Part 43
— Sig. conte, gridò Morcerf, eccovi preso dal ragionamento, voi, uno dei più aspri logici che io conosca. E starete a vedere, che quanto prima vi sarà dimostrato, che in vece d’essere un egoista, siete un filantropo. Ah! voi vi spacciate per Orientale, Levantino, Maltese, Indiano, Chinese, Selvaggio, vi chiamate Monte-Cristo per nome di famiglia, Sindbad il marinaro per nome di battesimo, ed eccovi, che il primo giorno che mettete il piede in Parigi, già possedete il più gran merito, od il più gran difetto della nostra eccentricità parigina, vale a dire vi usurpate i vizi che non avete!
— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo, non vedo in tutto ciò che ho detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi, per parte vostra e di questi signori, l’elogio che ricevo. Voi non mi eravate estraneo, poichè vi avevo data una colazione, vi aveva prestata per otto giorni una carrozza, avevamo veduto insieme passare le maschere pel Corso, e perchè avevamo guardato dalla stessa finestra della piazza del Popolo quella esecuzione che vi fece tanta impressione che quasi sveniste. Ora, lo domando a questi signori, poteva io lasciare il mio ospite nelle mani di quei spaventosi banditi, come voi li chiamate? D’altra parte lo sapete, aveva nel salvarvi un secondo fine, qual era quello di servirmi di voi per introdurmi nella società di Parigi quando fossi venuto a visitare la Francia. Per qualche tempo avete potuto considerare questa risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma oggi lo vedete, è una bella e buona realtà, alla quale bisogna che vi sottomettiate, sotto pena di mancare alla vostra parola.
— Ed io la manterrò, disse Morcerf, ma temo che presto vi cadrà ogni illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi pieni d’avventure, agli avvenimenti pittoreschi, ai fantastici orizzonti. Presso noi non vi accadrà il più piccolo episodio di quelli cui la vita fantastica vi ha abituato. Il nostro Chimboraco è Montmartre; il nostro _Himalaya_ è il monte Valérien, il nostro _Gran Deserto_ è la pianura di Grenelle, e vi forano ancora un pozzo artesiano perchè le carovane vi trovino dell’acqua. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, quantunque non ve ne siano tanti quanti si dice; ma essi temono egualmente la più piccola spia come il più gran signore; finalmente la Francia è un paese così prosaico, e Parigi una città tanto incivilita, che non troverete, cercando ancora per tutti gli 85 nostri dipartimenti (dico 85 dipartimenti, perchè, ben inteso eccettuo la Corsica dalla Francia) che non troverete una sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la più piccola grotta un poco oscura nella quale un commissario di polizia non abbia fatto porre un becco a gas. Non vi è dunque che un solo servigio che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto interamente a vostra disposizione; ed è di presentarvi ovunque, e farvi presentare dai miei amici; abbenchè voi per questo non abbiate bisogno d’alcuno: col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro spirito (Monte-Cristo s’inchinò con un sorriso leggermente ironico), ognuno si presenta ovunque da sè stesso, ed ovunque è ben ricevuto. In realtà adunque non posso essere buono per voi che ad una cosa sola: se l’abitudine della vita parigina, se la esperienza dei nostri comodi, se la conoscenza dei nostri bazar possono raccomandarmi a voi mi metto a vostra disposizione per ritrovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma, non professo l’egoismo ma sono egoista per eccellenza; perchè il mio alloggio non potrebbe contenere oltre me neppure un’ombra.... a meno che non fosse quella di una donna.
— Ah! fece il conte, ecco una riserva del tutto matrimoniale; voi infatto a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in trattativa; debbo congratularmi sulla vostra prossima felicità?
— La cosa è sempre allo stato di disegno, sig. Conte.
— E chi dice disegno, soggiunse Debray, vuol dire eventualità. — No, no, disse Morcerf; mio padre vi ha dell’impegno, e spero fra poco di presentarvi se non mia moglie, almeno la mia fidanzata in madamigella Eugenia Danglars.
— Eugenia Danglars! riprese Monte-Cristo; aspettate dunque; suo padre non è il Conte Danglars? — Sì rispose Morcerf; ma conte di nuova formazione. — Oh! che importa! rispose Monte-Cristo, s’egli ha reso allo stato dei servigi che gli abbiano meritata questa distinzione.
