Part 42
— Vediamo, mio caro Alberto, disse Debray; confessate che il vostro cuoco è in ritardo, che le ostriche non sono ancora giunte da Marennes o da Ostenda, e che a guisa della sig.ª di Maintenon, volete sostituire un racconto ad un piatto. Ditelo, mio caro, siamo abbastanza di buona compagnia per perdonarvelo, e per ascoltare la vostra storia; tuttochè sembri favolosa.
— Ed io vi dico, per quanto possa comparir favolosa, che ve la garantisco per vera dal principio alla fine. I briganti adunque mi avevano condotto in un luogo molto tristo, chiamato le Catacombe di S. Sebastiano.
— Lo conosco, disse Château-Renaud, e per poco non vi presi le febbri.
— Ed io ho fatto ancora più; l’ebbi realmente. Mi fu annunziato che ero prigioniero, salvo il riscatto, una bagattella, 4 mila scudi romani, circa 26 mila lire tornesi. Disgraziatamente non ne aveva più che 1,500, era alla fine del mio viaggio, e il mio credito era esausto. Scrissi a Franz. Ah perbacco! Franz era là, e potete chiedergli se mentisco di una virgola; scrissi dunque a Franz che se non giungeva alle 6 del mattino coi 4 mila scudi, alle 6 e 10 minuti sarei passato all’eterna gloria, e Luigi Vampa, questo è il nome del capo dei briganti, vi prego a crederlo, mi avrebbe mantenuta scrupolosamente la sua parola.
— Ma Franz sarà giunto coi 4 mila scudi? disse Château-Renaud. Che diavolo! non può trovarsi in impaccio per 4 mila scudi chi porta il nome di Franz d’Épinay o d’Alberto de Morcerf!
— No, ma egli giunse solamente, e semplicemente accompagnato dal convitato che vi ho annunziato, e che spero potervi presentare.
— E che! è dunque Ercole che uccide Caco questo signore? un Perseo che libera Andromeda?
— No, è un uomo in circa della mia corporatura.
— Armato fino ai denti? — Non aveva neppure un ferro da calzetta. — Egli dunque contrattò il vostro riscatto?
— Disse due parole all’orecchio del capo ed io fui liberato.
— Anzi gli fecero perfino le scuse d’avervi arrestato, disse Beauchamp. — Precisamente, rispose Morcerf
— Ma che! era dunque l’Ariosto quest’uomo?
— No, era semplicemente il conte di Monte-Cristo.
— Non v’è nessuno che si chiami così, disse Debray.
— Io non credo, soggiunse Château-Renaud colla presenza d’animo dell’uomo che tiene sulla punta delle dita tutte le genealogie delle famiglie nobili dell’Europa; chi è che conosca in alcuna parte un conte di Monte-Cristo?
— È forse un qualche casato proveniente dalla Terra Santa, disse Beauchamp, uno dei suoi avi avrà posseduto il Calvario, come i Mortmart il Mar morto.
— Perdono, disse Massimiliano, ma io credo di potervi togliere d’impaccio, signori: Monte-Cristo è una piccola isola, di cui ho sovente inteso parlare dai marinari impiegati da mio padre; un grano di sabbia in mezzo al Mediterraneo, un atomo nell’infinito.
— Ed è perfettamente ciò, signore, disse Alberto. Ebbene! di questo grano di sabbia, di questo atomo è signore e re colui di cui vi parlo; egli avrà comprato il diploma di conte in qualche parte della Toscana.
— È dunque ricco il vostro conte? — In fede mia, lo credo! — Ma ciò deve vedersi, mi sembra? — Ecco ciò che v’inganna, Debray. — Io non vi capisco affatto.
— Avete letto le _Mille e una notte_?
— Per bacco! bella domanda!
— Ebbene! sapete se le persone che vi si vedono sono ricche o povere? se i loro grani di frumento sono rubini o diamanti? essi hanno l’aspetto di miserabili pescatori, n’è vero? voi li trattate come tali, e d’un subito vi aprono qualche caverna misteriosa, e vi trovate un tesoro da comprare le Indie: il mio conte di Monte-Cristo è uno di quei pescatori: ha perfino un nome tolto da quella professione, si chiama Sindbad il marinaro, e possiede una caverna piena d’oro.
