Part 46
— Corsi dal nostro albergatore, i miei presentimenti non mi avevano ingannato; mio fratello era giunto il giorno innanzi a Nimes, ed alla stessa porta di quello a cui andava a chiedere ospitalità era stato assassinato. Feci tutto il possibile al mondo per riconoscerne gli uccisori, ma nessuno osò dirmi i loro nomi, tanto erano temuti. Pensai allora a questa giustizia francese, di cui tanto mi era stato parlato, e che nulla teme, e mi presentai al procuratore del re.
— E questo procuratore del re si chiamava Villefort? chiese negligentemente Monte-Cristo.
— Sì, eccellenza, veniva da Marsiglia ov’era stato sostituto. Il suo zelo gli aveva procurato l’avanzamento. Era stato uno dei primi, si diceva, che aveva annunziato al governo lo sbarco all’isola d’Elba.
— Dunque, riprese Monte-Cristo, vi presentaste a lui.
— Signore, gli dissi, mio fratello è stato assassinato ieri nelle strade di Nimes, non so da chi, ma è nella vostra missione di saperlo. Voi siete qui il capo della giustizia, e spetta alla giustizia il vendicare quelli ch’essa non ha saputo difendere.
«— E che cosa era vostro fratello? domandò il procuratore del re. — Sottotenente nel battaglione Corso.
«— Un soldato dell’usurpatore, allora... — Un soldato dell’esercito francese. — Ebbene! replicò egli, si è servito della spada, ed è morto di spada. — Voi v’ingannate, signore, egli perì sotto il pugnale. — E che volete che gli faccia? rispose il magistrato. — Ma ve l’ho di già detto; voglio che lo vendichiate. — E di chi? — Dei suoi assassini.
«— E che, li conosco io? — Fateli cercare.
«— Per farne che? Vostro fratello avrà avuta qualche contesa, e si sarà battuto in duello. Tutti questi vecchi soldati cadono in eccessi, che loro riuscivano bene sotto l’impero, ma che ora lor riescono male; adesso le nostre genti del mezzo giorno non amano nè i soldati, nè gli eccessi.
«— Signore, non è per me che vi prego. Io piangerei, o mi vendicherei, ecco tutto; ma il mio povero fratello aveva una moglie. Se accadesse anche a me qualche disgrazia, questa povera donna morirebbe di fame, perchè il solo lavoro di mio fratello la faceva vivere. Ottenete per lei una piccola pensione dal governo.
«— Ciascuna rivoluzione ha la sua catastrofe; vostro fratello è rimasto vittima di questa, è una disgrazia, ma il governo nulla deve perciò alla vostra famiglia. Se dovessimo giudicare tutte le vendette che i partigiani dell’usurpatore si sono prese su quelli del re, quando aveano il potere, vostro fratello oggi forse sarebbe condannato a morte. Ciò che accade è naturale, perchè è la legge di rappresaglia.
«— E che! signore, gridai io, è mai possibile che voi parliate così, voi, magistrato!...
«— Tutti questi Corsi sono pazzi, sulla mia parola, rispose de Villefort; credono ancora che il loro compatriotta sia imperatore. Voi sbagliate nell’epoca; dovevate venirmi a dir questo due mesi sono. Oggi è troppo tardi; andatevene dunque, e se non volete andare, vi farò ricondurre.
«Io lo guardai un momento per vedere, se con una nuova preghiera, vi fosse stato qualche cosa da sperare. Quest’uomo era di pietra. Io mi avvicinai a lui: — Ebbene, gli dissi a mezza voce, poichè voi conoscete tanto bene i Corsi dovete sapere in qual modo essi mantengono la loro parola. Voi trovate che hanno fatto bene ad uccidere mio fratello, che era bonapartista, perchè voi siete regio; ebbene! io che sono egualmente bonapartista, vi dichiaro una cosa; ed è, che vi ammazzerò. Da questo momento vi dichiaro la vendetta; per cui cautelatevi bene, e guardatevi come meglio potete; poichè la prima volta che ci ritroveremo faccia a faccia, sarà segno che è giunta l’ultima vostra ora.