— Servigi enormi, disse Beauchamp. Quantunque liberale nell’anima, nel 1829, completò un prestito di sei milioni a Carlo X che lo ha, sulla mia fede, fatto conte e cavaliere della legione d’onore, di modo che egli porta la decorazione non al taschino del giubbetto, come si potrebbe credere, ma bell’e bene all’occhiello dell’abito.
— Ah! disse Morcerf ridendo, Beauchamp, riserbate questi frizzi per inserirli sul _Corsaire_ o sul _Charivari_; ma in mia presenza risparmiate il mio futuro suocero. — Quindi volgendosi a Monte-Cristo: — Ma voi poco fa ne pronunciaste il nome come se conosceste il conte?
— Non lo conosco, disse negligentemente Monte-Cristo, ma probabilmente non tarderò molto a fare la sua conoscenza, atteso che ho dei crediti aperti su lui dalla casa Richard e Blount di Londra, Arstein e Esheles di Vienna, Thomson e French di Roma. — Pronunciando questi due ultimi nomi, Monte-Cristo guardò colla coda dell’occhio Massimiliano Morrel. Se lo straniero aveva calcolato di produrre dell’effetto sopra Massimiliano Morrel, non s’era ingannato. Massimiliano si commosse come se avesse ricevuta una scossa elettrica. — Thomson e French! diss’egli, conoscete questa casa signore? — Sono i miei banchieri nella capitale del mondo cristiano, rispose tranquillamente il conte: posso esservi giovevole con essi? — Ah! signore, voi potreste aiutarmi forse in certe ricerche, che fino ad oggi sono state infruttuose. In altro tempo questa casa ha reso un grandissimo servigio alla nostra, e non so perchè, essa ha sempre negato di avercelo reso. — Sono ai vostri comandi, rispose Monte-Cristo inchinandosi. — Ma noi, disse Morcerf, ci siamo allontanati in modo particolare ed a proposito di Danglars dall’argomento della conversazione. Si trattava di ritrovare una casa conveniente al conte di Monte-Cristo. Andiamo signori, orizzontiamoci per averne un’idea: ove alloggeremo questo nuovo ospite del gran Parigi?
— Nel sobborgo _San Germano_, disse Château-Renaud; là il signore ritroverà una graziosa abitazione posta fra il cortile ed il giardino.
— Bah! Château-Renaud, disse Debray, voi non conoscete che il vostro tristo ed ammuffito sobborgo _San Germano_; non lo ascoltate, signor conte, alloggiate _Chaussée-d’Antin_, è il vero centro di Parigi.
— Baluardo dell’_Opera_, disse Beauchamp; al primo piano, una casa con ringhiera; il signor conte vi farà portare dei cuscini di broccato d’argento, e vedrà, fumando la sua pipa turca, o inghiottendo le sue pillole, tutta la capitale sfilare sotto i suoi occhi.
— E voi, disse Château-Renaud, voi Sig. Morrel non avete alcuna idea? nulla proponete.
— Anzi, disse il giovine militare, al contrario, ne ho una, ma aspettava che il signore si fosse lasciato tentare da qualcuna delle brillanti proposizioni che gli sono state fatte. Ora, non avendo egli risposto, credo potergli offrire un appartamento in una casa piccola ma graziosa, tutta alla Pompadour, che mia sorella ha preso in fitto da circa un anno nella strada Meslay.
— Voi avete una sorella? domandò Monte-Cristo.
— Sì, signore, ed una eccellente sorella.
— Maritata? — Ben presto saranno 9 anni.
— E felice? domandò di nuovo il conte.
— Tanto felice, quanto è permesso d’esserlo a creatura umana, rispose Massimiliano. Ella sposò l’uomo che amava, quello che ci rimase fedele nella nostra avversa fortuna, Emmanuele Herbaut. — Monte-Cristo sorrise impercettibilmente. — Io abito là durante il mio semestre, continuò Massimiliano, e di unita a mio cognato Emmanuele noi saremo a disposizione del sig. conte per tutte quelle informazioni che potesse desiderare.
— Un momento, gridò Alberto prima che Monte-Cristo avesse avuto il tempo di rispondere; ponete mente a ciò che fate, volete rinchiudere un viaggiatore, come Sindbad il marinaro, nella vita di famiglia. Un uomo che è venuto a vedere Parigi, volete farlo diventare un patriarca?
