Il Conte di Monte-Cristo

Part 40

Chapter 403,697 wordsPublic domain

— Mio caro Alberto, gli disse, se volete sollecitarvi, avremo ancora il tempo di andare a finire la notte da Torlonia. Riprenderete la vostra galoppa al punto in cui l’avete interrotta, di modo che non serberete alcun rancore col sig. Luigi Vampa, che in tutto quest’affare si è condotto da vero galantuomo.

— Ah! sì da vero, diss’egli; avete ragione, e noi potremmo giungervi a due ore... Sig. Luigi, continuò Alberto, vi è alcun’altra formalità da compiersi prima di prendere commiato da V. E.?

— Nessuna, signore, rispose il bandito, e voi siete libero come l’aria.

— In questo caso, buona ed allegra vita. Venite, signori, venite. — Ed Alberto, seguito da Franz e dal conte, discese la scala, e traversò la sala quadrata.

Tutti i banditi erano in piedi col cappello in mano.

— Peppino, disse il capo, dammi la torcia.

— Ebbene! che volete fare? domandò il conte.

— Vi accompagno, questo è il più piccolo onore che possa tributare a V. E. — E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, camminò avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di servitù, ma come un re che preceda degli ambasciatori; giunto alla porta, s’inchinò: — Ora, signor conte, diss’egli, vi rinnovo le mie scuse, e spero che non conserverete alcun risentimento sull’accaduto.

— No, mio caro Vampa, disse il conte, d’altra parte emendate i vostri errori in un modo così compito, che si è quasi costretti esservi obbligati per averli commessi.

— Signori, riprese il capo volgendosi ai due giovani, forse l’invito non vi sembrerà molto attraente, ma se mai vi venisse la volontà di farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro luogo ove potessi essere, voi sarete sempre i ben venuti.

Franz ed Alberto lo salutarono. Il conte uscì pel primo, Alberto lo seguì, Franz restava l’ultimo.

— V. E. ha forse qualche cosa a chiedermi? disse Vampa.

— Sì, lo confesso, rispose Franz; sarei curioso di sapere qual era l’opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo arrivati.

— I Commentarii di Giulio Cesare, sono il mio libro prediletto. — Ebbene! non venite? domandò Alberto.

— Subito, rispose Franz, eccomi. — Ed uscì a sua volta dallo spiraglio; fatto qualche passo nella pianura:

— Ah! perdonatemi, disse Alberto, tornando indietro, volete permettermi capitano? — Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa.

— Ora, signor conte, disse Alberto, ho grandissima premura di finire la notte dal principe Torlonia.

La carrozza fu ritrovata al luogo ove era stata lasciata. Il conte disse una sola parola araba ad Alì, ed i cavalli partirono pancia a terra. Erano le due precise all’orologio d’Alberto, quando i due amici entrarono nella sala da ballo. Il loro ritorno fu un avvenimento, ma siccome rientrarono insieme, così tutti i timori che si erano concepiti sul conto d’Alberto cessarono sul momento.

— Signora, disse il visconte de Morcerf, avanzandosi verso la contessa, ieri voi aveste la bontà di promettermi una galoppa, vengo un po’ tardi a reclamare questa graziosa promessa, ma il mio amico, che voi sapete quanto è sincero, potrà farvi fede che non fu colpa mia. — E siccome in quel momento l’orchestra dava il segnale di un valtz, Alberto passò il braccio attorno alla vita della contessa e disparve con essa fra il nembo dei ballerini. In questo tempo Franz andava pensando al singolare fremito percorso su tutte le membra del conte di Monte-Cristo nel momento in cui era stato, in certo qual modo costretto, a stringere la mano ad Alberto.