«Dopo ciò, prima ancora che si fosse rimesso dalla sorpresa, aprii la porta e fuggii.»
— Ah! ah! disse Monte-Cristo, colla vostra onesta figura, fate di queste cose, Bertuccio, ed anche ad un procuratore del re? Va bene! Ma sapeva egli almeno ciò che voleva dire la parola vendetta?
— Egli lo sapeva tanto bene, che da quel giorno non uscì più solo, e si turò in casa, facendomi cercare da per tutto. Fortunatamente io era tanto ben nascosto, che non mi potè trovare. Allora fu preso dalla paura; tremò di restare più lungamente a Nimes; sollecitò una permuta di residenza, e siccome era realmente persona d’influenza, si fece nominare a Versailles; ma, voi lo sapete, non vi sono distanze per un Corso che ha giurato di vendicarsi del suo nemico, e la sua carrozza, per quanto fosse bene condotta, non ha mai avuto più di una mezza giornata di vantaggio su me, sebbene lo seguissi a piedi. L’importante non era d’ucciderlo, cento volte ne avrei trovata l’occasione; ma di ucciderlo senza essere scoperto, e particolarmente senza essere arrestato. Oramai non era più indipendente, avevo da proteggere e da nutrire mia cognata. Per tre mesi lo appostai, e per tre mesi egli non fece un passo, un movimento, una passeggiata senza che il mio sguardo non lo seguisse ovunque andava. Finalmente scopersi ch’egli veniva misteriosamente ad Auteuil, lo seguii, e lo vidi entrare in questa casa ove siamo; soltanto, invece d’entrare, come tutti dalla porta grande della strada, egli veniva o a cavallo, o in carrozza, e lasciando il cavallo o la carrozza all’albergo, entrava per quella piccola porta che vedete là.
Monte-Cristo fece colla testa un segno che provava, che ad onta dell’oscurità, distingueva infatto l’entrata indicata da Bertuccio.
«Io non ero più necessario a Versailles, e mi stabilii ad Auteuil, e presi le mie misure. Se voleva prenderlo era evidentemente qui che doveva tendere il laccio. La casa apparteneva, come il portinaro lo ha detto a V. E., al sig. marchese di Saint-Méran, suocero del sig. de Villefort. Il sig. de Saint-Méran abitava Marsiglia, e per conseguenza questa casa gli era inutile, così si diceva ch’era stata appigionata ad una giovane vedova, che non si conosceva sotto altro nome se non con quello di baronessa. Di fatto una sera che guardavo al di sopra del muro, vidi una donna giovane, e bella che girava sola per questo giardino, su cui non domina alcuna finestra straniera, ella guardava spesso dalla parte della piccola porta, e compresi che quella sera aspettava il sig. de Villefort. Allorchè fu abbastanza vicina a me, perchè non ostante l’oscurità, potessi distinguerne i lineamenti, vidi una bella giovane di 18 a 19 anni, grande e bionda. Siccome ell’era con una semplice giubba, e niente poteva impedirmi dal vederne la corporatura, m’accorsi ch’era incinta, e che la gravidanza era ancor molto inoltrata.
«Pochi momenti dopo fu aperta la piccola porta; entrò un uomo, la giovane corse più che potè incontro a lui.
«Questi era de Villefort. Giudicai che uscendo, particolarmente se di notte, doveva traversare da solo il giardino in tutta la sua lunghezza.
— Avete poi mai saputo il nome di questa donna? domandò il conte. — No, eccellenza, rispose Bertuccio, voi vedrete che non ebbi il tempo d’informarmene — Continuate.
