Il Conte di Monte-Cristo

Part 41

Chapter 413,822 wordsPublic domain

Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano disposte spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete armature, damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, uccelli imbottiti di crini, che tenevano le ali aperte ad un volo immobile, colle penne color di fuoco, col becco che non chiudono mai. Non occorre dire, che questa era la stanza di predilezione di Alberto. Però, il giorno del convegno, il giovine in abito di mezza gala aveva fissato il suo quartier generale nel salotto del pian terreno. Ivi, sur una tavola, circondata da un divano largo e morbido, tutti i tabacchi sconosciuti, dal giallo di Pietroburgo fino al nero del Sinai passando per il porto-ricco, e il latakiè, erano racchiusi in vasi di terraglia smaltata che sono l’adorazione degli olandesi. Vicini ad essi, in cassette di legni odorosi, erano schierati per ordine di grandezza, e di qualità i sigari puros, regalia, avana ecc.; finalmente in un armadio aperto una collezione di pipe di Germania, di Turchia, coi bocchini d’ambra, ornate di corallo, e di fregi incrostati d’oro, con lunghe canne di marrocchino ripiegate a guisa di serpenti, aspettavano il capriccio o la simpatia dei fumatori. Alberto aveva presieduto da sè stesso all’ordinamento, o piuttosto a quel disordine simmetrico che, dopo il caffè i convitati di una colazione alla moderna amano di osservare per mezzo al fumo che loro sfugge di bocca dirigendosi al soffitto in lunghe e capricciose spirali.

Alle 10 meno un quarto entrò un cameriere, che unitamente ad un _groom_ di 15 anni, il quale parlava soltanto l’inglese, e rispondeva al nome di John, erano i soli domestici di Alberto. Ben inteso ch’egli poteva disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari, e negli straordinari il cacciatore del conte era a sua disposizione. Questo cameriere, che si chiamava Germano e che godeva tutta la confidenza del giovine padrone, teneva in mano un pacco di giornali che depose sul tavolo, ed alcune lettere che consegnò ad Alberto, il quale vi gettò sopra uno sguardo indifferente, ne scelse due con minuti caratteri, e con sopraccarta profumata, le dissigillò, e le lesse con qualche attenzione.

— Come sono arrivate queste lettere? domandò egli.

— Una è venuta per la posta, l’altra l’ha portata il cameriere della sig.ª Danglars.

— Fate dire alla sig.ª Danglars che accetto il posto che mi offre nel suo palco... aspettate, in giornata passerete da Rosa; le direte che andrò, come m’invita a cenare da lei uscendo dall’_Opera_, e le porterete sei bottiglie di vino assortito di Cipro, di Xeres, di Malaga ed un barile di ostriche d’Ostenda... prendete le ostriche da Borel, e raccomandategli che sono per me.

— A che ora comanda sia in ordine la tavola?

— Che ora abbiamo! — Manca un quarto alle dieci.

— Ebbene ordinate per le 10 e mezzo precise... Debray sarà forse obbligato di andare al suo ministero... e d’altra parte... (Alberto consultò il suo taccuino) questa è l’ora che ho indicata al conte, li 21 maggio alle 10 e mezzo a. m.; quantunque non faccia gran fondamento sulla promessa, desidero di essere esatto. A proposito sapete se la sig.ª contessa sia alzata?

— Se il sig. Visconte lo desidera, andrò ad informarmene.

— Sì... le chiederete una delle cassettine da liquori, poichè la mia è incompleta: le direte che avrò l’onore d’andar da lei verso le tre, e che le domando permesso di presentarle un signore.

Il cameriere uscito, Alberto si gettò sul divano, stracciò la fascetta a due o tre giornali, guardò gli annunzi degli spettacoli, fece la boccaccia vedendo che si rappresentava un’opera e non un ballo; cercò invano quegli annunzi di profumeria un oppiato pel dolore dei denti di cui gli era stato parlato, e gettò l’uno dopo l’altro i tre giornali più in voga a Parigi, mormorando in mezzo ad uno sbadiglio prolungato:

— In verità questi giornali divengono di giorno in giorno sempre più noiosi.

