Part 44
— Ebbene! allora il vostro governo dovrebbe scegliere nel suo passato qualche cosa di meglio che quelle due tavole che ho vedute sui vostri monumenti, e che non hanno alcun senso araldico. Quanto a voi, visconte, riprese Monte-Cristo ritornando a Morcerf; voi siete più fortunato del vostro governo, perchè le vostre armi sono veramente belle, e parlano all’immaginazione. Sì, voi siete ad un tempo della Provenza e della Spagna; e ciò mi spiega, (se il ritratto che mi avete mostrato è rassomigliante) il color bruno che tanto ammirai sul viso della nobile catalana. — Avrebbe bisognato essere Edipo, o lo stesso sfinge per indovinare l’ironia che mise il conte in queste parole, coperte in apparenza dalla maggior gentilezza: per cui Morcerf lo ringraziò con un sorriso, e, passando il primo, per insegnargli la strada, spinse la porta che, come si disse, metteva nel salotto di ricevimento. Nel luogo più esposto di questo salotto si vedeva egualmente un ritratto; era quello di un uomo dai 35, ai 40 anni, vestito coll’uniforme di ufficiale generale, portando la doppia spallina particolare ai gradi superiori; la decorazione della legion d’onore al collo, il che indicava esser egli commendatore, e sul petto a dritta la placca di grande ufficiale dell’ordine del Salvatore, a sinistra quella di gran-croce dell’ordine di Carlo III, ciò che indicava che la persona rappresentata da questo ritratto aveva fatto le guerre di Grecia e di Spagna, o ciò che torna perfettamente lo stesso in materia di decorazioni, avere adempita qualche missione diplomatica nei due paesi.
Monte-Cristo era occupato a guardare questo ritratto con non minore premura di quel che aveva fatto l’altro, allorchè la porta laterale si aprì, ed egli trovossi in faccia al conte di Morcerf in persona.
Era un uomo fra i 40 ai 45 anni, ma che ne dimostrava almeno 50, i cui baffi e sopraccigli nerissimi spiccavano stranamente coi capelli quasi bianchi tagliati corti a spazzola giusta l’uso militare. Era vestito da borghese, e portava all’occhiello un nastro le cui strisce a diversi colori indicavano i vari ordini di cui era decorato. Quest’uomo entrò con passo nobile, ma con una specie di fretta, Monte-Cristo l’osservò inoltrarsi senza muover passo; si sarebbe detto che i piedi erano inchiodati al pavimento, come gli occhi sul viso del conte.
— Padre mio, disse il giovine, ho l’onore di presentarvi il sig. conte di Monte-Cristo, quel generoso amico che ho avuto la fortuna d’incontrare nelle difficili congiunture che sapete.
— Signore, voi siete il ben venuto fra noi, disse il conte di Morcerf salutando Monte-Cristo con un sorriso, nel salvare alla mia famiglia l’unico suo erede, avete reso alla nostra casa un servigio che vi merita la nostra eterna riconoscenza. — Dicendo queste parole il conte di Morcerf indicava una seggiola a bracciuoli a Monte-Cristo, nel medesimo tempo ch’egli stesso si sedeva in faccia alla finestra.
Quanto a Monte-Cristo, prendendo la seggiola indicata dal conte di Morcerf, si situò in modo da rimanere nascosto nell’ombra delle grandi tende di velluto, ed a leggere di là sui tratti impressi dalle fatiche e dalle cure del conte, scritte in ciascuna ruga venuta innanzi tempo.
— La contessa, disse Morcerf, era alla toletta, allorchè il visconte l’ha fatta prevenire della visita che avrebbe avuto l’onore di ricevere; ella sta per discendere, e fra dieci minuti sarà in salotto.
— È molto onore per me, disse Monte-Cristo, di essere messo in rapporto, fin dal primo giorno in cui sono in Parigi, con un uomo il cui merito è eguale alla riputazione, e pel quale la fortuna giusta questa volta, non ha commesso errore: ma non ha essa ancora nelle pianure di Mitidia o nelle montagne dell’Atlante, un bastone da Maresciallo da offrirvi?
