Il Conte di Monte-Cristo

Part 52

Chapter 523,870 wordsPublic domain

— Non dico di temerla; dico ch’ella sola può arrestarmi.

— E la vecchiaia?

— La mia missione sarà compita prima che sia vecchio.

— E la pazzia?

— Poco ha mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l’assioma, _non due volte nello stesso, non bis in idem:_ è un assioma criminale, e perciò della vostra sfera.

— Signore, vi è ancora un’altra cosa da temersi oltre la morte, la vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l’apoplessia, questo colpo di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però tutto è finito; siete sempre voi, e ciò non ostante non siete più voi. Venite, se vi piace, a continuare questa conversazione, venite in casa mia, sig. conte, un giorno che abbiate volontà d’incontrarvi in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi, e vi mostrerò mio padre, il sig. Noirtier de Villefort, uno dei più focosi giacobini della rivoluzione francese, vale a dire la più brillante audacia messa al servizio della più vigorosa organizzazione; un uomo che, come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo finalmente che, come voi, pretendeva di essere un inviato da Dio, dall’Essere supremo, dalla Provvidenza. Ebbene! signore, la rottura di un vaso sanguigno in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno, non in un’ora, ma in un secondo. Il giorno prima il sig. Noirtier, antico giacobino, antico senatore, antico carbonaro, rideva della ghigliottina, rideva del cannone, rideva del pugnale; il sig. Noirtier che giuocava colle rivoluzioni, egli per cui la Francia non era che una vasta scacchiera della quale pedine, torri, cavalli e regina dovevano sacrificarsi perchè il re ricevesse scacco-matto, il sig. Noirtier tanto temuto e temibile, era il giorno dopo quel povero Noirtier, vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell’essere più debole della casa, vale a dire della sua nipote Valentina; infine un cadavere muto ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire.

— Ahimè! signore, questo spettacolo non è nuovo nè ai miei occhi, nè al mio pensiero, disse Monte-Cristo; sono alcun poco medico, e qui rammenterò che la Provvidenza si appalesa nei fatti che ci cadono sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate, dopo Seneca, hanno fatto in prosa ed in versi il ravvicinamento che avete fatto voi; ciò non pertanto capisco che le sofferenze di un padre possono operare grandi cangiamenti nello spirito del figlio; verrò, signore, poichè mi v’impegnate, verrò a contemplare, a profitto della mia umiltà, questo tristo spettacolo, che deve molto contristare la vostra casa.

— Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo compenso. In faccia del vecchio che discende trascinandosi nella tomba, sorgono due figli che entrano nella vita; Valentina figlia della mia prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel fanciullo cui avete salvata la vita.

— E che concludete da questo confronto, signore?

— Concludo, rispose Villefort, che mio padre, travolto dalle passioni, ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all’umana giustizia, ma che si attirano la giustizia di Dio!.... e che Dio non volendo punire che un solo, non ha percosso che lui solo.

Monte-Cristo col sorriso sulle labbra, mandò nel profondo del cuore un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso. — Addio, signore, riprese il magistrato che si era alzato da qualche tempo e parlava in piedi; io parto portando meco una memoria di voi piena di stima e che, spero, vi potrà essere più aggradita quando mi conoscerete meglio; poichè non sono un uomo leggero quanto può credersi. D’altra parte vi siete formato della sig.ª de Villefort un’amica eterna. — Il conte salutò, e si contentò di accompagnare Villefort soltanto fino alla porta del gabinetto, questi raggiunse la carrozza, preceduto da due lacchè, che, dietro un segno del loro padrone, si affrettarono di fargli aprire. Indi quando il procuratore del re fu disparso: — Andiamo, disse Monte-Cristo, cavando a stento un sospiro dal petto oppresso; andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l’antidoto! — E battè un colpo sul campanello sonoro. — Salgo dalla signora, diss’egli ad Alì, che fra mezz’ora la carrozza sia pronta!