In questo mentre una carrozza si fermò avanti la porta, ed un momento dopo il cameriere rientrò annunziando il signor Luciano Debray. Un giovine biondo, alto, pallido, coll’occhio grigio e fermo, colle labbra sottili e fredde, coll’abito blu a bottoni cisellati, la cravatta bianca, una lente di cristallo sospesa ad un filo di seta, e che per uno sforzo del tendine sopracciliare e del tendine zigomatico arrivava a fissare avanti la cavità dell’occhio destro, entrò senza sorridere, senza parlare, con un portamento semi-ufficiale:

— Buon giorno, Luciano, buon giorno! disse Alberto. Ah! voi mi spaventate, mio caro, colla vostra esattezza! Ma che dico? esattezza! Voi che non aspettava che per ultimo, giungete alle 10 meno 5 minuti, mentre il convegno definitivo non è che alle 10 e mezzo? Quest’è un miracolo! Il ministero sarebbe forse caduto?

— No, carissimo, disse il giovine gettandosi sul divano, tranquillatevi, trattiamo sempre, ma non cediamo mai, e comincio a credere che passeremo bonariamente alla immobilità, senza contare che gli affari della penisola vanno in modo da consolidarsi pienamente.

— Ah! è vero, scacciate Don Carlos dalla Spagna.

— No, carissimo, non confondete le cose; lo riconduciamo all’altra frontiera della Francia, e gli offriamo una ospitalità da re a Bourges. — A Bourges? — Sì, egli non avrà a lagnarsi; Bourges è la capitale del re Carlo VII. Come! voi non sapete nulla di tutto ciò? Tutta Parigi lo sa da ieri, e avanti ieri la cosa era già stata traspirata alla borsa, perchè Danglars (non so con qual mezzo quest’uomo ha le notizie nello stesso tempo di noi) perchè Danglars ha arrischiato sul rialzo de’ fondi; e vi ha guadagnato un milione.

— E voi una nuova decorazione, a quanto parmi: poichè vedo una striscia blu aumentata alla vostra spranghetta.

— Eh! mi hanno inviato la decorazione di Carlo III, rispose negligentemente Debray.

— Andiamo, non fate tanto l’indifferente, e confessate che avete avuto piacere a riceverla.

— In fede mia, sì, come compimento di toletta, una placca sta bene sopra un abito nero abbottonato, è cosa elegante.

— E, disse ridendo Morcerf, si ha l’aspetto del principe di Galles, o simili. — Ecco adunque, carissimo, il perchè mi vedete così di buon’ora. — Perchè avete la placca di Carlo III e volevate darmi questa notizia? — No, ma perchè ho passata tutta la notte a spedir lettere; 25 dispacci diplomatici. Ritornato in casa questa mattina a giorno, voleva dormire, ma mi ha assalito il dolor di testa, e mi sono rialzato per montare un’ora a cavallo. A Boulogne sono stato preso dalla noia, e dalla fame, due nemici che raramente vanno insieme, e che ciò non pertanto, si sono collegati contro di me: una specie di alleanza Carlo-repubblicana; allora mi sono ricordato che questa mane v’era festa in casa vostra, ed eccomi qua: ho fame, nutritemi: sono annoiato, divagatemi.

— Questo è il mio dovere d’anfitrione, amico caro, disse Alberto suonando pel cameriere, mentre che Luciano colla sua bacchettina, col pomo cesellato ed incrostato di turchinette, faceva saltare i giornali spiegati; — Germano, un bicchiere di Xeres, ed un biscotto. Frattanto, mio caro Luciano, ecco dei sigari di contrabbando, bene inteso: v’invito a fumarli, e a persuadere il vostro ministro a vendercene degli eguali, invece delle foglie di noce che condanna i buoni cittadini a fumare.

— Peste! me ne guarderò bene. Quando questi vi venissero dal governo non li vorreste più, e li ritrovereste esecrabili. D’altra parte ciò non ha rapporto coll’interno, spetta alle finanze; indirizzatevi al signor Humann, sezione delle contribuzioni indirette, corridore A, N. 26.

— In verità, disse Alberto, mi sorprendete per le vostre estese cognizioni. Ma prendete un sigaro!

— Ah! caro conte, disse Luciano accendendo un sigaro ad una candela color di rosa in una bugìa d’argento dorato, e rovesciandosi sul divano, quanto siete felice, per non avere nulla da fare! in verità, non conoscete la vostra felicità!

