Part 33
«A queste parole allontanò la pietra, e fece vedere a Teresa la grotta illuminata da due candele, che ardevano ai lati di un magnifico specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano distesi gli spilli di diamanti, e la collana di perle; sopra una panca vicina era depositato il rimanente del vestiario. Teresa mandò un grido di gioia, e senza informarsi donde veniva questo vestito, senza prendere il tempo di ringraziare Luigi, si slanciò nella grotta trasformata in gabinetto da toletta. Luigi respinse la pietra dietro ad essa, poichè s’accorse che sulla cresta di una piccola collina, che impediva di vedere Palestrina dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si era fermato un momento, incerto sulla strada da tenere, e che compariva sull’azzurro del cielo con quella nettezza di contorno particolare alle vedute in lontananza dei paesi meridionali.
«Lo straniero vedendo Luigi, mise il cavallo al galoppo, e venne alla sua volta. Luigi non si era ingannato; il viaggiatore che andava da Palestrina a Tivoli era incerto sul cammino da prendere. Il giovine glielo indicò; ma siccome ad un quarto di miglio la strada si divideva in tre, e il viaggiatore giunto a questo luogo poteva nuovamente sbagliare, pregò Luigi di servirgli di guida: questi depose a terra il mantello, si pose sulla spalla la carabina, e liberato così dal pesante vestito camminò davanti al viaggiatore con quel passo rapido del montanaro, che un cavallo a stento può seguire.
«In dieci minuti, Luigi ed il viaggiatore si trovarono al crocivio indicato dal giovine pastore. Giunto là, con un gesto maestoso a guisa di un imperatore, stese la mano, e indicò al viaggiatore quella delle tre vie che doveva seguire. — Ecco la vostra strada, eccellenza, voi ora non potete più sbagliare. — E tu prendi la tua ricompensa, disse il viaggiatore offrendo al pastore alcune piccole monete. — Grazie, disse Luigi ritirando la mano, io rendo un servizio, non lo vendo. — Ma, disse il viaggiatore, che del resto sembrava abituato a quella differenza che passa tra la servilità dell’uomo di città, e l’orgoglio del campagnuolo, se tu rifiuti una mercede, accetterai un regalo?
«— Ah! sì, questa è un’altra cosa. — Ebbene, disse il viaggiatore, prendi questi due zecchini di Venezia, e dalli alla tua fidanzata per acquistarsi un paio di pendenti.
«— E voi allora prendete questo pugnale, disse il pastore, non ne ritroverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a Civita-Castellana. — Lo accetto disse il viaggiatore, ma allora sono io che ti resto obbligato, perchè il pugnale vale molto più di due zecchini.
«— Per un mercante può essere, ma non per me che l’ho intagliato io stesso, e mi costa appena uno scudo.
«— Come ti chiami tu? domandò il viaggiatore.
«— Luigi Vampa, rispose il pastore collo stesso tuono come se avesse risposto: Alessandro re di Macedonia; e voi?
«— Io, disse il viaggiatore, mi chiamo Sindbad il marinaro.»
Franz d’Épinay mise un grido di sorpresa.
— Sindbad il marinaro! diss’egli.
— Sì, rispose il narratore, è il nome che il viaggiatore disse a Vampa essere il suo.
— Ebbene! che avete voi da dire in contrario a questo nome? interruppe Alberto; questo è un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava mi hanno divertito assaissimo nella mia prima gioventù. — Franz non insistè. Il nome di Sindbad il marinaro, come si capirà bene, aveva risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di Monte-Cristo: — Continuate, disse all’albergatore.
«Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in saccoccia e riprese lentamente il cammino pel quale era venuto. Giunto a due o trecento passi della grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando da qual parte venisse questo grido. Dopo un secondo, intese pronunziare distintamente il suo nome; la voce veniva dalla parte della grotta.
