Il Conte di Monte-Cristo

Part 35

Chapter 353,757 wordsPublic domain

— Ritorniamo alla promessa che volevate esigere da me. — Ah! trattasi di tornare direttamente all’albergo e procurare di non veder questa sera quell’uomo. Vi è una certa affinità fra le persone che si lasciano e quelle che si raggiungono; non vogliate servire di conduttore fra quest’uomo e me. Domani corretegli dietro come più vi aggrada, ma non me lo presentate mai, se non volete vedermi morire di paura. Dopo ciò buona sera, cercate di dormir bene, quanto a me sento che non dormirò — A queste parole la contessa si allontanò da Franz, lasciandolo irresoluto per sapere se erasi divertita alle sue spalle, o se aveva veramente risentita la paura espressa.

Ritornando all’albergo, Franz ritrovò Alberto in veste da camera, con larghi calzoni, e voluttuosamente disteso sopra una poltrona fumando un sigaro.

— Ah! siete voi! diss’egli; in fede mia non vi aspettavo che domattina. — Mio caro Alberto, rispose Franz, son ben persuaso di trovar l’occasione di dirvi una volta per sempre che avete la più falsa idea delle donne italiane; sembrami pertanto che le vostre sconfitte amorose avrebbero dovuto farvela perdere.

— Che volete, non c’è niente da capire con queste diavole di donne; esse vi danno la mano, ve la stringono, vi parlano a bassa voce all’orecchio, si fanno riaccompagnare a casa: con un quarto di questo modo di fare una parigina perderebbe la sua riputazione.

— Eh! questo accade precisamente perchè esse nulla hanno a nascondere, perchè vivono in pieno giorno, che le donne usano tanto pochi riguardi nel bel paese là ove il _sì_ suona come dice Dante. D’altra parte vedeste bene che la contessa ha avuto veramente paura.

— Paura! di che? di quell’onest’uomo che era in faccia a noi con quella bella greca? Ma io ho voluto vederci chiaro quando sono usciti, e sono loro andato incontro nel corridoio. Non so dove diavolo avete prese tutte le vostre idee dell’altro mondo! è un bellissimo giovine messo molto elegantemente, e gli abiti hanno l’aspetto d’esser fatti in Francia da Blin o da Humann. È un poco pallido, è vero, ma voi sapete che il pallore è un marchio di distinzione.

Franz sorrise, perchè Alberto aveva molta pretensione di esser pallido.

— Io pure, disse Franz, sono convinto che le idee della contessa su quest’uomo non hanno senso comune. Ha egli parlato vicino a voi ed avete intesa qualcuna delle sue parole?

— Egli ha parlato, ma in dialetto; ho riconosciuto l’idioma a qualche parola greca sfigurata. Bisogna che sappiate, mio caro, che in collegio io era molto valente nel greco.

— Parlava adunque un dialetto greco?

— È probabile. — Non vi ha dubbio, mormorò Franz, è lui. — Che dite?... — Niente... ma che facevate voi là?

— Io vi preparava una sorpresa. — Quale? — Sapete che è impossibile di ritrovare una carrozza? — Perbacco! dopochè abbiamo tentato tutto ciò che era umanamente possibile di fare. — Ebbene! io ho un’idea meravigliosa.

Franz guardò Alberto, come un uomo che non avesse gran fiducia nella sua immaginazione. — Mio caro, disse Alberto, voi mi onorate di uno sguardo tale, che meriterebbe che vi domandassi una soddisfazione. — Io sono disposto a darvela, amico mio, se la vostra idea è tanto ingegnosa quanto dite. — Ascoltate. — Ascolto. — Non v’è mezzo di procurarsi una carrozza?

— No. — Neppur cavalli?

— No, egualmente. — Ma sarà facile procurarsi un carretto? — Forse. — E un paio di bovi? — È probabile.

— Ebbene! mio caro, ecco ciò che ci conviene. Io faccio ornare il carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo al naturale il magnifico quadro di Leopoldo Robert. Se per una maggiore rassomiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne di Pozzuoli o di Sorrento, compirebbe la mascherata, ed ella è tanto bella che verrebbe presa per l’originale del quadro.