— E che fareste dunque, mio caro rappacificatore di regni, rispose Morcerf con una leggera ironia: se non aveste nulla da fare? Come! segretario particolare di persona influente, lanciato ad un tempo nella gran cabala europea e nei piccoli intrighi di Parigi; avendo dei re, e meglio ancora, delle regine da proteggere, dei partiti da riunire, delle elezioni da dirigere; facendo più nel vostro gabinetto e col vostro telegrafo di quel che non ha fatto Napoleone sui campi di battaglia colla spada, e colle vittorie; possedendo 25 mila lire di rendita, oltre il vostro impiego, un cavallo di cui Château-Renaud vi ha offerto 400 luigi e non glielo avete voluto dare, un sarto che non vi sbaglia mai un calzone; avendo l’_Opera_, il Jockey-Club, e il teatro delle varietà, non trovate dunque che tutto ciò sia buono per distrarvi? Ebbene, sia, vi distrarrò io.

— Ed in qual modo? — Col farvi fare una nuova conoscenza. — Un uomo o una donna? — Un uomo.

— Oh! ne conosco di già troppi. — Ma è uno come non ne conoscete quello di cui vi parlo. — E di dove viene dunque? di capo al mondo? — Fors’anche di più lontano.

— Oh! diavolo! spero bene che non sia quegli che deve portare la nostra colazione? — No, siate tranquillo, la nostra colazione è nelle cucine materne. Ma dunque avete fame?

— Sì, lo confesso, per quanto sia umiliante il dirlo. E ciò non ostante ieri ho pranzato dal sig. de Villefort: e non so se abbiate mai notato, che si pranza molto male dalle persone di tribunale: direbbesi che hanno sempre dei rimorsi.

— Ah! per bacco! voi disprezzate i pranzi degli altri come se si pranzasse bene dai vostri ministri.

— Sì, ma non invitiamo la gente di _bonton_ almeno; e se non fossimo obbligati ad invitare quei miserabili che pensano, e quel che più importa, che danno buoni voti, ci guarderemmo, come dalla peste, di pranzare in casa nostra; questo vi prego a volerlo credere sul serio.

— Allora, mio caro, prendete un altro bicchiere di Xeres ed un altro biscotto.

— Il vostro vino di Spagna è eccellente; vedete bene che abbiamo avuto gran ragione a rappacificare quel paese.

— E ciò vi procurerà il tosone d’oro.

— Credo che questa mattina abbiate adottato il sistema di nutrirmi di fumo.

— Eh! questo è quanto diverte più lo stomaco; convenitene; ma ascoltate: sento appunto la voce di Beauchamp nell’anticamera, disputerete insieme, e ciò vi farà attendere con maggior pazienza.

— A proposito di che?

— A proposito di giornali.

— Ah! caro amico, disse Luciano, con un sovrano disprezzo, io leggo forse giornali?

— Ragione di più, allora disputerete maggiormente.

— Il Sig. Beauchamp, annunziò il cameriere.

— Entrate, entrate! penna terribile! disse Alberto alzandosi e andando incontro al giovine: ecco qui Debray che vi detesta senza leggervi, almeno a quanto ha detto.

— Egli ha ben ragione, disse Beauchamp, si conduce come me; io lo critico senza sapere quel che fa... Buon giorno commendatore.

— Ah! lo sapete di già? rispose il segretario particolare, scambiando col giornalista una stretta di mano ed un sorriso.

— Per bacco! riprese Beauchamp. — E che se ne dice nel mondo? — In qual mondo? abbiamo molti mondi nell’anno di grazia 1838. — Eh! nel mondo critico-politico di cui siete uno dei _lions_.

— Ma si dice che la cosa è giustissima.

— Andiamo, andiamo, non c’è male, disse Luciano; perchè mai non siete uno dei nostri, mio caro Beauchamp? Con tanto spirito quanto ne possedete, fareste fortuna in tre o quattro anni.

— Non aspetto che una cosa per seguire il vostro consiglio. Ora, una sola parola a voi, caro Alberto, poichè bisogna bene che lasci respirare Luciano: facciamo colazione o pranziamo? perchè io ho _la camera_ che mi aspetta. Non sono tutte rose, come vedete, nel nostro mestiere.