«Balzò come un camoscio, e mentre correva, caricava il fucile, e in meno di un minuto era sulla sommità della piccola collina opposta a quella ove aveva scoperto il viaggiatore. Là si fecero più distinte le grida «aiuto, soccorso!» Girò gli occhi sullo spazio che dominava; un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso Deianira. Quest’uomo, che si dirigeva verso il bosco, aveva già percorso tre quarti del cammino dalla grotta alla foresta. Vampa misurò l’intervallo; quest’uomo aveva già duecento passi di vantaggio su lui, non vi era possibilità di raggiungerlo prima che entrasse nel bosco. Il giovine si ferma come se i suoi piedi avessero messo radice: appoggia l’incasso del fucile alla spalla, leva lentamente la canna nella direzione del rapitore, lo segue un secondo nella corsa, e fa fuoco. Il rapitore si fermò sul punto; le ginocchia gli si piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta Teresa la quale si alzò subito, ed il fuggito restò steso dibattendosi nelle ultime convulsioni dell’agonia. Vampa si slanciò verso Teresa, che era a dieci passi dal moribondo, ed alla quale erano a sua volta venute meno le gambe cadendo in ginocchio. Allora al giovine venne il terribile sospetto che la palla che aveva colpito l’avversario avesse puranco ferita la fidanzata. Fortunatamente però non fu; il solo terrore aveva paralizzate le forze di Teresa. Allorquando Luigi fu ben sicuro che era sana e salva, si volse verso il ferito; era di già morto, colle pugna serrate, la bocca contratta dal dolore, e i capelli ritti dal sudore dell’agonia; gli occhi erano rimasti aperti e minacciosi.
«Vampa si avvicinò al cadavere e riconobbe Cucumetto. Dal giorno in cui il bandito fu salvato dai due giovani, erasi innamorato di Teresa, ed aveva giurato che la giovine sarebbe stata sua. Da quel giorno, l’aveva spiata con assiduità; e, profittando del momento in cui il suo amante l’aveva lasciata sola per andare ad indicare la strada al viaggiatore, l’aveva involata e già la credeva sua, quando la palla di Vampa, diretta dal colpo d’occhio infallibile del giovine pastore gli aveva traversato il cuore. Vampa lo guardò un momento senza che la minima emozione si presentasse sul suo viso, nel mentre che Teresa al contrario, tutta tremante ancora, non osava avvicinarsi al morto bandito che a piccoli passi, e gettava esitando uno sguardo sul cadavere al di sotto della spalla del suo amante. Dopo un momento Vampa si rivolse verso la sua innamorata.
«— Ah! ah! diss’egli, sta bene, tu sei di già vestita. Or tocca a me a fare la mia toletta.
«Infatto Teresa era vestita da capo a piedi col costume della figlia del conte S. Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto fra le braccia, e lo trasportò nella grotta, mentre che Teresa l’aspettava di fuori. Se fosse passato allora un altro viaggiatore, avrebbe veduto una cosa strana; cioè una pastorella guardare il gregge, vestita di cachemire coi pendenti alle orecchie, una collana di perle, degli spilli di diamanti, e dei bottoni di zaffiri, di smeraldi e di rubini. Senza dubbio sarebbesi creduto di ritornare ai tempi di Florian: e di ritorno a Parigi, avrebbe assicurato di avere incontrata la pastorella delle Alpi ai piedi dei monti Sabini. A capo di un quarto d’ora, Vampa uscì dalla grotta. Il suo costume non era meno elegante, nel suo genere, di quello di Teresa. Aveva una veste di velluto granato coi bottoni d’oro cesellati, un giubbetto di seta tutto ricoperto di galloni, una sciarpa annodata intorno al collo, un porta cartucce tutto in oro ed in seta rossa e verde, i pantaloni di velluto celeste attaccati al di sotto del ginocchio colle fibbie di diamanti, le ghette di pelle di daino ricamate con mille arabeschi, ed un cappello su cui sventolavano dei nastri di ogni colore; due catene da orologio pendevano dalla sua cintura ed un magnifico pugnale era attaccato al porta cartucce.