— Perbacco! gridò Franz, questa volta avete ragione, ecco un’idea veramente felice.

— E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah! signori romani voi credete che si voglia andare a piedi come lazzaroni, e ciò perchè avete penuria di carrozze e di cavalli, ebbene! ne inventeremo.

— E avete voi già partecipato a qualcuno questa trionfante invenzione? — Al nostro albergatore. Quando sono ritornato, l’ho fatto salire, e gli ho esposti i miei desideri; egli mi ha assicurato che non vi è nulla di più facile. Io voleva far dorare le corna dei bovi, ma egli mi ha detto che ciò richiederebbe almeno tre giorni: bisognerà dunque che passiamo sopra a questa superfluità. — E dove è egli? — Chi?

— Il nostro albergatore.

— In cerca del necessario, domani forse sarebbe tardi.

— Di maniera che ci darà la risposta questa stessa sera?

— Io l’aspetto. — A queste parole la porta si aprì, e Pastrini avanzò la testa: — È permesso? diss’egli.

— Certamente, gridò Franz. — Ebbene! disse Alberto, avete rinvenuto il carretto ricercato ed i bovi domandati?

— Ho ritrovato anche meglio di ciò, rispose egli con un’aria indicante essere perfettamente soddisfatto di sè stesso.

— Ah! mio caro Pastrini, guardatevi, disse Alberto; il meglio è nemico del bene.

— Le V. E. si fidino di me, disse Pastrini col tuono di persona sicura di sè.

— Ma finalmente che c’è? domandò Franz a sua volta.

— Sapete, disse l’albergatore, che il conte di Monte-Cristo abita su questo medesimo piano.

— Credo bene, che lo sappiamo, disse Alberto, poichè è per lui che noi siamo alloggiati come due studenti della strada Saint-Nicolas-du-Chardonnet.

— Ebbene! egli sa il vostro impaccio, e vi offre col mio mezzo due posti nella sua carrozza, e due posti alle sue finestre del palazzo Ruspoli.

Alberto e Franz si guardarono.

— Ma, domandò Alberto, dobbiamo accettare l’offerta di questo straniero? di un uomo che non conosciamo?

— Che uomo è questo conte di Monte-Cristo? domandò Franz all’albergatore.

— Un ricchissimo signore siciliano o maltese, non lo so precisamente, ma nobile come un Borghesi, e ricco come una miniera d’oro.

— Mi sembra, disse Franz, che se questo signore avesse avuto le maniere che decanta il nostro albergatore, avrebbe dovuto farci giungere il suo invito in altro modo, o con un biglietto, o...

In questo momento fu battuto alla porta.

— Entrate, disse Franz.

Un domestico in elegante livrea comparve sulla soglia della camera: — Vengo per parte del conte di Monte-Cristo a recare questo biglietto pel sig. Franz di Épinay e pel sig. visconte Alberto di Morcerf, diss’egli.

E consegnò all’albergatore il biglietto che questi passò ai giovani. — Il sig. conte di Monte-Cristo, continuò il domestico, domanda a questi signori il permesso di potersi presentare a loro, come vicino, domattina; egli avrà l’onore d’informarsi in che ora saranno visibili.

— In fede mia, disse Alberto a Franz, non vi è niente a ridire; qui c’è tutto.

— Dite al conte, rispose Franz, che sarà nostro l’onore di fargli la visita. — Il domestico si ritirò. — Ecco ciò che si chiama fare un assalto di eleganza, disse Alberto, andiamo avanti! davvero avete ragione, Pastrini, il vostro conte di Monte-Cristo è un uomo che conosce perfettamente le convenienze.

— Allora voi accettate la sua offerta, disse Pastrini.

— In fede mia, sì, rispose Alberto. Pure ve lo confesso, mi dispiace pel nostro carretto da mietitori; e se non vi fosse stata la finestra del palazzo Ruspoli per compensare ciò che perdiamo, credo che ritornerei al mio primo disegno: che ne dite Franz?

— Dico che sono precisamente le finestre del palazzo Ruspoli che mi hanno fatto risolvere ad accettare, rispose Franz.