— Faremo soltanto colazione; non aspettiamo più che due persone, e ci metteremo a tavola subito che saranno giunte.

— E chi aspettate? disse Beauchamp.

— Un gentiluomo, ed un diplomatico, rispose Alberto.

— Allora è l’affare di due piccole ore pel gentiluomo; e di due grandi ore pel diplomatico: ritornerò alle frutta. Serbatemi delle fragole, del caffè, e dei sigari: mangerò una costolina alla camera.

— Non ne fate niente, Beauchamp. Quando anche il gentiluomo fosse un Montmorency, e l’altro uno dei primi diplomatici, faremo colazione alle 11 precise; frattanto fate come Debray, assaggiate il mio Xeres, ed i miei biscotti.

— Andiamo dunque, sia così, resto. Bisogna assolutamente che questa mane mi distragga.

— Buono! eccovi come Debray: mi sembra però che quando il ministero è tristo l’opposizione debba essere allegra!

— Ah! vedete, amico caro, ciò nasce perchè non sapete da che cosa sono minacciato. Questa mattina sentirò alla camera dei deputati un discorso di Danglars, e questa sera in casa di sua moglie una tragedia di un pari di Francia.

— Capisco: avete bisogno di far provvigione d’ilarità.

— Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, è dell’opposizione.

— Ecco, per bacco! dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell’agio.

— Caro mio, disse Alberto a Beauchamp, si vede bene che gli affari di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un’asprezza stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell’eloquenza di un uomo, che un giorno o l’altro può dirmi: «signor visconte, sapete che assegno in dote due milioni a mia figlia.»

— Su, via! disse Beauchamp, questo matrimonio non si farà mai. Il re ha potuto farlo conte, ma non potrà mai farlo diventar gentiluomo, ed il conte de Morcerf è una spada troppo aristocratica per acconsentire, per due meschini milioni, ad una cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf non deve sposare che una marchesa.

— Due milioni, rispose Alberto, sono una bella cosa.

— Questo è il capitale sociale di un teatro dei baluardi, o di una strada di ferro dal giardino delle piante a Râpèe.

— Lasciatelo dire, Morcerf, riprese con noncuranza Debray, ed ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, n’è vero? ebbene! che v’importa! è meglio allora su questa cifra un blasone di meno ed un zero di più; avete 7 merli nelle vostre armi, ne darete tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancor quattro.

— In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano, rispose con distrazione Alberto.

— Eh certamente! d’altra parte è milionario e nobile come un bastardo: cioè, come potrebbe esserlo.

— Zitto! non dite questo, Debray, rispose ridendo Beauchamp: poichè ecco qui Château-Renaud che per guarirvi dalla manìa di paradossare su tutto, vi passerebbe a traverso il corpo la spada di Renaud di Montauban, suo avolo.

— Egli allora derogherebbe, rispose Luciano, perchè io sono un villano, villanissimo.

— Bene! gridò Beauchamp, ecco il ministero che canta da pastore. Eh! come finiremo?

— Il sig. Château-Renaud! il sig. Massimiliano Morrel! disse il cameriere, annunziando i due nuovi convitati.

— Il numero è completo! disse Beauchamp, e noi andiamo a far colazione; perchè se non isbaglio, non aspettavate che due persone, Alberto?

— Morrel! mormorò Alberto! e chi è costui?

Ma prima che avesse terminato, il sig. de Château-Renaud, bel giovine di 30 anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a dire, coll’aspetto di un Guiche e lo spirito di un Mortemart, aveva preso Alberto per la mano.

— Permettetemi, mio caro, gli diss’egli, di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel, capitano dei _Spahis_ (specie di cavalieri affricani) mio amico, e di più mio salvatore. Del rimanente egli si presenta abbastanza bene da sè stesso, salutate il mio eroe, visconte.

E si scostò per lasciar vedere questo grande e nobile giovine, dalla fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i nostri lettori si ricorderanno di aver veduto a Marsiglia in una congiuntura molto più drammatica, e che non avran certo dimenticata. Una ricca uniforme metà francese, e metà orientale, mirabilmente portata, faceva comparire il suo largo petto decorato della croce della legione d’onore, e l’inquadratura svelta delle sue forme.

