Il Conte di Monte-Cristo

Part 47

Chapter 473,850 wordsPublic domain

«Un giorno, (Benedetto poteva avere 5, o 6 anni) il vicino Wasilio, che, secondo l’uso del nostro paese, non riponeva mai nè la sua borsa nè i suoi gioielli, perchè il sig. conte sa meglio di qualunque altro che in Corsica non vi sono ladri, il vicino Wasilio si lamentò con noi che gli era disparso un luigi; si credè che avesse contato male, ma egli pretendeva di essere sicuro del fatto suo. In quel giorno Benedetto aveva lasciata la casa di buon mattino, e quando lo vedemmo ritornare la sera, si trascinava dietro una scimmia che diceva di aver trovata, colla catena e tutto, legata ad un albero; da più di un mese il cattivo ragazzo, il quale non sapeva più che immaginare, era voglioso di avere una scimmia. Un battelliere ch’era passato di Rogliano, e che aveva molti di questi animali che lo avevano divertito coi loro esercizi, gli aveva senza dubbio inspirata questa malaugurata fantasia. — Nei nostri boschi non si trovano scimmie, e molto meno belle e incatenate, gli diss’io; confessami dunque come ti sei procurata questa. — Benedetto sostenne la menzogna, e l’accompagnò con tali particolari che facevano più onore alla sua immaginazione che alla sua veracità; io m’irritai, egli si mise a ridere; io lo minacciai, egli fece due passi addietro: — Tu non puoi battermi, diss’egli, tu non ne hai il diritto, perchè non sei mio padre. — Noi ignorammo sempre chi gli aveva rivelato questo fatale segreto, che per parte nostra era stato gelosamente custodito: che che ne fosse, questa risposta, nella quale il ragazzo si faceva interamente conoscere, quasi mi spaventò, ed il mio braccio ch’erasi alzato, ricadde senza percuotere il colpevole. Il fanciullo trionfò, e questa vittoria gli dette un’audacia tale, che da quel giorno tutto il danaro d’Assunta, il cui amore sembrava aumentarsi a seconda che egli se ne rendeva meno degno, fu speso in capricci ch’ella non sapeva combattere, ed in follie che non aveva il coraggio d’impedire. Quando io era a Rogliano, le cose camminavano meno male, ma quando partiva Benedetto diventava il capo di casa, e tutto andava alla peggio. Dell’età di 10, o 11 anni tutti i suoi compagni erano scelti fra giovani di 18, a 20 anni, e fra i più cattivi soggetti di Bastia e di Corte, e già per qualche scappata, che meritava un nome più serio, la giustizia ci aveva dati avvisi. Io ne fui spaventato: qualunque interrogatorio poteva avere conseguenze funeste; io era precisamente allora obbligato ad allontanarmi dalla Corsica per una spedizione importante; vi riflettei lungamente, e col presentimento d’evitare qualche disgrazia, risolvetti condur meco Benedetto. Sperava che la vita attiva e faticosa del contrabbandiere, la disciplina severa del bordo, cambierebbero questa indole vicina a corrompersi, se già non era spaventosamente corrotta. Presi dunque Benedetto a parte, e gli feci la proposizione di seguirmi, circondandola con tutte quelle promesse che possono sedurre un giovine di 12 anni. Egli mi lasciò parlare fino alla fine, e quand’ebbi terminato scoppiò in una risata, dicendo: — Siete pazzo, zio mio (egli mi chiamava così quand’era di buon umore), io cambiare la vita che meno, con quella che menate voi? Il mio buono ed eccellente non far niente, colle orribili fatiche che vi siete imposto? passare la notte al freddo, il giorno al caldo, nascondersi continuamente, ricevere schioppettate, e tutto questo per guadagnare un poco di danaro? Del danaro ne ho quanto ne voglio, madre Assunta me ne dà, quanto a lei ne domando; vedete bene che sarei un imbecille se accettassi la vostra proposizione. — Io rimasi stupefatto da quell’audacia, e da quel ragionamento. Benedetto ritornò a giuocare coi suoi compagni, e lo vidi che mi mostrava ad essi come un idiota.

— Grazioso fanciullo! mormorò Monte-Cristo.