Infatto quest’offerta dei due posti ad una finestra del palazzo Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione intesa alle rovine del Colosseo, fra lo sconosciuto ed il Trasteverino, conversazione nella quale l’uomo dal mantello scuro si era impegnato di ottenere la grazia del condannato. Or se questi era, come tutto lo faceva credere a Franz, il medesimo che gli era apparso al teatro Argentina, egli lo riconoscerebbe senza dubbio, ed allora non avrebbe più alcun ostacolo a soddisfare la sua curiosità sul conto di lui.

Franz passò buona parte della notte nel pensare alle due apparizioni, e nel desiderare la dimane. Infatto, la dimane tutto doveva schiarirsi, e a meno che il suo ospite di Monte-Cristo non possedesse l’anello di Gyges, e mercè questo la facoltà di rendersi invisibile, era evidente che questa volta non gli sfuggirebbe. Si svegliò prima delle otto.

In quanto ad Alberto, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz per essere mattinante, dormiva ancora tranquillamente. Franz fece chiamare l’albergatore, che si presentò coi soliti ossequi. — Pastrini, gli disse egli, non vi deve essere oggi una esecuzione?

— Sì: eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra è troppo tardi.

— No, rispose Franz, d’altra parte se volessi assolutamente vedere questo spettacolo, credo che ritroverei un posto sul monte Pincio.

— Oh! io presumeva che V. E. non volesse mettersi con tutta quella canaglia di cui il Pincio è in qualche modo l’anfiteatro naturale.

— È probabile che non vi andrò, disse Franz; ma desidererei qualche particolarità. — Quale?

— Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere del loro supplizio.

— Non poteva cadere più in acconcio, eccellenza; precisamente in questo momento mi hanno portato le tavolette.

— Che cosa sono queste tavolette?

— Le tavolette sono quadretti di legno che vengono attaccati agli angoli delle contrade il dì prima dell’esecuzione e sulle quali sono inscritti i nomi dei condannati, la causa della loro condanna ed il genere di supplizio. Questo avviso ha per iscopo d’invitare i fedeli a pregar Dio di concedere ai colpevoli un sincero pentimento.

— E ve le portano perchè uniate le vostre preghiere a quelle dei fedeli? domandò Franz.

— No, eccellenza, io me la sono intesa con quello che le attacca, e me ne porta una copia, come un altro mi porterebbe un avviso dello spettacolo, affinchè se qualcuno dei miei forestieri desidera assistere all’esecuzione, sia prevenuto.

— Ma questa è proprio un’attenzione delicata!

— Oh! disse Pastrini, non faccio per vantarmi, ma cerco di fare tutto il possibile per soddisfare i nobili avventori che mi onorano della loro confidenza.

— Me ne avveggo, e lo ripeterò a chi vorrà intenderlo, siatene pur sicuro. Frattanto desidererei una di queste tavolette. — È presto fatto, disse l’albergatore, aprendo la porta, ne ho fatto mettere una qui sul pianerottolo.

Uscì, staccò la tavoletta e la presentò a Franz. Ecco le parole dell’affisso patibolario.

«Si rende noto a tutti che martedì 22 febbraio, primo giorno di carnevale, saranno per decreto del Tribunale della Rota, giustiziati sulla piazza del popolo i nominati Andrea Rondolo, reo di assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma; ed il nominato Peppino detto _Rocca Priori_, convinto di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda. Il primo sarà impiccato, ed il secondo decapitato. Le anime caritatevoli sono pregate di domandare a Dio un sincero pentimento per questi due infelici condannati.»

Questo era ciò che Franz aveva inteso fra le rovine del Colosseo, e non era stata cambiata alcuna cosa al programma: i nomi dei condannati, la causa del supplizio e il genere di esecuzione erano esattamente gli stessi. Così, secondo ogni probabilità, il Trasteverino non era altro che il bandito Luigi Vampa, e l’uomo dal mantello scuro Sindbad il marinaro, che a Roma come a Portovecchio e a Tunisi proseguiva il corso delle sue filantropiche spedizioni.

Frattanto il tempo passava, erano le nove, e Franz si disponeva di andare a svegliare Alberto, allorquando con sua grande sorpresa lo vide uscir di camera vestito di tutto punto.