— L’avete veduta? domandò Beauchamp.
— Io no; Franz sì. Ma zitti! non bisogna dire una parola di tutto ciò davanti a lui. Franz vi discese cogli occhi bendati, e fu servito da uomini muti, e da donne, in paragone delle quali Cleopatra non era, a quanto pare che una _lorette_. Soltanto delle donne egli non è ben sicuro, attesochè esse non apparvero che dopo aver mangiato dell’_hatchis_; di modo che potrebbe darsi che quelle che ha prese per donne, non fossero state bonariamente che statue.
I giovani amici guardarono Morcerf con uno sguardo che voleva dire: — Ma che mio caro, diventate voi insensato, o vi burlate di noi?
— In fatto, disse Morrel pensieroso, ho inteso raccontare anch’io da un vecchio marinaro, chiamato Penelon qualche cosa di consimile a ciò che dice il signor di Morcerf.
— Ah! fece Alberto, sono ben fortunato che Morrel venga in mio aiuto. Vi dispiace, n’è vero, ch’egli getti un gomitolo di filo nel mio laberinto? — Perdonate, mio caro ma ci raccontate cose tanto inverisimili... — Ah! per bacco! perchè i vostri ambasciatori, i vostri consoli non ve ne parlano! essi non ne hanno il tempo, hanno troppo da fare nel molestare i loro compatriotti che viaggiano.
— Ah! ecco che v’inquietate, e ve la prendete coi nostri poveri diplomatici. Eh! mio Dio! con che volete che vi proteggano? la _Camera_ corrode ogni giorno i loro stipendi, ed ora è al punto di non trovarne più. Volete diventare ambasciatore? vi farò nominare a Costantinopoli.
— No, perchè il sultano alla prima nota in favore di Mehemet-Alì, mi manderebbe il cordone, e i miei segretari mi strangolerebbero.
— Vedete bene! disse Debray. — Sì, tutto ciò non toglie che esiste il mio conte di Monte-Cristo! — Per bacco! tutti gli uomini esistono, bel miracolo! — Tutti gli uomini esistono, ma non in simili condizioni. Tutti gli uomini non hanno schiavi neri, gallerie principesche, armi alla Casauba, cavalli da 6 mila franchi l’uno, e greche _mantenute_.
— L’avete voi veduta la Greca da lui _mantenuta_?
— Sì, l’ho veduta ed intesa; veduta al teatro Valle, intesa un giorno che facevo colazione dal conte.
— Il vostro uomo straordinario dunque mangia?
— In fede mia, che mangia! e tanto poco, che non merita la pena di parlarne.
— Voi vedrete poi che sarà un vampiro.
— Ridete, se volete, questa era l’opinione della contessa G***, che, come voi sapete, ha conosciuto lord Ruthwen.
— Ah! buono! disse Beauchamp, ecco per un uomo non giornalista, il simile del famoso serpente di mare del _Constitutionel_; un vampiro, perfettamente!
— Occhio rossiccio, la cui pupilla si dilata e restringe a volontà, disse Debray, volto ad angolo sviluppato, fronte spaziosa, tinta livida, barba nera, denti bianchi ed acuti, compitezza tutta particolare.
— Ebbene! precisamente è tutto ciò, Luciano, disse Morcerf, ed i connotati sono riportati a puntino. Sì, compitezza acuta ed incisiva. Quest’uomo spesso mi ha fatto fremere, e particolarmente un giorno, fra gli altri, che guardavamo insieme una esecuzione, ho creduto di essere presso a svenirmi, molto più per vederlo e sentirlo ragionare freddamente su tutti i supplizi della terra, di quella che per guardare il carnefice eseguire il suo ufficio, e sentire le grida del paziente.
— E non vi ha condotto fra le rovine del Colosseo per succhiarvi il sangue, Morcerf? disse Beauchamp.
— Ovvero dopo avervi liberato non vi ha fatto firmare qualche pergamena color di fuoco, in virtù della quale gli cediate la vostra anima?
— Scherzate! scherzate quanto volete, signori! disse Morcerf punto sul vivo. Quando osservo voi altri belli parigini, abituati al baluardo di Gand, passeggiatori del bosco di Boulogne, e mi ricordo di quest’uomo, mi pare che non siamo della stessa specie.