XXXVIII. — IL CONVEGNO.

La dimane nel levarsi, la prima parola di Alberto fu di proporre a Franz di fare una visita al conte. Egli lo aveva di già ringraziato la sera innanzi, ma capiva benissimo che un servigio come quello resogli dal conte, meritava bene due ringraziamenti. Franz che provava un’attrattiva, mista a terrore, che lo spingeva verso il conte di Monte-Cristo, non volle lasciarlo andar solo da quest’uomo, e lo accompagnò. Entrambi furono introdotti: cinque minuti dopo comparve il conte. — Signor conte, disse Alberto andandogli incontro, permettetemi di ripetervi questa mattina ciò che malamente vi ho detto la scorsa notte; che non dimenticherò mai in qual congiuntura mi siate venuto in aiuto; e mi ricorderò sempre che vi devo la vita o poco meno.

— Mio caro vicino, rispose il conte ridendo, voi esagerate le vostre obbligazioni verso di me; non mi dovete che una piccola economia di una ventina di migliaia di fr. sul vostro preventivo del viaggio, ed ecco tutto: vedete bene che non bisogna parlarne. Per vostra parte, aggiunse egli, ricevete i miei rallegramenti; avete dimostrato un’ammirabile prontezza d’animo, e gran disinvoltura.

— Che serve conte? disse Alberto: mi sono immaginato di avere avuta una cattiva contesa, ed esser corsa una sfida; volli far comprendere una cosa a questi banditi, ed è che in tutti i paesi del mondo gli uomini si battono, ma che non vi sono che i francesi che si battono ridendo. Ciò non ostante, non essendo per questo men grande l’obbligazione che vi professo, vengo a chiedervi, se per mezzo dei miei amici o per mezzo delle mie riconoscenze potessi esservi utile in qualche cosa. Mio padre, il conte di Morcerf d’origine spagnuola, gode di un’alta posizione in Francia ed in Ispagna, vengo a mettere me e tutte le persone che mi amano a vostra disposizione.

— Ebbene! disse il conte; vi confesso sig. de Morcerf, che mi aspettava da voi una simile esibizione, e che l’accetto con tutto il cuore. Io aveva già fissati i miei pensieri su di voi per chiedervi un gran favore. — Quale?

— Non sono mai stato a Parigi, e non conosco Parigi.

— Da vero! gridò Alberto, voi avete potuto vivere fino adesso senza veder Parigi? pare incredibile.

— Eppure è così. Ma io sento con voi che una più lunga ignoranza della capitale del mondo intelligente è impossibile. Vi è di più: forse avrei fatto da lungo tempo questo viaggio indispensabile, se avessi conosciuto qualcuno che mi avesse potuto introdurre in quel mondo ove io non ho alcuna relazione.

— Oh! un uomo come voi! gridò Alberto.

— Siete molto buono. Ma siccome non riconosco in me stesso altro merito che quello di poter fare concorso, come milionario, ai vostri più ricchi banchieri, e che non vado a Parigi per speculare sulla borsa, questa piccola particolarità mi ha trattenuto. Ora la vostra offerta mi vi risolve. Vediamo: v’impegnate mio caro de Morcerf (il conte strisciò questa parola con un singolare sorriso) allorquando sarò in Francia d’aprirmi le porte di quel mondo, ove sarò uno straniero al pari di un Huron, o di un Cinese?

— In quanto a ciò, mio caro conte, a meraviglia e con tutto il cuore, rispose Alberto, e tanto più volentieri (mio caro Franz non vi burlate tanto di me), che sono richiamato a Parigi da una lettera che ricevo questa mane stessa, ed in cui si parla di una trattativa con una casa molto rispettabile e che ha le migliori relazioni col bel mondo Parigino.

— Trattativa di matrimonio? disse ridendo Franz.

— Qual meraviglia? sì, perciò quando ritornerete a Parigi mi troverete uomo posato, e forse padre di famiglia. Ciò starà bene colla mia gravità naturale, n’è vero? In ogni modo, conte, ve lo ripeto, io ed i miei siamo tutti in corpo ed anima a vostra disposizione.

— Ed io accetto, disse il conte; perchè vi assicuro che non mi mancava che questa occasione per effettuare un disegno che rumino da lungo tempo.

