Part 5
Caderousse aveva l’istinto rapido dell’egoismo, e capì tutta la solidità di questo ragionamento. Egli guardò Danglars con occhi fatti ebeti dal timore e dal dolore e per un passo che aveva fatto in avanti, ne fece due in dietro; ed: — Aspettiamo allora, mormorò — Aspettiamo, disse Danglars: se è innocente sarà messo in libertà, se è reo è inutile mettersi a rischio, per un cospiratore. — Allora partiamo, io non posso più lungamente restar qui. — Sì, vieni, disse Danglars, contento di trovare un compagno nella ritirata: vieni, e lasciamoli tirarsi d’impaccio come potranno. — Essi partirono. Fernando divenuto il sostegno della giovinetta, prese Mercedès per mano, e la ricondusse ai Catalani. Dalla loro parte gli amici di Dantès ricondussero il vecchio quasi svenuto ai viali di _Meillan_. Ben presto il rumore che Dantès era stato arrestato come un messo bonapartista, si sparse per tutta la città. — Avreste voi creduto ciò, caro Danglars? disse Morrel raggiungendo il suo computista e Caderousse; poichè egli stesso rientrava con tutta fretta in città per avere qualche notizia diretta di Edmondo dal sostituto del procuratore del Re, il sig. Villefort, che conosceva un poco. Avreste mai creduto ciò? — Diamine, signore, rispose Danglars, io vi aveva detto che Dantès non si sarebbe fermato senza un motivo all’isola d’Elba, e tal sosta, voi lo sapete, mi era paruta sospetta. — Ma avete voi fatto parte ad alcuno, fuori che a me di questo vostro sospetto? — Me ne sarei ben guardato, soggiunse a bassa voce Danglars; sapete bene che a cagione di vostro zio il signor Policar Morrel, che ha servito sotto _l’altro_ e che non nasconde il suo pensiero, voi siete sospetti di amare Napoleone, e avrei avuto paura di far torto ad Edmondo non meno che a voi. Vi sono delle cose, che è un dovere del subordinato di dire al suo armatore, e di tenere severamente celate agli altri. — Bene! Danglars, bene! disse Morrel, voi siete un bravo uomo, così io aveva pensato a voi nel caso in cui questo povero Dantès fosse divenuto capitano del _Faraone_. — Come signore? — Sì, io aveva già domandato a Dantès ciò che pensava di voi; e se egli avesse avuto repugnanza a conservarvi il vostro posto; mentre non so perchè mi era sembrato scorgere qualche ripugnanza fra voi due. — E che vi ha egli risposto? — Che credeva infatto avere avuto, in una congiuntura che non mi ha detto, qualche torto con voi, ma che chiunque avesse avuta la confidenza dell’armatore, avrebbe pur anche avuta la sua. — L’ipocrita, mormorò Danglars. — Povero ragazzo, disse Caderousse; è un fatto che egli era un eccellente giovinotto. — Sì, ma frattanto, disse Morrel, ecco il _Faraone_ senza capitano. — Oh! bisogna sperare, poichè noi non possiamo ripartire che fra tre mesi, che di qui allora Dantès sia messo in libertà. — Senza dubbio; ma fino allora! — Ebbene fino allora eccomi qua, sig. Morrel, disse Danglars. Sapete che io conosco il modo di menare un bastimento quanto un capitano venuto da un lungo viaggio. Ciò vi offre nello stesso tempo un vantaggio di servirvi di me; mentre allora quando Edmondo uscirà di prigione voi non avrete a licenziare alcuno, egli riprenderà il suo posto, ed io il mio.
— Grazie, Danglars, disse l’armatore: ecco infatto il modo di conciliar tutto. Prendete dunque il comando, io ve ne do facoltà e vigilate lo sbarco; non bisogna mai che per la disgrazia di un individuo ne soffrano le faccende.
— Siate tranquillo, o signore... si potrà poi almeno vederlo il buon Edmondo? — Vi risponderò in breve. Vado a cercare di parlare col sig. de Villefort ed intercederne il favore a pro del prigioniere. Io so bene che egli è di parte regia, ma che diavolo, quantunque regio e Procuratore del Re, è ciò non pertanto un uomo e io non lo credo cattivo. — No, disse Danglars, ma ho inteso dire che è ambizioso; e malvagio ed ambizioso si assomigliano molto.