— Oh! replicò Morcerf arrossendo alcun poco, io ho lasciato il servizio, signore. Nominato pari sotto la restaurazione, era nella prima campagna, e serviva sotto gli ordini del maresciallo Bourmont; potea dunque pretendere un comando superiore, e chi sa ciò che sarebbe accaduto, se la dinastia primogenita rimaneva sul trono? Ma la rivoluzione di luglio, a quanto sembra, era abbastanza gloriosa per potersi permettere d’essere ingrata; ella lo fu per tutti i servigi che non portavano la data del periodo imperiale; chiesi dunque la dimissione, perchè, quando uno ha guadagnato come me, le spalline sul campo di battaglia, non sa egualmente manovrare sul terreno sdrucciolevole delle sale. Ho lasciata la spada, e mi sono ingolfato nella politica; mi dedico all’industria e studio le arti utili. Nei vent’anni che sono rimasto al servizio ne aveva il desiderio, ma non ne aveva avuto il tempo.
— Sono queste idee che portano la superiorità della vostra nazione sugli altri paesi, signore, rispose Monte-Cristo. Gentiluomo uscito da una gran famiglia, possedendo una bella fortuna, avete sulle prime voluto acquistarvi i primi gradi come oscuro soldato, la qual cosa è molto rara; quindi divenuto generale, pari di Francia, commendatore della legion d’onore, acconsentite ad incominciare un secondo noviziato, senz’altra ricompensa che quella d’essere un giorno utile ai vostri simili... Ah! signore, ecco quello che può veramente dirsi bello; dirò anche più, sublime.
Alberto guardava ed ascoltava Monte-Cristo con meraviglia: egli non era avvezzo a vederlo alzarsi a simili idee d’entusiasmo. — Ahimè! continuò lo straniero, senza dubbio per far disparire l’impercettibile nube che era passata sulla fronte di Morcerf, noi non facciamo così in Italia, cresciamo secondo la nostra razza e la nostra specie, e conserviamo la stessa corteccia, la stessa dimensione, e dirò ancora la stessa inutilità per tutta la vita.
— Ma, signore, per un uomo del vostro merito, l’Italia non può essere sua patria, e la Francia vi apre le braccia: corrispondete alla sua chiamata, la Francia forse non sarà ingrata con tutti; essa è accostumata ad accogliere generosamente gli stranieri.
— Eh! padre mio, si vede bene che non conoscete il conte di Monte-Cristo. Le sue soddisfazioni sono al di fuori di questo mondo; egli non aspira agli onori, e ne prende soltanto quanti ne possono stare sul suo passaporto.
— Ecco l’espressione più giusta che abbia mai inteso sul conto mio; rispose lo straniero.
— Il signore è stato padrone del suo avvenire: ecco perchè ha scelto un sentiero di fiori, disse sospirando de Morcerf.
— Precisamente, signore, replicò Monte-Cristo con uno di quei sorrisi che un pittore non potrà mai riprodurre, e che un fisiologo sarebbe disperato ad analizzare.
— Se non avessi avuto timore di stancare il sig. conte, disse il generale evidentemente lusingato dalle parole di Monte-Cristo, lo avrei condotto alla _Camera_; oggi vi è una seduta curiosa per chi non conosce i nostri moderni senatori.
— Vi sarò molto riconoscente se vorrete rinnovarmi questa offerta un’altra volta; ma oggi sono stato lusingato dalla speranza di essere presentato alla sig.ª contessa, ed aspetterò.
— Ah! ecco appunto mia madre, gridò Alberto.
Di fatto Monte-Cristo rivolgendosi velocemente vide la sig.ª de Morcerf sul limitare della porta opposta a quella per cui era entrato il marito; immobile e pallida; ella, tosto che Monte-Cristo si volse dalla sua parte, lasciò cadere il braccio che, non si sa perchè, s’era appoggiato sulla maniglia dorata; stava là, da qualche secondo, ed aveva inteso le ultime parole pronunciate dal viaggiatore oltramontano. Questi si alzò e salutò profondamente la contessa, che s’inchinò anch’essa, muta e cerimoniosa.
— Eh! mio Dio! signora che avete? domandò il conte, sarebbe forse il calore di questo salotto che vi fa male?
— State poco bene, madre mia? gridò il visconte lanciandosi incontro a Mercedès. — Essa li ringraziò entrambi con un sorriso. — No, diss’ella, ma io ho provata una certa emozione nel vedere per la prima volta colui, senza l’aiuto del quale ora saremmo immersi nelle lagrime, e nel lutto. Signore, continuò la contessa avanzandosi colla maestà di una regina, vi debbo la vita di mio figlio, e per questo benefizio vi benedico. Ora vi sono grata del piacere che mi procurate offrendomi l’occasione di ringraziarvi come vi ho benedetto, cioè con tutto il cuore.
