Part 38
Uscendo dal Vaticano, Franz ritornò direttamente all’albergo, evitando ancora di passare per la strada del Corso. Egli portava seco un tesoro di pietosi pensieri ai quali sarebbe stata una profanazione il contatto delle folli allegrezze delle maschere. Alle cinque e dieci minuti Alberto rientrò; era al colmo della gioia; la pagliaccina aveva ripreso il costume da contadinella, e nell’incontrare la carrozza d’Alberto erasi levata per un momento la maschera. Ella era graziosissima. Franz fece i suoi complimenti ad Alberto che li ricevè come da persona che riconosca essergli dovuti. Aveva osservato, diceva esso, da alcuni segni d’eleganza inimitabile, che la sua bella sconosciuta doveva appartenere alla più alta aristocrazia. Quindi risolvette scriverle la dimane. Franz, mentre riceveva questa confidenza, osservò che Alberto aveva qualche cosa a chiedergli, e ciò nonostante esitava a domandare. Egli insistè dichiarandogli esser pronto a fare per la sua felicità tutti i sacrifici che fossero in suo potere. Alberto si fece pregare, precisamente tanto tempo quanto ne esige un’amichevole cortesia; quindi finalmente confessò a Franz che renderebbegli un sommo servigio abbandonando per la dimane la carrozza a lui solo.
Alberto attribuiva all’assenza del suo amico l’estrema bontà che aveva avuto la bella contadina nell’alzare la maschera. Si capirà che Franz non era tanto egoista per trattenere Alberto nel bel mezzo di un’avventura che prometteva di riuscire ad un tempo gradita alla sua curiosità, e lusinghiera per il suo amor proprio. Egli conosceva abbastanza la poca secretezza del suo degno amico per esser sicuro che lo avrebbe tenuto al corrente di tutti i più piccoli particolari della sua buona fortuna; e siccome, da tre o quattro anni che percorreva l’Italia in tutti i sensi, non aveva avuta mai la combinazione di cominciare neppure un simile intrigo per conto suo, Franz non era dispiacente d’imparare come vanno le cose in simili affari. Promise dunque ad Alberto che per la dimane si contenterebbe di guardare lo spettacolo dalle finestre del palazzo Ruspoli.
Infatto il giorno dopo vide passare e ripassare Alberto. Egli aveva un enorme mazzo di fiori senza dubbio incaricato di essere il portatore del biglietto amoroso. Questa probabilità si cambiò in certezza quando Franz rivide il medesimo mazzo, notevole per un giro di camelie bianche, fra le mani della graziosa pagliaccina vestita di seta color di rosa.
Così la sera non era più gioia ma delirio. Alberto non dubitava che la bella incognita non gli avesse risposto collo stesso mazzetto. Franz ne prevenne i desideri dicendogli che tutto quel rumore lo stancava, e che era risoluto ad impiegare la giornata seguente a rivedere il suo album, e a prendere annotazioni. Del resto, Alberto non erasi ingannato nelle sue previsioni; il giorno dopo Franz lo vide entrare di slancio nella camera scuotendo con trionfo un involtino di carta che teneva per uno degli angoli:
— Ebbene! mi sono sbagliato?
— Ha dunque risposto? gridò Franz.
— Leggete.
Questa parola fu pronunziata con una intonazione di voce impossibile a descriversi.
Franz prese il biglietto, e lesse:
«Martedì sera, alle sette, discendete dalla carrozza dirimpetto alla via dei Pontefici, e seguite la contadina romana che vi strapperà il vostro moccoletto, quando arriverete al primo gradino della chiesa di S. Gaetano. Abbiate cura, perchè ella possa riconoscervi, di mettere un nastro color di rosa sulla spalla del vostro costume da pagliaccio.
«Da oggi in là voi non mi rivedrete più.
«Costanza e discrezione.»
— Ebbene! diss’egli a Franz, quando ebbe finita questa lettura, che ne pensate, mio caro?
— Penso, rispose Franz, che la cosa prende l’indole di un’avventura molto piacevole.
— Questo è pure il mio parere, ed ho gran timore che andrete solo al ballo del principe T...