XLVIII. — HAYDÉE.

Si ricorderanno i nostri lettori quali erano le recenti, o per meglio dire le antiche conoscenze del conte di Monte-Cristo, che abitavano in via Meslay: Massimiliano, Giulia, ed Emmanuele. La speranza di questa buona visita che voleva fare, quei pochi momenti che avrebbe passati, da questa luce di paradiso sdrucciolando nell’inferno in che si era volontariamente posto, avevano sparsa la più graziosa serenità sul viso del conte, dal momento che Villefort era partito, e che Alì, il quale era accorso al noto tocco, erasi ritirato sulla punta dei piedi. Era mezzo giorno, il conte si era riserbata un’ora per salire da Haydée.

La giovane greca era, come abbiamo detto, in un appartamento interamente separato da quello del conte, per intero ammobiliato all’uso orientale; vale a dire i pavimenti coperti di fitti tappeti di Turchia, stoffe di broccato cadevano lungo i muri, ed in ciascuna camera un largo divano girava intorno con pile di cuscini che si spostavano a volontà di quelli che se ne servivano. Haydée aveva tre donne francesi ed una greca. Le tre francesi stavano nella prima camera, pronte ad accorrere al suono di un piccolo campanello d’oro, e ad obbedire agli ordini della schiava greca, la quale sapeva abbastanza il francese per trasmettere la volontà della sua padrona alle tre cameriere, cui Monte-Cristo aveva raccomandato di avere per Haydée i riguardi che si sarebbero potuti avere per una regina. Ella era nella camera più remota del suo appartamento, cioè in una specie di gabinetto rotondo, che prendeva lume soltanto dall’alto, e la luce passava per cristalli colorati in rosa: seduta per terra sopra cuscini di seta blu broccata in argento, circondando la testa col braccio destro mollemente rotondeggiante, mentre che il sinistro teneva fisso alle labbra il tubo di corallo al quale era incassata la canna flessibile di una pipa turca, che non lasciava giungere alla bocca il vapore, se non dopo di essere stato profumato dall’acqua di benzoino a traverso la quale la sua dolce inspirazione lo sforzava di passare. Quanto al vestito era quello delle donne dell’Epiro, cioè, calzoni di seta bianca ricamati a fiori di rose, che lasciavano scoperti due piedi da fanciullo che si sarebber creduti di marmo di Paros, se non si fossero veduti agitare due piccoli zandali colla punta ricurva, orlati d’oro e di perle; una veste a lunghe righe blu e bianche, con larghe maniche aperte per le braccia con ricami d’argento, e bottoni di perle; finalmente una specie di corsaletto che si allacciava al di sotto del seno con tre bottoni di diamanti. Quanto alla parte inferiore del corsaletto, e superiore dei calzoni, essa era perduta in una di quelle cinture, a vivi colori e a larghe frange, che in oggi formano l’ambizione delle nostre eleganti parigine. La testa era acconciata con una piccola calotta d’oro, orlata di perle, inclinata sopra un lato, e al disotto della callotta, dalla parte su cui era inclinata, una bella rosa naturale color porpora, spiccava intrecciata a capelli così neri che sembravano blu.

In quanto alla bellezza del viso, era la bella greca in tutta la purezza del suo tipo, coi grandi occhi neri vellutati, la fronte di marmo, il naso dritto, le labbra di corallo, e i denti di perle. E su questo grazioso insieme, il fiore della gioventù era sparso con tutto il suo splendore e profumo.

Haydée poteva avere 19, o 20 anni.

Monte-Cristo chiamò la sua schiava greca, e fece domandare ad Haydée il permesso di entrare da lei. Per sola risposta, Haydée fece segno alla schiava di rimuovere la portiera. Monte-Cristo s’avanzò. Ella si sollevò sul gomito del braccio che teneva la pipa, e stendendo al conte la mano, lo accolse con un sorriso. — Perchè, diss’ella nella lingua sonora delle figlie di Sparta e d’Atene, perchè mi fai tu domandare il permesso d’entrare da me? Non sei più il mio padrone? non son più la tua schiava?

Monte-Cristo sorrise a sua volta: — Haydée, non sapete?...

— Perchè non mi dici _tu_, come d’ordinario? interruppe la giovane greca; ho dunque commesso qualche mancanza? in questo caso bisogna punirmi, ma non dirmi _voi_.

— Haydée, disse il conte, tu sai che siamo in Francia, e per conseguenza che sei libera?

— Libera di far che? domandò la giovane.

