Il Conte di Monte-Cristo

Part 45

Chapter 453,730 wordsPublic domain

— Eccolo qui. — Perfettamente. E dove è situata questa casa che compro? domandò negligentemente Monte-Cristo per metà al notaro e per metà a Bertuccio.

L’intendente fece un gesto che indicava, non lo so.

Il notaro guardò il conte con istupore: — Come? diss’egli, il sig. conte non sa ove sia posta la casa che compra?

— No, in fede mia, disse il conte. — Il sig. conte non la conosce?

— E come diavolo la posso conoscere? Giungo da Cadice questa mattina, non sono mai stato a Parigi, ed è la prima volta che metto il piede in Francia.

— Allora è tutt’altro, rispose il notaro; la casa che compra il sig. conte è situata ad Auteuil. — A queste parole Bertuccio impallidì visibilmente. — E dove è Auteuil? chiese Monte-Cristo. — A pochi passi di qui, signor conte, disse il notaro, poco dopo Passy, in una bellissima posizione, nel centro del bosco di Boulogne.

— Tanto vicino! disse Monte-Cristo; ma questa non è una campagna. Come diavolo siete andato a scegliermi una casa alle porte di Parigi, Bertuccio?

— Io! gridò l’intendente con una strana sollecitudine, no certamente; non sono stato io l’incaricato del sig. conte per pigliare una casa: prego il sig. conte a risovvenirsene bene, e ad interrogare i suoi ricordi.

— Ah! è giusto, disse Monte-Cristo; ora mi ricordo, ho letto quest’annunzio in un giornale, e mi sono lasciato sedurre dal titolo menzognero di _Casa di campagna_.

— Siete ancora in tempo, disse con vivacità Bertuccio, e se V. E. vuole incaricarmi di cercare un altro luogo, io gli troverò ciò che vi ha di meglio, sia ad Enghien, sia a Fontenay-aux-Roses, sia a Bellevue

— No, in fede mia, disse con trascuranza Monte-Cristo; poichè ho questa, la conserverò.

— Il signore ha ragione, disse prestamente il notaro che temeva di perdere le sue propine, questa è una graziosa proprietà: acque vive, boschi folti, abitazione aggradevole, quantunque abbandonata da lungo tempo, senza calcolare la mobilia, che, sebbene vecchia, ha del valore, particolarmente in oggi che si cercano le anticaglie. Perdono, ma credo bene che il sig. conte avrà il gusto della sua epoca.

— Dunque è conveniente? soggiunse Monte-Cristo.

— Ah signore, è ancora meglio, è magnifica.

— Presto! non ci lasciamo sfuggire l’occasione, disse Monte-Cristo. Il contratto sig. notaro? — Ed egli sottoscrisse sollecitamente dopo di aver data un’occhiata nella parte dell’atto ove stavano segnati i nomi dei proprietari, e la situazione della villa.

— Bertuccio, diss’egli, date 55 mila fr. al signore.

L’intendente uscì con passo mal fermo, e ritornò con un pacchetto di biglietti di banca che il notaro contò nel modo che fanno gli uomini che hanno l’abitudine di non ricevere il danaro che dopo la tara legale.

— Ed ora, domandò il conte, sono adempite tutte le formalità? — Tutte, signor conte.

— Avete le chiavi?

— Sono nelle mani del portinaro che custodisce la casa; ma ecco l’ordine che gli ho dato d’installare il signore nella sua nuova proprietà.

— Va benissimo. — E Monte-Cristo fece al notaro un segno colla testa, che voleva dire: — Signore, non ho più bisogno di voi, andatevene.

— Ma, disse l’onesto notaro, mi sembra che il sig. conte abbia sbagliato; non sono che 50 mila fr. tutto compreso.

— E i vostri onorari?

— Vengono pagati colla stessa somma, sig. conte.

— Ma disse, non siete venuto qui da Auteuil?

— Sì, senza dubbio.

— Ebbene! bisogna compensare il vostro incomodo, disse il conte. E lo congedò con un gesto.

Il notaro uscì andando all’indietro, e salutando fino a terra; era la prima volta, dal giorno in cui aveva presa la sua iscrizione, che trovava un simile cliente.