Franz ed Alberto avevano ricevuto in quella stessa mattina il biglietto d’invito del celebre banchiere romano.
— State in guardia, disse Franz, tutta l’aristocrazia sarà dal principe, e se la vostra bella sconosciuta appartiene realmente alla nobiltà, non potrà fare a meno d’intervenirvi.
— Che v’intervenga o no, io conservo l’opinione che ho di lei, continuò Alberto. Voi avete il biglietto; sapete la meschina educazione che ricevono in Italia le donne del mezzo ceto[2]; ebbene! rileggete il biglietto, osservate il carattere, e trovatemi uno sbaglio di lingua, o di ortografia. — Infatto il carattere era elegante, l’ortografia irreprensibile.
— Voi siete dei predestinati, disse Franz, nel rendere ad Alberto per la seconda volta il biglietto.
— Ridete quanto vi piace, scherzate a vostro bell’agio, riprese Alberto; io sono innamorato.
— Oh! mio Dio, voi mi spaventate, gridò Franz, vedo bene che non solamente andrò solo al ballo del principe, ma ancora che ritornerò solo a Firenze.
— Il fatto è che, se la mia sconosciuta è amabile quanto è bella, vi dichiaro che mi stabilisco a Roma per sei settimane almeno. Io adoro Roma, e poi ho sempre avuto un trasporto straordinario per l’archeologia.
— Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di vedervi membro dell’accademia di belle lettere.
Senza dubbio Alberto si accingeva a discutere seriamente sui diritti che poteva avere ad un seggio nell’accademia, ma vennero in quel momento ad annunziare che il pranzo era all’ordine; l’amore in Alberto non era contrario all’appetito, si affrettò, dunque col suo amico a mettersi a tavola, risoluto di riprendere la discussione dopo il pranzo.
Dopo il pranzo fu annunziato il conte di Monte-Cristo. Da due giorni i due amici non lo avevano veduto. Un affare lo aveva chiamato a Civitavecchia, almeno per quanto disse Pastrini. Egli era partito nella sera del giorno innanzi, e già si ritrovava di ritorno da un’ora. Il conte fu grazioso. Sia che stesse all’erta, sia che l’occasione non isvegliasse in lui le fibre acrimoniose, che certi particolari avevano di già fatto risuonare due o tre volte nelle sue parole, egli mantennesi presso a poco come tutt’altro uomo. Egli era per Franz un vero enigma. Il conte non poteva dubitare che il giovine viaggiatore non lo avesse riconosciuto, e ciò non pertanto, non avea detto una sola parola dopo il loro nuovo incontro che potesse indicare averlo egli veduto altrove. Per la sua parte Franz, qualunque fosse la volontà che avesse di fare allusione al loro primo incontro, il timore di far cosa disaggradevole ad un uomo che aveva ricolmato sì lui come il suo amico di gentilezze, lo trattenne; continuò dunque a mantenersi riservato come il conte.
Il conte aveva saputo che i due amici avevano voluto far prendere un palco al teatro Argentina, e che erasi lor risposto non esservene alcuno. Per conseguenza portava loro la chiave del suo; almeno questo era l’apparente motivo della sua visita. Franz ed Alberto fecero qualche difficoltà, allegando il timore di privarne lui; ma il conte rispose che andando quella sera al teatro Valle, il suo palco al teatro Argentina sarebbe rimasto vuoto. Questa assicurazione risolvette i due amici ad accettare. Franz erasi un poco per volta abituato a quel pallore del conte, che avevalo tanto colpito la prima volta che lo aveva veduto. Egli non poteva fare a meno di render giustizia alla bellezza della sua testa severa, della quale questo pallore era il solo difetto o forse la principal bellezza. Vero eroe di Byron, Franz non poteva non solo vederlo, ma neppur pensare a lui, senza immaginarsi quel viso tetro sulle spalle di Manfredi o sotto la cotta d’armi di Lara. Egli aveva sulla fronte quella piega che indica la presenza incessante di un amaro pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono nel più profondo delle anime, quel labbro superbo e disprezzante che dà alle parole quella particolare indole che fa sì che esse s’imprimano profondamente nella memoria di chi le ascolta. Il conte non era più giovane, aveva 40 anni almeno, ma ciò nonostante ben si capiva che era fatto per vincerla sui giovani coi quali sarebbesi trovato. In realtà, e ciò per un’ultima rassomiglianza cogli eroi fantastici del poeta inglese, il conte sembrava avere il dono dell’affascinazione. Alberto era incantato della fortuna che aveva avuto insieme con Franz d’incontrare un uomo simile. Franz era meno entusiasta; ciò nonostante sotto l’influenza che esercita un uomo superiore su gli spiriti di coloro che lo circondano. Egli pensava al disegno, che il conte aveva di già manifestato due o tre volte, di andare a Parigi, e non dubitava che col suo naturale eccentrico, col viso caratteristico e colla fortuna colossale, ottenuto non avesse grandissimo effetto. Però non desiderava di trovarsi a Parigi quando quegli vi fosse.