— Oh! no, rispose Morrel sorridendo, mia sorella ha 25 anni, mio cognato 30: sono giovani, allegri, e felici; d’altra parte il sig. conte avrà il proprio appartamento, e non incontrerà gli ospiti che quando gli piacerà di scendere da loro.
— Grazie, signore, grazie, disse Monte-Cristo, mi contenterò di essere da voi presentato a vostra sorella ed a vostro cognato, se volete farmi questo onore: ma non posso accettare le offerte di nessuno di questi signori, attesochè ho già la mia abitazione preparata.
— Come! gridò Morcerf, voi andate a smontare ad una locanda? sarebbe troppo disdicevole per voi.
— Ma stava io forse tanto male a Roma? domandò Monte-Cristo.
— Per bacco! a Roma, disse Morcerf, avevate speso 50 mila scudi per farvi ammobiliare un appartamento, e presumo che non sarete tutti i giorni disposto ad una simile spesa.
— Non è ciò che mi ha trattenuto, rispose Monte-Cristo; aveva stabilito d’avere una casa a Parigi, intendo una casa mia. Ho mandato avanti il mio cameriere, ed a quest’ora deve già averla comprata, e fatta ammobiliare.
— Ma diteci dunque, che avete un cameriere che conosce Parigi, gridò Beauchamp.
— È la prima volta, signore, ch’egli, come me viene in Francia, è moro, e non parla, disse Monte-Cristo. — Allora è Alì? domandò Alberto in mezzo alla sorpresa generale.
— Sì, è Alì, egli stesso, il mio Nubiese, il mio Moro, che voi, cred’io, avete veduto a Roma.
— Sì, certamente, rispose Morcerf, me lo ricordo benissimo.
— Ma come mai avete voi incaricato uno della Nubia di comprarvi una casa a Parigi, e un muto di farvela ammobiliare? Il povero disgraziato avrà fatte tutte le cose di traverso.
— Disingannatevi, signore, anzi sono certo che avrà scelto ogni cosa a seconda del mio gusto; poichè voi sapete che il mio gusto non è quello di tutti; è giunto or sono otto giorni, avrà percorsa tutta la città con quell’istinto naturale che userebbe un bravo cane da caccia che andasse cacciando da sè solo; egli conosce i miei capricci, le mie fantasie, i miei bisogni; avrà ordinato tutto a modo mio; sapeva che sarei arrivato qui alle dieci; fin dalle 9 mi aspettava alla barriera di Fontainebleau. Mi ha consegnato questo biglietto, che è il mio nuovo indirizzo: prendete e leggete.
— _Campi-Elisi_ n. 30, lesse Morcerf.
— Ah! è veramente originale! non potè far di meno di dire Beauchamp. — E grandemente principesca! aggiunse Château-Renaud. — Come, voi non conoscete la vostra casa? domandò Debray. — No, disse Monte-Cristo. Vi dissi già che non voleva tardare al convegno. Feci la mia toletta in carrozza, e sono venuto a discendere alla porta del visconte.
I giovani si guardarono l’un l’altro; essi non sapevano se Monte-Cristo avesse voluto rappresentare una commedia; ma tutto ciò che usciva dalla bocca di quest’uomo, aveva, non ostante la sua originalità, una tale impronta di semplicità, che non potevasi supporre ch’egli avesse dovuto mentire. D’altra parte, perchè avrebbe egli mentito? — Bisognerà dunque contentarsi di rendere al sig. conte, disse Beauchamp, tutti quei piccoli servigi che saranno in nostro potere. Io, nella mia qualità di giornalista, gli apro tutti i teatri di Parigi. — Grazie, signore, disse sorridendo Monte-Cristo, il mio intendente ha di già ricevuto l’ordine di prendere in fitto un palco in ciascuno d’essi. — E il vostro intendente è pure uno della Nubia, un muto? domandò Debray.
— No, signore, egli è semplicemente un vostro compatriotta, se pure un Corso è compatriotta di qualcuno; ma voi lo conoscete, sig. de Morcerf.
— Sarebbe egli per caso quel bravo Bertuccio, che è così esperto a prendere in fitto le finestre?