Il conte s’inchinò, ma più profondamente della prima volta; egli era ancora più pallido di Mercedès.
— Signora, diss’egli, il sig. conte e voi mi ringraziate troppo esuberantemente di un’azione semplicissima. Salvare un uomo, risparmiare un tormento al padre, economizzare la sensibilità di una donna, ciò non chiamasi fare un’opera buona, ma fare un atto di umanità.
A queste parole pronunciate con dolcezza, e con isquisita gentilezza, la sig.ª de Morcerf rispose con accento profondo:
— È una fortuna per mio figlio, l’avervi per amico, e ringrazio Dio che ha in tal modo disposte le cose. — E Mercedès alzò gli occhi al cielo con una gratitudine così infinita, che il conte credè vedervi tremolare due lagrime.
Il sig. de Morcerf si avvicinò a lei:
— Signora, ho già fatto le mie scuse al sig. conte per essere obbligato a lasciarlo: vi prego di rinnovarle. La seduta si è aperta alle due, ora sono le tre, ed io sono obbligato a parlare.
— Andate, signore, cercherò di fare dimenticare la vostra assenza al nostro ospite, disse la contessa collo stesso accento di sensibilità; il sig. conte, proseguì la contessa volgendosi a Monte-Cristo, vorrà egli farci la grazia di passare il resto del giorno con noi?
— Grazie, signora, sono, credetelo, riconoscente nel modo più grande alla vostra offerta; ma questa mattina sono disceso dalla carrozza da viaggio alla vostra porta. Non so come sia installato a Parigi, dove, appena mi è noto. È una inquietezza leggera, lo so, non per tanto è da considerarsi.
— Avremo questo piacere un’altra volta almeno, ce lo promettete? domandò la contessa.
Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere, ma il gesto poteva passare per un consenso. — Allora io non vi trattengo, signore, disse la contessa, poichè non voglio che la mia riconoscenza divenga o una importunità, o una indiscretezza.
— Mio caro conte, disse Alberto, se lo volete, cercherò di corrispondere alla vostra graziosa cortesia di Roma col mettere là una carrozza a vostra disposizione, fino a che abbiate avuto il tempo di provvedervi del vostro equipaggio.
— Mille grazie alla vostra cortese offerta, visconte, disse Monte-Cristo, ma presumo che Bertuccio avrà convenientemente impiegate le quattr’ore che gli ho concesse, e che troverò alla porta una carrozza qualunque già attaccata.
Alberto era abituato a queste maniere del conte; sapeva che come Nerone, egli era alla ricerca dell’impossibile, di nulla più si meravigliava; soltanto volle giudicare da sè stesso in qual modo erano stati eseguiti gli ordini di lui e lo accompagnò fino alla porta di strada. Monte-Cristo non s’era sbagliato; appena comparve nell’anticamera del conte de Morcerf, uno staffiere, lo stesso che a Roma era venuto a portare il biglietto del conte ai due giovani, e ad annunziar loro la sua visita, si era slanciato fuori dal peristilio, di modo che giungendo al portone, l’illustre viaggiatore trovò la carrozza che lo aspettava. Era un _coupé_ della fabbrica di Keller, e due cavalli, pei quali Drake aveva, secondo che sapevano tutti i _Lions_ di Parigi, rifiutato il giorno innanzi 18 mila fr. — Signore, disse il conte ad Alberto, non vi propongo di accompagnarmi fino da me, non potrei mostrarvi che una casa improvvisata, e sul rapporto degl’improvvisi ho una riputazione da riservare. Accordatemi un giorno, ed allora permettetemi d’invitarvi: sarò più sicuro di non mancare alle leggi dell’ospitalità.
— Se mi chiedete un giorno, sig. conte, sono tranquillo: non sarà più una casa che mi mostrerete, ma un palazzo. Voi dovete avere in vero qualche genio a vostra disposizione.
— In fede mia continuate a crederlo, disse Monte-Cristo, mettendo il piede sul montatoio guarnito in velluto del suo splendido equipaggio: ciò potrà essermi utile, signore.