«Teresa gettò un grido di ammirazione; Vampa sotto questo abito rassomigliava ad una pittura di Léopold Robert o di Schnetz. Egli aveva vestito il costume completo di Cucumetto. Il giovine s’accorse dell’effetto che produceva nella sua fidanzata, ed un sorriso di orgoglio gli sfiorò le labbra. — Or dimmi Teresa, sei pronta a dividere la mia sorte qualunque essa possa essere?
«— Oh! sì, gridò la giovinetta con entusiasmo.
«— A seguirmi ovunque andrò? — Anche in capo al mondo!
«— Allora prendi il mio braccio, e partiamo, poichè non abbiam tempo da perdere.
«La giovinetta intrecciò il suo al braccio dell’innamorato, senza neppur domandargli ove la conduceva; perchè in questo momento le sembrava bello, superbo e potente come il Nume della guerra. E tutti e due s’incamminarono verso la foresta di cui in breve tempo sorpassarono il confine.
«Non fa bisogno di dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della montagna; egli s’inoltrò dunque nella foresta senza esitare neppur per poco, e quantunque non vi fosse praticata alcuna strada, riconosceva la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli alberi ed i cespugli; essi camminarono in tal guisa per circa un’ora e un quarto.
«Dopo questo tempo giunsero nel punto più fitto del bosco. Un torrente il cui letto era secco, conduceva in una gola profonda. Vampa prese questo strano sentiero, che incassato fra le due rive, e ottenebrato dall’ombra degli alberi sembrava il sentiero d’Averno di cui parla Virgilio. Teresa ritornata timorosa all’aspetto di questo luogo selvaggio e deserto si stringeva contro la guida senza dir parola; ma siccome lo vedeva camminare con un passo sempre uguale, siccome una calma sempre profonda irradiava il suo viso, ella stessa aveva la forza di dissimulare la sua emozione.
«D’un subito, dieci passi lontano da loro, un uomo sembrò staccarsi da un albero dietro cui era nascosto, e prendendo col suo fucile di mira Vampa, gridò:
«— Non fare un passo di più o sei morto.
«— Andiamo, via! disse Vampa facendo con la mano un gesto di disprezzo, nel mentre che Teresa non dissimulando il suo terrore, si stringeva sempre più contro di lui; e che i lupi forse si sbranano fra di loro?
«— Chi sei tu? dimandò la sentinella. — Io sono Luigi Vampa, il pastore della fattoria di S. Felice. — Che vuoi tu?
«— Voglio parlare ai tuoi compagni che sono su lo spianato di Rocca-Bianca.
«— Allora seguimi, disse la sentinella, o piuttosto, giacchè sai la strada, cammina avanti.
«Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di questo bandito, passò avanti con Teresa, e continuò il suo cammino collo stesso passo fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin là. Dopo cinque minuti, il bandito fece loro il segno di fermarsi. Essi obbedirono. Il bandito imitò tre volte il grido del corvo, un altro grido eguale rispose a questo triplice appello. — Ora tu puoi continuare la strada, disse il bandito. — Luigi e Teresa si rimisero in cammino: ma, a seconda che s’inoltravano, Teresa tremante si serrava sempre più contro il suo amante; infatto attraverso gli alberi si vedevano comparire degli uomini e scintillare delle canne di fucile. Lo spianato di Rocca-Bianca era sulla sommità di una piccola montagna, che altre volte doveva certamente essere stata un piccolo vulcano, vulcano estinto prima che Romolo e Remo disertassero da Alba per andare a fabbricar Roma. Teresa e Luigi giunsero alla sommità e nello stesso tempo si ritrovarono circondati da una ventina di banditi.
«— Ecco un giovine che vi cerca, e che desidera parlarvi, disse la sentinella. — Che vuole egli da noi? chiese colui che in assenza del capo faceva le provvisorie funzioni di capitano.
«— Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il mestiere del pastore, disse Vampa.
«— Ah! capisco, disse il luogotenente, e tu vieni a domandarci di entrare nelle nostre file? — Che sia il benvenuto, gridarono molti banditi di Ferrusino, di Pampinara, e d’Anagni i quali avevano riconosciuto Luigi Vampa.