— Ebbene! disse Franz all’albergatore, ora che siamo all’ordine tutti e due, credete che potremmo presentarci al conte di Monte-Cristo?

— Certamente; egli ha l’abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono sicuro che è alzato da più di due ore.

— E credete che non sarà un’indiscretezza il fargli visita a quest’ora? — No, certamente.

— In questo caso, Alberto se siete pronto...

— Perfettamente pronto. — Andiamo a ringraziare il nostro vicino della sua cortesia. — Andiamo.

Franz e Alberto non avevano che il pianerottolo da attraversare. L’albergatore li precedeva, e suonò in loro vece; un domestico venne ad aprire.

— I signori Francesi, disse l’albergatore.

Il domestico s’inchinò e fece loro segno di entrare. Essi traversarono due camere ammobigliate con un lusso che non credevano ritrovare nell’albergo di Pastrini, e furono introdotti in un salotto di una perfetta eleganza. Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i mobili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli schienali inclinati in addietro. Magnifici quadri di pennello maestro, frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle pareti, e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le aperture.

— Se le loro eccellenze vogliono sedersi, disse il domestico, io vado ad avvisare il signor conte.

E disparve da una porta.

Al momento in cui questa si aprì, il suono di una _guzla_ giunse fino ai due amici, ma si estinse subito; la porta, richiusa quasi nello stesso momento che fu aperta, non aveva lasciato passare nel salone che, per così dire, una buffata d’armonia. Franz ed Alberto si cambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere la loro attenzione sui mobili, sui quadri e sulle armi. A questa seconda ispezione tutto sembrò loro ancor più magnifico che alla prima.

— Ebbene! domandò Franz al suo amico, che ne dite?

— In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia un qualche agente di cambio che ha giuocato sui ribassi dei fondi spagnuoli, o qualche principe che viaggia in incognito. — Zitto, gli disse Franz, questo è ciò che sapremo in breve, poichè eccolo.

Infatto il rumore di una porta che girava sui cardini si fe’ sentire ai visitatori, e quasi subito fu alzata una portiera che lasciò passare il proprietario di tutte queste ricchezze.

Alberto gli andò incontro, ma Franz rimase al suo posto.

Quegli che entrava era infatto l’uomo dal mantello scuro del Colosseo, lo sconosciuto del palco, l’ospite misterioso di Monte-Cristo.

XXXV. — IL PATIBOLO.

— Signori, disse entrando il Conte di Monte-Cristo, abbiate le mie scuse per essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di essere indiscreto venendo più presto da voi. D’altra parte mi avevate fatto dire che sareste venuti, ed io mi sono trattenuto a vostra disposizione.

— Franz ed io dobbiamo farvi mille ringraziamenti, sig. conte, disse Alberto; voi ci avete tolti da un grande impaccio, e noi stavamo per inventare un qualche veicolo fantastico al momento che ci mandaste il vostro grazioso invito.

— Eh! mio Dio! signori, rispose il conte facendo segno cogli occhi a’ due giovani di sedersi sopra un divano, la colpa è di questo imbecille di Pastrini che non mi ha detto prima il vostro impaccio, e vi ha lasciati per così lungo tempo nell’incertezza; solo e isolato come sono qui, non cercava che un’occasione di far conoscenza coi miei vicini. Cosicchè tosto che seppi poter esservi utile a qualche cosa, avete veduto con qual fretta ho afferrata l’occasione di prestarvi i miei servigi.

I due giovani s’inchinarono. Franz non aveva ancora trovata una sola parola da dire, egli non aveva ancora presa alcuna risoluzione, e poichè il conte sembrava non avesse volontà di riconoscerlo, o alcun desiderio di essere riconosciuto da lui, non sapeva se doveva fare allusione al passato con qualche parola qualunque, o lasciare il tempo all’avvenire per portargli nuove pruove. Del resto essendo sicuro che era lo stesso di quello della sera innanzi nel palco, non poteva egualmente assicurare che fosse quello che era al Colosseo due sere prima: risolvè adunque di lasciar camminare le cose senza fare alcuna osservazione diretta al conte. D’altra parte egli aveva una superiorità su lui, era padrone del suo secreto, mentre che al contrario il conte non poteva avere alcun ascendente su Franz, che nulla aveva a nascondere. Frattanto mentre aspettava avvenimenti naturali, risolvè di far cadere la conversazione sopra un punto che potesse sempre condurre degli schiarimenti su di alcuni dubbi.