— Infine poi, disse Morrel con un sospiro, staremo a vedere; andate a bordo, vi raggiungo in breve; ed abbandonò i due amici per prendere la strada del palazzo di Giustizia.
— Vedi, disse Danglars a Caderousse, il giro che prende la cosa: hai ancora l’intenzione di andare a difendere Dantès? — No certamente; ciò nonostante è assai terribile che uno scherzo abbia conseguenze sì triste. — Diamine! e chi lo ha fatto? non siamo stati nè tu nè io, non è vero? fu Fernando. Tu sai bene che in quanto a me ho gettato il foglio in un canto: ed anzi credevo di averlo lacerato. — No, no, disse Caderousse! in quanto a ciò ne sono sicuro, io lo vedo ancora là nell’angolo del pergolato tutto maltrattato, tutto avvolto, e vorrei anzi che fosse ancora là ove mi sembra di vederlo. — E che vuoi farci? Fernando lo avrà raccolto, Fernando lo avrà copiato o fatto copiare, o forse non avrà avuto neppur questo fastidio. Or che ci penso, mio Dio! egli avrà forse mandata la mia propria lettera. Fortunatamente che io aveva cambiato il mio carattere. — Ma tu sapevi dunque che Dantès cospirava? — Io non sapevo niente affatto. Come ti dissi, ho creduto di fare uno scherzo e niente altro. Sembra che scherzando, come fa Arlecchino, io abbia detta la verità. — Tant’è, soggiunse Caderousse, io pagherei qualche cosa di bello perchè la burla non fosse accaduta, o almeno per non essermene mischiato: tu vedrai che quest’affare ci cagionerà qualche disgrazia.
— Se deve portar disgrazia a qualcuno, sarà al vero colpevole, che è Fernando e non noi. Qual disgrazia vuoi tu che accada? noi non abbiamo che a starci cheti, e a non dire una parola su quanto è avvenuto, e il temporale passerà senza che cada il fulmine. — _Amen!_ disse Caderousse facendo un saluto di addio a Danglars e dirigendosi verso i viali di _Meillan_ scuotendo la testa e brontolando seco stesso, come è solito di fare chi è molto preoccupato.
— Buono! disse Danglars, le cose prendono quell’avviamento che io aveva preveduto; eccomi Capitano provvisorio, e se questo imbecille di Caderousse può tacere, ben presto capitano effettivo. Non vi sarebbe dunque altro caso che la giustizia rilasciasse Dantès... Oh! ma, aggiunse con un sorriso, la giustizia è giustizia ed io mi rimetto ad essa. Ciò dicendo saltò in una barca dando ordine al battelliere di portarlo a bordo del _Faraone_ ove l’armatore gli aveva dato posta.
VI. — IL SOSTITUTO DEL PROCURATORE DEL RE.
In via gran Corso, rimpetto alla fontana delle Meduse, in una di quelle vecchie case che hanno l’architettura aristocratica fabbricate da Puget, si celebrava pure nello stesso giorno e nella stessa ora un pranzo di sponsali. Solamente, gli attori invece d’essere gente del popolo, marinai, e soldati, appartenevano alla più alta società di Marsiglia. Erano antichi Magistrati che avevano chiesto la dimissione dai loro ufficii sotto l’usurpatore; vecchi ufficiali disertati dalle file francesi per passare in quelle dell’esercito di Condè; giovinotti educati dalle loro famiglie ancor mal sicuri della propria esistenza, ad onta dei quattro o cinque cambi che avevano pagati in odio di quell’uomo. Erano a tavola e la conversazione ferveva per tutte le passioni del tempo, passioni tanto più terribili, vive ed accanite nel mezzodì. L’imperatore, re dell’isola d’Elba dopo essere stato sovrano d’una parte del mondo, regnava sopra una popolazione di 25 mila anime, e dopo avere inteso gridare; _Viva Napoleone!_ da 120 milioni di sudditi, e in dieci lingue diverse, era là, trattato come un uomo perduto per sempre per la Francia e pel trono; i Magistrati riaccendevano le loro contese politiche, i militari parlavano di Mosca e di Lipsia; le donne, del divorzio con Giuseppina. A tutta questa gente allegra e trionfante sembrava, non dalla caduta dell’uomo ma dall’annientamento del principe, che la vita ricominciasse per loro e che uscissero da un sogno penoso. Un vecchio decorato della croce di S. Luigi si alzò e propose ai convitati di bere alla salute di Luigi XVIII. Era questi il marchese di S. Méran. A questo brindisi che ricordava ad un tempo e l’esiliato di Hartwell e il pacificatore della Francia, il rumore fu grande, i bicchieri si alzarono all’uso inglese, le donne staccarono i loro mazzolini di fiori e gli unirono sui nastri; fu un entusiasmo quasi poetico. — Ne converrebbero se fossero qua, disse la marchesa di S. Méran, donna dall’occhio secco, dalle labbra sottili, dal contegno aristocratico ed ancora elegante, ad onta dei suoi cinquant’anni; ne converrebbero s’ei fosser qua, tutti quei rivoluzionari che li scacciarono e che noi lasciamo a nostra volta tranquillamente cospirare nei nostri vecchi castelli, da loro acquistati per un tozzo di pane, sotto il regime del terrore; converrebbero che il vero entusiasmo era dalla nostra parte, mentre noi ci stringevamo alla monarchia che crollava, ed invece essi salutavano il sole nascente che faceva la loro fortuna perdendo la nostra; converrebbero che il nostro Re era per noi il vero Luigi prediletto, mentre che il loro usurpatore non è stato per essi giammai che il Napoleone maledetto, n’è egli vero Villefort?