— Precisamente, e voi lo avete veduto da me, quel giorno ch’ebbi l’onore di avervi a colazione meco. È un bravissimo uomo, che è stato un po’ soldato, un po’ contrabbandiere, un po’ infine di tutto ciò che si può essere. Non giurerei neppure che non abbia avuto qualche intrigo colla polizia, per una miseria, qualche cosa di consimile ad un colpo di coltello.
— Ed avete scelto quest’onesto cittadino del mondo, per vostro intendente, sig. conte? disse Debray; e quanto vi ruba ogni anno?
— Ebbene! parola d’onore! disse il conte, niente più di un altro, ne sono sicuro; ma mi conviene, non conosce l’impossibilità, ed io lo tengo.
— Allora, disse Château-Renaud, eccovi con una casa montata; voi avete un’abitazione ai Campi-Elisi, domestico, intendente: non vi manca più che una moglie.
Alberto sorrise: pensava alla bella Greca veduta nel palco del conte al teatro Valle, e al teatro Argentina.
Da lungo tempo erano passati alle frutta, ed ai sigari.
— Mio caro, disse Debray alzandosi, sono le due e mezzo, il vostro convito è grazioso, ma non vi è buona compagnia che non si sia obbligati di lasciare, e qualche volta ancora per una cattiva; bisogna che ritorni al ministero. Parlerò del conte al ministero, e bisognerà bene che sappiamo chi sia.
— Astenetevene, disse Morcerf, i più maligni vi hanno rinunciato.
— Bah! noi abbiamo tre milioni, per la nostra polizia; è vero che sono quasi sempre spesi prima; ma non importa: resterà ben sempre un 50mila fr. da impiegarsi in questo.
— E quando saprete chi è, me lo direte?
— Ve lo prometto. A rivederci, Alberto. Signori, servo umilissimo. — Ed uscendo, Debray gridò ad alta voce:
— Fate avanzare. — Buono, disse Beauchamp ad Alberto, io non andrò alla camera, ma avrò ad offrire ai miei lettori molto di meglio che un discorso del sig. Danglars.
— Di grazia, Beauchamp, disse Morcerf, neppure una parola, ve ne supplico; non mi togliete il merito di presentarlo, e di spiegarlo. N’è vero ch’egli è curioso?
— Anche molto meglio che ciò, rispose Château-Renaud, egli è veramente uno degli uomini più straordinari che abbia mai veduto in vita mia. Venite Morrel?
— Solo il tempo di dare il mio biglietto al sig. conte, che vorrà promettermi di venire a farci una visita, strada Meslay n. 14.
— State sicuro che non mancherò, signore, disse inchinandosi il conte. — E Massimiliano Morrel uscì col barone di Château-Renaud, lasciando Monte-Cristo solo con Morcerf.
XL. — LA PRESENTAZIONE.
Quando Alberto si trovò da solo a solo con Monte-Cristo:
— Sig. conte, gli disse, permettetemi di dar principio al mio ufficio di cicerone col darvi la descrizione dell’appartamento di uno scapolo. Abituato ai palazzi d’Italia, non sarà piccolo studio per voi il calcolare in quanti piedi quadrati può vivere un giovine che passa per non essere male alloggiato. Passando noi da una camera all’altra apriremo le finestre, perchè possiate respirare.
Monte-Cristo conosceva già il salotto, e la camera da pranzo del piano terreno. Alberto lo condusse da prima nel suo studio, ciascuno si ricorderà che questa era la stanza di predilezione d’Alberto.