— Libera di lasciarmi. — Di lasciarti!... e perchè dovrei lasciarti? — Che so io?... vedremo gente...

— Non voglio vedere nessuno. — E se in mezzo ai bei giovani che incontrerai, qualcuno ti piacesse, non sarò tanto ingiusto... — Non ho veduto altri, che mio padre e te.

— Povera fanciulla, disse Monte-Cristo; ti ricordi di tuo padre, Haydée? — La giovane sorrise: — Egli è qua, è qua, diss’ella mettendo la mano sul cuore e sugli occhi.

— Ora, Haydée, tu sai che sei libera, che sei padrona, regina; puoi conservare il tuo costume, o lasciarlo a tuo capriccio; resterai qui quanto vuoi restarvi, uscirai quando il vuoi; vi sarà sempre una carrozza attaccata per te; Alì e Myrtho t’accompagneranno ovunque, e saranno ai tuoi ordini. Soltanto di una sola cosa ti prego; conserva il segreto della tua nascita, non dire una parola del tuo passato; non pronunziare in alcuna occasione il nome dell’illustre tuo padre, nè quello della tua povera madre.

— Te l’ho già detto, non voglio vedere nessuno.

— Ascolta, Haydée, questa reclusione del tutto orientale forse sarà impossibile a Parigi; continua ad apprendere il genere di vita dei nostri paesi del Nord, come lo hai fatto a Roma, a Firenze, a Milano, e a Madrid; ciò ti servirà sempre, tanto se continui a vivere qui, come se ritorni in Oriente. — La giovane alzò gli occhi sul conte, e rispose:

— E che ritorniam forse in Oriente, n’è vero, mio signore?

— Sì, disse Monte-Cristo. Ma credi tu che ti abituerai qui? — Ebbene! che mi domandi, signore? — Temo che tu non ti annoi.

— No, signore, perchè quando sono sola ho grandi ricordi, rivedo immensi quadri, mi si presentano grandi orizzonti col Pindo e coll’Olimpo in lontananza. Poi ho nel cuore tre sentimenti coi quali uno non si annoia mai: la malinconia, l’amore, e la riconoscenza.

— Sei una degna figlia dell’Epiro; Haydée, graziosa e poetica, si vede che discendi da quella famiglia di dee che è nata nel tuo paese. Sii dunque tranquilla.

Il conte disposto in tal modo alla visita che voleva fare a Morrel ed alla sua famiglia, partì mormorando alcuni versi di Pindaro.

Secondo i suoi ordini, la carrozza era preparata, vi salì, e questa come sempre, partì al galoppo.

IL. — LA FAMIGLIA MORREL.

In pochi minuti la carrozza giunse strada Meslay n.º 7.

La casa era bianca, ridente, e preceduta da un cortile con due praticelli guerniti di belli fiori.

Nel portinaro che gli aprì la porta, il conte riconobbe il vecchio Coclite, ma come ognuno ricorderà, questi non aveva che un occhio, ed in nove anni quest’occhio era ancora considerevolmente indebolito. Coclite non riconobbe il conte. La carrozza, per fermarsi davanti l’entrata, doveva voltare onde evitare un piccolo getto d’acqua che cadeva in un bacino di rocce; magnificenza che aveva eccitata la gelosia del quartiere, e che era causa che questa casa venisse chiamata la _piccola Versailles_. È superfluo il dire che nel bacino guizzavano in quantità pesci gialli e rossi.

La casa eretta sopra le cucine e le cantine, aveva, oltre il piano terreno, due piani e le soffitte. I giovani l’avevano acquistata colle dipendenze, che consistevano in un laboratorio, in due padiglioni nel fondo del giardino, e nel giardino stesso. Emmanuele aveva veduto, a primo colpo d’occhio, che in questa disposizione di locali v’era una piccola speculazione da farsi: si era riservata la casa, la metà del giardino, e aveva tirata una linea, cioè, fabbricato un piccolo muro fra lui ed il laboratorio, che aveva dato in fitto in un coi padiglioni e la porzione rimasta di giardino; di modo che si trovava alloggiato per una somma molto modica, e tanto ben chiuso, quanto il più scrupoloso proprietario di una casa del sobborgo San-Germano. La sala da pranzo era di quercia, il salotto di mogano e di velluto blu, la camera da dormire di cedro e di damasco verde; vi era inoltre un gabinetto di studio per Emmanuele che nulla studiava, ed un salotto per musica per Giulia che non n’era dilettante. Il secondo piano per intero era dedicato a Massimiliano; egli aveva in quello una ripetizione esatta dell’appartamento della sorella, meno che la sala da pranzo convertita in sala di bigliardo, ove conduceva i suoi amici.