— Che dite signora marchesa?... rispose il giovine al quale era rivolta questa domanda. Perdonatemi, io non era attento alla conversazione.
— Eh! lasciate questi ragazzi, marchesa, riprese il vecchio che aveva proposto il brindisi; essi stan per sposarsi in breve, e naturalmente han tutt’altro da parlar che di politica.
— Vi chiedo perdono, madre mia, disse una bella giovinetta dai capelli biondi. Vi rendo Villefort, che avevo usurpato per un istante. Villefort, mia madre vi parla.
— Ed io son pronto a rispondere alla signora, se vuole avere la bontà di rinnovarmi la interrogazione che non ho intesa.
— Vi perdoniamo, Renata, disse la marchesa con un sorriso di tenerezza che era meraviglia veder su quel volto secco, ma il cuore della donna è così fatto che per quanto arido divenga al soffio dei pregiudizi ed alle esigenze dell’_etichetta_, ha sempre un angolo fertile e ridente, ed è quello che Dio ha consacrato all’amore materno. Vi perdoniamo... Diceva adunque, Villefort che i bonapartisti non avevano nè l’entusiasmo, nè l’abnegazione nostra.
— Oh! signora, essi hanno almeno qualche cosa che compensa tutto ciò; egli è il Maometto dell’occidente; egli è per questi uomini, volgari ma di somma ambizione, non solo un legislatore ed un padrone, ma ancora un tipo....
— Dell’eguaglianza! gridò la marchesa. Napoleone! il tipo dell’eguaglianza! e che direte voi dunque di Robespierre? mi sembra che gli togliate il posto per darlo al Corso: e questo pare a me sufficiente usurpazione.
— No, signora, io lascio ciascuno sul proprio piedestallo; Robespierre, nella piazza di Luigi XV, sul suo patibolo; Napoleone nella piazza Vendôme su la sua colonna. Ciò però non vuol dire, aggiunse Villefort sorridendo, che tutti e due non siano due infami rivoluzionari, e che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non sieno due giorni felici per la Francia, e degni di essere egualmente festeggiati dagli amici dell’ordine e della monarchia; ma ciò spiega egualmente come Napoleone caduto per non rialzarsi più mai, io spero, abbia pur sempre conservati i suoi satelliti. Che volete, marchesa! Cromvel che non era neppure la metà di tutto ciò che è stato Napoleone, aveva anch’egli i suoi!
— Sapete voi che ciò che dite, Villefort, puzza di rivoluzione da una lega lontano. Ma vi perdono: egli è impossibile di essere figlio di un _Girondino_, e non conservare qualche gusto per il terrore. — Un vivo rossore passò sulla fronte di Villefort. — Mio padre era girondino, disse egli, è vero; ma non ha dato il suo voto per la morte del Re: mio padre è stato proscritto da quello stesso terrore che proscriveva voi pure, poco ha mancato che non portasse la testa sullo stesso patibolo ove cadde quella di vostro padre.
