena poteva penetrarvi alcun poco, un largo banco di pietra ed alcune seggiole da giardino indicavano esser quello un luogo favorito, o di ritirata di qualcuno degli abitatori della casa situata a cento passi di distanza, e che appena si poteva scorgere fra i recinti di verdura che l’avviluppavano: finalmente la scelta di questo asilo misterioso era giustificata ad un tempo dall’assenza del sole, dalla continua freschezza anche nei giorni della più bruciante estate, dal cinguettio degli uccelli, e dall’allontanamento dalla casa e dalla strada, cioè dagli affari e dal rumore.

Verso la sera di una di quelle più calde giornate che la primavera possa accordare agli abitanti di Parigi v’era su questo banco di pietra un libro, un ombrellino, un cestello da lavoro, ed un fazzoletto di battista, di cui era cominciata l’orlatura, e non lungi da questo banco, vicino al cancello in piedi davanti all’assito, coll’occhio applicato ad una di quelle fenditure, che lasciavano vedere l’esterno, una giovinetta che fissava lo sguardo nel terreno deserto che noi conosciamo. Quasi nello stesso momento la piccola porta di quel terreno aprivasi senza far rumore e un giovine grande vigoroso vestito con una _blouse_ di tela greggia, con un berretto di velluto nero, ma di cui i baffi, la barba, ed i capelli estremamente acconciati erano alcun poco in opposizione con questo vestito popolare, dopo un rapido sguardo girato intorno a sè per assicurarsi se era da alcuno spiato, passando da quella porta che richiudevasi dietro a lui, si diresse con passo precipitato verso il cancello. Alla vista di quegli che aspettava, probabilmente forse non in quel costume, la giovinetta dette addietro. Siccome a traverso la fessura della piccola porta il giovine con quello sguardo che non è proprio che degli amanti, aveva già veduto ondeggiare una veste bianca ed una larga cintura blu, si slanciò verso il recinto ed applicando la bocca ad una apertura:

— Non abbiate paura, Valentina, sono io.

La giovinetta si ravvicinò: — Oh! perchè dunque siete venuto così tardi quest’oggi? Sapete che quanto prima si va a pranzo, e che mi ha fatto d’uopo di molta politica e prontezza per ispacciarmi di mia matrigna che mi sorveglia, della cameriera che mi spioneggia, e di mio fratello che mi tormenta, per venire a lavorare qui a quest’orlatura, che ho ben paura non sarà finita per ora? Quando poi vi sarete scusato sul vostro ritardo, mi direte che significa questo nuovo costume che avete adottato, e che è stato quasi cagione che non vi abbia riconosciuto.

— Cara Valentina, voi siete troppo al di sopra del mio amore, perchè io osi parlarvene, e ciò non ostante tutte le volte che vi vedo, ho bisogno di dirvi che vi adoro perchè l’eco delle mie proprie parole mi accarezzi dolcemente il cuore, quando non vi vedo più. Ora vi ringrazio della vostra sgridata, essa è del tutto lusinghiera, perchè mi prova, non oso dire che mi aspettavate, ma che pensavate a me. Volevate sapere la causa del mio ritardo, ed il motivo del mio travestimento; ve lo dirò, e spero che vorrete scusarmi: ho fatto l’elezione di uno stato.

— Di uno stato!... che volete mai dire Massimiliano? E siamo dunque così felici perchè possiate parlare scherzando delle cose che ci riguardano?

— Oh! il cielo me ne guardi, disse il giovine, di scherzare con ciò che è la mia vita! ma stanco di essere un uomo che corre i campi e che scala le mura, seriamente spaventato dall’idea che mi faceste nascere l’altra sera che vostro padre un giorno o l’altro mi avrebbe fatto giudicare come un ladro, cosa che metterebbe a cimento l’onore di tutto l’esercito francese, non meno spaventato dalla possibilità che qualcuno si meravigli di vedermi continuamente ronzare intorno a questo terreno, ove non c’è la più piccola cittadella da assediare, o il più piccolo _blockhaus_ da difendere, così da capitano dei _spahis_, mi sono fatto ortolano, ed ho adottato il vestiario della mia nuova professione.

— Buono quale follia!