«— Sì, ma io vengo ancora a chiedervi un’altra cosa, oltre di esser vostro compagno. — E che vieni tu a chiederci? dissero con meraviglia i banditi. — Io vengo a domandarvi di esser fatto vostro capitano, disse il giovine. — I banditi dettero in una gran risata. — E che hai tu fatto per aspirare a questo onore? domandò il luogotenente. — Io ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui porto le spoglie, disse Luigi, ed ho messo il fuoco alla villa di S. Felice per dare il corredo di nozze alla mia fidanzata. — Un’ora dopo, Luigi Vampa era stato eletto capitano nel posto di Cucumetto.»
— Ebbene mio caro Alberto, disse Franz volgendosi all’amico, che pensate ora di questo cittadino Luigi Vampa?
— Io dico che questo è un _Mythe_, rispose Alberto, e che non ha mai esistito. — E che significa questo _Mythe_, domandò Pastrini. — Sarebbe troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini, rispose Franz. E voi dite adunque che maestro Vampa esercita in questo momento la sua professione in queste vicinanze?
— E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio uguale.
— E la polizia non cerca d’impadronirsene?
— Che volete? egli è d’accordo ad un tempo coi pastori della pianura, coi pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. Se si cerca nelle montagne è sul fiume; se si perseguita sul fiume, prende l’alto mare; poi d’improvviso quando si crede che sia rifugiato nell’isola del Giglio, di Gianuti, o di Monte-Cristo, si vede ricomparire in Albano, a Tivoli o alla Riccia.
— E qual è il suo modo di operare verso i viaggiatori?
— Eh! mio Dio! è semplicissimo; a seconda della distanza che si è dalla città, egli accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno per pagare il loro riscatto; quando è passato il tempo accorda ancora un’ora di grazia. Al sessantesimo minuto di quest’ora se non ha il riscatto, fa saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli pianta un pugnale nel cuore, e tutto è finito. — Ebbene! Alberto, domandò Franz al suo compagno, siete ancora disposto ad andare al Colosseo per la strada fuori delle mura?
— Certamente, disse Alberto, se la strada è più pittoresca.
In questo momento batterono le nove, la porta s’aprì, e il cocchiere comparve. — Eccellenza, diss’egli, la carrozza è alla porta. — Ebbene! disse Franz, andiamo al Colosseo.
— Per la porta del Popolo, eccellenza, o per le strade interne? — Per le strade interne, per bacco! per le strade interne, gridò Franz. — Ah! mio caro, disse Alberto, alzandosi ed accendendo il suo terzo sigaro, in verità io vi credeva più coraggioso.
Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in carrozza.
XXXIV. — LE APPARIZIONI.
Franz aveva ritrovata una via di mezzo, perchè Alberto potesse giungere al Colosseo senza passare davanti ad alcuna rovina antica, e per conseguenza senza che alcuna preparazione graduata togliesse neppure un cubito alle gigantesche proporzioni del Colosseo. Questa fu di passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto davanti a S. Maria Maggiore e giungere per la via Urbana e S. Pietro in Vincoli alla via del Colosseo. D’altra parte questo itinerario offriva ancora un altro vantaggio, quello di non distrarre con altre impressioni Franz da quella prodotta in lui dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella quale vi si trovava mischiato il suo anfitrione di Monte-Cristo. Perciò erasi appoggiato col gomito nell’angolo, ed era ricaduto in quelle mille interrogazioni che infinite volte aveva di già fatte a sè stesso, e nelle quali mai era riuscito a darsi una risposta soddisfacente. Un’altra cosa avevagli ancora fatto risovvenire il suo amico Sindbad il marinaro, e questa era la relazione tra i banditi ed i marinari. Ciò che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa ritrovava nelle barche dei pescatori e dei contrabbandieri, ricordava a Franz quei due banditi corsi ch’egli aveva ritrovato cenare insieme all’equipaggio del piccolo _yacht_, che deviando a bella posta dal suo cammino aveva approdato a Porto-Vecchio col solo scopo di metterli a terra. Il nome che il suo ospite davasi di conte di Monte-Cristo, pronunciato dall’albergatore della locanda di Londra, gli provava che colui sosteneva la stessa parte filantropica sulle coste di Piombino, di Civitavecchia, d’Ostia e di Gaeta, come su quelle di Corsica, di Toscana, di Spagna, non meno che su quelle di Tunisi e di Palermo. Era una prova che egli abbracciava un circolo di relazioni molto esteso.