— Signor conte, gli disse, voi ci avete offerto due posti nella vostra carrozza, ed altri due nelle vostre finestre del palazzo Ruspoli; potreste ora indicarci come potremmo fare per procurarci un posto, qualunque siasi, sulla piazza del popolo?

— Ah! sì, è vero, disse il conte in modo distratto, ma guardando Morcerf con sostenuta attenzione, vi deve essere, se non sbaglio nella Piazza del popolo qualche cosa di simile ad una esecuzione?

— Sì, rispose Franz vedendo che egli veniva da sè stesso dove voleva condurlo. — Aspettate, aspettate, credo di aver detto ieri al mio intendente di occuparsi di questo, e forse potrò rendervi ancora questo piccolo servigio. — Allungò una mano, e tirò il cordone del campanello. Sul momento videsi entrare un individuo dai 45 ai 50 anni che rassomigliava come due gocce d’acqua a quel contrabbandiere che aveva introdotto Franz nella grotta, ma che non fece menomamente sembiante di riconoscerlo. Si accorse allora che la parola era passata. — Bertuccio, disse il conte, vi siete incaricato come vi ordinai ieri, di ritrovarmi una finestra sulla Piazza del Popolo?

— Sì, eccellenza, rispose l’intendente, ma era troppo tardi.

— Come, disse il conte, increspando il sopracciglio, vi aveva pure ordinato di ritrovarne una?

— E V. E. l’avrà; è una finestra che era stata data in fitto al principe Lobagneff; ma sono stato costretto di pagarla cento...

— Sta bene, sta bene, Bertuccio; risparmiate a questi signori dei particolari inutili; voi avete la finestra e questo è l’importante. Date l’indirizzo della casa al cocchiere, e trattenetevi sulla scala per condurci. Basta così: andate.

L’intendente salutò, e fece un passo per ritirarsi.

— Aspettate! riprese il conte, fatemi il piacere di domandare a Pastrini se ha ricevuta la tavoletta, e se vuole inviarmi il programma della esecuzione.

— È inutile, rispose Franz cavando il portafogli di saccoccia, ho avuto queste tavolette sotto gli occhi, e le ho copiate, eccole.

— Sta bene; allora Bertuccio potete ritirarvi, non ho più bisogno di voi. Che ci avvisino soltanto quando sarà pronta la colazione. Questi signori, continuò egli volgendo ai due amici, mi faranno l’onore di far colazione meco?

— In vero, sig. conte, disse Alberto, sarebbe un abusare...

— No, al contrario, voi mi fate un vero piacere; mi renderete tuttociò a Parigi, l’uno o l’altro, e forse anche tutti e due. Bertuccio, ordinate che preparino per tre.

E prese il foglio dalle mani di Franz.

— Noi dicevamo adunque, continuò col tuono con cui avrebbe letto un tutt’altro avviso «che saranno giustiziati oggi 22 febbraio i nominati Andrea Rondolo, reo d’assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma, e il nominato Peppino detto _Rocca Priori_ convinto di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda.» Hum! «il primo sarà impiccato, e il secondo decapitato.» Sì, infatto precisamente così doveva andare la faccenda, ma io credo che da ieri sia sopraggiunto qualche cambiamento nell’ordine della cerimonia.

— Ah! disse Franz.

— Sì, ieri dal cardinale R..., presso il quale ho passata la serata era questione di qualche cosa come di una dilazione accordata ad uno dei due condannati.

— Ad Andrea Rondolo? domandò Franz.