E si lanciò nella carrozza, che si chiuse dietro a lui e partì al galoppo, ma non tanto rapidamente che il conte non potesse accorgersi del movimento impercettibile che smosse la tenda del salotto ove aveva lasciato la sig.ª de Morcerf. Quando Alberto ritornò da sua madre, ritrovò la contessa nel gabinetto, gettata sopra un seggiolone di velluto; tutta la camera essendo nell’ombra, non lasciava scorgere che la foglietta d’oro sfavillante attaccata qua e là o sul corpo di qualche vaso, o agli angoli di qualche quadro.
Alberto non potè vedere il volto della contessa nascosto sotto la nube del velo che le circondava la testa come un’aureola di vapore, ma gli sembrò che la voce fosse alterata; distinse ancora fra gli odori di rose e vainiglie della giardiniera, la traccia aspra e mordente del sale d’aceto, sopra una delle tazze cisellate del caminetto; di fatto la boccettina della contessa, tolta dal suo astuccio di velluto, attirò l’inquieta attenzione del giovine.
— Soffrite, madre mia? gridò egli entrando; o vi sareste sentita male mentre io non c’ero?
— Io? no, Alberto, ma capirete, queste rose, queste tuberose, questi fiori di arancio incomodano nei primi calori quando non si è ancora abituati, sì violenti profumi...
— Allora; madre mia, disse Alberto portando la mano al campanello, bisogna farli portare nella vostra anticamera: siete veramente indisposta; anche poco fa, quando entraste, eravate molto pallida. — Ero pallida, dite voi, Alberto? — Di un pallore che vi sta a meraviglia, madre mia, ma che però non ha spaventato meno mio padre e me.
— Vostro padre ve ne ha parlato? domandò vivacemente Mercedès. — No, signora, ma fu a voi stessa che diresse questa osservazione. — Non me ne ricordo, disse la contessa.
Entrò un cameriere, chiamato dal suono del campanello tirato da Alberto. — Portate questi fiori in anticamera, o nel gabinetto della toletta, disse il visconte, essi fanno male alla sig.ª contessa. — Il cameriere obbedì.
Vi fu un abbastanza lungo silenzio che durò tutto il tempo dello sgombero.
— Che è dunque questo nome di Monte-Cristo? chiese la contessa quando il domestico uscì portando via l’ultimo vaso di fiori. È un nome di famiglia, un nome di una terra, o un semplice titolo?
— Questo è, io credo, un titolo, madre, e nient’altro. Il conte ha comprata un’isola nell’arcipelago toscano, ed ha, per quanto ha detto egli stesso questa mattina, fondata una commenda. Voi sapete che ciò si usa per santo Stefano di Firenze, per san Gregorio Costantiniano di Parma, ed anche per l’ordine di Malta. Del rimanente non ha alcuna pretensione di nobiltà, e si chiama un conte per caso, quantunque l’opinione generale di Roma fosse che il conte sia un gran signore.
— I suoi modi sono eccellenti, per quanto ho potuto giudicarne nei pochi momenti che si è trattenuto.
— Oh! perfetti, madre mia, anzi tanto perfetti, che sorpassano molto tutto ciò che ho conosciuto di più aristocratico nelle tre nobiltà più orgogliose d’Europa, cioè nella nobiltà Inglese, Spagnuola, e Germanica. — La contessa riflettè un momento, poi dopo una breve esitazione riprese:
— Avete veduto, mio caro Alberto... questa è una domanda da madre che vi faccio, lo capirete, avete veduto il signor di Monte-Cristo nel suo interno? voi avete della perspicacia, voi avete uso di mondo, e un tatto maggiore di quello che d’ordinario si ha alla vostra età; credete che il conte sia quello che comparisce realmente d’essere?
— E che comparisce egli? — Voi stesso lo avete detto non ha guari, un gran signore. — Vi ho detto, madre mia, ch’egli era ritenuto per tale. — Ma che ne pensate voi?
— Io non ho, ve lo confesso, un’opinione ben fissa su di lui, lo credo Maltese. — Io non v’interrogo sulla sua origine, ma v’interrogo sulla sua persona. — Ah! sulla sua persona è tutt’altro; ed ho vedute tante cose strane di lui, che se voleste che vi dicessi ciò che ne penso, vi risponderei che lo riguardo volentieri come uno degli uomini di Byron, che la disgrazia ha marcati con un sugello fatale; qualche Manfredo, qualche Lara, qualche Werner, come uno di quegli avanzi infine di vecchia famiglia che, diseredati della fortuna paterna, ne hanno ritrovata una colla forza del loro genio avventuriero che li ha posti al di sopra delle leggi della società... Dico che Monte-Cristo è un’isola in mezzo al Mediterraneo, senza abitanti, senza guarnigione, asilo di contrabbandieri di tutte le nazioni, di pirati di tutti i paesi. Chi sa che questi degni industriosi non paghino al loro signore il diritto d’asilo?