«Forse quella stessa sera avrei potuto uccidere il procuratore del re, riprese Bertuccio; ma non conosceva ancora abbastanza il giardino in tutti i suoi particolari. Temeva di non poterlo lasciare freddo morto, e di non poter fuggire se qualcuno accorresse alle sue grida. Rimisi la bisogna pel futuro convegno; e perchè nulla avesse a sfuggirmi, presi in fitto una piccola camera che guardava lungo il muro del giardino. Tre giorni dopo, alle sette di sera, vidi un domestico uscir dalla casa a cavallo, e prendere al galoppo la strada che mette a Sèvres; supposi che sarebbe andato a Versailles, e non m’ingannai. Tre ore dopo ritornò l’uomo coperto di polvere; il viaggio era compito. Dieci minuti dopo un altr’uomo a piedi, avvolto in un mantello, apriva la piccola porta del giardino, e la richiudeva dietro a sè.
«Discesi rapidamente. Quantunque non avessi veduto il viso di Villefort, lo riconobbi al battito del mio cuore; traversai la strada, raggiunsi un pilastrino posto all’angolo del muro, coll’aiuto del quale aveva guardato entro al giardino la prima volta. Questa volta però non mi contentai di guardare, cavai di saccoccia il coltello, mi assicurai che la punta fosse bene aguzza, e saltai al di sopra del muro.
«La mia prima cura fu di correre alla porta; egli aveva lasciata la chiave dentro la serratura dalla parte interna, avendo soltanto preso la cautela di darvi un doppio giro.
«Niente adunque poteva opporsi alla mia fuga da quel lato; il giardino era di forma bislunga; nel mezzo la terra era coperta da una folta e molle erbetta ad uso dei giardini inglesi, agli angoli di questo prato erano gruppi di alberi, con folti rami, in allora frammischiati dai fiori d’autunno. Per recarsi dalla piccola porta alla casa, tanto entrando, quanto uscendo, Villefort era obbligato di passare davanti a questi gruppi d’alberi. Era la fine di settembre: il vento soffiava con forza; una luna pallida e languente velata ad ogni momento da grossi nuvoli che scorrevano pel cielo, rischiarava la sabbia dei viali che conducevano alla casa, ma non poteva fendere l’oscurità di questi gruppi fronzuti, fra i quali un uomo poteva tenersi nascosto senza timore di essere scoperto. Io mi nascosi in quello, presso al quale doveva passare Villefort; non appena vi era che, in mezzo ai soffi del vento che curvava i rami degli alberi al di sopra della mia fronte, mi parve distinguere dei gemiti. Ma voi sapete, o per meglio dire, non sapete, sig. conte, che quegli che aspetta il momento di commettere un assassinio, crede sempre sentire passare delle strida sorde nell’aria. Trascorsero due ore, nelle quali, a più riprese, credei sentire ripetersi i medesimi gemiti. Suonò mezza notte.
«L’ultimo tocco vibrava ancora cupo e sonoro, quando scopersi una debole luce illuminare le finestre della scala segreta per la quale noi poco fa siamo discesi.
«La porta s’aprì, e comparve l’uomo dal mantello.
«Quest’era il momento terribile, da molto tempo io mi vi era preparato; cavai il coltello, l’apersi, e mi tenni pronto.
«L’uomo dal mantello veniva direttamente a me; e a seconda che si avanzava nello spazio scoperto, mi pareva scorgere che tenesse in mano un’arme: ebbi timore, non di una lotta, ma di non riuscire. Quando fu a pochi passi da me, riconobbi che ciò che io aveva preso per un’arma, non era altro che una vanga. Non aveva ancora potuto immaginarmi a quale scopo il sig. de Villefort teneva una vanga in mano, quando egli si fermò sull’orlo del gruppo d’alberi, gettò uno sguardo intorno a sè, e si mise a scavare una fossa nella terra: allora m’accorsi ch’egli teneva qualche cosa sotto il mantello, che depose sull’erba per essere più libero nei suoi movimenti: un po’ di curiosità, lo confesso, si frammischiò al mio odio; volli vedere ciò che era venuto a fare là Villefort: rimasi immobile, senza tirare il fiato, ed aspettai.