— Me ne glorio, disse Beauchamp.
— Il vostro conte di Monte-Cristo, soggiunse Château-Renaud, è però sempre un galantuomo nelle ore d’ozio, salvo però le sue piccole intelligenze coi banditi Italiani.
— Ma se non vi sono banditi Italiani! soggiunse Debray.
— Non vi sono vampiri! disse Beauchamp.
— Non esiste il conte di Monte-Cristo! riprese Debray.
— Ascoltate, caro Alberto, suonano le dieci e mezzo.
— Confessate che avete veduto un fantasma, e andiamo a far colazione, disse Beauchamp.
Ma la vibrazione dell’orologio a pendolo non era ancora estinta, quando la porta si aprì, e Germano annunziò:
— S. E. il conte di Monte-Cristo!
Tutti gli uditori fecero loro malgrado un movimento che dinotava la preoccupazione da Morcerf infiltrata nelle loro anime col suo racconto. Alberto stesso non potè esimersi da una commozione momentanea. Non era stato inteso nè carrozza sulla strada, nè passi nell’anticamera; la porta stessa si era aperta senza rumore. Il conte comparve sul limitare, vestito colla più grande semplicità, ma il _lion_ più esigente non avrebbe saputo trovarvi la più piccola mancanza. Tutto era di un gusto squisito, tutto usciva dalle mani dei più eleganti fornitori, abiti, cappello, biancheria.
Sembrava avere appena 35 anni, ma ciò che sorprese tutti si fu l’estrema rassomiglianza col ritratto che ne aveva descritto Debray. Il conte si avanzò sorridendo in mezzo al salotto, e andò direttamente da Alberto, che venendogli incontro gli offerse con trasporto la mano. — L’esattezza, disse Monte-Cristo, è la gentilezza dei re, per quanto ha preteso, io credo, uno dei vostri sovrani. Ma qualunque sia la loro buona volontà, non è però sempre quella dei viaggiatori. Però io spero, mio caro visconte, che mi scuserete, in grazia della mia buona volontà, i due o tre secondi di ritardo al nostro convegno; 500 leghe non si fanno senza qualche contrattempo, particolarmente in Francia ove è proibito, a quanto sembra, di battere i postiglioni.
— Signor conte, rispose Alberto, io era sul punto di annunziare la vostra visita ad alcuni dei miei amici, da me riuniti ad occasione della promessa che mi faceste, e che ho l’onore di presentarvi. Questi signori sono, il conte di Château-Renaud, la cui nobiltà risale a 12 Pari, i cui antenati hanno avuto posto alla tavola rotonda: Luciano Debray, segretario particolare del ministro dell’Interno; Beauchamp, terribile giornalista, il terrore del governo francese, e di cui forse, ad onta dalla sua celebrità non avrete inteso parlare in Italia, atteso che il suo giornale non vi può entrare; finalmente Massimiliano Morrel capitano degli _Spahis_. — A questo nome, il conte, che fino allora aveva salutato cortesemente, ma con una freddezza ed una impassibilità tutta inglese, fe’ suo malgrado un passo in avanti, ed una leggera tinta vermiglia passò come un lampo sulle sue pallide guance: — Il signore porta l’uniforme dei nuovi vincitori francesi? diss’egli, è una bell’uniforme.
Non sarebbe stato possibile poter dire quale fosse il sentimento che dava alla voce del conte una così profonda vibrazione e che faceva brillare suo malgrado l’occhio tanto bello, tanto sereno e limpido, quando non aveva alcun motivo per velarlo. — Voi non avevate mai veduti i nostri affricani, sig. conte? disse Alberto. — Giammai, replicò il conte, ritornato perfettamente padrone di sè stesso.
— Ebbene, sig. conte, sotto quest’uniforme batte uno dei cuori più bravi e più nobili dell’esercito...
— Oh! sig. conte, interruppe Morrel.
— Lasciatemi dire, capitano... Non ha guari, continuò Alberto, abbiamo inteso un tratto così eroico del signore, che, quantunque io lo veda oggi per la prima volta, reclamo da lui il favore di potervelo presentare come un mio amico. — E sarebbesi potuto anche a queste parole, scorgere nel conte quello strano sguardo di fissazione, quel rossore fuggitivo, e quel leggero tremore della palpebra, che in lui dinotava emozione: — Ah il signore ha un cuor nobile, disse il conte; tanto meglio!