Franz non dubitò un momento che non fosse quello di cui erasi lasciato sfuggire qualche parola nella grotta di Monte-Cristo, e guardò il conte mentre diceva queste parole, per tentare di sorprendere sulla sua fisonomia qualche rivelazione dei disegni che conducevano a Parigi: ma era molto difficile penetrar nell’animo di quest’uomo, particolarmente quand’egli lo velava con un sorriso. — Ma osserviamo, conte, soggiunse Alberto contento di poter presentare un uomo come il conte di Monte-Cristo; non sarà già questo un qualche disegno in aria, come se ne fanno mille in viaggio, e che, fabbricati sulla sabbia, vengono poi distrutti al primo soffio di vento?

— No, sul mio onore, disse il conte, voglio andare a Parigi, ho bisogno d’andarvi. — E quando sarà? — Quando vi sarete voi stesso? — Io? disse Alberto, oh! mio Dio! fra 15 giorni, o al più fra tre settimane; il tempo necessario per il ritorno, e null’altro. — Ebbene! vi accordo tre mesi, vedete che vi do una larga misura.

— E fra tre mesi, gridò Alberto con gioia, verrete a battere alla mia porta. — Volete un convegno anche pel preciso giorno e per l’ora, disse il conte, vi prevengo però che sono di una esattezza da far disperare. — Il giorno e l’ora precisa! disse Alberto, ciò andrà a meraviglia.

— Ebbene! sia così. — Egli stese la mano verso un calendario attaccato presso lo specchio. — Oggi siamo ai 21 febbraio; cavò l’orologio, e sono le 10 e mezzo del mattino, volete aspettarmi il 21 maggio prossimo alle 10 e mezzo del mattino?

— A meraviglia! disse Alberto; la colazione sarà preparata.

— Ove abitate? — Strada di _Helder_ n. 27. — Voi vi trattate in casa vostra da scapolo, ed io non vi sarò d’incomodo?

— Io abito in casa di mio padre, ma in un padiglione nel fondo del cortile interamente separato.

— Va bene; — il conte aprì il taccuino e scrisse: Strada di Helder, n. 27, 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino.

— Ed ora, disse il conte, rimettendosi il taccuino in saccoccia, siate tranquillo, la sfera della vostra pendola non sarà più esatta di me.

— Vi rivedrò prima della vostra partenza? domandò Alberto. — Secondo quando partirete?

— Parto domani sera alle cinque. — In questo caso vi do il mio addio. Ho alcuni affari a Napoli, e non sarò di ritorno qui che sabato sera o domenica mattina. E voi, soggiunse volgendosi a Franz, partite voi pure, sig. conte?

— Sì. — Per la Francia?

— No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia.

— Noi dunque non ci rivedremo a Parigi?

— Temo di non avere quest’onore.

— Animo dunque, signori, buon viaggio, disse il conte ai due amici stendendo ad essi la mano.

Era la prima volta che Franz toccava la mano di quest’uomo; egli rabbrividì, perchè essa era ghiaccio come quella di un morto. — Per l’ultima volta, disse Alberto, resta bene stabilito sulla parola d’onore, è vero? strada di Helder n. 27, li 21 Maggio alle 10 e mezzo del mattino?

— Li 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino strada di Helder n. 27, ripetè il conte.

— Che avete? disse Alberto a Franz nel rientrare nelle loro stanze, mi sembrate molto afflitto.

— Sì, disse Franz, ve lo confesso, il conte è un uomo singolare, e vedo con inquietudine questo convegno che vi ha dato a Parigi. — Questo convegno... con inquietudine? E perchè? ma siete pazzo, mio caro Franz! gridò Alberto.

— Che volete? pazzo o no, la cosa va così.

— Ascoltate, ripetè Alberto; sono ben contento che mi si presenti un’occasione di dirvi, che vi ho sempre ritrovato di una gran freddezza col conte, mentr’egli per sua parte è sempre stato ben diverso con noi. Avete qualche cosa in particolare contro di lui?

— Può darsi. — Ma l’avevate veduto in qualche altro luogo prima d’incontrarlo qui? — Precisamente.