«Quindi mi venne un’idea, che vidi confermarsi, quando il procuratore del re cavò dal mantello una cassetta lunga due piedi, e larga da sei ad otto pollici. Lasciai deporre la cassetta nella fossa, che poi riempì di terra, poi su questa terra smossa pestò i piedi per fare sparire l’opera notturna. Allora mi slanciai su lui, e gli conficcai il coltello nel petto dicendogli: «— Io sono Giovanni Bertuccio! la tua morte per mio fratello, il tuo tesoro per la vedova di lui: vedi bene che la mia vendetta è più completa di quel ch’io sperava. — Non so s’egli intese queste parole, ma credo di no; poichè cadde senza mandare un gemito; sentii l’onda del suo sangue scorrermi ardente sulle mani e sul viso; ma io era ebbro, era in delirio; questo sangue mi rinfrescava invece di bruciarmi. In un secondo dissotterrai la cassetta colla vanga, poi, perchè nessuno si accorgesse che l’avevo portata via, riempii io pure la fossa, gettai la vanga al di là del muro, e mi slanciai fuori della porta che chiusi a doppio giro per di fuori, portando meco la chiave.
— Va bene, disse Monte-Cristo, quest’era, a quanto vedo, un piccolo assassinio complicato con furto.
— No, eccellenza, rispose Bertuccio; era una vendetta accompagnata da una restituzione.
— E la somma almeno era forte? — Non era danaro.
— Ah! sì mi ricordo, disse Monte-Cristo: non avete voi parlato di un fanciullo?
— Precisamente, eccellenza. Io corsi fino al fiume, m’assisi sulla sponda, e sollecitato di vedere ciò che contenesse la cassetta, ne feci saltar via la serratura col coltello.
«In un panno di tela-battista era avvolto un fanciullo nato allora; il viso era livido, le mani violette annunziavano che egli era rimasto vittima di un’asfissia causata dal funicolo che aveva naturalmente avvolto intorno al collo. Siccome però non era ancora freddo, esitai a gettarlo nell’acqua che scorreva a’ miei piedi; infatto dopo un momento mi parve sentire un leggiero battito nella regione del cuore; gli liberai il collo dal cordone che lo attorniava, e siccome era stato infermiere all’ospedale di Bastia, feci tutto ciò che avrebbe potuto fare un medico in simile occasione, cioè, gli soffiai coraggiosamente dell’aria nei polmoni, dopo un quarto d’ora di sforzi inauditi, lo vidi respirare, e intesi un grido sfuggirgli dal petto. Io pure gettai un grido, ma un grido di gioia. Dio dunque non mi maledice, dissi a me stesso, poichè permette che io ridoni la vita ad una creatura umana in cambio della vita che ho tolto ad un altra.
— E che faceste di questo fanciullo? domandò Monte-Cristo; egli era un bagaglio molto impacciante per uno che doveva fuggire.
— Per questo non ebbi per un momento l’idea di ritenerlo. Ma sapeva che a Parigi vi è un ospizio, ove sono ricevute queste povere creature. Passando per la barriera, dichiarai aver trovato questo fanciullo sulla strada, e presi le mie informazioni. La cassetta faceva testimonianza: la biancheria di battista indicava che il fanciullo apparteneva a persone ricche; il sangue di cui io era asperso poteva appartenere tanto al fanciullo quanto a qualunque altro individuo. Non mi venne fatta alcuna obbiezione, mi fu indicato l’ospizio che era situato all’estremità della strada Enfer, e dopo di aver presa la cautela di tagliare il pannolino in due parti, di maniera che una delle lettere che lo marcava continuasse ad avvolgere il fanciullo, mi riserbai l’altra, deposi il fardello nella ruota, e fuggii a gambe. Quindici giorni dopo io era di ritorno a Rogliano, e diceva ad Assunta:
— Consolati, sorella mia; Israele è morto, ma l’ho vendicato.