Ma per quanto queste riflessioni fossero presenti sullo spirito del giovine, esse svanirono quando cominciò a farsi scorgere davanti a sè il tetro e gigantesco spettro del Colosseo fra le aperture del quale la luna faceva passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano dagli occhi dei fantasmi. La carrozza si fermò a qualche passo dalla Fontana denominata Meta Sudans. Il cocchiere aprì la portiera, i due giovani saltarono a terra, e si trovarono in faccia ad un cicerone che sembrava uscito di sotto terra. Quello dell’albergo pure li aveva seguiti, e così ne ebbero due. Del resto però è impossibile di potere evitare a Roma questo lusso di guide; oltre il cicerone generale che s’impadronisce di voi dal momento che mettete il piede sulla porta di un albergo o di una locanda, e che non vi abbandona che il giorno in cui mettete piede fuor della città, vi è pure un cicerone addetto a ciascun monumento; si giudichi dunque se si può restar privi di cicerone al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che faceva dire a Marziale: «Che Memfi cessi di vantare i barbari miracoli delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie di Babilonia; tutto deve annichilirsi davanti l’opera immensa dell’anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della celebrità devono riunirsi per lodare questo monumento.»
Franz ed Alberto non tentarono nemmeno di sottrarsi alla tirannide ciceroniana, molto più poi sarebbe stato difficile al Colosseo, perchè ivi le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi punti praticabili del monumento, colle torcie accese. Non fecero dunque alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo ai loro conduttori. Franz conosceva di già questa passeggiata per averla fatta dieci altre volte; ma siccome il suo compagno, più novizio, metteva per la prima volta il piede nell’anfiteatro di Flavio Vespasiano, debbo confessarlo a sua lode, non ostante il cicaleggiare ignorante delle guide, egli era commosso da vive impressioni. In fatto non è possibile, senza vederlo, formarsi un’idea della maestà di una simile rovina, le cui proporzioni sono eziandio tutte raddoppiate dalla misteriosa chiarezza di quella luna meridionale, i raggi della quale sembrano i crepuscoli d’occidente.
Il pensatore Franz, appena fatti cento passi sotto i portici interni, lasciò Alberto alle guide, che non volevano rinunciare ai diritti loro particolari, la fossa dei Leoni, le stanze dei Gladiatori, il Palco dei Cesari, e salì per una scala mezzo rovinata, facendo loro continuare il metodico giro, si assise all’ombra di una colonna, dirimpetto ad una curva che gli permetteva di potere abbracciare collo sguardo il gigante di marmo in tutta la sua estensione. Franz era là da circa un quarto d’ora, nascosto dall’ombra della colonna, ed occupato a guardare Alberto che, accompagnato da coloro che gli portavano le torce, usciva in quel momento da un romitorio, posto all’altra estremità del Colosseo, simili ad ombre che seguano un fuoco fatuo; discendevano di scalino in scalino verso il luogo che era riservato alle vestali, allorchè gli sembrò udire il rumore di una pietra, che si staccasse e cadesse dalla scala ch’egli pure aveva ascesa per portarsi al luogo che occupava. Certo che non è cosa rara il sentir cadere una pietra che sotto i piedi del tempio si stacca e va a rotolare nell’abisso: ma questa volta gli sembrò fosse il piede di un uomo sotto il quale si staccava, e che il rumore dei passi giungesse fino a lui, sebbene chi li causava facesse tutto per renderli impercettibili. Di fatto, dopo un momento, comparve un uomo, uscendo gradatamente dall’ombra a seconda che saliva la scala, la cui apertura, posta dirimpetto a Franz era illuminata dalla luna, ma i gradini si perdevano nell’oscurità a seconda che si discendeva.