— È possibile, disse la contessa con astrazione.
— Ma non importa, riprese il giovine, contrabbandiere o no, converrete, madre mia (perchè l’avete veduto) il sig. conte di Monte-Cristo è un uomo notevole, ed avrà i più grandi successi nelle sale di Parigi. E questa mattina da me ha incominciato il suo ingresso nel mondo destando in tutti ammirazione, perfino in Château-Renaud.
— E che età potrà avere il conte? chiese Mercedès attaccando visibilmente grande importanza a questa interrogazione.
— Avrà 35, o 36 anni, madre mia.
— Così giovine! è impossibile, disse Mercedès, rispondendo contemporaneamente a ciò che le diceva Alberto, e a ciò che le diceva il proprio pensiero.
— Eppure questa è la verità; tre o quattro volte mi ha detto, e certamente senza premeditazione: «Alla tal epoca aveva 5 anni, alla tal altra 10, alla tal altra 12.» Io che ero ritenuto all’erta dalla curiosità su questi particolari, ho riavvicinate le date, e non l’ho mai ritrovato in fallo. L’età di quest’uomo singolare, che non ha età, è dunque, ne sono sicuro, di 35 anni. Per sopra più, ricordatevi, madre mia, quanto è vivace il suo sguardo, come sono neri i capelli, e come la fronte, sebbene pallida, è esente da rughe; questa è una natura non solo vigorosa, ma ancor giovane.
La contessa abbassò il capo come sotto un’onda troppo pesante d’amari pensieri.
— E quest’uomo ha stretta amicizia con voi? domandò ella con un fremito nervoso.
— Lo credo, madre mia.
— E voi... lo amate egualmente?
— Egli mi piace, che che ne dica Franz d’Épinay che lo voleva far comparire ai miei occhi come un uomo uscito dall’altro mondo. — La contessa fece un movimento di terrore: — Alberto, diss’ella con voce alterata; io vi ho sempre messo in guardia contro le nuove conoscenze. Ora siete un uomo, e potreste dar consigli a me stessa; ciò non pertanto vi ripeterò. Siate prudente, Alberto.
— Mia cara madre, perchè il consiglio fosse approfittevole, bisognerebbe che io sapessi di che cosa debbo non fidarmi. Il conte non giuoca mai, il conte non beve che dell’acqua dorata con qualche goccia di vino di Spagna, il conte si è annunziato tanto ricco, che non potrebbe chiedermi in prestito del danaro senza esporsi a farsi ridere sul naso; che volete dunque che io tema per parte del conte?
— Voi avete ragione, disse la contessa, ed i miei terrori sono folli, particolarmente avendo per oggetto un uomo che vi ha salvata la vita. A proposito, Alberto, vostro padre lo ha ricevuto bene? è necessario che noi siamo più che convenienti col conte. Il sig. de Morcerf qualche volta è preoccupato, i suoi affari lo rendono astratto, e potrebbe darsi, senza volerlo...
— Mio padre si è condotto perfettamente, interruppe Alberto; dirò di più, egli è sembrato grandemente lusingato dei due o tre complimenti più accorti, che il conte gli ha strisciati tanto fortunatamente quanto a proposito, come se lo avesse conosciuto da 30 anni. Ciascuna di queste piccole frecce di lode ha dovuto solleticare mio padre, soggiunse Alberto ridendo, poichè si sono lasciati come i due più grandi amici del mondo, ed il sig. de Morcerf lo voleva perfino condurre alla _Camera_ per fargli sentire il suo discorso.
La contessa non rispose; essa era assorta in un’astrazione così profonda che i suoi occhi eransi chiusi poco a poco. Il giovine in piedi a lei dinanzi la guardava con quell’amor filiale che è ancor più tenero e più affettuoso nei figli, le madri dei quali sono ancor giovani e belle; poi, dopo aver veduto gli occhi di lei chiudersi, l’ascoltò respirare un momento nella sua dolce immobilità, e, credendola assopita, si allontanò sulla punta dei piedi, chiudendo con cautela la porta della camera ove lasciava sua madre.