Questa specie di esclamazione che corrispondeva piuttosto col pensiero del conte, che col discorso d’Alberto sorprese tutti, ma particolarmente Morrel, che guardò il conte di Monte-Cristo con istupore. Ma in pari tempo il tuono della voce era stato sì dolce e per così dire sì soave, che, per quanto strana fosse apparsa questa esclamazione non v’era ragione in alcun modo d’offendersene.
— Perchè dunque ne dubiterebbe egli? disse Beauchamp a Château-Renaud.
— In verità, ripose questi, che, coll’abitudine del _gran mondo_ e la chiarezza pel suo colpo d’occhio aristocratico, aveva penetrato in Monte-Cristo tutto ciò che era in lui penetrabile, in verità Alberto non ci ha ingannati, è un personaggio singolare questo conte; che ne dite Morrel?
— In fede mia, rispose questi, ha l’occhio franco e la voce simpatica di modo che mi piace ad onta della bizzarra riflessione che ha fatta sul conto mio.
— Signore! disse Alberto, Germano m’avvisa che la colazione è all’ordine. Mio caro conte, permettetemi che v’insegni la strada. — Passarono silenziosamente nella sala da pranzo, e ciascuno si mise al suo posto.
— Signori, disse il conte sedendosi, permettetemi una confessione che sarà la mia scusa per tutte le inconvenienze che potrò commettere: sono forestiere ma forestiere a tal punto che questa è la prima volta che vengo a Parigi. La vita francese mi è dunque perfettamente sconosciuta, non avendo fino ad ora seguita che la sola orientale, la più antipatica alle buone tradizioni parigine. Vi prego dunque a scusarmi se ritroverete in me qualche cosa di troppo turco, o di troppo arabo. Detto ciò, signori, facciamo colazione.
— Dal modo come ha detto tutto ciò, mormorò Beauchamp, si conosce che è un gran signore.
— Un gran signore straniero, soggiunse Debray.
— Un gran signore cosmopolita, disse Château-Renaud.
Ognuno ricorderà che il conte era un convitato sobrio. Alberto ne fece le sue osservazioni, e manifestò il timore che non avesse a dispiacergli la vita parigina fin dal suo bel principio nella parte più materiale, è vero, ma nello stesso tempo più necessaria: — Mio caro conte, diss’egli, voi mi vedete colpito da un timore, ed è che la cucina della strada d’Helder non abbia a dispiacervi tanto, quanto quella della piazza di Spagna. Avrei dovuto chiedervi ciò che più vi gusta, o farvi preparare qualche piatto di vostra fantasia.
— Se voi mi conosceste di più, rispose sorridendo il conte, non vi preoccupereste di una cosa quasi umiliante per un viaggiatore quale io sono, che ha successivamente vissuto con maccheroni a Napoli, con polenta a Milano, con olla pudrida a Valenza, con riso asciutto a Costantinopoli, con karrick nelle Indie, e con nidi di rondinelle nella China. Non vi è una cucina particolare per un cosmopolita come sono io: mangio di tutto, ed in ogni luogo; solo mangio poco, ed oggi che voi mi rimproverate la mia sobrietà, sono in una delle giornate del mio massimo appetito, perchè da ieri mattina non ho più mangiato.
— Come da ieri mattina? esclamarono i convitati, non avete mangiato da 26 ore?
— No, rispose il conte, fui obbligato di deviare dalla mia strada per portarmi a Nimes a prendere in quei dintorni alcune informazioni, di modo che era un poco in ritardo; e non ho voluto fermarmi.
— Ma avrete mangiato in carrozza? chiese Morcerf.
— No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza aver volontà di mangiare.
— Ma dunque, comandate al sonno? domandò Morrel.
— Presso a poco. — Avete voi una ricetta per questo?
— Infallibile. — Ecco ciò che sarebbe eccellente per noi Affricani, che non abbiamo sempre che mangiare, e che difficilmente abbiamo di che bere, disse Morrel.
— Sì, disse il conte, disgraziatamente la mia ricetta, buona per un uomo come me, che conduco una vita di eccezione, sarebbe molto pericolosa applicata ad un esercito che non si sveglierebbe più, quando se ne avesse bisogno.