— Ah! se fosse stato mio rispose Bertuccio, se fosse stato mio figlio, o pur anche mio nipote, lo avrei ricondotto sul retto sentiero, perchè la coscienza dà la forza. Ma l’idea di percuotere un fanciullo, di cui aveva ucciso il padre mi rendeva impossibile ogni correzione. Detti buoni consigli a mia cognata, che nelle nostre discussioni prendeva sempre la difesa del piccolo disgraziato; e siccome mi confessò che in varie volte le erano mancate somme considerevoli, le indicai un luogo ov’ella poteva nascondere il nostro piccolo tesoro. In quanto a me, la mia risoluzione era presa. Benedetto sapeva perfettamente leggere, scrivere, e fare i conti, perchè quando per caso egli si voleva occupare a studiare, imparava in un giorno ciò che agli altri abbisognava una settimana. La mia risoluzione, diceva, era presa; doveva ingaggiarlo come segretario sopra un bastimento a lungo corso, e, senza prevenirlo di niente, farlo prendere un bel mattino, e trasportare a bordo; in questo modo raccomandandolo al capitano, tutto il suo avvenire dipendeva da lui.

«Stabilito questo disegno partii per la Francia.

«Tutte le nostre operazioni dovevano questa volta eseguirsi nel golfo di Lione, e si rendevano ogni giorno più difficili, perchè eravamo nel 1829. La tranquillità era perfettamente ristabilita, e per conseguenza il servizio delle coste ritornato più regolare e più severo che mai. Questa sorveglianza era ancora aumentata momentaneamente per la fiera di Beaucaire che allora si apriva.

«I principi della nostra spedizione si eseguirono senza impaccio. Noi ancorammo la barca, che aveva un doppio fondo nel quale nascondevamo le nostre mercanzie di contrabbando, in mezzo ad una quantità di battelli che stavano fitti alle due rive del Rodano da Beaucaire fino ad Arles. Giunti là, cominciammo di notte tempo a scaricare le merci proibite, ed a farle passare in città per mezzo di gente in relazione cogli albergatori, nelle case dei quali facevamo i depositi. Sia che la buona riuscita ci rendesse imprudenti, sia che fossimo stati traditi, una sera, verso le 5 p. m. mentre stavamo per metterci a tavola, accorse tutto affannato il nostro piccolo mozzo, dicendo che aveva veduto una squadra di doganieri dirigersi alla nostra volta. Non era precisamente la squadra che ci spaventava; da un momento all’altro, e particolarmente allora si vedevano compagnie intere pattugliare e girare sulle sponde del Rodano; ma le cautele che, al dire del mozzo, questa squadra prendeva per non essere veduta. In un punto noi eravamo in piedi, ma era già troppo tardi: la nostra barca, che evidentemente formava l’oggetto delle loro ricerche, era circondata. Fra i doganieri distinsi qualche gendarme; e tanto timido alla vista di questi, quanto era bravo alla vista di qualunque altro corpo militare, discesi sotto il ponte, e strisciando da un finestrello, mi lasciai calare nel fiume, quindi mi misi a nuotare sott’acqua, non respirando che a lunghi intervalli tanto bene, che senza esser veduto raggiunsi un canale fatto di nuovo, e che poneva il Rodano in comunicazione col canale che da Beaucaire mette ad Aigues-mortes. Una volta giunto là, era salvo, poichè poteva seguire senza essere veduto per quella direzione. Arrivai dunque al canale senza sinistri. Non era nè a caso, nè senza premeditazione che aveva seguito questa via; ho già parlato a V. E. di un albergatore di Nimes, che aveva impiantata una piccola osteria fra Bellegarde e Beaucaire.

— Sì disse Monte-Cristo, me ne ricordo perfettamente, questo degno galantuomo, se non erro, era uno dei vostri associati?

— Precisamente, rispose Bertuccio, ma da sette ad 8 anni aveva ceduto il suo stabilimento ad un antico sartore di Marsiglia, che dopo essersi rovinato nel suo stato, aveva voluto tentare di fare la sua fortuna in un altro. Non fa mestieri dire che le corrispondenze che avevamo col primo proprietario furono mantenute col secondo; adunque a quest’uomo contava chiedere un asilo.

— E come chiamavasi? domandò il conte di Monte-Cristo che sembrava cominciare a prendere qualche interessamento al racconto di Bertuccio.