— Accompagnate il signore, disse il conte a Bertuccio.

E l’intendente uscì dietro il notaro. Appena il conte fu solo, cavò di tasca un portafogli con serratura, lo aprì con una chiavetta che portava al collo, e che non lasciava mai.

Dopo aver cercato un momento si fermò sopra un foglietto su cui erano segnate alcune annotazioni, le confrontò coll’atto di vendita deposto sulla tavola, e raccogliendo la memoria: — Auteuil, strada della Fontana n. 28; è questa, diss’egli: ora mi debbo attenere ad una confessione ottenuta per mezzo dell’idea religiosa, o strappata dal terrore fisico? Del rimanente fra un’ora saprò tutto. Bertuccio! gridò egli battendo un colpo con una specie di piccolo martello a manico elastico sopra di un campanello, che rese un suono acuto e prolungato simile a quello del _tam-tam_. L’intendente comparve sulla soglia.

— Bertuccio, non mi avete voi detto altra volta aver viaggiato in Francia?

— In alcune parti della Francia, sì, eccellenza.

— Conoscerete senza dubbio i dintorni di Parigi?

— No, eccellenza, no, rispose l’intendente con una specie di tremito nervoso, che Monte-Cristo, grande conoscitore in fatto di emozioni, attribuì con ragione ad una viva inquietudine.

— Mi rincresce che non abbiate visitati i dintorni di Parigi, perchè voglio questa stessa sera vedere la mia nuova proprietà, e venendo con me, mi avreste dato senza dubbio utili informazioni.

— Ad Auteuil? gridò Bertuccio, il cui colorito colore di rame divenne quasi livido. Io andare ad Auteuil!

— Ebbene, che vi ha di meraviglioso, che venghiate ad Auteuil, ve lo domando? Quando io dimorerò ad Auteuil, bisognerà bene che vi venghiate, poichè fate parte della famiglia.

Bertuccio abbassò la testa davanti allo sguardo imperioso del padrone, restò immobile, e senza rispondere.

— Ebbene! che vi accade? Voi mi obbligherete dunque di suonare una seconda volta per la carrozza? disse Monte-Cristo col tuono con cui Luigi XIV pronunciò il suo famoso: «poco ha mancato che io non aspettassi!»

Bertuccio non fece che uno sbalzo dal piccolo salotto all’anticamera, e gridò con voce rauca: — I cavalli di S. E.

Monte-Cristo scrisse due o tre lettere, e mentre sigillava l’ultima, l’intendente ricomparve.

— La carrozza di S. E. è alla porta, diss’egli.

— Ebbene prendete i vostri guanti ed il cappello.

— È dunque vero che vengo con S. E., gridò Bertuccio.

— Senza dubbio, bisogna bene che diate i vostri ordini, mentre conto d’abitare quella casa. — Sarebbe stato senza esempio che si fosse fatta una replica a ciò che ingiungeva il conte; per cui l’intendente, senza fare alcuna obbiezione, seguì il padrone che montò in carrozza, e gli fece segno di fare altrettanto. L’intendente si assise rispettosamente nel sedile davanti.

XLII. — LA CASA D’AUTEUIL.

Monte-Cristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che Bertuccio si era segnato al modo dei Corsi, vale a dire, fendendo l’aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza aveva mormorata una breve preghiera. Tutt’altri che un uomo curioso avrebbe avuto pietà della repugnanza che il degno intendente aveva manifestata per questa passeggiata fuori delle mura, ideata dal conte. Ma a ciò che sembrava, questi era troppo curioso per dispensare Bertuccio da quel piccolo viaggio. In 20 minuti furono ad Auteuil. L’emozione dell’intendente era stata sempre crescente. Nell’entrare nel villaggio, Bertuccio raggruppato in un angolo della carrozza, cominciò a guardare con un’emozione febbrile tutte le case avanti alle quali passavano.

— Farete fermare strada della Fontana, n. 28, disse il conte fissando senza pietà lo sguardo sull’intendente al quale dava quest’ordine. Il sudore salì al viso di Bertuccio, che non per tanto obbedì, e sporgendo fuori della carrozza gridò al cocchiere. — Strada della Fontana N. 28.