«Allora ella mi chiese la spiegazione di queste parole, e io le raccontai tutto l’accaduto: — Giovanni, mi disse Assunta, tu avresti dovuto portarmi quel fanciullo; noi gli avremmo fatte le veci dei genitori che ha perduti, lo avremmo chiamato Benedetto; e mercè questa buona azione Dio ci avrebbe benedetti effettivamente. — Per risposta le consegnai la metà del pannolino che aveva conservata, per poter far reclamare il fanciullo un giorno che fossimo divenuti più ricchi.
— E con quali lettere era marcato questo pannolino? domandò Monte-Cristo.
— Con un L. ed un N. sormontate dalla corona baronale.
— Credo, Dio mel perdoni, che voi facciate uso di termini araldici, Bertuccio! e dove avete fatti questi studi?
— Al vostro servizio, sig. conte, dove s’impara ogni cosa.
— Continuate, son curioso di sapere altre due cose.
— E quali, signore? — Ciò che avvenne di questo ragazzo; non mi diceste che era un fanciullo?
— No, signore, non mi ricordo di avervi detto ciò.
— Ah! credeva averlo inteso, mi sarò sbagliato.
— No, non vi siete sbagliato, perchè effettivamente era un fanciullo; ma V. E. desiderava sapere due cose, qual è la seconda?
— La seconda era il delitto di cui foste accusato quando chiedeste un confessore, e che l’abate Busoni venne a vostra richiesta a ritrovarvi nelle prigioni di Nimes.
— Questa storia forse sarà troppo lunga, eccellenza.
— Che importa? sono appena le dieci, sapete che non dormo, e suppongo che dal vostro lato non avrete gran volontà di dormire. — Bertuccio s’inchinò, e riprese la narrazione.
— Io, parte per iscacciare le tristi rimembranze che mi assediavano, parte per sovvenire ai bisogni della povera vedova, mi rimisi con ordine al mestiere di contrabbandiere, divenuto più facile per l’affievolimento delle leggi che succede sempre alle rivoluzioni. Le coste del Mezzodì particolarmente erano mal custodite, a cagione delle continue sommosse che succedevano, ora in Avignone, ora a Nimes, ora ad Uzès. Noi approfittammo di questa specie di tregua che ci veniva accordata dal governo per annodare delle relazioni su tutto il littorale. Dopo l’assassinio di mio fratello nelle strade di Nimes, non aveva voluto più entrare in quella città; l’albergatore, col quale noi facevamo affari, vedendo che non volevamo più andar a lui, era venuto da noi, ed aveva fissata una soccorsale al suo albergo, sulla strada di Bellegarde a Beaucaire all’insegna del _Ponte di Gard_. In tal modo avevamo, sia dalla parte d’Aigues-mortes, sia a Martigues, sia a Bouc, una dozzina di luoghi, ove depositavamo le nostre mercanzie, ed ove, al bisogno, trovavamo un rifugio per metterci in salvo dai doganieri e dai gendarmi. È un mestiere che frutta molto quello del contrabbandiere, quando uno ci si applica con una certa intelligenza secondata da buona dose di vigoria; quanto a me, viveva nelle montagne, avendo conservato un doppio motivo di temere i gendarmi e i doganieri, atteso che, qualunque comparsa davanti ad un giudice, poteva indurre un processo, vale a dire una escursione nel passato, nel quale poteva scoprirsi qualche cosa di più importante che non sono sigari di contrabbando, o barili d’acqua-vite che circolano senza il lasciapassare. Così, preferendo mille volte la morte ad un arresto, conduceva a buon fine operazioni maravigliose, e che, più di una volta, mi convinsero, che la troppa cura che ci prendiamo del nostro corpo, è quasi sempre il solo ostacolo alla buona riuscita di quei disegni, che han bisogno di una risoluzione, e di una esecuzione vigorosa e determinata. In fatto una volta che siasi fatto il sacrificio della propria vita, non si è più simili agli altri uomini, e chiunque ha presa questa risoluzione, ha sentito centuplicarsi le forze, ed allargarsi l’orizzonte.