— Ella è al contrario la cosa più saggia, che abbia fatto in vita mia, perchè essa ci garantisce ogni sicurezza; io sono stato a ritrovare il proprietario di questo recinto, la scritta coll’antico fittaiuolo era finita ed io l’ho preso di nuovo in fitto. Tutto questo trifoglio che vedete è mio, Valentina, nulla può impedirmi d’ora innanzi di far fabbricare una capanna fra questo fieno, e di vivere a venti passi lontano da voi. Oh! io non posso contenere la mia gioia e la mia fortuna. Concepite, Valentina che si possa giungere a pagare tutto questo? È impossibile, n’è vero? Eppure tutta questa felicità, tutta questa fortuna, tutta questa gioia, per le quali avrei dato dieci anni della mia vita, mi costano, indovinate un poco?... 500 fr. l’anno pagabili per trimestre. Per tal modo d’ora innanzi non vi è più nulla da temere. Io sono qui in casa mia, posso mettere delle scale contro il mio muro e guardarvi per di sopra, ed ho il dritto, senza che una qualche pattuglia venga a disturbarmi, di dirvi che vi amo, fino a tanto che la vostra fierezza non si adonti di sentirsi dire questa parola dalla bocca di un povero giornaliero vestito con la blouse e coperto con un berretto. — Valentina mandò un piccolo grido di gioia, poi d’un subito: — Ahimè! Massimiliano, diss’ella tristamente, e come se una gelosa nube fosse d’improvviso venuta a velare i raggi del sole che illuminava il suo cuore; ora noi saremo troppo liberi, la nostra felicità ci farà tentare Dio; abuseremo della nostra sicurezza, e questa ci perderà.

— Potete voi dir questo, amica mia, a me, che da quando vi conobbi, ogni giorno vi do prove che ho subordinati i miei pensieri e la mia vita alla vostra vita ed ai vostri pensieri? Chi vi ha ispirato confidenza in me? il mio onore n’è vero? Quando mi avete detto che un vago istinto v’assicurava che correvate un gran pericolo, io ho messo i miei affetti ai vostri ordini, senza chiedervi altra ricompensa che la felicità di servirvi. Da quel tempo vi ho io dato con una parola, con un gesto, il motivo di pentirvi di avermi distinto fra quelli che avrebbero dato la loro vita per voi? Voi mi avete detto, povera fanciulla, che eravate stata fidanzata al sig. d’Épinay, che vostro padre aveva stabilito questo matrimonio, vale a dire ch’esso era certo, perchè tutto ciò che vuole il sig. de Villefort accade infallibilmente. Ebbene io sono rimasto fra le ombre aspettando tutto, non dalla mia volontà, non dalla vostra, ma dagli avvenimenti, dalla provvidenza, da Dio, e frattanto voi mi amate, voi avete avuto pietà di me, Valentina, me lo avete detto; ed io vi ringrazio di questa dolce parola, che vi prego di ripetermi di tempo in tempo, e che mi farà dimenticare tutto.

— Ed ecco ciò che vi ha dato ardimento, Massimiliano, ecco ciò che rende la mia vita dolce ad un tempo ed infelice al punto, che spesso domando a me stessa, se sia meglio per me il dispiacere che mi causava altre volte il rigore di mia matrigna e la sua cieca preferenza per suo figlio, o la felicità piena di pericoli che provo nel vedervi.

— Di pericoli! gridò Massimiliano; potete dire una parola sì aspra e sì ingiusta! avete mai veduto uno schiavo più sottomesso di me? Voi mi avete permesso di dirigervi qualche volta la parola, Valentina, ma mi avete proibito di seguirvi, ed io ho ubbidito. Da che ho ritrovato il mezzo di penetrare in questo recinto, di parlare con voi a traverso questa porta, di essere sì vicino a voi senza vedervi, ditelo, ho io mai domandato di toccare l’estremità del vostro vestito a traverso questo cancello? ho io mai fatto un passo per superare queste mura, ridicolo ostacolo per la mia forza e la mia giovinezza? Mai un rimprovero sul vostro rigore, mai un desiderio espresso chiaramente: sono stato ligio alla mia parola, come un cavaliere dei tempi antichi, confessatelo almeno, perchè io non vi abbia a credere ingiusta.

— È vero, disse Valentina passando fra due assi l’apice di uno de’ suoi diti affilati, sul quale Massimiliano posò le labbra, è vero, voi siete, un onesto amico. Ma finalmente non avete operato che col sentimento del vostro _interesse_, mio caro Massimiliano; ben sapevate che nel giorno in cui lo schiavo fosse divenuto esigente, avrebbe tutto perduto. Voi avete promesso l’amicizia di un fratello a me, che non ho amici, che sono dimenticata dal padre, perseguitata dalla matrigna, che non ho per consolazione che un vecchio immobile, muto, agghiacciato, la cui mano non può stringere la mia, il cui occhio soltanto può parlarmi, di cui il cuore batte senza dubbio per me di un residuo di calore. Derisione amara della sorte che fu nemica a me, vittima di tutti coloro che sono più forti di me, e che mi danno un cadavere per appoggio, e per amico. Oh! veramente Massimiliano, ve lo ripeto, son ben infelice, e voi avete ragione di amarmi per me e non per voi.