— Si chiamava Gaspero Caderousse, egli era ammogliato con una donna del villaggio di Carconte, che non conoscevamo per altro nome, che per quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri maremmane, che si moriva di languidezza. In quanto all’uomo egli era gagliardo e robusto dai 40 ai 50 anni, che più d’una volta, in difficili congiunture aveva date prove di prontezza d’animo e di coraggio.

— E dicevate, domandò Monte-Cristo, che tali cose accadevano verso l’anno?... — 1829, signor conte. — In qual mese? — Nel mese di giugno. — Al principio o alla fine?

— Precisamente la sera del 3. — Ah! fece Monte-Cristo, il 3 giugno 1829... va bene, continuate.

— Era dunque a Caderousse, che io contava di domandare un asilo; ma secondo il solito anche nelle congiunture ordinarie non entravamo da lui per la porta che dava sulla strada, e risolvetti di non derogare alle abitudini, scavalcai la siepe del giardino, camminai carpone fra gli ulivi, e i fichi selvatici, e pervenni, nel dubbio che Caderousse potesse aver qualche viaggiatore nell’albergo, ad un soppalco nel quale avevo più di una volta passata la notte tanto bene, quanto nel miglior letto. Questo soppalco non era diviso dalla sala comune del piano terreno dell’albergo che da un tramezzo di assi, nel quale eransi praticate delle fenditure a bella posta, perchè di là potessimo spiare il momento opportuno di far conoscere che eravamo nelle vicinanze. Io voleva vedere se Caderousse era solo, fargli il segno del mio arrivo, terminare con lui il pasto interrotto dall’apparizione dei doganieri; indi profittare dell’uragano che preparavasi per raggiungere le rive del Rodano, ed assicurarmi di ciò ch’era accaduto alla barca ed a quelli che v’erano dentro. Mi calai dunque nel soppalco, e fu fortuna, perchè quasi nello stesso punto Caderousse entrava in casa sua con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed aspettai, non già colla mira di scoprire i segreti dell’albergatore, ma perchè non poteva fare altrimenti; e d’altra parte la stessa cosa era già accaduta dieci altre volte. L’uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero al Mezzogiorno della Francia: era uno di quei mercanti da fiera che vengono a vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un mese che questa dura, fanno affari per 50 ed anche per cento mila fr. Caderousse entrò vivacemente, e pel primo, indi vedendo la sala vuota secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiamò la moglie:

— Ehi! Carconta, diss’egli: quel degno uomo del prete non ci ha ingannati, il diamante è buono — Fecesi sentire un’esclamazione di gioia, e quasi subito la scala scricchiolò sotto un passo appesantito dalla debolezza e dalla malattia. — Che dici? domandò la donna più pallida di un morto. — Dico che il diamante è buono, ed ecco qui il signore, che è uno dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci 50 mila fr., sol che gli proviamo esser veramente nostro; egli vuole che tu gli racconti, come gli ho già raccontato io, in qual modo miracoloso il diamante è caduto nelle nostre mani. Frattanto, signore, sedetevi, se vi piace, e siccome la stagione è calda, vado a cercare con che rinfrescarvi.

«Il gioielliere esaminò con visibile attenzione l’interno dell’albergo, e la miseria manifesta di coloro che stavano per vendergli un diamante che sembrava uscito dallo scrigno di un re. — Raccontate, signora, diss’egli, volendo senza dubbio profittare dell’assenza del marito, perchè non vi fosse alcun segno per parte di costui, e per vedere se i due racconti corrispondevano bene uno coll’altro. — Eh! mio Dio, disse la donna con volubilità, è una benedizione del cielo che eravamo ben lungi dall’aspettarci. Immaginatevi, caro signore, che mio marito era unito in amicizia, fin dal 1814 o 1815 con un marinaro chiamato Edmondo Dantès. Questo povero giovine non aveva dimenticato Caderousse, che lo aveva obbliato del tutto, e gli ha lasciato morendo il diamante che avete veduto. — Ma in qual modo n’era egli divenuto possessore? domandò il gioielliere. Egli lo aveva dunque prima d’entrare in prigione? — No, signore, ma in prigione ha fatto la conoscenza, a quanto pare, di un inglese ricchissimo; e siccome il suo compagno di camera fu malato, e Dantès lo trattò come se fosse stato un fratello, così, l’inglese uscendo dal carcere lasciò al povero Dantès, che meno fortunato di lui è morto in prigione, questo diamante ch’egli a sua volta ci ha lasciato in legato a noi morendo, e che il degno abate ci ha rimesso questa mattina. — È in realtà lo stesso racconto, mormorò il gioielliere, e, in fin dei conti, la storia può essere vera, per quanto comparisca inverosimile a primo aspetto. Non vi è dunque che il prezzo sul quale non siamo ancora d’accordo. — Come! non siamo d’accordo! disse Caderousse; io credeva che aveste acconsentito al prezzo che ve ne ho domandato. — Cioè, rispose il gioielliere, al prezzo di 40 mila fr. che vi ho offerti. — 40 mila fr., gridò la Carconta; non lo venderemo certamente per questo prezzo. L’abate ci ha detto che ne vale 50 mila, senza calcolare la legatura. — E come si chiamava quest’abate, domandò l’istancabile interrogatore. — L’abate Busoni, rispose la donna. — È dunque uno straniero? — Credo che sia un Italiano delle vicinanze di Mantova. — Mostratemi questo diamante, riprese il gioielliere, che lo riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre a prima vista. — Caderousse cavò di saccoccia un piccolo astuccio di marrocchino nero, l’aprì e lo passò al gioielliere.

«Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciuola, me lo ricordo come se lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta sfavillarono di cupidigia.

— E che pensavate di tutto ciò, signor ascoltatore alle porte? domandò Monte-Cristo, aggiustavate fede a questa bella favola?

— Sì, eccellenza, non riteneva Caderousse per un uomo cattivo, e lo credeva incapace di aver commesso un delitto, e fors’anche un furto.

— Questo fa più onore al vostro cuore che alla vostra esperienza, Bertuccio. Avevate conosciuto questo Edmondo Dantès di cui si parlava?

— No, eccellenza, fino allora non ne aveva mai inteso parlare, e dopo nemmeno tranne una sola volta dallo stesso abate Busoni, quando lo vidi nelle prigioni di Nimes.

— Bene, continuate.

— Il gioielliere prese l’anello dalle mani di Caderousse, cavò di saccoccia un paio di piccole pinzette d’acciaio, e un bilancino di rame; poi allontanando le punte d’oro che ritenevano la pietra nell’anello, fece uscire il diamante dal suo alveolo, e lo pesò scrupolosamente nel bilancino.

«— Giungerò fino a 45 mila fr., diss’egli, ma non darò un soldo di più; siccome questo era il vero prezzo dell’anello, non ho preso meco che questa somma precisamente.

«— Oh! per questo, ritornerò con voi a Beaucaire per prender gli altri 5 mila fr. — No, disse il gioielliere restituendo a Caderousse l’anello ed il diamante: questo non vale di più; e sono anzi dolente di avervi offerto questa somma, atteso che la pietra ha un difetto che non aveva veduto prima; ma non importa, io non ho che una parola, ho detto 45 mila fr., e non mi ritiro. — Almeno rimettete il diamante nell’anello, disse con asprezza la Carconta.

«Egli ritornò ad incassare la pietra. — Bene, bene, bene, disse Caderousse, rimettendosi in saccoccia l’astuccio, si venderà ad un altro. — Sì, rispose il gioielliere, ma un altro non sarà così corrente come sono io; un altro non si contenterà delle informazioni che mi avete date; non è cosa naturale che un uomo come voi possegga un anello di 50 mila fr.; egli ne darà parte ai magistrati, e bisognerà ritrovare l’abate Busoni, e gli abbati che regalano diamanti da due mila luigi, sono rari; la giustizia comincerà col mettervi le mani sopra, sarete messo in prigione, e se siete riconosciuto innocente verrete messo in libertà dopo tre o quattro mesi di prigionia, l’anello o si sarà perduto in ispese di giudizio, o vi sarà restituito con una pietra falsa che costerà 3 fr. invece di 50 mila, e voglio anche ammettere 55 mila, ma voi converrete meco, mio brav’uomo, si corrono sempre certi rischi a comprare. — Caderousse e sua moglie s’interrogarono con uno sguardo. — No disse Caderousse, noi non siamo abbastanza ricchi per perdere 5 mila fr.