Questo N. 28 era situato all’estremità opposta del villaggio. Durante il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube nera carica di elettricità dava a quelle tenebre premature l’apparenza e la solennità di un episodio drammatico, la carrozza si fermò, lo staffiere si precipitò allo sportello che aprì. — Ebbene! disse il conte, non discendete, Bertuccio? allora rimarrete in carrozza? Ma a che diavolo pensate questa sera? — Bertuccio si precipitò dalla portiera e presentò la spalla al conte, che questa volta vi si appoggiò, e discese ad uno ad uno i tre gradini del montatore. — Picchiate, disse il conte, ed annunciatemi.

Bertuccio bussò, la porta si aprì e comparve il portinaro.

— Chi è? domandò egli.

— È il nuovo padrone, brav’uomo, disse lo staffiere.

E stese al portinaro il biglietto di riconoscimento dato dal notaro. — La casa è dunque venduta? domandò il portinaro, ed è questo signore che viene ad abitarla?

— Sì, amico mio, disse il conte; farò in modo che non abbiate a desiderar l’antico padrone.

— Ah! signore, non ho molto a desiderarlo, perchè lo vedevamo tanto raramente; sono più di 5 anni che non è venuto, ed in fede mia, ha fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava niente.

— Come si chiamava il vostro antico padrone?

— Il marchese di Saint-Méran. Ah! non ha certamente venduto la casa per quel che gli costava, ne sono ben sicuro.

— Il marchese di Saint-Méran! riprese Monte-Cristo, mi sembra che questo nome non mi sia ignoto, disse il conte; il marchese di Saint-Méran... — E parve cercare nella sua memoria.

— Un vecchio gentiluomo, continuò il portinaro, era servitore fedele dei Borboni; aveva una figlia unica che maritò al sig. de Villefort, stato procuratore del re a Nimes, e poi a Versailles. — Monte-Cristo vibrò uno sguardo che incontrò Bertuccio, che aveva il viso più livido del muro contro il quale si appoggiava per non cadere.

— E questa figlia non morì? domandò Monte-Cristo; mi sembra di averlo inteso dire.

— Sì signore, è già vent’un anno; e d’allora non abbiamo più veduto che tre volte il povero marchese.

— Grazie, grazie, disse Monte-Cristo, giudicando dalla prostrazione dell’intendente non potere più lungamente toccare questa corda, senza correre rischio di romperla; grazie! datemi un lume, brav’uomo.

— Vi accompagnerò io, signore?

— No, è inutile, Bertuccio mi farà lume.

E Monte-Cristo accompagnò queste parole col dono di due monete d’oro, che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. — Ah! signore: disse il portinaro, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra del caminetto e sui mobili vicini, la disgrazia è che qui non ho candelieri.

— Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli appartamenti. — L’intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile lo scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli costava l’obbedire.

Fu percorso un pian terreno molto vasto; un primo piano composto di un salone, di una sala da bagno, e due camere da dormire, e giunsero ad una scala a chiocciola che metteva in giardino. — Osservate! ecco una scala secreta, disse il conte; questa è molto comoda. Fatemi lume, Bertuccio, andate avanti, e vediamo dove essa ci condurrà.

— Signore, disse Bertuccio, mette al giardino.

— E come lo sapete? — Cioè, voleva dire, che deve mettervi. — Ebbene, assicuriamocene. — Bertuccio mandò un sospiro, e andò avanti. La scala metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna l’intendente si fermò.

— Andiamo dunque, Bertuccio, disse il conte. — Ma quegli, al quale erano dirette queste parole, si trovava assordito, stupidito, annientato. Gli occhi stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un passato terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare delle spaventose rimembranze.

— Ebbene! insistè il conte.

— No, no; gridò Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del muro interno; no signore, non andrò più avanti, è impossibile! — Sarebbe a dire? articolò la voce irresistibile di Monte-Cristo.

— Ma vedete bene, signore, che questo non è naturale, gridò l’intendente, che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, questa casa sia precisamente il N. 28 della strada Fontana. Ah! perchè mai non vi ho tutto detto laggiù, signore! Voi certamente non mi avreste ordinato di seguirvi. Io sperava che la casa del sig. conte fosse tutt’altra che questa. Come se non vi fosse altra casa in Auteuil che quella dell’assassinio!