Monte-Cristo era un valente conoscitore di tutte le cose che Alberto aveva ammassate in questa stanza; antichi scrigni, porcellane del Giappone, stoffe d’Oriente, specchi di Venezia, armi di tutti i paesi del mondo, ogni cosa gli era famigliare, e al primo colpo d’occhio riconosceva il secolo, il paese, l’origine. Morcerf erasi creduto di dover tutto spiegare, ed al contrario egli faceva sotto la direzione del conte un corso completo di archeologia, mineralogia, e storia naturale. Discesero quindi al primo piano. Alberto introdusse il suo ospite nella camera di ricevimento, tappezzata di capi d’opera dei moderni pittori. V’erano paesaggi di Dupré dai lunghi canneti, dagli alberi slanciati, dalle vacche che pascolavano sotto un cielo maraviglioso; cavalieri arabi di Delacroix coi lunghi _burnous_ bianchi, coi cinti brillantati, colle armi damaschine, i cavalli de’ quali mordevansi con rabbia, mentre che gli uomini si laceravano colla mazza di ferro; v’erano acquarelli di Boulanger, che rappresentavano tutti _Nostra-donna di Parigi_ con quel vigore che rende il pittore emulo del poeta; quadri di Diaz che fa i fiori più belli dei fiori, il sole più brillante del sole; disegni di Dechamp tanto coloriti quanto quelli di Salvator Rosa, ma più poetici; quadri a pastello di Giraud e di Müller che rappresentavano fanciulli colle teste da angeli, e le donne colle sembianze di vergini; abbozzi tolti dall’album di Dauzats nel suo viaggio in Oriente, fatti colla matita in pochi secondi stando o sulla sella di un cammello, o sulla cupola di una moschea; finalmente tutto ciò che l’arte moderna può dare in cambio ed in compenso dell’arte perduta e svanita coi secoli passati.
Alberto supponeva di potere almeno questa volta mostrare qualche cosa di nuovo al suo strano viaggiatore; ma con sua grande sorpresa, questi, senza aver bisogno di guardare le sottoscrizioni, di cui alcune erano segnate soltanto colle iniziali, a ciascun’opera assegnava il nome dell’autore, e in modo tale che era facile accorgersi che, non solo gli erano noti i nomi di questi autori, ma che le loro opere erano state studiate ed apprezzate giustamente da lui.
Da questa camera si passò a quella da dormire. Questa era un modello di eleganza ad un tempo e di gusto severo: là non v’era che un sol ritratto; ma segnato col nome di Leopoldo Robert, risplendente in una cornice d’oro massiccio.
Questo quadro attirò subito l’attenzione del conte, perchè fece tosto tre passi rapidi ed andò a fermarsi davanti ad esso. Era quello di una donna giovane da 25 a 26 anni, con colorito bianco, sguardo acuto, velato sotto una palpebra languente; essa portava il costume pittoresco delle pescatrici catalane colla giubba rossa e nera, e gli spilli faccettati nei capelli guardava il mare, e l’elegante profilo si staccava sopra il doppio azzurro delle onde e del cielo.
La luce della camera era oscura, senza di che Alberto sarebbesi accorto del pallore livido che si era sparso sulle guance del conte, ed avrebbe scoperto il fremito convulso che gli sfiorò le spalle ed il petto.
Vi fu un momento di silenzio, nel quale Monte-Cristo restò fisso coll’occhio sulla pittura.
— Voi avete qui una bella amica, visconte, disse Monte-Cristo con una voce perfettamente tranquilla; e questo costume, certamente costume di ballo, le sta a meraviglia.
— Ah! signore, ecco uno sbaglio ch’io non vi perdonerei, se vicino a questo ritratto voi ne aveste veduto qualche altro. Voi non conoscete mia madre, signore; è lei che vedete in questo quadro; essa si fece ritrattare così saranno sette o 8 anni. Questo costume è di fantasia, a quanto pare, e la rassomiglianza è tanto grande, che mi pare sempre di vedere mia madre tale quale era nel 1830. La contessa fece fare questo ritratto in assenza del conte. Senza dubbio credeva di preparargli una dolce sorpresa pel ritorno; ma, cosa bizzarra, questo ritratto dispiacque a mio padre; ed il merito della pittura, che come vedete è una delle più belle opere di Leopoldo Robert, non potè vincerla sulla sua antipatia. È vero, sia detto fra noi, mio caro sig. conte, che mio padre è uno dei pari più assidui al Lussemburgo, un generale rinomato per la teoria, ma è un conoscitore di arti dei più mediocri; non è lo stesso però di mia madre, che dipinge in modo notevole, e che, stimando troppo questo lavoro per separarsene del tutto, l’ha regalato a me, perchè qui fosse meno esposto a dispiacere al sig. Morcerf, di cui vi farò vedere a suo tempo il ritratto dipinto da Gros. Perdonatemi se vi parlo in tal guisa di cose intime di famiglia; ma siccome avrò l’onore di presentarvi fra momenti al conte, vi dico tutto ciò, perchè non vi avesse a sfuggire qualche elogio di questo quadro in sua presenza. Del rimanente però, ha una trista influenza; è difficile che mia madre venga in camera mia senza fermarsi a contemplarlo, e più difficile ancora che lo contempli senza piangere. La nube che portò questa pittura in famiglia, è del resto la sola che sia insorta fra il conte e la contessa, che, sebbene maritati da più di 20 anni, sono uniti come se fosse il primo giorno.
