Il Conte di Monte-Cristo

Part 32

Chapter 323,835 wordsPublic domain

— Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte S. Felice situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a Pampinara e fino dall’età di 5 anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore anch’esso in Anagni, possedeva una piccola mandra e viveva della lana dei montoni e del prodotto delle pecore che veniva a vendere a Roma. Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un’indole strana. Un giorno, all’età di 7 anni, andò a ritrovare il curato di Palestrina, e lo pregò d’insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perchè il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero e troppo poco considerevole per poter mantenervi un prete, e che, non avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell’ora del ritorno, e di dargli così la lezione, prevenendolo che questa sarebbe stata corta, e che per conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto da sè per renderla profittevole. Il fanciullo accettò con gioia. Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada da Palestrina al Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il prete ed il fanciullo si sedevano sulla riva di un fosso, e il giovine pastorello prendeva la lezione sul breviario del curato. Il prete fece fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto, uno grande, uno mezzano e l’altro piccolo, e gli fece vedere, che imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, coll’aiuto di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere: la sera stessa, quando ebbe rinchiuso il gregge nell’ovile, il piccolo Vampa corse dal fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo, lo arroventò, lo martellò, lo arrotondì, e ne formò una specie di stiletto antico: la dimane unì una quantità di pezzi di lavagna, e si mise all’opera. Dopo tre mesi egli sapeva scrivere.

«Il curato, meravigliato di questa profonda intelligenza, e ammirando tutta questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni di carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare un altro studio; ma uno studio ch’era ben poca cosa dopo il primo. Otto giorni dopo maneggiava la penna come prima lo stiletto. Il curato raccontò quest’aneddoto al conte di San-Felice, che volle vedere il pastorello, lo fece leggere e scrivere innanzi a sè, ordinò al suo intendente di farlo mangiare coi domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con questo danaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Di fatto egli applicava a tutti gli oggetti il suo spirito d’imitazione, e, a guisa di Giotto fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le case. Poi colla punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli pure, l’artista popolare, aveva cominciato così.

«Una ragazzina di sei in sette anni, cioè un poco più giovane di Vampa, era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta, presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e si chiamava Teresa. I due fanciulli s’incontravano, sedevano l’un presso all’altra, lasciavano le loro mandre mischiarsi e pascere insieme, discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera separavano il gregge del conte San-Felice da quello del Barone Cervetri, e si lasciavano, promettendosi di ritrovarsi la dimane.

«La dimane infatto mantenevano la parola, e crescevano in età da una parte e dall’altra. Vampa compì i 12 anni, e Teresa gli undici. Frattanto i loro istinti naturali si sviluppavano. A lato del gusto per le arti, che Luigi aveva spinto tant’oltre quanto è permesso di poterlo fare nella solitudine, egli era ad intervalli triste, ardente a scosse, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto non solo prendere alcuna influenza su di lui, nè tampoco divenire suo compagno. Il suo temperamento assoluto e l’essere sempre disposto ad esigere, e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli allontanava ogni movimento amichevole, ed ogni dimostrazione di simpatia. Teresa sola comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo a questa indole, che piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di un uomo si sarebbe irritata fino all’eccesso. Teresa al contrario era vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civetta; i due scudi che Luigi riceveva dall’intendente di San-Felice, il ricavato di tutti i piccoli lavori in intaglio che vendeva ai mercanti di giuocarelli in Roma, si tramutavano in pendenti di perle, in collane di cristallo, in spilli d’oro per la mercè di questa prodigalità del giovine amico. Teresa era la più bella e la più elegante di tutte le contadine delle vicinanze di Roma. I due giovani continuavano a crescere, passando le giornate insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti gl’istinti primitivi della loro natura; così, nelle loro conversazioni, nei loro desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano di vascello, o generale, o governatore di una provincia: Teresa si vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori in livrea; quindi quando essi avevano passata un’intera giornata a circondare il loro avvenire di questi folli e brillanti arabeschi, si separavano per ricondurre ciascuno la loro mandra alla stalla, ricadendo dall’altezza dei loro sogni alla umiliante realtà della loro condizione.