La serata fu passata come si passano ordinariamente al teatro in Italia, non ad ascoltare i cantanti, ma a fare delle visite ed a discorrere. La contessa G*** voleva ricondurre la conversazione sul conte, ma Franz le annunziò che aveva qualche cosa di più nuovo da narrarle, e ad onta delle dimostrazioni di falsa modestia, alle quali si lasciò andare Alberto, raccontò alla contessa il grande avvenimento che da tre giorni formava l’oggetto della preoccupazione dei due amici. Siccome questi intrighi non son rari nè in Italia, nè altrove, almeno se devesi credere ai viaggiatori, la contessa non fece menomamente la incredula, e felicitò Alberto sul principio di un’avventura che prometteva di terminare in un modo assai soddisfacente. Si lasciarono, promettendosi di ritrovarsi al ballo del principe T... al quale era stata invitata tutta Roma.
La dama del mazzetto mantenne la parola: nè il giorno dopo nè l’altro ella dette segno ad Alberto di esistere.
Finalmente giunse il martedì, l’ultimo ed il più rumoroso giorno del carnevale. Il martedì, i teatri si aprono alle dieci del mattino, perchè dopo le otto della sera entrasi in quaresima. Il martedì, tutti quelli che per mancanza di tempo, di entusiasmo o di danaro non hanno preso parte alle precedenti feste si mischiano all’ultimo baccanale, si lasciano trascinare dall’orgia, e tributano la loro parte di rumore e di movimento al rumore ed al movimento generale.
Dalle due fino alle cinque, Franz ed Alberto, stettero nella fila del Corso battagliando a pugni di confetti colle carrozze della fila opposta, colle finestre, e coi pedoni che circolano fra i piedi dei cavalli, fra le ruote delle carrozze, senza che accada mai in mezzo a questa spaventosa mischia un solo accidente, una sola disputa, una sola rissa. Sotto questo rapporto gl’Italiani sono il popolo per eccellenza. Le feste per essi sono vere feste. L’autore di questa storia, che ha abitato l’Italia cinque o sei anni non si ricorda mai di avere veduta una sola solennità turbata da uno di quegli avvenimenti che servono di corollario alle nostre.
Alberto trionfava col suo costume da pagliaccio. Egli aveva sopra una spalla un nastro color di rosa, le cui estremità gli cadevano fino al garetto, per non produrre alcuna confusione fra lui e Franz, che d’altra parte aveva conservato il vestito da contadino romano. Più il giorno si avanzava, e più il tumulto diveniva grande; non eravi su tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte quelle finestre, una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero uragano umano, composto di un tuono di grida, e di una tempesta di confetti, di mazzetti, d’aranci e di fiori. Alle tre la esplosione dei mortaletti tirati ad un tempo sulla piazza del Popolo e su quella di Venezia, rompendo a grande stento quest’orribile tumulto, annunciò che stavano per cominciare le corse. Le corse ed i moccoli sono gli episodi particolari degli ultimi giorni di Carnevale. Allo sparo dei mortaletti le carrozze rompono nello stesso punto le file e voltano ciascuna nella strada traversa più vicina al luogo ove si ritrovano. Tutte queste evoluzioni si fanno con una meravigliosa rapidità, e ciò senza che la polizia si occupi menomamente di assegnare a ciascuno il suo posto, o di tracciare a ciascuna la sua strada. I pedoni si ritirano contro il muro dei palazzi, quindi si sente un rumore di cavalli e uno sguainar di sciabole.