— E dove? — Mi promettete di non dir mai una parola di quanto sono per raccontarvi? — Ve lo prometto.

— Sta bene: ascoltatemi dunque.

Allora Franz raccontò ad Alberto la sua escursione all’isola di Monte-Cristo, in qual modo vi aveva ritrovato un equipaggio di contrabbandieri, e fra questo due banditi corsi. Egli calcò su tutti i particolari dell’ospitalità fattucchiera che il conte gli aveva data nella sua grotta delle _mille e una notte_, gli descrisse la cena, l’_hatchis_, le statue, la realtà, il sogno e come al suo svegliarsi altro non restava più, come prova e ricordo di tanti avvenimenti che il piccolo _yacht_ che faceva vela sull’orizzonte per Porto-Vecchio. Indi passò a Roma, alla notte del Colosseo, al dialogo che aveva inteso fra lui e Vampa, conversazione relativa a Peppino, e nella quale il conte aveva promesso di ottenere la grazia del bandito, promessa che aveva mantenuta, come ne avranno potuto giudicare i nostri lettori.

Finalmente giunse all’avventura della notte precedente, all’impaccio in cui si era ritrovato vedendosi mancare 7, o 800 scudi per completare la somma; in fino all’idea che gli era venuta di ricorrere al conte, idea che ebbe un resultato tanto soddisfacente ad un tempo e pittoresco.

Alberto ascoltava Franz con tutta l’attenzione.

— Ebbene! diss’egli, quando questi ebbe finito, e che v’è di riprovevole in tutto questo? il conte è viaggiatore, ha un bastimento proprio perchè è uomo ricco. Andate a Portsmouth o a Southampton e ritroverete questi porti ingombri di _yacht_ appartenenti a ricchi inglesi che hanno la stessa fantasia. Per sapere ove fermarsi nelle sue escursioni, per non cibarsi di questa terribile cucina che avvelena me da mesi, e voi da 4 anni, per non giacere su questi letti abbominevoli nei quali non si può dormire, si è fatto ammobiliare un piccolo pian terreno a Monte-Cristo; e temendo che il governo toscano non gli desse congedo, e che tutti i suoi mobili andassero perduti, ha comprato l’isola, e ne ha assunto il nome. Mio caro, frugate nella vostra memoria, e ditemi quante persone di nostra conoscenza prendono il nome di proprietà che non hanno mai avute?

— Ma, disse Franz, e questi banditi corsi che erano fra il suo equipaggio?...

— Ebbene! che v’è di meraviglioso? Capite meglio di qualunque altro che i banditi corsi non sono ladri, ma fuggitivi, perché una qualche _vendetta_ li ha esiliati dalle loro città o dai villaggi; si possono dunque vedere senza mettersi a rischio. In quanto a me dichiaro, che se un giorno dovessi andare in Corsica, prima di farmi presentare, a modo di dire, al governatore od al Prefetto, mi farei presentare ai banditi di Colomba: sempre che vi si possa mettere la mano sopra, io li ritrovo gentili.

— Ma Vampa e la sua banda, soggiunse Franz, sono banditi che fermano per rubare, non lo negherete, spero? che dite adunque dell’influenza che il conte ha su tal razza di gente?

— Dirò, che dovendo la vita, secondo tutte le apparenze, a questa influenza, non spetta a me il criticarla troppo da vicino. Così invece di fargliene, come voi, un delitto capitale, troverete giusto che io lo scusi, se non di avermi salvata la vita, il che sarebbe un poco troppo esagerato, almeno di avermi fatto risparmiare 4mila scudi, che fanno 24mila lire della nostra moneta, somma per la quale non mi avrebbero tanto stimato in Francia.

— Ebbene! ecco precisamente: di che paese è il conte, che lingua parla? quali sono i suoi mezzi di sussistenza? da dove gli viene la sua immensa fortuna? Quale è stata questa prima parte della sua vita misteriosa ed incognita, che ha sparso sulla seconda una tinta oscura e misantropica? Ecco ciò che nel vostro posto vorrei sapere.