Sorvegliava da sè stesso il suo cavallo, e fumava il sigaro all’ingresso del giardino, quando la carrozza del conte si fermò alla porta.

Coclite aprì la porta, come abbiamo detto, e Battistino si slanciò dal sedile, chiedendo se il sig. e la sig.ª Herbault ed il sig. Massimiliano Morrel erano visibili pel conte di Monte-Cristo.

— Pel conte di Monte-Cristo! gridò Morrel gettando il sigaro, e slanciandosi avanti al visitatore; lo credo bene che siamo visibili per lui, ah! grazie, cento volte grazie, sig. conte, di non avere dimenticata la vostra premessa. — Ed il giovine officiale strinse così cordialmente la mano del conte, che questi non potè ingannarsi sulla franchezza della manifestazione, e vide bene ch’era stato aspettato con impazienza e ricevuto con premura. — Venite, venite, disse Massimiliano, voglio servirvi d’introduttore; un uomo come voi siete, non deve essere annunziato da un domestico, mia sorella è in giardino a strappar le rose appassite; mio cognato legge i suoi giornali favoriti, _la Presse_ ed il _Débats_ a sei passi da lei lontano, perchè ovunque si ritrova la signora Herbault, si ritrova Emmanuele, e vice versa.

Il rumore dei passi fe’ alzare la testa ad una giovane donna di 20 a 25 anni, abbigliata con una veste da camera di seta, e che sfogliava con una cura particolare un magnifico rosaio. Questa donna era la nostra piccola Giulia, divenuta, come le era stato predetto dal mandatario della casa Thomson e French, la moglie di Emmanuele Herbault. Vedendo uno straniero mandò un piccolo grido. Massimiliano si mise a ridere: — Non ti scomodare, sorella mia, diss’egli, il sig. conte è a Parigi da soli due o tre giorni, ma sa già che cosa è una censuaria del Marais, e se non lo sa tu glielo insegnerai.

— Ah! signore, condurvi così, disse Giulia, è un tradimento di mio fratello che non ha per sua sorella la più piccola galanteria... Penelon!... Penelon!...

Un vecchio che zappava intorno ad un rosaio bianco del Bengala, piantò la zappa in terra e si avvicinò, col berretto in mano, dissimulando il meglio che poteva l’avanzo di sigaro che stava masticando, e che nascondeva nel fondo della guancia. Qualche capello bianco inargentava la sua fitta capellatura, nel mentre che il color bronzino e l’occhio ardito e vivo annunciavano un vecchio marinaro, imbrunito sotto il sole dell’equatore, e disseccato al soffio delle tempeste: — Mi pare che mi abbiate chiamato, madamigella Giulia, diss’egli, eccomi. — Penelon aveva conservato l’abitudine di chiamare la figlia del suo padrone madamigella Giulia, e non aveva mai potuto prendere quella di chiamarla sig.ª Herbault. — Penelon, disse Giulia, andate a prevenire Emmanuele della buona visita che abbiamo, mentre che Massimiliano condurrà il signore nel salotto. — Indi volgendosi a Monte-Cristo: — Il signore mi permetterà di fuggire un minuto, n’è vero? diss’ella. — E senza aspettare il consenso del conte, si slanciò dietro un gruppo d’alberi, e rientrò in casa per un viale laterale. — E che! mio caro Morrel, disse Monte-Cristo, m’avveggo bene con dispiacere ch’io faccio rivoluzione nella vostra famiglia.

— Guardate, guardate, disse Massimiliano ridendo, vedete laggiù il marito, che, da sua parte, va a cambiare la veste da camera in un abito? Oh! è perchè voi siete conosciuto nella strada Meslay, voi eravate annunziato, vi prego di crederlo.

— Mi sembra che abbiate qui una felice famiglia, disse il conte rispondendo al suo pensiero.