Monte-Cristo vibrò una rapida occhiata sur Alberto, come per cercare un fine nascosto alle sue parole, ma apparve evidente che il giovine le aveva pronunciate con tutta semplicità.
— Ora, disse Alberto, avete veduto tutte le mie ricchezze, sig. conte, permettetemi di offrirvele, per quanto sieno indegne di voi; consideratevi come in casa vostra, e per mettervi ancora a maggior comodo vostro, abbiate la bontà di accompagnarmi dal sig. de Morcerf, al quale scrissi da Roma il servigio che mi avete reso, e cui ho annunziata la visita che mi avevate promessa, e, posso assicurarvene, il conte e la contessa aspettano con impazienza che loro sia permesso di ringraziarvene; siete un poco singolare in tutte le cose, lo so, sig. conte, e forse le scene di famiglia non hanno molta azione su Sindbad il marinaro: avete vedute tante scene! Frattanto però accettate ciò che vi propongo come iniziativa alla vita parigina, vita di cortesie, di visite e di presentazioni.
Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere: egli accettò la proposta senza entusiasmo e senza rincrescimento, come una di quelle convenienze sociali, di cui ciascun uomo, come si deve, si fa un dovere. Alberto chiamò il cameriere, e gli ordinò d’andare a prevenire il sig. e la sig.ª de Morcerf del prossimo arrivo del conte di Monte-Cristo.
Alberto lo seguì col conte. Giungendo nell’anticamera del conte, vedevasi, al di sopra della porta che metteva nel salotto, uno scudo, che dai ricchi fregi che lo circondavano, e dall’armonia cogli arredi della stanza, scorgevasi in quanto conto fosse tenuto.
Monte-Cristo si fermò davanti a questo blasone e lo esaminò con attenzione. — Sette merli d’oro a stormo, in campo azzurro. Questa senza dubbio è l’arme della vostra famiglia, domandò egli. Facendo astrazione dai pezzi del blasone che mi permettono di decifrarla, sono molto ignorante in materia araldica; io conte per caso, fatto in Toscana per aver fondata una commenda di Santo-Stefano, e che mi sarei contentato d’essere semplicemente un gran signore, se non mi fosse più volte ripetuto, che per uno che viaggia molto, un titolo è cosa necessaria. E di fatto il portare un’arme allo sportello della carrozza è cosa molto utile, non foss’altro che per non essere visitati dai doganieri. Scusatemi dunque se vi ho fatta questa domanda.
— Essa non è punto indiscreta, disse Morcerf colla semplicità della convinzione, e avete colto nel vero: queste sono le nostre armi, vale a dire, quelle del capo della famiglia, di mio padre; ma esse, come vedete, sono inquartate con un altro scudo, che è composto di gole con torri d’argento e che proviene dal capo della famiglia di mia madre. Dal lato di donna io sono spagnuolo, ma la famiglia Morcerf è francese, a quanto ho inteso dire, è ancora una delle più antiche del mezzodì della Francia.
— Sì, rispose Monte-Cristo, è quello che viene indicato dai merli. Quasi tutti i pellegrini armati che tentarono o fecero la conquista della terra santa, presero per loro armi, o croci, simbolo della missione alla quale si erano astretti con voto, o uccelli di passaggio, simbolo del lungo viaggio che imprendevano, e supponendo ancora che non fosse che a tempo di S. Luigi; ciò nonostante vi fa risalire al XIII secolo, il che è ancora bello.
— Ciò è possibile, disse Morcerf; in un angolo del gabinetto di mio padre vi è un albero genealogico che ci dirà questo, sul quale in altri tempi io aveva scritto dei commentari, che avrebbero edificato d’Hozier e Jaucourt. Ora non ci penso più, e ciò non ostante vi dirò, sig. conte, e questo rientra nelle mie attribuzioni di cicerone, che già cominciano di nuovo ad occuparsi di queste cose, sotto il nostro governo popolare.