— No... rispose negligentemente il conte, all’altro... e guardando il foglio come per ricordarsi il nome, a Peppino detto _Rocca Priori_. Questo vi priverà di vedere l’azione della ghigliottina, ma vi resta a vedere l’altra esecuzione, che è un supplizio molto imponente, quando si vede per la prima volta, ed anche per la seconda, nel mentre che l’altro, che voi certo dovete conoscere, è troppo semplice, troppo spedito, e nulla vi è d’inaspettato. La mannaia non isbaglia, non trema, non colpisce in falso, non si ripente trenta volte come il soldato che tagliava la testa al conte di Chalais, ed al quale forse era stato raccomandato il paziente da Richelieu. Ah! aggiunse il conte con un tuono disprezzante, non mi parlate degli Europei per le esecuzioni capitali, essi non se ne intendono affatto, e sono nella vera infanzia, o piuttosto nella decrepitezza in rapporto a quelle.

— In verità, sig. conte, rispose Franz, direbbesi che voi avete fatto uno studio comparato dei supplizi nei diversi popoli del mondo.

— Ve ne sono pochi almeno che io non abbia veduti.

— Ed avete ritrovato piacere ad assistere a questi spettacoli?

— Il mio primo sentimento fu la ripugnanza, il secondo l’indifferenza, il terzo la curiosità.

— La curiosità? la parola è veramente terribile, sapete?

— Perchè? non vi ha nella vita una preoccupazione più grave di quella della morte; ebbene! non è curioso lo studiare in quanti differenti modi l’anima può uscir dal corpo, e come, secondo i naturali, i temperamenti, ed anche i costumi dei paesi, gl’individui sopportino questo supremo passaggio.

— Non vi capisco bene, disse Franz; spiegatevi perchè non potete credere quanto punga la mia curiosità, ciò che mi dite.

— Ascoltate dunque, disse il conte, ed il suo viso s’infiltrò di fiele nello stesso modo che il viso di un altro si colora col sangue. Se un uomo avesse fatto morire fra torture inaudite, in mezzo a tormenti senza fine, vostro padre, vostra madre, la vostra amica, uno di quegli esseri in fine che quando vengono sradicati dal nostro cuore vi lasciano un vuoto eterno ed una piaga sempre sanguinosa, credete che fosse sufficiente la riparazione che vi accorda la società, perchè il ferro della ghigliottina è passato fra la base dell’occipite, e i muscoli trapezzi dell’uccisore, e perchè colui che vi ha fatto soffrire degli anni di morali sofferenze, ha provato qualche secondo di fisico dolore?

— Sì, lo so, risposo Franz, la giustizia umana è insufficiente, come consolatrice delle angosce sofferte; essa può versar sangue, per sangue, e niente più; non bisogna però chiederle più di quello che può dare.

— Io ora vi propongo un altro caso materiale, riprese il conte, quello in cui la società, attaccata dalla morte di un individuo nella base sulla quale riposa, punisce la morte colla morte. Ma non vi sono dei milioni di dolori dai quali possono essere straziati i visceri dell’uomo, senza che la società se ne occupi menomamente, senza ch’ella gli offra il mezzo insufficiente di castigo di cui parlavamo or ora? Non vi sono dei delitti pei quali il palo dei turchi, i truogoli dei persiani, i nervi attorcigliati degl’indiani sarebbero supplizi troppo gentili, e che non pertanto la società indifferente lascia senza punizione?... rispondetemi, non vi sono questi delitti?

— Sì, ed il duello è appena appena tollerato in alcuni paesi per punirli.

— Ah! il duello, gridò il conte, graziosa maniera di giungere alla meta, quando questa è la vendetta! Un uomo vi rapisce l’amica, seduce vostra moglie, disonora vostra figlia: di una vita intera, che aveva il diritto di aspettare da Dio la parte di felicità che egli ha promesso ad ogni uomo nel crearlo, ha formato un’esistenza di dolore, di miseria, o di infamia, e voi vi credete vendicato perchè a quest’uomo, che vi ha messo il delirio nell’anima e la disperazione nel cuore, avete passato il petto con la spada, o traversata la testa con una palla? E poi! senza calcolare che spesso è il reo che riporta il vantaggio nel duello, e viene così scolpato agli occhi del mondo. No, no, continuò il conte, se avessi mai a vendicarmi, non mi vendicherei così.

— Voi disapprovate dunque il duello? dunque non vi battereste in duello? domandò a sua volta Alberto meravigliato nel sentire emettere una tale teoria.

— No certamente, non mi batterei, disse il conte.