— Si può sapere che è questa ricetta? chiese Debray.
— Oh! mio Dio! sì, disse il conte, non ne faccio alcun segreto; è un mischio di eccellente oppio che io stesso sono stato a cercare a Canton per esser certo d’averlo puro, e del miglior _hatchis_ che si raccolga in Oriente, cioè fra il Tigri e l’Eufrate. Si riuniscono questi due ingredienti in porzioni eguali, e se ne formano delle specie di pillole che s’inghiottiscono quando uno ne ha bisogno. L’effetto si produce dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d’Épinay, che credo un giorno ne abbia gustato.
— Sì, rispose Morcerf, me ne ha detto qualche parola, ed anzi ne ha conservato grata memoria.
— Ma, disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto incredulo, porterete sempre questa droga con voi?
— Sempre, rispose il conte di Monte-Cristo.
— Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole? continuò Beauchamp nella speranza di cogliere lo straniero in fallo.
— No, signore, rispose il conte. E cavò di tasca una maravigliosa bomboniera scavata in un solo smeraldo, e chiusa con un fermaglio d’oro, che, aprendosi, dava passaggio ad una pillola di color verdastro della grossezza di un pisello. Questa pillola aveva un odore acre e penetrante; ve ne erano 4, o 5 nella cavità dello smeraldo che ne poteva contenere circa una dozzina.
La bomboniera fece il giro della tavola, ed i convitati se la facevano passare più per esaminare la magnificenza dell’ammirabile smeraldo che per guardare e fiutare le pillole che conteneva. — È forse il vostro cuoco che vi prepara questo regalo? domandò Beauchamp.
— No, signore, disse il conte di Monte-Cristo; non abbandono in tal modo i miei piaceri reali all’arbitrio di mani indegne; sono abbastanza buon chimico per prepararmi da me stesso queste pillole.
— Questo è uno smeraldo ammirabile, ed è il più grosso che abbia mai veduto, quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia molto notevole, disse Château-Renaud.
— Di questi ne aveva tre, soggiunse il conte di Monte-Cristo; uno ne regalai al Gran signore che ne ha adornata la sua sciabola; l’altro a persona che non debbo nominare; il terzo l’ho riserbato per me, e l’ho fatto scavare, la qual cosa gli ha tolto la metà del valore, ma lo ha reso più comodo per l’uso al quale l’ho destinato.
Ciascuno guardò il conte di Monte-Cristo con meraviglia; parlava con tanta semplicità, che faceva conoscere ad evidenza essere vero ciò che diceva, o essere pazzo: ciò non ostante lo smeraldo che rimaneva nelle sue mani faceva piuttosto inclinare a credere la prima supposizione.
— E che vi hanno dato in contraccambio le persone cui avete fatti simili doni? chiese Debray.
— Il Gran-signore mi concesse la libertà di una donna, rispose il conte; l’altra persona la vita di un uomo. Di modo che per due volte sono stato così possente, come se fossi nato sui gradini di un trono.
— E forse fu Peppino che liberaste, n’è vero? gridò Morcerf; a lui forse applicaste il vostro diritto di grazia?
— Può darsi, disse Monte-Cristo sorridendo.
— Sig. conte, disse Morcerf, non potete formarvi un’idea del piacere che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi aveva di già annunziato ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle _Mille e una Notte_, come uno stregone del medio evo; ma i parigini sono persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci dell’immaginazione le verità più incontrastabili, quando esse non entrano nelle condizioni della loro giornaliera esistenza. Per esempio, ecco Debray che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni, essere stato fermato e spogliato sul baluardo qualche membro Jockey-Club in ritardo, che furono assassinate quattro persone sulla strada Saint-Denis o nel sobborgo San-Germano; che sono stati arrestati 4, 10, 20 ladri, sia in un caffè sul baluardo del Tempio, sia alle Terme di Giulio, e negano l’esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna Romana, e nelle paludi Pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego, signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le probabilità, la resurrezione finale nelle catacombe di San Sebastiano, invece di dar loro da colazione nella mia piccola ed indegna casa strada di Helder.