Il giovine ufficiale s’inchinò con pulita eleganza; Morrel era grazioso in tutti i suoi movimenti perchè era forte.

— Signore, disse Alberto con affettuosa cortesia, il barone di Château-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel farmi fare la vostra conoscenza. Voi siete uno de’ suoi amici, signore; siate ancora uno dei nostri.

— Benissimo, disse Château-Renaud, e desiderate, mio caro visconte, che presentandosi l’occasione faccia per voi quel che ha fatto per me.

— E che ha dunque fatto? domandò Alberto.

— Oh! non è mestieri di parlarne, il signore esagera.

— Come! è mestieri di parlarne! la vita non vale la pena che se ne parli?... In vero avete troppa filosofia nelle vostre parole, mio caro Morrel... Andrà bene per voi ch’esponete la vostra vita tutti i giorni, ma per me che l’ho esposta una volta per caso...

— Ciò che scorgo di più chiaro in tutto ciò, barone, è che il capitano Morrel vi ha salvata la vita.

— Oh! mio Dio! sì, semplicemente, replicò Château-Renaud. — E in quale occasione? domandò Beauchamp.

— Beauchamp amico mio, sapete ch’io muoio di fame! disse Debray; non andate dunque nelle storie.

— Ebbene! ma io, disse Beauchamp, non impedisco che si mettano a tavola... Château-Renaud ci racconterà ciò a tavola.

— Signori, disse Morcerf, non sono che le 10 e un quarto, e noi aspettiamo un altro convitato.

— Ah! è vero, un diplomatico, riprese Debray.

— Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ciò che so, si è che lo incaricai di un’ambasciata per conto mio, da lui disimpegnata con tanta mia soddisfazione che se fossi stato re, lo avrei fatto cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, ancorchè avessi avuto a mia disposizione il Toson d’Oro e la Giarrettiera.

— Allora, dappoichè non si va ancora a tavola, disse Debray, versatevi un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e raccontateci la vostra storia, barone.

— Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Affrica? — Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Château-Renaud, disse con galanteria Morcerf.

— Sì, ma dubito che non vi sarete andato, com’essi, per liberare il santo sepolcro.

— Avete ragione, Beauchamp, disse il giovine aristocratico, fu solo per tirare il mio colpo di pistola come dilettante. Il duello mi ripugna, come voi sapete, da poi che due testimoni, che io aveva scelti per accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un braccio ad uno dei miei migliori amici... eh! per bacco a quel povero Franz d’Épinay, che voi tutti conoscete.

— Ah! è vero, vi batteste in allora, molto tempo fa,... ed a proposito di che?

— Il diavolo mi porti se me ne ricordo! disse Château-Renaud; ma ciò che mi ricordo perfettamente si è che, avendo vergogna di lasciar dormire un ingegno come il mio, ho voluto provare sugli Arabi delle pistole nuove di cui aveva avuto dono. In conseguenza m’imbarcai per Orano; di lì passai a Costantina, e giunsi precisamente in tempo per veder levare l’assedio. Mi misi in ritirata come gli altri. Per 48 ore sopportai abbastanza bene la pioggia di giorno, e la neve di notte; finalmente nella terza mattina il cavallo morì di freddo. Povera bestia! accostumato alle coperte ed al braciere della scuderia... un cavallo arabo che si è trovato spatriato per aver rinvenuto appena dieci gradi di freddo in Arabia.

— Per ciò volevate comprare il mio cavallo inglese, disse Debray; supponendo forse che sopporterebbe il freddo meglio del vostro arabo. — Siete in errore, poichè ho fatto voto di non ritornare più in Affrica.

— Voi dunque avete avuto paura; domandò Beauchamp.