— Sì, disse la marchesa, senza che questo sanguinoso pensiero portasse la menoma alterazione sulla sua fisonomia; solamente era per principi diametralmente opposti che vi sarebbero saliti tutti e due; e n’è prova che tutta la mia famiglia è rimasta affezionata ai principi esiliati, nel mentre che vostro padre si è affrettato di accomodarsi col nuovo governo, e che dopo che il cittadino Noirtier fu girondino, il conte di Noirtier divenne senatore.
— Madre mia, madre mia! disse Renata, voi sapete che fu convenuto che non si sarebbe giammai parlato di queste tristi rimembranze.
— Signora, rispose Villefort, io mi unisco a madamigella di S. Méran per domandarvi umilmente l’obblio del passato. Con qual vantaggio ritornare su cose su cui la stessa volontà di Dio è impossente? L’io può cambiare l’avvenire; non può modificare il passato. Ciò che possiamo noi mortali, si è, se non di rinnegarlo, almeno di gettarvi sopra un velo. Ebbene io non solo mi sono diviso dalle opinioni di mio padre, ma ancora dal suo nome. Mio padre è stato, e forse è ancora bonapartista, e si chiama Noirtier; io sono regio, e mi chiamo Villefort. Lasciate morire nel vecchio tronco un avanzo rivoluzionario, e non pensate, signora, al ramo che si diparte da questo tronco senza potere, e dirò quasi, senza volere staccarsene del tutto.
— Bravo Villefort, disse il marchese, bravo! bella risposta. Io ho sempre predicato alla marchesa la dimenticanza del passato senza averla mai potuto ottenere; spero che voi sarete più fortunato di me.
— Sì, sta bene, disse la marchesa, dimentichiamo il passato, io non dimando meglio, ciò è convenuto; ma che almeno Villefort sia inflessibile per l’avvenire. Non dimenticate, Villefort, che noi vi abbiamo garantito in faccia a Sua Maestà, che Sua Maestà stessa ha voluto dimenticare tutto, dietro le nostre raccomandazioni, come io dimentico tutto alla vostra preghiera. — Così dicendo gli stendeva la mano. — Soltanto se vi cade fra i piedi qualche cospiratore, pensate che si hanno gli occhi aperti su voi, tanto più che si sa che siete di una famiglia che può essere in relazione coi cospiratori.
— Pur troppo! signora, disse Villefort, la mia professione, e soprattutto il tempo in cui viviamo mi ordinano di essere severo. Io tale sarò. Ho di già avuta qualche accusa politica da sostenere, e sotto questo riguardo ho dato le mie prove. Disgraziatamente però, noi non siamo ancora al fine.
— Credete? disse la marchesa. — Il temo. Napoleone all’Elba è troppo vicino alla Francia, la sua presenza quasi in vista alle nostre coste risveglia la speranza nei suoi partigiani. Marsiglia è piena di ufficiali a mezza paga che tutti i giorni sotto qualche frivolo pretesto cercano contesa coi regii. Di qui i duelli fra le persone elevate, di qui gli assassini nella classe del popolo.
— A proposito, disse il conte di Servieux vecchio amico di S. Méran ciambellano del conte Artois, voi sapete che la Santa alleanza lo toglie di là.
— Sì, si è tenuto discorso su questo argomento quando siamo entrati in Parigi, disse S. Méran. Ma dove lo invieranno?
— A S. Elena. — A S. Elena? e che è? disse la marchesa.
— Un’isola a duemila leghe di qua, oltre l’Equatore.
— Alla buon’ora! come disse Villefort, è una gran follia aver lasciato un simile uomo fra la Corsica ov’è nato, fra Napoli ove regna ancora suo cognato, e in faccia a quella Italia, di cui voleva fare un regno a suo figlio.
— Disgraziatamente, disse Villefort, abbiamo i trattati del 1814, e non si può toccare Napoleone senza infrangerli.
— Ebbene! s’infrangeranno, disse de Servieux. Vi ha egli guardato tanto pel minuto quando si trattò di far moschettare l’infelice duca d’Enghien?
— Sì, disse la marchesa; è stabilito, la santa Alleanza libererà l’Europa da Napoleone, e Villefort libererà Marsiglia da tutti i partigiani di lui. Il Re regna o non regna: se egli regna, il suo governo dev’essere forte e i suoi magistrati inflessibili: questo è il solo mezzo per prevenire il male.
— Disgraziatamente signora, disse sorridendo Villefort, un sostituto del Procuratore del Re giunge sempre quando il male è fatto. — Allora sta a lui a ripararlo.