«— Come volete, mio caro amico, io però avevo portato, come vedete, bella moneta. — E con una mano cavò di saccoccia un pugno d’oro che fece risplendere avanti gli occhi abbarbagliati degli albergatori, e con l’altra un pacchetto di biglietti di banca. Una forte pugna agitava visibilmente l’animo di Caderousse; era evidente che quel piccolo astuccio di marrocchino, che girava e rigirava nelle sue mani, non gli sembrava corrispondere, come valore, alla somma enorme che gli affascinava gli occhi. Egli si volse a sua moglie:

«— Che dici tu? le domandò a bassa voce.

«— Daglielo, daglielo, diss’ella; s’egli ritorna a Beaucaire senza il diamante, ci denunzierà, e come lo ha detto, chi sa se potremo più ritrovare l’abate Busoni?

«— Ebbene, sia così, disse Caderousse, prendete il diamante per 45 mila fr., ma mia moglie vuole una catena d’oro, ed un paio di buccole d’argento. — Il gioielliere cavò di tasca una scatola lunga e piatta che conteneva molti campioni degli oggetti domandati: — Prendete, diss’egli, io sono andante negli affari; scegliete. — La donna scelse una collana d’oro che poteva costare 5 luigi, ed il marito un paio di buccole del valore di 5 fr. — Spero che non vi lamenterete? disse il gioielliere. — L’abate aveva detto che costava 50 mila fr. mormorò Caderousse. — Andiamo, andiamo, date adunque! che uomo terribile, disse il gioielliere togliendogli di mano il diamante; io vi sborso 45 mila fr., 2,500 fr. di rendita, vale a dire, una fortuna come vorrei averla io, e non siete ancora contento!

«— Ed i 45 mila fr., domandò Caderousse con voce rauca, vediamo, ove sono? — Eccoli, disse il gioielliere. — E contò sulla tavola 15 mila fr. in oro, e 30 mila in biglietti di banca. — Aspettate che accenda una lucerna, disse Carconta, non ci si vede più, e si potrebbe sbagliare. — In fatto durante questa discussione era sopraggiunta la notte, e colla notte l’uragano che minacciava da più di una mezz’ora. Si sentiva in lontano rumoreggiare sordamente il tuono; ma nè il gioielliere, nè Carconta, nè Caderousse sembravano occuparsene, tanto tutti e tre erano ossessi dal demonio del guadagno.

«Io stesso provai una strana fascinazione alla vista di quell’oro, e di quei biglietti. Mi sembrava di fare un sogno; e come succede nei sogni, mi sentiva inchiodato al mio posto. Caderousse contò e ricontò l’oro e i biglietti: quindi li passò alla moglie, che li contò e ricontò anch’essa. In questo mentre il gioielliere faceva specchiare il lume sul diamante, che faceva luccicare dei lampi da far dimenticare quelli ch’erano precursori dell’uragano, e che già cominciavano ad infiammare le finestre. — Ebbene! c’è il vostro conto? domandò il gioielliere. — Sì, disse Caderousse, dammi il portafogli, e trovami un sacchetto, Carconta.

«Carconta aprì un armadio, e ritornò portando un vecchio portafogli di cuoio, dal quale furono tolte alcune lettere sudice, ed in loro vece furono messi i biglietti, ed un sacchetto nel quale erano racchiusi i due o tre scudi da sei lire, che probabilmente formavano tutta la fortuna della miserabile famiglia. — Eh! disse Caderousse, quantunque mi abbiate alleggerito forse di un 10 mila fr., volete cenare con noi? ve l’offro di buon cuore.

«— Grazie, disse il gioielliere; deve essersi fatto tardi, e bisogna che ritorni a Beaucaire, perchè mia moglie starebbe in pena. — E cavò l’orologio. — Per bacco! gridò egli, quanto prima le nove, non sarò a Beaucaire prima della mezza notte. Addio miei piccoli figli; se per caso ritornassero degli abbati Busoni, pensate a me.

«— Fra dieci giorni non sarete più a Beaucaire, disse Caderousse, poichè la fiera finisce nella settimana ventura.

«— No, ma questo non importa, scrivetemi a Parigi, sig. Giovanni, Palazzo Reale, galleria delle pietre, n. 45: farò il viaggio espressamente se ne vale la pena.

«Uno scroscio di fulmine rintronò, accompagnato da un lampo così vivo, che tolse quasi il chiarore della lucerna.

«— Oh! oh! disse Caderousse, e volete partire con questo tempo? — Oh! non ho paura del tuono, disse il gioielliere.