— In fede mia sì, lo confesso, disse Château-Renaud; e ne ho avuto ben d’onde! Il mio cavallo dunque era morto; io faceva la mia ritirata a piedi, sei arabi vennero al galoppo per tagliarmi la testa, ne ammazzai due con due colpi del mio fucile, due colle mie due pistole; ma ne restavano altri due, ed io era disarmato. L’uno mi prese pei capelli, per questo ora li porto corti, non si sa mai ciò che può accadere; l’altro mi circondò il collo col suo _yatagan_, e già sentiva il freddo acuto del ferro, quando questo signore che vedete, caricò a sua volta sopra di essi, atterrò quello che mi teneva pei capelli con un colpo di pistola, e colla sciabola spiccò la testa a quello che si apparecchiava a tagliarmi la gola. Questo signore si era imposto in quel giorno l’obbligo di salvare un uomo, la combinazione volle che questi foss’io: quando diventerò ricco voglio far fare da Klugmann o da Marochetti una statua che rappresenti l’accaduto.

— Sì, disse sorridendo Morrel; era il 5 settembre, cioè l’anniversario del giorno in cui mio padre fu miracolosamente salvato; così, per quanto è in mio potere, celebro tutti gli anni questo giorno con qualche azione.

— Eroica, n’è vero? interruppe Château-Renaud; alle corte fui l’eletto, ma qui non sta il tutto. Dopo avermi salvato dal ferro mi salvò dal freddo dandomi, non già una metà del suo mantello come fece, non mi ricordo chi, ma tutto intero. Poi dalla fame, dividendo meco, indovinate un poco che cosa?

— Un pasticcio di Felix? chiese Beauchamp.

— No, il suo cavallo, di cui mangiammo entrambi un pezzo con grandissimo appetito; sebbene fosse un poco duro...

— Il cavallo? domandò ridendo Morcerf.

— No, il sacrificio, rispose Château-Renaud. Domandate a Debray se sacrificherebbe il suo cavallo inglese per un estraneo? — Per un estraneo, no; per un amico potrebbe darsi, rispose Debray. — Ed io pronosticai che sareste divenuto mio amico, signor conte, disse Morrel; d’altra parte ho già avuto l’onore di dirvelo: eroismo o no, sacrificio o no, doveva un olocausto alla cattiva fortuna, in compenso del favore che altravolta ci aveva fatta la buona.

— Questa storia a cui Morrel fa allusione, è una bellissima storia che poi vi racconterà un giorno, quando avrete fatto con lui una più estesa conoscenza; per oggi approvvigioniamo lo stomaco, e non la memoria. A che ora fate colazione?

— Alle 10 e mezzo.

— Precise? domandò Debray cavando l’orologio.

— Oh! mi accorderete 5 minuti di tolleranza, disse Morcerf, poichè io pure aspetto un salvatore — Di chi?

— Di me per bacco! rispose Morcerf. Credete forse che non possa essere salvato come un altro, e che non vi siano che gli Arabi che tagliano la testa? La nostra colazione è una colazione filantropica, ed avremo alla nostra tavola, spero almeno, due benefattori dell’umanità.

— E come faremo? disse Debray, non abbiamo che un sol premio Monthyon?

— Ebbene! verrà dato a qualcuno che nulla abbia fatto per meritarlo, disse Beauchamp, in questo modo d’ordinario fa l’accademia per togliersi da qualunque impaccio.

— E di dove viene? domandò Debray, scusate l’insistenza; avete di già, lo so bene, risposto a questa domanda, ma molto vagamente perchè possa permettermi di potervela fare una seconda volta.

— In verità, disse Alberto, non lo so. Quando l’ho invitato, or son tre mesi, era a Roma, ma da quel tempo chi può dire il viaggio che ha fatto?

— E lo credete capace di essere esatto?

— Lo credo capace di tutto, rispose Morcerf.

— Fate attenzione che, compresi i minuti di tolleranza, non ne mancano più che dieci.

— Ebbene! ne approfitterò per dirvi una parola sul mio convitato.

— Perdono disse Beauchamp: vi sarà materia per un _fogliettone_ in ciò che siete per narrare? — Sì, certamente, disse Morcerf, ed anche dei più curiosi. — Allora raccontate, poichè vedo bene che non potrò andare alla _Camera_, e bisogna che ne abbia un compenso.

— Io ero a Roma nell’ultimo carnevale.

— Questo lo sappiamo di già, disse Beauchamp.

— Ma ciò che non sapete si è, che fui rapito dai Briganti.

— Non vi sono più briganti, disse Debray.

— Ve ne sono, e ve ne sono anche degli orridi, cioè ammirabili, mentre ne ho trovati dei belli ma da far paura.