Un plotone di Carabinieri, che ne presenta 15 di fronte, percorre al galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa sgombrare per dar posto alla corsa dei barberi. Quando il plotone arriva al palazzo di Venezia, il rumore di un’altra batteria di mortaletti avvisa che la strada è libera. Quasi subito, in mezzo ad un clamore immenso, universale, inaudito, si videro passare come ombre sette o otto cavalli eccitati dalle grida di 300mila persone e dalle castagnette di ferro appuntato che loro balzano sul dorso, poi il cannone di castel S. Angiolo tirò tre colpi, e ciò per annunziare che il numero 3 aveva vinto. Subito senz’altro segnale che quello, le carrozze si rimisero in movimento, rifluendo verso il Corso, uscendo da tutte le strade come torrenti contenuti per un momento, che gettatisi tutti insieme nel letto del fiume cui alimentano, e l’onda immensa riprese più rapida che mai il suo corso fra le due rive di granito.
Soltanto un nuovo elemento di rumore e di movimento erasi ancora mischiato a questa folla; entrarono in iscena i mercanti di moccoli.
I moccoli, o moccoletti sono ceri che variano dalla grossezza del cero pasquale fino a quella della coda di un sorcio, e risvegliano negli attori della grande scena, con cui termina il carnevale romano, due opposte preoccupazioni:
1.º Quella di conservare acceso il suo moccoletto.
2.º Quella di spegnere il moccoletto degli altri.
Avviene del moccoletto ciò che accade della vita degli uomini. Essi per quanto è in poter loro, si adoprano a conservarla, e sebbene certi che presto o tardi aver debba il suo fine, pur nonostante hanno indagato e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi tempo; è vero che per questa suprema operazione il diavolo non ha mancato di venirgli in aiuto. Il moccoletto si accende avvicinandolo ad un lume qualunque. Ma chi potrà descrivere i mille mezzi inventati per ispegnere il moccoletto, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi _mostri_, i ventagli sovrumani. Ciascuno si sollecitò a comprare i moccoletti, e Franz ed Alberto fecero come tutti gli altri. La notte si avvicinava rapidamente, e già al grido: _Moccoli!_ ripetuto dalle voci stridule degl’industriosi, due o tre stelle cominciarono a brillare al di sopra della folla. Fu come un segnale. In dieci minuti, 50 mila lumi scintillarono discendenti dalla piazza di Venezia a quella del Popolo, e risalenti da quella del Popolo a quella di Venezia. Si sarebbe detta la festa dei fuochi fatui. Chi non ha veduto questa festa, è impossibile che se ne possa formare un’idea. Supponete tutte le stelle che si stacchino dal cielo, e vengano a formare sulla terra una danza insensata; il tutto accompagnato da grida che orecchio umano non ha mai potuto sentire sul rimanente della superficie del globo. È particolarmente in questo momento che non evvi più distinzione sociale. Il facchino attacca il Principe, questi il Trasteverino, il Trasteverino il borghese, ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo.
Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento sarebbe proclamato re dei moccoletti, ed Aquilone l’erede presuntivo alla corona.
Questa corsa folle e fiammeggiante, durò circa due ore; la strada del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i lineamenti degli spettatori fino al terzo, o quarto piano. Di cinque minuti in cinque minuti Alberto guardava l’orologio; finalmente esso segnò le sette. I due amici si ritrovavano a poca distanza dalla via dei Pontefici; Alberto saltò fuori dalla carrozza col suo moccoletto in mano.
Due, o tre maschere vollero avvicinarsi per ispegnerlo, o per toglierlo; ma da bravo _boxeur_, Alberto li rinviò gli uni dopo gli altri dieci passi distanti da lui, continuando la sua corsa verso la chiesa di S. Giacomo. I gradini, erano carichi di curiosi, e di maschere che lottavano per istrapparsi il moccoletto dalle mani. Franz seguiva con gli occhi Alberto, e lo vide mettere il piè sul primo scalino, poi quasi subito una maschera che portava il ben conosciuto costume della contadina dal mazzetto, allungò il braccio, e gli tolse il moccoletto senza ch’egli facesse la più piccola resistenza.