— Bah! voi mi avete promesso di non parlarmi più di questa miseria. — Non sono io che vi ho fatto questa promessa, sig. conte, gridò Morcerf, sarà stato qualche altro cui avete reso un simile servigio, e che ora confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; perchè se vi risolvete a parlare di questa particolarità, non solo ridirete alcune cose che so, ma molte altre ancora che non so.
— Ma mi sembra che in tutto questo affare, soggiunse il conte ridendo, abbiate sostenuto una parte di troppa importanza, per sapere al par di me tutto ciò che è accaduto.
— Volete promettermi, che, se dico tutto quel che so, mi direte tutto quello che non so?
— È troppo giusto, rispose Monte-Cristo.
— Ebbene! soggiunse Morcerf, dovesse il mio amor proprio ancora soffrirne, mi sono creduto per tre giorni l’oggetto delle civetterie di una maschera che aveva presa per discendente delle Tulie, o delle Poppee, nel mentre che ero puramente e semplicemente l’oggetto delle frascherie di una contadina; e notate bene che dico contadina per non dire villana. Ciò che io so si è, che a guisa di un gonzo, più gonzo ancora di colui di cui si parlava non ha guari, ho preso per questa persona un giovine bandito dai 15 ai 16 anni, col mento imberbe, la vita sottile, che al momento in cui voleva emanciparmi fino a depositare un bacio sulla sua casta spalla, mi ha messo le pistole alla gola, e coll’aiuto di altri sette o 8 banditi, mi ha condotto o piuttosto mi ha trascinato nel fondo delle catacombe di San Sebastiano, ove trovai un capo di banditi molto letterato, in fede mia, che leggeva i commentari di Giulio Cesare, e che si è degnato d’interrompere la lettura per dirmi che se la dimane alle 6 del mattino non aveva versati 4 mila scudi nella sua cassa alle sei ed un quarto avrei perfettamente cessato di vivere. La lettera vi è, essa è nelle mani di Franz, firmata da me, con _post-scriptum_ di Mastro Luigi Vampa. Se ne dubitate, scriverò a Franz che farà legalizzare le firme. Ecco ciò che so. Or quello che mi resta a sapere si è, come mai, voi, sig. conte, siate giunto ad incutere ai banditi di Roma un sì gran rispetto, ad essi che nulla rispettano. Vi confesso che Franz ed io ne fummo rapiti d’ammirazione.
— Niente di più semplice, signore, rispose il conte, io conosceva il famoso Vampa da più di dieci anni. Quand’egli era ancor giovine e pastore, un giorno gli regalai, non mi sovviene ora qual moneta d’oro, perchè m’indicò la strada, ed egli, per non avere niente del mio, mi dette in cambio un pugnale, intagliato colle sue mani, e che voi forse avrete notato nella mia collezione d’armi. Col tempo, sia ch’egli dimenticasse questo ricambio di piccoli regali che doveva mantenere l’amicizia fra di noi, sia che non mi avesse riconosciuto, tentò di arrestarmi; ma io al contrario arrestai lui con una dozzina dei suoi compagni. In allora poteva abbandonarlo alla giustizia romana che è speditiva, e che si sarebbe ancora sollecitata di più a suo riguardo, ma non lo feci; invece lo rimandai con tutti i suoi.
— A condizione che non peccassero più, disse il giornalista ridendo. Vedo con piacere ch’essi hanno mantenuta scrupolosamente la parola.
— No, signore, rispose Monte-Cristo, a condizione che rispettassero sempre me ed i miei amici.
— Alla buon’ora, gridò Château-Renaud, ecco il primo uomo coraggioso che sento predicare lealmente e brutalmente l’egoismo; ciò è bellissimo, bravo! signor conte.
— Almeno ciò è molto franco, disse Morrel; ma sono sicuro che il conte non si è pentito di avere una volta mancato a questi principi, che ora ci ha esposti in modo così assoluto.
— Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore? domandò Monte-Cristo che di tempo in tempo non poteva esimersi dal guardare Massimiliano con tanta attenzione, che già due o tre volte l’ardito giovine era stato costretto ad abbassar gli occhi, rimpetto allo sguardo limpido e chiaro del conte.
— Mi sembra, rispose Morrel, che liberando il sig. di Morcerf che non conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla società...
— Di cui egli fa il più bell’ornamento, disse con gravità Beauchamp, vuotando in un sol fiato un bicchiere di Champagne.