«— E dei ladri? domandò Carconta: la strada non è mai molto sicura in tempo di fiera.

«— Oh! quanto ai ladri, ecco ciò che tengo per loro.

«E cavò di saccoccia un paio di piccole pistole cariche fino alla bocca. — Ecco, diss’egli, dei cani che abbaiano e mordono nello stesso tempo: queste sono pei due primi che avessero brama del vostro diamante, padre Caderousse.

«Caderousse e sua moglie si ricambiarono una cupa occhiata: sembrava che entrambi avessero contemporaneamente qualche terribile pensiero. — Allora, buon viaggio, disse Caderousse. — Grazie, rispose il gioielliere. — E preso il bastone che aveva posato contro un vecchio baule uscì. Nell’atto che aprì la porta entrò un colpo di vento, che per poco non ispense la lucerna.

«— Oh! diss’egli, va a farsi un bel tempo, ed io ho due leghe da camminare con questo tempo!

«— Restate, disse Caderousse, dormirete qui.

«— Sì, restate, disse Carconta con voce mal ferma; avremo per voi tutte le cure.

«— No, bisogna ch’io vada a dormire a Beaucaire. Addio.

«Caderousse andò lentamente fino sul limitare della porta.

«— Non si distingue nè cielo nè terra, disse il gioielliere già fuori di casa. Debbo prendere a destra o a sinistra?

«— A destra, disse Caderousse; non v’è da sbagliare, la strada è fiancheggiata d’alberi da ambe le parti.

«— Va bene, vi sono, disse la voce quasi estinta in lontano.

«— Chiudi dunque la porta, disse Carconta: a me non piacciono le porte aperte quando tuona.

«— E quando v’è del danaro in casa, n’è vero? rispose Caderousse, dando un doppio giro alla serratura. — Egli rientrò, andò all’armadio, ne cavò il sacchetto ed il portafogli, ed entrambi si misero a contare per la terza volta l’oro ed i biglietti.

«Io non ho mai veduto una espressione simile a quella di quei due visi, di cui una debole lampada rischiarava la cupidigia. La donna particolarmente era schifosa: il tremito febbrile che abitualmente l’animava, s’era raddoppiato. Il suo viso di pallido era divenuto livido; gli occhi incavati fiammeggiavano. — Perchè dunque, domandò ella, gli hai offerto di dormire qui? — Ma, rispose Caderousse con un tremito, perchè... perchè non avesse la pena di ritornare a Beaucaire. — Ah! disse la donna con una espressione impossibile a ripetersi, credeva che fosse per un altro fine.

«— Donna, donna! gridò Caderousse, perchè hai simili idee? e perchè, avendole, non le riserbi tutte per te?

«— È lo stesso, disse Carconta dopo un momento di silenzio: tu non sei un uomo. — Come sarebbe a dire? disse Caderousse. — Se fossi stato un uomo, egli non sarebbe uscito di qui. — Donna! — Oppure non arriverebbe a Beaucaire.

«— Donna! — La strada fa un gomito, egli è obbligato di seguire la strada, mentre lungo il canale s’accorcia.

«— Donna! Tu offendi il buon Dio... Tieni, ascolta...

«In fatto s’intese uno spaventoso tuono, nello stesso tempo un lampo rossastro infiammò tutta la sala, mentre il fulmine, decrescendo lentamente, sembrava allontanarsi di mala voglia dalla casa maledetta. — Gesù! disse Carconta segnandosi. — Nello stesso tempo, ed in mezzo a quel silenzio di terrore che ordinariamente succede allo scroscio d’un fulmine, s’intese battere alla porta. Caderousse e sua moglie fremettero, e si guardarono spaventati. — Chi va là? gridò Caderousse alzandosi, e riunendo in un sol monte l’oro ed i biglietti ch’erano sparsi per la tavola, e che coprì con le mani. — Son io, disse una voce. — E chi siete?

«— Eh! per bacco! Giovanni il gioielliere! — Ebbene! che dici ora? riprese Carconta con un terribile sorriso, che io offendeva il cielo? ecco che il cielo pietoso ce lo rimanda!

«Caderousse ricadde pallido ed anelante sulla sedia.

«Carconta, al contrario si alzò, e andò con passo fermo ad aprire la porta. — Entrate dunque, caro sig. Giovanni.