Questi poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e per conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente: ma all’esitazione colla quale salì gli ultimi scalini, al modo con cui, giunto sul piano, si fermò e parve mettersi in ascolto, era evidente, essere egli venuto là con qualcuno. Per un movimento istintivo Franz si nascose quanto più potè dietro la colonna. A dieci passi dal luogo ove si trovavano entrambi, la volta era diroccata, e, da una apertura rotonda come quella di un pozzo, lasciava vedere il cielo tutto brillante di stelle. Attorno a questa che forse da qualche secolo dava passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, mentre che grandi frasche, e mazzi di ellera pendevano da questa terrazza superiore, e ondulavano sotto la volta a guisa di corde fluttuanti. Il personaggio che aveva attirata l’attenzione di Franz era posto in una mezza ombra che non gli permetteva di distinguerne i tratti, ma che però non era abbastanza oscura per impedirgli di conoscerne i particolari del vestito. Egli era avvolto in un gran mantello scuro, un lembo del quale, gettato sulla spalla sinistra, gli copriva la parte inferiore del viso, mentre che un cappello a larghe tese copriva la parte superiore. L’estremità sola del vestito era illuminata dai raggi obbliqui della luna che passavano dall’apertura, e che permettevano di distinguere i calzoni neri, che elegantemente finivano sur un paio di stivali di pelle lucida. Quest’uomo apparteneva evidentemente se non alla aristocratica, almeno alla buona società.
Erano già trascorsi alcuni minuti da che egli trovavasi là, e già cominciava a dare qualche segno d’impazienza, allorchè fecesi sentire un piccolo rumore nella terra soprapposta. Nel medesimo punto un’ombra intercettò la luce; un uomo apparve all’orlo dell’apertura, gettò uno sguardo penetrante nelle tenebre, e scoperse l’uomo dal mantello: tosto sorreggendosi ad un pugno di quelle frasche e di quei rami d’ellera ondulante, si lasciò scivolare, e, giunto a tre o quattro piedi dal suolo, saltò leggermente a terra. Questi era interamente vestito da Trasteverino. — Scusatemi eccellenza, se vi ho fatto aspettare, disse in dialetto romano; però non sono in ritardo che di pochi minuti; le dieci sono sonate or ora a S. Giovanni in Laterano.
— Sono stato io che sono venuto prima, e non voi che avete ritardato, rispose lo straniero nel più puro toscano; non facciamo cerimonie, perchè quand’anche mi aveste fatto aspettare, sarei ben certo che non sarebbe stato per qualche motivo dipendente dalla vostra volontà.
— Ed avete ragione, eccellenza, vengo da castel S. Angelo, ed ho avuto tutte le difficoltà possibili per poter parlare a Beppe. — Chi e questo Beppe? — Beppe è un impiegato delle prigioni al quale io passo una piccola rendita mensile per sapere ciò che succede in castello. — Ah! ah! vedo bene che siete un uomo pieno di cautele, mio caro. — Che volete, eccellenza, non si sa ciò che può accadere: forse io pure sarò un giorno o l’altro preso nella rete, come quel povero Peppino, ed avrò io pure bisogno di un sorcio per rodere qualche maglia della mia prigione.
— Alle corte, che avete saputo?
— Che martedì vi saranno due esecuzioni, a due ore, siccome è solito qui in certe ricorrenze particolari. Uno dei condannati sarà impiccato; è un miserabile che ha ucciso quella stessa persona che lo aveva allevato, e questi non merita alcun interessamento; l’altro sarà decapitato, e questi è il povero Peppino.
— Che volete, mio caro, voi ispirate un terrore così grande non solo al governo pontificio, ma eziandio agli stati vicini, che assolutamente si vuol dare un esempio.
— Ma Peppino non faceva neppur parte della mia banda; era un povero pastore che non ha commesso altro delitto, che quello di fornirci di viveri.