— Potrei aggiungere ancora, che noi non ripariamo il male ma lo vendichiamo.
— Oh! signor de Villefort, disse una bella giovinetta, figlia del conte de Servieux e amica di Renata, sollecitatevi adunque di avere una bella causa fin che saremo a Marsiglia; io non ho mai veduto una tornata al Tribunale, e mi si dice che sia una cosa molto curiosa.
— Curiosissima, davvero madamigella, disse il sostituto, perchè invece di una finta tragedia si rappresenta un dramma vero; in vece di dolori rappresentati sono dolori sentiti. Quell’uomo che là si vede, invece di ritornare a casa sua dopo calato il sipario, e di andare a cena, rientra in prigione ove ritrova il più delle volte il carnefice. Vedete bene che per le persone nervose, che cercano le emozioni, non vi è spettacolo che possa paragonarsi a questo; state tranquilla, madamigella, se l’agio si presenterà, vi proverò la verità del mio asserto.
— Ci fa rabbrividire... ed egli ride! disse Renata impallidendo.
— Che volete!... riprese Villefort; questo è un duello... io ho ottenuto cinque o sei volte la pena di morte contro accusati politici... ebbene! chi sa quanti pugnali a quest’ora si arruotolano nelle tenebre o sono già diretti contro di me?
— Oh! mio Dio, disse Renata impallidendo sempre più, parlate voi seriamente Villefort?
— Non si può parlare più seriamente, rispose il giovine magistrato con un sorriso sulle labbra. E con questi bei processi che madamigella desidera appagare la sua curiosità, ed io la mia ambizione, la condizione delle cose non farà che peggiorare. Tutti questi soldati di Napoleone abituati ad andar come ciechi incontro alle palle nemiche, rifletton forse a bruciare una cartuccia, o a marciare a passo di carica colla baionetta abbassata? ebbene! penseranno ad uccidere un uomo che credono loro nemico personale più che ad uccidere un Russo, un Tedesco o un Ungherese che non hanno mai veduto? d’altra parte bisogna ammettere ciò, altrimenti non vi sarebbe punto di difesa, io stesso quando vedo luccicare nell’occhio dell’accusato il lampo luminoso della rabbia mi esalto tutto e m’incoraggio: non è più un processo, ma un combattimento; io lotto contro di lui, egli risponde, io raddoppio, il combattimento finisce come tutti gli altri, con una vittoria o con una sconfitta. Ecco ciò che si chiama discussione! è il pericolo che fa l’eloquenza. Un accusato che sorride dopo una mia replica mi fa conoscere che ho parlato male, e ciò che ho detto è snervato, senza vigore, insufficiente; immaginate dunque quale dev’essere la sensazione d’orgoglio di un procuratore del re convinto della reità dell’accusato, allora quando vede avvilirsi ed annientarsi il reo sotto il peso delle prove e sotto i fulmini della eloquenza! quella testa si abbassa, dunque cadrà. — Renata gettò un leggiero grido. — Ecco ciò che si chiama saper parlare, disse uno de’ convitati.
— Ecco l’uomo che ci abbisogna in tempi come i nostri!
— Così, disse un terzo, nel vostro ultimo affare, sarete rimasto superbo, mio caro Villefort. Lo sapete quell’uomo che aveva ucciso suo padre, ebbene senza metafora voi lo avete ucciso prima che il carnefice lo toccasse.
— Oh per i parricidi, disse Renata, poco importa, non vi sono supplizi abbastanza grandi per tal fatta di gente, ma per gl’infelici accusati politici!...
— Gli accusati politici! gridò la marchesa, è ancor peggio, perchè il Re è padre della nazione, e volere rovesciare od uccidere il Re è lo stesso che volere uccidere il padre di 32 milioni di uomini.
— Oh! è lo stesso, Villefort, disse Renata, voi mi promettete di avere indulgenza per quelli che vi raccomanderò?
— State tranquilla, disse Villefort con un sorriso affettuoso, noi faremo insieme le nostre requisitorie.
— Cara mia, disse la marchesa, occupatevi di ricami, di aghi, di nastri, e lasciate il vostro futuro sposo disimpegnare il suo ufficio. Oggi giorno le armi sono in riposo, e la toga è in credito; vi ha su questo proposito un motto latino...