— Oh! sì, ve ne garantisco, sig. conte; che volete? nulla manca loro per essere felici, sono giovani, sono allegri, si amano, e, colle loro 25 mila lire di rendita, si figurano possedere le ricchezze di Rothschild.

— È poco però 25 mila lire di rendita, disse Monte-Cristo con una dolcezza così soave che penetrò il cuore di Massimiliano, come avrebbe potuto farlo la voce di un tenero padre; ma non si fermeranno lì i nostri giovani, diverrano a loro volta milionari. Il vostro cognato è avvocato... medico?

— Era negoziante, sig. conte, ed aveva presa la ditta del mio padre. Il sig. Morrel è morto lasciando 500 mila fr. di fondi; io ne aveva una metà, e mia sorella l’altra, perchè non eravamo che due figli. Suo marito, che l’aveva sposata senza avere altro patrimonio che la sua nobile probità, la sua intelligenza di prim’ordine, e la sua riputazione senza macchia, ha voluto possedere egual somma che sua moglie. Egli lavorò fin ch’ebbe accumulati 250 mila fr.; sei anni bastarono. Era, ve lo giuro sig. conte, un commovente spettacolo il vedere questi due giovani sì laboriosi, sì uniti, destinati per la loro capacità alla più gran fortuna, e che, non avendo voluto fare alcun cambiamento nelle abitudini della casa paterna, hanno messo sei anni per accumulare ciò, che dei novatori avrebbero potuto fare in due o tre; così, Marsiglia risuona tuttora delle lodi che non ha potuto rifiutare a tanta abnegazione. Finalmente un giorno Emmanuele venne a ritrovare sua moglie che compiva di pagare le scadenze:

«— Giulia, le diss’egli, ecco l’ultimo rollo di 100 fr. riscosso da Coclite, e che compie i 250 mila fr. che abbiamo fissato come limite del nostro guadagno. Sarai tu soddisfatta di questo poco di cui d’ora innanzi bisognerà che ci contentiamo? Ascolta, la casa ogni anno fa affari per un milione di fr., e può produrre un utile di 40mila fr.; venderemo, se vogliamo, la clientela in un’ora per 300 mila fr. perchè ecco qui una lettera del sig. Delaunay che ce li offre in cambio dei nostri fondi, ch’egli vuole riunire ai suoi. Pensa a ciò che credi che si debba fare. — Amico mio, disse mia sorella, la ditta Morrel non può essere portata che da un Morrel. Salvare per sempre il nome di nostro padre da qualunque evento della fortuna, non vale più dei 300 mila fr.? — Lo pensava anche io, disse Emmanuele; pure ho voluto sentire il tuo parere. — Ebbene, amico mio, eccolo. Tutti i nostri incassi sono fatti, tutte le nostre obbligazioni pagate; possiamo tirare un rigo al disotto dei conti di questa quindicina, e chiudere il banco; facciamolo.

«Il che fu fatto nello stesso momento. Erano le tre; alle tre e un quarto un cliente si presentò per fare assicurare il tragitto di due bastimenti; era un guadagno sicuro di 15 mila fr. in contanti:

«— Signore, gli disse Emmanuele, abbiate la bontà di volgervi per queste assicurazioni a qualcun altro dei nostri confratelli, per esempio al sig. Delaunay, in quanto a noi, abbiamo lasciati gli affari.

«— E da quanto tempo? domandò il cliente meravigliato.

«— Da un quarto d’ora.

— Ed ecco, o signore, continuò sorridendo Massimiliano, in qual modo mia sorella e mio cognato non hanno che 25 mila lire di rendita.