— Oh! oh! disse Monte-Cristo, fermandosi; che villana parola avete voi pronunciata? Diavolo d’uomo! Corso arrabbiato! sempre dei misteri, o delle superstizioni! Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il giardino, con me, spero che non avrete paura. — Bertuccio raccolse il fanale, ed obbedì. La porta aprendosi, lasciò vedere un cielo cupo, nel quale la luna si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che la coprivano coi loro vapori oscuri, che illuminava per un momento, e che in seguito si perdeva più cupa ancora, nel profondo dell’infinito. — L’intendente voleva piegare sulla sinistra. — No, signore, e perchè andare sotto i viali? disse Monte-Cristo, ecco qui un bel praticello, andiamo diritto. — Bertuccio asciugò il sudore che gl’irrigava la fronte, ma obbedì; ciò non ostante continuava a tenere sulla sinistra. Monte-Cristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo d’alberi si fermò.

L’intendente non potè contenersi.

— Allontanatevi! signore, allontanatevi, gridò, voi siete precisamente sul luogo! — E qual luogo?

— Sul luogo ov’egli cadde.

— Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve lo esorto, non siamo qui nè a Sartena, nè a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto non bisogna calunniare.

— Signore, non rimanete là, ve ne supplico!

— Io credo che diventate pazzo, padron Bertuccio, disse freddamente il conte; se così è, avvisatemene che vi farò rinchiudere in qualche casa di salute, prima che succeda una disgrazia.

— Ahimè! eccellenza, disse Bertuccio scuotendo la testa, e piegando le mani con un’attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se pensieri di superiore importanza non lo avessero preoccupato in quel momento, e reso molto attento alle più piccole espansioni di quella coscienza timorosa. — Ahimè! la disgrazia è accaduta.

— Bertuccio, disse il conte, sono al caso di dirvi, che mentre gesticolate, voi contorcete le braccia, e stralunate gli occhi come un ossesso, dal corpo del quale il diavolo non voglia uscire; ora ho sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un segreto. Io vi sapeva Corso, vi conoscevo taciturno ruminando sempre qualche vecchia storia di vendetta, e vi perdonava questo in Italia, sebbene anche in Italia questa specie di cose non siano inezie; ma in Francia si tiene sempre l’assassinio di assai cattivo genere; vi sono gendarmi che se ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano. — Bertuccio congiunse le mani, e, siccome nell’eseguire queste diverse evoluzioni non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli il volto sconvolto. Monte-Cristo per un momento lo esaminò come a Roma aveva osservato il supplizio di Andrea; indi con un tuono di voce che fece scorrere un brivido pel corpo del povero intendente: — L’abate Busoni mi ha dunque ingannato, diss’egli, quando, dopo il suo viaggio in Francia nel 1829, v’inviò a me, munito di una lettera di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità. Ebbene! scriverò all’abate; lo renderò garante del suo protetto, ed allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio. Vi prevengo soltanto, Bertuccio, che quando io vivo in un paese, ho l’abitudine d’uniformarmi alle sue leggi, e che non ho punto volontà d’intrigarmi per voi colla giustizia di Francia.

— Non fate questo, eccellenza; vi ho servito fedelmente, n’è vero? gridò Bertuccio alla disperazione; sono stato un galantuomo, e per quanto ho potuto, ho fatto ancora delle buone azioni.

— Non dico di no, rispose il conte, ma per che diavolo adunque siete ora agitato in tal guisa? Questo è un cattivo segno; una coscienza pura non porta tanta pallidezza sulle guance, tanta febbre nelle mani di un uomo...

— Ma, sig. conte, interruppe con esitanza Bertuccio, non mi avete detto voi stesso, che l’abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva prevenuto, inviandomi a voi, avere io un forte rimprovero a farmi?

— Sì, ma siccome egli v’indirizzava a me dicendomi che avrei ritrovato in voi un eccellente intendente, io credetti che voi aveste rubato, ecco tutto!

— Oh! sig. conte! fece Bertuccio con dolore.