— Mio caro Franz, quando leggendo la mia lettera vi siete accorto che avevamo bisogno dell’influenza del conte, siete andato a dirgli: «Alberto conte de Morcerf corre un pericolo, aiutatemi a toglierlo d’impiccio», n’è vero?

— Sì. — Allora vi ha egli domandato: «e chi è questo signor Alberto de Morcerf? Donde gli viene il suo nome? Donde gli viene la sua fortuna? Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? qual è il suo paese? dove è nato?» vi ha egli fatte tutte queste interrogazioni? dite? — No, lo confesso.

— Egli è venuto, ecco tutto; mi ha tolto dalle mani del sig. Vampa, ove ad onta di tutte le mie apparenze piene di disinvoltura, come voi diceste, io vi faceva una tristissima figura, lo confesso: ebbene! mio caro; quando in cambio di simile servigio egli mi domanda di far per lui ciò che si fa tutti i giorni pel primo principe russo o italiano che passa per Parigi, vale a dire di presentarlo nelle società, volete che gli neghi questo? Via dunque, Franz, siete pazzo!

Bisogna convenire, che contro il solito, questa volta tutte le buone ragioni eran dalla parte d’Alberto.

— Finalmente, rispose Franz con un sospiro, fate come volete, mio caro visconte, perchè tutto quel che mi dite è persuasivo, lo confesso, ma è altrettanto vero che il conte di Monte-Cristo è un uomo strano.

— Il conte di Monte-Cristo è un uomo filantropo: egli non vi ha detto con quale scopo viene a Parigi: ebbene! viene per concorrere al premio di Monthyon, e se ad ottenerlo non gli manca che il mio voto, glielo darò. Dopo ciò non parliamo più di questo: mettiamoci a tavola, e dopo andiamo a fare un’ultima visita a S. Pietro.

Fu fatto come aveva detto Alberto, e il giorno dopo alle 5 p. m. i due giovani si lasciarono, Alberto de Morcerf per ritornare a Parigi, e Franz d’Épinay per passare una quindicina di giorni a Venezia.

Ma Alberto, prima di salire in carrozza, consegnò al cameriere dell’albergo, tanto aveva paura che il convitato mancasse al convegno, un biglietto da visita pel conte di Monte-Cristo, sul quale al di sotto delle parole «Visconte Alberto de Morcerf» aveva scritto colla matita: — _21 Maggio, alle 10 e mezzo a. m. Strada Helder. N. 27_.

XXXIX. — LA COLAZIONE.

Nella casa strada Helder in cui Alberto de Morcerf aveva dato in Roma convegno al conte di Monte-Cristo, tutto veniva preparato nel mattino del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal giovine. Alberto abitava un padiglione posto sull’angolo di un gran cortile rimpetto ad un altro stabile deputato ai comuni. Due sole finestre di questo padiglione guardavano sulla strada, delle altre tre davano sul cortile, e due sul giardino. Fra questo cortile ed il giardino, s’ergeva sebbene fabbricata con cattivo gusto d’architettura imperiale, l’abitazione elegante e vasta del conte e della contessa de Morcerf. Su tutta la larghezza del fabbricato girava un muro, che metteva sulla strada, ad intervalli guernito da sovrapposti vasi di fiori, e diviso nel mezzo da un gran cancello a lance dorate, che serviva per le entrate di parata: una piccola porta, addossata all’abitazione del portinaro dava passaggio ai padroni e servitori quando entravano o uscivano a piedi. Nella scelta del padiglione destinato per abitazione d’Alberto si scorgeva la delicata previdenza di una madre, che non volendo dividersi dal figlio, aveva però capito che un giovine dell’età d’Alberto aveva bisogno di tutta la sua libertà. Dall’altra parte dobbiamo convenirne, si scorgeva pure l’intelligente egoismo del giovine, perduto in questa vita libera ed oziosa, propria dei figli di famiglia, al quale veniva, come all’uccello, dorata la sua gabbia. Da queste due finestre che guardavano sulla strada, Alberto poteva fare le sue esplorazioni all’esterno: vista tanto necessaria ai giovani che vogliono vedere passare innanzi ai loro occhi il proprio orizzonte, fosse pur quello della strada; fatta la sua esplorazione, se gli sembrava meritare un esame più profondo, Alberto poteva, per darsi alle proprie ricerche, uscir da una piccola porta che era dirimpetto all’altra di cui abbiamo parlato presso all’abitazione del portinaro, e che merita una particolare menzione.