— Anche la filosofia! Bertuccio, voi dunque avete un poco di tutto nella vostra vita?
— Oh! perdono, eccellenza!
— No, no, è solo perchè la filosofia alle 10 e mezzo di sera è un poco troppo tardi. Fuori di questa non ho altra osservazione da fare, atteso che la trovo esatta, ciò che non si può dire di tutte le filosofie.
— Le mie corse divennero dunque sempre più estese, sempre più fruttuose. Assunta era l’economa; e la nostra fortuna andava ingigantendosi. Un giorno che io partiva per una corsa: — Va, diss’ella, al tuo ritorno io ti preparo una sorpresa. — Io l’interrogai, ma inutilmente: ella non volle dirmi di più; ed io partii. La corsa durò quasi sei settimane, noi eravamo stati a Lucca a caricare dell’olio, ed a Livorno a prendere cotoni inglesi; il nostro sbarco si effettuò senza contrari eventi, tirammo i nostri guadagni, e ritornammo allegri e contenti. — Rientrando in casa, la prima cosa che vidi nel luogo più esposto della camera d’Assunta, in una cuna sontuosa, relativamente al resto dell’appartamento, fu un fanciullo di sette in otto mesi; misi un grido di gioia. Il solo momento di tristezza che provai dopo l’uccisione del procuratore del re, fu quello in cui abbandonai quel fanciullo. Non è mestieri di dire che non ebbi mai rimorsi per l’assassinio in sè stesso. La povera Assunta aveva indovinato tutto: approfittando della mia assenza, munita della metà del pannolino, ed avendo scritto, per non dimenticarlo, il giorno e l’ora precisa in cui il fanciullo era stato deposto all’ospizio, era andata a Parigi a reclamarlo. Non le venne fatta alcuna obbiezione, e le fu reso il fanciullo. Ah! vi confesso sig. conte, che vedendo questa creatura dormire nella cuna, il petto mi si gonfiò, e mi scorsero le lagrime: — In verità, Assunta, gridai tu sei una buona donna, ed il Signore ti benedirà.
— Mostrava che tu avevi fede, disse Monte-Cristo.
— Ahimè! eccellenza, riprese Bertuccio, Iddio però fece strumento della mia punizione questo stesso fanciullo. Giammai si dichiarò più prematuramente una natura più perversa; e ciò non pertanto non si può dire che venisse male allevato, poichè mia sorella lo trattava come il figlio di un principe; era un ragazzo di bellissimo aspetto, con occhi cilestri di quella tinta delle terraglie chinesi tanto bene in armonia col bianco latteo del fondo: solamente i capelli di un biondo troppo vivo, davano al suo viso una strana indole, che raddoppiava la vivacità dello sguardo, e la malizia del sorriso. Disgraziatamente vi ha un proverbio che dice: essere i rossi o buoni del tutto o del tutto cattivi: il proverbio non mentiva sul conto di Benedetto, che fin dalla sua prima infanzia si manifestò del tutto cattivo. È vero altresì che la dolcezza di sua madre incorò le sue prime inclinazioni; mia sorella andava continuamente al mercato della città, situato a 5 leghe di distanza, per comprare i primi frutti ed i dolci più delicati per questo fanciullo, il quale preferiva agli aranci di Palma, ed alle conserve di Genova, le castagne rubate al vicino traversando le siepi, o le mele secche del granaio di lui, mentre che aveva a sua disposizione le castagne e le mele del nostro orticello.