— _Cedant arma togae_, interruppe inchinandosi Villefort.
— Io credo che avrei desiderato meglio che voi foste stato un medico, rispose Renata; l’angelo sterminatore per quanto sia un angelo, fa sempre paura.
— Buona Renata! mormorò Villefort accarezzando la giovanetta con uno sguardo di amore.
— Figlia mia, disse il marchese, Villefort sarà il medico morale e politico di questa provincia; ha una bella parte da rappresentare, credetemi.
— E sarà un mezzo di fare dimenticare la parte che ha rappresentata suo padre, soggiunse l’incorreggibile marchesa.
— Signora, riprese Villefort con un mesto sorriso, io ho di già avuto l’onore di dirvi che mio padre aveva, spero almeno abiurati gli errori del tempo passato: che era divenuto un amico zelante della religione e dell’ordine, miglior regio forse di me stesso, poichè egli lo è con pentimento e io non lo sono che con passione. — E dopo questa frase rotonda, Villefort per giudicare dell’effetto della sua facondia, girò intorno lo sguardo sui convitati, come dopo una frase equivalente, avrebbe guardato l’uditorio dal suo seggio in tribunale.
— Ebbene, mio caro Villefort, riprese il conte di Servieux, è appunto ciò che io risposi l’altro giorno alle Tuglierie al ministro della casa del Re che mi domandava conto di questa singolare alleanza fra il figlio di un girondino, e la figlia di un ufficiale dell’esercito di Condè, e il ministro l’ha intesa molto bene. Questo sistema di fusione è pur quello di Luigi XVIII. Così il Re, che senza che noi ce n’accorgessimo, ascoltava la nostra conversazione, c’interruppe, dicendo «Villefort (notate bene che il Re non ha pronunziato il nome di Noirtier, anzi al contrario ha appoggiato su quello di Villefort), Villefort ha dunque detto il Re, farà una bella carriera, è un giovane di già sennato e di mio genio. Ho visto con piacere che il marchese e la marchesa di S. Méran lo prendono per genero, ed io stesso avrei loro consigliata questa alleanza, se non fossero venuti pei primi a chiedermi la permissione di contrattarla».
— Il Re ha detto questo! gridò entusiasmato Villefort.
— Io vi ho riferite le sue stesse parole, e se il marchese vuole essere sincero vi confesserà che ciò che io ho riferito in questo momento coincide perfettamente con quanto il Re disse a lui stesso, son circa sei mesi, quando gli parlò di una proposta di matrimonio fra sua figlia e voi.
— Sì, è vero, disse il marchese.
— Ah! dunque io dovrò tutto a quest’ottimo principe! Perciò che non farei io per servirlo bene?
— Alla buon’ora, disse la marchesa, ecco come io vi desidero; venga ora un cospiratore, e sarà il ben venuto.
— Ed io, madre mia, disse Renata, prego il cielo che non vi ascolti; che egli non invii a Villefort che dei ladroncelli, dei piccoli fallimenti, dei timidi scrocconi; in questo modo soltanto potrò dormire tranquilla.
— Egli sarebbe come se, disse ridendo Villefort, voi desideraste ad un medico che avesse a curare soltanto delle emicranie, delle flussioncelle, delle punzicature di api, tutte cose che non sono di menomo rischio. Ma se volete vedermi procuratore del Re, auguratemi al contrario che io abbia a curare di quelle malattie che fanno onore al medico. — In questo momento, come se il destino avesse aspettato il voto di Villefort per esaudirlo, un cameriere entrò e gli disse qualche parola all’orecchio; Villefort lasciò la tavola scusandosi, e ritornò dopo brevi momenti col viso aperto e le labbra sorridenti. Renata lo guardò con amore; perchè veduto così, cogli occhi azzurri, col colorito maschio e le nere barbette che gli contornavano il viso era veramente un bello ed elegante giovinotto. Per tal modo tutta l’anima della giovinetta sembrava dipendere dalle sue labbra, aspettando che spiegasse la causa della sua momentanea assenza.
— Ebbene, disse Villefort, voi desideravate madamigella non ha guari di avere un medico per marito. Io ho per lo meno coi medici questo di simile che non son mai padrone del mio tempo, e che son disturbato anche vicino a voi, anche al pranzo di nozze.
— E per qual causa venite dunque disturbato? domandò la bella giovinetta con una leggiera inquietudine.