Franz era troppo lontano per sentire le parole che si scambiarono, ma senza dubbio non furono ostili, poichè vide allontanarsi Alberto tenendo sotto il braccio la contadinella. Per qualche tempo li seguì in mezzo alla folla, ma alla via del Macello li perdè di vista.
D’improvviso il suono della campana che dà il segnale della chiusa del Carnevale si fe’ sentire, e nel medesimo punto tutti i moccoli si spensero come per incanto. Sarebbesi detto che un solo ed immenso colpo di vento li aveva tutti annientati. Franz si trovò nell’oscurità più profonda.
Allora tutte le grida cessarono come se il soffio possente che aveva spento i lumi, avesse portato via nel medesimo tempo il rumore. Non s’intese più che il rotolar delle carrozze che riconducevano le maschere alle loro case; non si videro più che pochi lumi brillare dietro le finestre.
... Il Carnevale era finito.
XXXVII. — LE CATACOMBE DI S. SEBASTIANO.
Forse Franz non aveva mai provato in vita sua una impressione così rapida, un passaggio così improvviso dall’allegria alla tristezza, quanto in questo momento; sarebbesi detto che per opera del soffio di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una vasta sepoltura. Per una combinazione che aumentava ancora l’intensità delle tenebre, la luna essendo mancante, non sorgeva che dopo le undici; e le strade per le quali passava il giovine erano immerse nella più profonda oscurità. Del rimanente però il tragitto era corto, e in capo a dieci minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti all’albergo di Londra.
Il pranzo era all’ordine: ma siccome Alberto aveva dato avviso che non contava di tornare presto, così Franz si mise a tavola senza di lui. Pastrini, che era accostumato a vederli pranzare insieme, s’informò della ragione dell’assenza di lui: ma Franz si limitò a rispondergli che Alberto aveva dovuto recarsi ad un invito ricevuto il giorno innanzi. Il subitaneo spegnersi dei moccoletti, l’oscurità che era succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l’immenso rumore, avevano impresso nello spirito di Franz una certa melanconia che non era esente da inquietudine. Pranzò taciturno, ad onta delle officiose premure dell’albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli bisognasse cosa alcuna.
Franz aveva stabilito di aspettare Alberto il più tardi possibile. Ordinò dunque la carrozza per le undici, pregando Pastrini di mandarlo ad avvisare tosto che fosse tornato Alberto all’albergo, qualunque ne potesse essere il motivo.
Alle undici Alberto non era ancora ritornato. Franz si vestì, e partendo avvisò l’albergatore che avrebbe passata la notte dal principe Torlonia.
La casa del principe Torlonia è una delle più belle case di Roma; sua moglie è una delle discendenti della famiglia Colonna, e disimpegna gli onori di famiglia in modo perfetto: ne risulta quindi che le feste del principe banchiere hanno una celebrità europea. Franz ed Alberto erano giunti in Roma con lettere di raccomandazione per lui, perciò la prima interrogazione che il principe gli fece, fu di chiedere che fosse avvenuto del compagno di viaggio.
Franz rispose che lo aveva lasciato pochi momenti prima che si spegnessero i moccoletti, e che lo aveva perduto di vista nella via del Macello.
— Dunque non è ritornato a casa? domandò il principe.
— L’ho aspettato fino adesso: rispose Franz.
— E sapete dove sia andato?
— Precisamente no: ciò non ostante credo che si tratti di qualche cosa di simile ad un convegno.
— Diavolo! disse il principe: è un brutto giorno, o per meglio dire una cattiva sera per far tardi, n’è vero, contessa?
Queste ultime parole erano dirette alla contessa G***, che giungeva allora, e che passeggiava al braccio del fratello del principe, il Duca di Bracciano.
— Io trovo al contrario che questa è una bellissima notte, e quelli che sono qui non avranno a lamentarsi d’altro se non che passi troppo presto.