Era una piccola porta, che sarebbesi detto dimenticata da tutti dal momento che fu fabbricata la casa, e sarebbesi creduta condannata a rimaner sempre chiusa, tanto sembrava meschina e polverosa, ma i catenacci e i gangheri erano talmente bene unti, che indicavano l’uso continuo e misterioso. Questa piccola porta segreta faceva concorrenza colle altre due, e si burlava del portinaro, di cui sfuggiva alla vigilanza ed alla responsabilità, aprendosi come la famosa porta della caverna delle _Mille e una notte_, a guisa del Sesamo incantato di Alì-Babà, per mezzo di qualche parola cabalistica, o di qualche segno convenuto pronunciato dalla più dolce voce, od eseguito dalla più bella mano del mondo.

Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava e che formava anticamera, s’apriva a destra la sala da pranzo d’Alberto, che guardava il cortile, ed a sinistra la sua piccola camera da ricevere che guardava il giardino. Cespugli, e piante parassite si aprivano a ventaglio davanti alle finestre, e nascondevano al cortile ed al giardino l’interno di queste camere, le sole al piano terreno, che potevano essere esposte agli sguardi degl’importuni. Al primo piano queste due camere si ripetevano, aumentate da una terza che corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da letto, quella da ricevere, ed un gabinetto.

La sala del piano terreno era una specie di divano algerino destinato ai fumatori. Il gabinetto del primo piano metteva nella camera da letto, e per una porta invisibile aveva comunicazione colle scale. Si ponga mente alle cautele.

Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, ingrandito coll’atterrare i muri di divisione, pandemonio che disputava l’artista al damerino. Là erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi capricci d’Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un’orchestra completa, poichè per un momento ebbe non il gusto ma la fantasia della musica. I cavalletti, i tavolozzi, i pastelli, poichè alla fantasia della musica era succeduta la fatuità della pittura: finalmente i fioretti, i guanti da pugillatore, gli squadroni, e i bastoni d’ogni genere, poichè, seguendo il costume dei giovani alla moda, Alberto coltivava, con maggiore perseveranza di quel che non aveva fatto la musica e la pittura, le tre arti che formano il compimento dell’educazione da _Lions_, vale a dire la scherma, i pugni, ed il bastone, ed in questa camera destinata agli esercizi corporali, riceveva successivamente, Grisier, Cooks, e Carlo Lacour. Il rimanente della mobilia di questa sala privilegiata, si componeva di vecchi forzieri dei tempi di Francesco I, ripieni di porcellane della China, di vasi del Giappone, di terraglie di Luca della Robbia e di piatti di Bernardo di Palissy; di antichi seggioloni, ove forse erasi assiso Enrico IV o Sully, Luigi XIII o Richelieu, poichè due di essi ornati di uno scudo intagliato, ove sopra un campo azzurro brillavano i tre gigli di Francia sormontati dalla corona reale, uscivano visibilmente dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello reale. Sur essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi colori, tinte al sole della Persia o ricamate dalle dita delle donne di Calcutta o di Chandernayor. Ciò che si stessero a far là queste stoffe non si sarebbe potuto dire; aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto anche al loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano l’appartamento coi loro riflessi dorati. Nel posto più apparente sorgeva un piano forte, fabbricato da Roller e Blanchet di legno di rosa, della forma delle nostre sale di Lilliputiens, racchiudendo ciò non pertanto un’orchestra nella sua stretta e sonora capacità, e sopraccaricato dai capi d’opera di Beethoven, di Weber, di Mozart, d’Haydn, di Crètry, e di Porpora.