— Ovvero che, essendo voi Corso, non avevate potuto resistere al desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro paese per antifrasi, quando al contrario ne disfate una.

— Ebbene, sì, mio signore, sì, mio buon signore, è questo, gridò Bertuccio gettandosi alle ginocchia del conte; sì, fu una vendetta, lo giuro, una semplice vendetta.

— Capisco, ma ciò che non capisco si è, come questa casa vi galvanizzi in tal modo.

— Eppure, la cosa è ben naturale, poichè in questa casa si compì la vendetta.

— Che! in casa mia? — Oh! signore, essa non era ancora vostra, rispose ingenuamente Bertuccio.

— Ma di chi era dunque? Del sig. marchese di Saint-Méran, ci ha detto, credo il portinaro. Che diavolo adunque avevate da vendicarvi col marchese di Saint-Méran?

— Ah! non fu di lui, signore, fu di un altro.

— Ecco una strana combinazione, disse Monte-Cristo, sembrando cedere alle sue riflessioni: voi vi trovate in tal modo per caso, senza alcun preparativo, in una casa ove è accaduta una scena che vi dà tanti terribili rimorsi.

— Signore, disse l’intendente, pare che sia una specie di fatalità che porta tutto questo, ne sono ben sicuro; primieramente voi comprate una casa in Auteuil; questa casa è precisamente quella ove ho commesso l’assassinio; discendete nel giardino, e giusto per la scala per cui egli discese; vi fermate, e giusto nel luogo ov’egli ricevette il colpo; a due passi da quest’albero era la fossa ov’egli aveva seppellito il fanciullo; tutto ciò non può essere opera del caso.

— Ebbene! vediamo, sig. Corso, io suppongo sempre tutto ciò che si vuole; d’altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti ammalati. Vediamo: richiamate il vostro spirito e raccontatemi ciò.

— Io non l’ho mai raccontato che una sola volta, signore, e fu all’abate Busoni. Simili cose, soggiunse Bertuccio scuotendo la testa, non si raccontano che sotto il suggello della confessione.

— Allora, mio caro Bertuccio, ritroverete giusto che io vi rimandi al vostro confessore, vi farete con lui certosino o bernardino, e ragionerete sui vostri segreti. Ma io, io ho paura di un ospite spaventato da simili fantasmi, non amo che le mie genti non abbiano il coraggio di passare di notte pel giardino. Poi, ve lo confesso, sarei poco curioso di vedermi qualche visita del commissario di polizia; poichè imparatelo bene Bertuccio, corre voce che in alcun luogo la giustizia si paghi perchè si taccia; ma in Francia al contrario non si paga mai che quando si parla. Peste! vi credeva bene un poco Corso, un poco contrabbandiere, un bravo intendente, ma ora m’avveggo che avete ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio servizio, Bertuccio.

— Ah! signore signore! gridò l’intendente colpito dal terrore di questa minaccia. Ah! se non dipende che da questo perchè io rimanga al vostro servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare al patibolo!

— Adesso è un’altra cosa, disse Monte-Cristo, ma se voleste mentire rifletteteci bene; non parlate affatto.

— No, signore, ve lo giuro sulla salute dell’anima mia, vi dirò tutto! perchè lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto. Ma prima, ve ne supplico, allontanatevi da questo platano; osservate, la luna va a rischiarare quella nube, e là, posto come voi siete, avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che rassomiglia a quello del sig. de Villefort...

— Come! gridò Monte-Cristo, fu de Villefort...

— V. E. lo conosce?

— Sì.

— Che ha sposata la figlia del marchese di Saint-Méran.

— Sì, e che negli uffici godeva la riputazione del più onest’uomo, del più severo e del più rigido magistrato?

— Ebbene! signore, gridò Bertuccio; quest’uomo d’irreprensibile reputazione...

— Ebbene!

— Era un infame.

— Bah! disse Monte-Cristo, impossibile!

— E ciò pertanto è come vi dico.

— Ah! veramente! disse Monte-Cristo, e ne avete le prove?

— Le aveva, almeno.

— E le avete perdute, malaccorto?

— Sì, ma cercando bene si possono ritrovare.