— Ma io, riprese sorridendo il principe, non parlo di quelli che sono qui, essi non corrono altro pericolo che, gli uomini d’innamorarsi di voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi così bella: parlo di coloro che scorrono le strade di Roma.
— Eh! mio Dio! e chi volete che scorra le strade di Roma a quest’ora, se non quei che vengono al ballo?
— Il nostro amico Alberto de Morcerf, signora contessa, che io ho lasciato mentre seguiva la sua bella incognita verso le sette di sera, rispose Franz, e che dopo non ho più riveduto.
— Come! non sapete dove sia?
— Niente affatto.
— Ha seco le armi? — È vestito da pagliaccio...
— Non avreste dovuto lasciarlo andare, disse il principe a Franz, voi che conoscete Roma meglio di lui.
— Sì davvero! sarebbe stato lo stesso che aver voluto fermare il numero tre dei barberi che oggi ha vinto il premio della corsa, rispose Franz, e poi che volete che gli accada?
— Chi lo sa? la notte è oscura, ed il Tevere è molto vicino alla via Macello!...
Franz sentì un fremito scorrergli per le vene, sentendo le idee del principe e della contessa essere così bene d’accordo co’ suoi timori personali.
— Per questo ho avvisato l’albergatore, che avevo l’onore di passare qui la notte, disse Franz; e debbono venire ad avvertirmi qui, appena ritorna.
— Osservate, disse il principe a Franz, ecco appunto un mio domestico, che credo cerchi di voi.
Il principe non s’ingannava: subito che il domestico ebbe scoperto Franz si avvicinò a lui, e gli disse:
— Eccellenza, l’albergatore di Londra vi fa avvisato, che alla locanda vi è un uomo che vi aspetta con una lettera del conte di Morcerf.
— Con una lettera del conte! gridò Franz. — Sì.
— E chi è quest’uomo? — Non lo so.
— E perchè non è venuto a portarmela qui?
— Il messaggiero non mi ha data alcuna spiegazione.
— E dov’è il messaggiero? — È partito subito che mi ha veduto entrare nella sala per cercarvi.
— Oh! mio Dio, disse la contessa a Franz, andate presto: povero giovine! forse gli è accaduta qualche disgrazia.
— Corro subito, disse Franz.
— Vi rivedremo per sapere le notizie? chiese la contessa
— Sì, se la cosa non è grave: altrimenti non posso prevedere ciò che farò io stesso.
— In ogni evento siate prudente, disse la contessa.
— Oh! state tranquilla. — Franz prese il cappello, e partì in tutta fretta. Egli aveva licenziata la carrozza, ordinandola per le due. Ma per fortuna la casa del principe, che corrisponde da una parte sul Corso, e dall’altra sulla piazza dei SS. Apostoli, è a dieci minuti di cammino dall’albergo di Londra. Avvicinandosi all’albergo Franz vide un uomo ritto in mezzo alla strada avvolto in un gran mantello; non dubitò che questi fosse il messaggiero d’Alberto; rimase però meravigliato che questi fosse il primo ad indirigergli la parola:
— Che volete, Eccellenza? diss’egli, facendo un passo indietro come uno che voglia tenersi in guardia.
— Non siete voi, chiese Franz, che mi avete portato una lettera del conte di Morcerf?
— V. E. abita all’albergo di Pastrini? — Sì.
— V. E. è il compagno di viaggio del conte? — Sì.
— Come si chiama? — Il barone Franz d’Épinay.
— È precisamente V. E. quegli cui è diretta questa lettera.
— Vi abbisogna risposta? domandò Franz nel prendere la lettera dalle sue mani. — Sì, o almeno il vostro amico lo spera. — Allora salite da me che ve la darò.
— Sarà meglio che l’aspetti qui, disse ridendo il messaggiero.
— E perchè? — V. E. lo capirà meglio quando avrà letta la lettera. — Allora vi tornerò a ritrovare qui?
— Senza dubbio.
Franz entrò e per le scale s’imbattè in Pastrini.
— Ebbene? gli domandò questi.
— Ebbene! che? rispose Franz.