Massimiliano terminava appena questa narrazione, durante la quale il cuore del conte erasi sempre più dilatato, allorchè Emmanuele ricomparve restaurato di un abito e di un cappello. Egli salutò in modo da far conoscere che sapeva la visita, quindi, dopo aver fatto fare al conte il giro del piccolo recinto fiorito, lo condusse verso la casa. Il salotto era già imbalsamato dai fiori che stavano con gran stento contenuti in un immenso vaso del Giappone a maniche naturali. Giulia convenientemente vestita, ed elegantemente pettinata (aveva esauste tutte le sue forze in dieci minuti!), si presentò sull’ingresso per ricevere il conte. Si sentivano cinguettare gli uccelli di una vicina uccelliera; i rami di falso ebano, e dell’acacia rosea venivano coi loro grappoli di fiori ad ornare i panneggiamenti di velluto blu. Tutto respirava calma in questo grazioso piccolo ritiro; dal canto degli uccelli fino al sorriso dei padroni. Il conte, fin dal suo entrare nella casa, si era di già impregnato di questa felicità; perciò restava muto e astratto, dimenticando di esser guardato ed atteso per riprendere la conversazione interrotta dopo i primi complimenti. Egli s’accorse del suo silenzio che diveniva quasi inconveniente, e strappandosi con isforzo dalla sua astrazione: — Signora, diss’egli finalmente, perdonatemi, una emozione che deve maravigliare voi, assuefatta a questa pace ed a questa felicità; ma per me è cosa tanto nuova la soddisfazione sul viso umano, che non mi stanco di contemplare voi e vostro marito.

— Siamo di fatto molto felici, signore, replicò Giulia; ma abbiamo sofferto tanto lungamente, che ben poche persone hanno conquistata la loro felicità ad un sì caro prezzo.

La curiosità si dipinse sui lineamenti del conte.

— Oh! questa è una storia di famiglia, come vi diceva l’altro giorno Château-Renaud, riprese Massimiliano; per voi, sig. conte, assuefatto a vedere illustri infortunii, e splendide gioie, vi sarebbe poco interessamento in questo quadro familiare. Tuttavolta abbiamo, come diceva Giulia, sofferti vivi dolori, quantunque circoscritti in questo piccolo quadro.

— E Dio versò su voi, come versa su tutti, la consolazione sulle disgrazie? domandò Monte-Cristo.

— Sì, sig. conte, lo possiamo dire, perchè ha fatto per noi, ciò che potrebbe fare pei suoi eletti; ci ha inviato uno dei suoi angeli. — Le guance del conte divennero rosse, ed ei tossì per avere un mezzo di dissimulare la sua emozione, portando alla bocca il fazzoletto. — Coloro che nacquero in una culla di porpora e che non hanno mai desiderato cosa alcuna, disse Emmanuele, non sanno ciò che sia il bene della vita; nello stesso modo che non conoscono il valore di un cielo puro e sereno coloro che non hanno mai messa la loro vita in balia di quattro assi gettati sopra un mare in furore.

Monte-Cristo si alzò, e senza risponder nulla, poichè al tremolio della sua voce avrebbero forse riconosciuta l’emozione da cui egli era agitato, si mise a percorrere il salotto passo passo.

— La nostra magnificenza vi farà sorridere? disse Massimiliano che seguiva cogli occhi Monte-Cristo.

— No, no, rispose Monte-Cristo molto pallido, e comprimendosi con una mano i battiti del cuore, nel mentre coll’altra mostrava al giovine una campana di cristallo, sotto la quale una borsa di seta stava preziosamente stesa sopra un cuscino di velluto nero; domando soltanto a che serve questa borsa che da una parte mi sembra che contenga una carta, e dall’altra un bel diamante.

Massimiliano assumendo un’aria grave rispose:

— Questo, sig. conte, è il più prezioso dei nostri tesori di famiglia.

— In fatti questo diamante è molto bello, replicò il conte.

— Oh! mio fratello non vi parla già del prezzo della pietra quantunque sia stimata 100 mila fr. egli vuole solamente dirvi che gli oggetti che racchiude questa borsa son le reliquie di quell’angelo di cui vi parlavamo or’ora.

— Ecco ciò che non saprei capire, e che ciò non ostante non debbo domandare, signora, replicò Monte-Cristo inchinandosi; perdonatemi, io non voleva essere indiscreto.

— Indiscreto, dite voi? Oh! quanto al contrario ci rendete contenti, sig. conte, offrendoci un’occasione di trattenerci su questo argomento! se noi nascondessimo come un segreto la bell’azione che ci ricorda questa borsa, non la terremmo così esposta alla vista di tutti. Oh! vorressimo poterla pubblicare in tutto l’universo, perchè un fremito del nostro sconosciuto benefattore ci svelasse la sua presenza.

— Davvero? fece Monte-Cristo con voce soffocata.