— In verità? disse il conte, raccontatemi ciò, Bertuccio! perchè comincia ad importarmi da vero.

E il conte, cantarellando una piccola aria della _Lucia_, andò ad assidersi sopra un banco, mentre che Bertuccio lo seguiva concentrando la sua memoria, restando in piedi davanti a lui.

XLIII. — LA VENDETTA.

— Da dove desiderate, sig. conte, che cominci il racconto? domandò Bertuccio.

— Da dove volete; disse Monte-Cristo, mentre non ne so assolutamente niente.

— Credeva che V. E. avesse già saputo che...

— Sì, qualche particolare senza dubbio, ma sono passati sette o otto anni, e nulla più mi ricordo.

— Allora posso, senza tema d’annoiare V. E...

— Raccontate, mi farete le veci di un giornale.

— Le cose rimontano al 1815.

— Ah! ah! fece Monte-Cristo, il 1815 non fu ieri.

— No, signore, ciò non pertanto i più piccoli particolari mi sono talmente presenti al pensiero, come se ne fossimo soltanto alla dimane. Io aveva un fratello maggiore che era al servizio dell’imperatore. Egli era stato fatto sotto-tenente in un reggimento composto tutto di Corsi: era il mio unico amico, noi eravamo rimasti orfani egli a 18, io a 5 anni; e mi aveva allevato come se fossi stato un suo figlio. Egli si ammogliò nel 1814 sotto i Borboni; l’imperatore ritornò dall’isola d’Elba, e mio fratello riprese subito servizio; ferito leggermente a Waterloo, si ritirò coll’esercito dietro la Loira.

— Ma questa è la storia dei cento giorni che voi fate, Bertuccio, ed ella è già stata fatta, se non mi sbaglio.

— Scusatemi, eccellenza, ma questi primi particolari sono necessarii, e voi mi avete promesso d’essere paziente.

— Avanti! avanti! io non ho che una parola.

— Un giorno ricevemmo una lettera, bisogna dirvi che abitavamo nel piccolo villaggio di Rogliano, all’estremità del capo Corso: essa era di mio fratello il quale ne diceva, che l’esercito era stato licenziato, e che ei ritornava per Châteauroux, Clermont-Ferrand, le Puy, e Nimes, e che se avevo qualche danaro gliel facessi tenere a Nimes ad un albergatore di nostra conoscenza col quale aveva qualche relazione...

— Di contrabbandi, interruppe il conte.

— Eh! mio Dio! bisogna bene che tutti vivano.

— Certamente; continuate dunque.

— Io amava teneramente mio fratello, ve l’ho detto, per cui risolvetti di non inviargli il denaro, ma di portarlo io stesso. Possedevo un migliaio di fr., ne lasciai 500 ad Assunta, che tale era il nome di mia cognata; presi gli altri 500, e mi misi in viaggio per Nimes; questa era cosa facile, aveva la mia barca, un carico da fare per mare; tutto secondava il mio disegno. Ma, fatto il carico, il vento divenne contrario, di modo che stemmo tre o quattro giorni senza potere entrare nel Rodano. Finalmente vi riuscimmo; risaliti fino ad Arles, lasciai la barca fra Bellegarde e Beaucaire, e presi la via di Nimes; quest’era il momento in cui accadeva il famoso massacro del mezzogiorno. Due o tre briganti chiamati Trestaillon, Truphemy, e Graffan, scannavano sulle strade tutti quelli che credevano bonapartisti. Senza dubbio il sig. conte avrà inteso parlare di questi assassini.

— Sì, ma vagamente; allora era lontano dalla Francia.

— Entrando a Nimes si camminava, alla lettera, nel sangue; a ciascun passo s’incontravano cadaveri; gli assassini, ordinati in bande, uccidevano, saccheggiavano, bruciavano. Alla vista di tanta carneficina, mi prese un tremito, non per me; io, semplice pescatore corso, non aveva gran che a temere, anzi per noi contrabbandieri, quelli erano buoni tempi; ma per mio fratello, soldato dell’impero, che ritornava dall’esercito della Loira colla sua uniforme, le spalline, e che per conseguenza aveva tutto a temere.