— Valentina, disse il giovine con una profonda emozione, non dirò che amo soltanto voi a questo mondo, perchè amo ancora mia sorella e mio cognato, ma per loro provo un amore dolce e tranquillo, che non rassomiglia in nulla a quello con cui amo voi: quando penso a voi il sangue mi bolle, il petto si gonfia, il cuore irrompe, ma questa forza, quest’ardore, questa potenza sovrumana io l’impegnerò ad amar voi soltanto fino al giorno che mi direte d’impiegarli per servirvi. Il sig. Franz d’Épinay starà assente ancora un anno, si dice; in un anno quante eventualità favorevoli possono accadere! Dunque speriamo sempre; è cosa tanto buona, tanto dolce lo sperare! Ma aspettando, voi Valentina, voi che mi rimproverate il mio egoismo che cosa siete stata per me? la bella e fredda statua della Venere pudica. In contraccambio di questo affetto, di questa obbedienza, di questa riserva, che mi avete voi promesso? nulla; che mi avete voi accordato? ben poca cosa. Voi mi parlate del sig. d’Épinay, vostro fidanzato, e sospirate all’idea d’essere un giorno sua. Vediamo, Valentina, è forse soltanto questo quello che avete nell’anima? Che? io v’impegno la mia vita, vi do tutto me stesso, vi consacro fino al più insignificante battito del mio cuore, e quando sono tutto vostro, quando vi dico in segreto che morrò se vi perdo, voi non vi spaventate alla sola idea di dover divenire di un altro. Oh! Valentina, Valentina! se io fossi ciò che voi siete! se io mi sapessi amato, come voi siete sicura che io vi amo, io già avrei passato la mano fra le sbarre di questo cancello, ed avrei stretta quella del povero Massimiliano, dicendogli: «A voi, a voi solo, Massimiliano, in questo mondo e nell’altro.»

Valentina non rispose, ma il giovine l’intese sospirare e piangere.

La reazione fu sollecita su Massimiliano: — Oh gridò egli, Valentina, Valentina! dimenticate le mie parole, se in esse vi è qualche cosa che possa offendervi!

— No, diss’ella, voi avete ragione: ma non vedete che io sono una povera creatura abbandonata in una casa straniera; e la cui volontà è stata annullata da dieci anni, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto dalla volontà di ferro dei padroni che gravitano su di me? Nessuno sa quello che io soffro, ed io non l’ho detto ad altri che a voi. In apparenza, ed agli occhi di tutto il mondo, tutti sono buoni con me, tutti affettuosi, ed in realtà tutti mi sono nemici. Il mondo dice: «Il sig. de Villefort è troppo grave e troppo severo per essere molto tenero con sua figlia, ma ella ha avuto almeno la felicità di ritrovare nella sig.ª de Villefort una seconda madre.» Ebbene il mondo s’inganna, mio padre m’abbandona con indifferenza, e mia matrigna mi odia con un accanimento tanto più terribile, in quanto che è velato da un eterno sorriso.

— Odiarvi! Valentina! e come mai può farsi?

— Ahimè, amico mio, sono forzata a confessarvi che quest’odio per me, viene da un sentimento quasi naturale. Ella adora suo figlio, mio fratello Edoardo. — Ebbene?

— Ebbene! mi sembra strano immischiare a quel che dicevamo una quistione di denaro; ebbene! amico mio credo almeno che il mio odio venga di là. Siccome ella non ha beni di sua parte, ed io sono già ricca anche dal solo lato di mia madre, fortuna che mi verrà un giorno raddoppiata da quella del sig. e della sig.ª di Saint-Méran, che deve ricadere su me, ebbene! credo ch’ella sia invidiosa. Oh! mio Dio! se io potessi regalarle la metà di questa fortuna e ritrovarmi presso il sig. de Villefort come una figlia nella casa di suo padre, lo farei in questo medesimo punto.

— Povera Valentina!

— Sì, mi sento incatenata, e nello stesso tempo sono così debole, che mi sembra che questi ceppi mi sostengano, ed ho paura a romperli. D’altra parte mio padre non è quel tal uomo di cui si possano infrangere impunemente gli ordini; egli è possente contro di me, e lo sarebbe ancora contro di voi, lo sarebbe contro il re stesso coperto come egli è da un irreprensibile passato, e da una posizione quasi inattaccabile. Oh! Massimiliano, ve lo giuro, non combatto perchè temo d’infranger voi al pari di me in questa lotta.

— Ma finalmente, Valentina, riprese Massimiliano, perchè disperarvi così, e vedere l’avvenire sempre tetro?

— Oh! amico mio, perchè lo giudico dal passato.