— Che diavolo d’uomo! mormorò egli scuotendo la testa, gli aveva ben predetto laggiù che avrebbe fatta gran sensazione al nostro mondo; io ne calcolo l’effetto sur un termometro infallibile. Mia madre lo ha osservato, dunque bisogna dire ch’egli sia molto notevole. — Indi discese nelle scuderie, non senza un segreto dispetto, perchè il caso aveva portato che il conte di Monte-Cristo si fosse provveduto d’una pariglia, che mandava i suoi bai al numero secondo nell’animo dei veri intelligenti.
— Davvero, diss’egli, gli uomini non sono tutti eguali, bisognerà che preghi mio padre di sviluppare questo teorema alla _Camera_ alta.
XLI. — BERTUCCIO.
In questo mentre il conte era giunto alla sua abitazione; aveva impiegati sei minuti a percorrere la distanza, il che era stato sufficiente, perchè fosse veduto da una ventina di giovani che, conoscendo il prezzo dell’equipaggio che non avevano potuto acquistare essi stessi, avevano messe le loro cavalcature al galoppo, per vedere lo splendido signore che aveva cavalli da 10 mila fr. l’uno. La casa scelta da Alì, e che doveva servire per residenza di città a Monte-Cristo, era situata a destra salendo ai Campi-Elisi, posta fra il cortile ed il giardino; un gruppo di ramosi alberi che s’innalzava in mezzo al cortile, copriva una parte della facciata; intorno a questo gruppo si partivano a guisa di due braccia, due viali che dal cancello portavano le carrozze ad una doppia scalinata, sopra ciascun gradino della quale era un vaso di porcellana pieno di fiori. Questa casa isolata nel centro di un vasto spazio, oltre l’ingresso principale, aveva pure un’altra entrata sulla strada Ponthieu.
Prima ancora che il cocchiere avesse data la voce al portinaro, il robusto cancello girò sopra i suoi gangheri; era stato veduto giungere il conte, ed a Parigi, come a Roma, e come ovunque, era servito colla rapidità del fulmine. Il cocchiere adunque entrò, descrisse il mezzo cerchio senza rallentare la corsa, ed il cancello era già richiuso, quando le ruote rumoreggiavano ancora sulla sabbia del viale.
La carrozza si fermò alla parte sinistra della scalinata, due uomini comparvero allo sportello; uno era Alì, che sorrise al suo padrone con una incredibile gioia, e che si trovò pago di un semplice sguardo di Monte-Cristo.
L’altro salutò umilmente, ed offrì il braccio al conte per aiutarlo a discendere di carrozza. — Grazie, Bertuccio, disse il conte, saltando leggermente i tre scalini; ed il notaro?
— È nel salotto, eccellenza, rispose Bertuccio.
— Ed i viglietti di visita che vi ho ordinato di fare stampare appena avuto il numero della casa?
— Sig. conte, è fatto tutto; sono stato dal migliore incisore del Palazzo Reale, che ha eseguito il rame in mia presenza, e, tirato il primo viglietto, giusta i vostri ordini, fu nel medesimo punto portato al sig. Danglars, deputato, strada Chaussée-d’Antin n. 7; gli altri sono sul caminetto della camera da dormire di vostra eccellenza.
— Va bene: che ora è? — Le quattro.
Monte-Cristo consegnò il cappello, i guanti, ed il bastone allo stesso staffiere francese che si era slanciato fuori dell’anticamera del conte de Morcerf per fare inoltrare la carrozza, quindi passò nel piccolo salotto, condotto da Bertuccio, che gl’insegnava la strada.
— Ecco dei mobili meschini in quest’anticamera, spero bene che ne verrò presto spacciato, disse Monte-Cristo.
Bertuccio s’inchinò. Come lo aveva detto l’intendente, il notaro aspettava nel piccolo salotto. Era un’onesta figura di secondo _chierico_ di Parigi, elevato alla dignità insuperabile di notaro distrettuale.
— Il signore è il notaro incaricato di vendere la casa di campagna che voglio comprare? domandò Monte-Cristo.
— Sì, sig. conte, rispose il notaro. — L’atto di vendita è disteso? — Sì, signor conte. — L’avete con voi?