«Il giovine pastore disse un giorno all’intendente del conte, che aveva veduto un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al gregge. L’intendente gli dette un fucile; era ciò che ambiva Vampa. Questo fucile trovavasi ad avere per caso una eccellente canna di Brescia che mandava la palla come quella di una carabina inglese; l’incassatura soltanto era stata in qualche modo guastata dal conte mentre dava la caccia alla volpe, e per questo messo fra gli scarti. Ciò però non era di nessuna difficoltà per un intagliatore come Vampa. Egli esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare per metterla in un migliore aspetto, fece un’altra incassatura zeppa di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe ritrovato a guadagnarvi una ventina di scudi, del solo incasso, se fosse venuto a venderlo in città. Ma si era astenuto dall’operar così; un fucile era stato da gran tempo il sogno del giovine. In tutti i paesi il primo bisogno che prova ogni cuor forte, ogni struttura possente, è quello di un’arma, che assicuri nello stesso tempo l’assalto e la difesa, e facendo terribile chi la porta, spesso lo fa pur anche divenir temuto. Da quel punto Vampa impiegò nell’esercizio del fucile tutti i momenti che gli rimanevano liberi: comprò della polvere e delle palle, e tutto gli serviva di bersaglio: il tronco di un olivo, triste, pallido, e cenerino, che vegeta sul declive delle montagne della Sabina; la volpe che nella sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna; l’aquila che s’innalzava per l’aria. Ben presto diventò così valente, che Teresa, superato quel primo ribrezzo che le produceva sul principio la detonazione, si divertiva nel vedere il giovine compagno situare la palla ove aveva indicato, così giustamente, come se ve l’avesse gettata colla mano.

«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco vicino al quale i due giovani avevano l’abitudine di starsi; il lupo non aveva fatti dieci passi sulla pianura che già era morto; Vampa, altero di questo bel colpo, sel caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti questi particolari davano a Luigi una certa riputazione nei dintorni della fattoria: l’uomo superiore, in qualunque luogo si trovi si forma una clientela d’ammiratori. Nei luoghi circonvicini si parlava di questo giovine pastore come del più destro, del più forte, e del più bravo contadino che fosse a dieci leghe di circonferenza; e quantunque Teresa, in un circolo più esteso ancora, passasse per la più bella delle giovinette della Sabina, pure nessuno si arrischiava dirle una parola d’amore, perchè si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due giovani non si erano mai detto che si amavano. Essi avevano vegetato l’uno accanto all’altro, come due alberi che uniscono le loro radici nel suolo, che intrecciano i loro rami nell’aria, il loro profumo nel cielo; soltanto era in loro lo stesso desiderio di vedersi; questo desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile il comprendere che cosa sia la morte, di quello che una separazione anche di un sol giorno. Teresa aveva allora 16 anni e Vampa 17.

«In quel tempo cominciavasi a parlar molto di una banda di briganti, che si ordinava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quante efficacissime misure siansi prese, non è stato mai affatto distrutto nelle nostre vicinanze. Qualche volta manca un capo, ma quando se ne presenta uno è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto, circondato negli Abbruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne una vera guerra, aveva traversato il Garigliano come Manfredi, ed era venuto fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell’Amasina, egli si occupava a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle orme di Gasparone e di Decesaris, cui sperava ben presto di sorpassare. Molti giovanotti di Palestrina, di Frascati, e di Pampinara disparvero. Sulle prime si stette in pena sul loro conto, ma ben presto si seppe ch’erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco tempo Cucumetto diventò l’oggetto dell’attenzione generale. Venivano ovunque citati dei tratti di questo capo bandito di una estrema audacia, e di rivoltante brutalità.

«Le storie di ogni genere che si raccontavano di questo capo bandito, formavano spesso l’oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La giovinetta tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava battendo in terra il suo bel fucile che mandava così dritta la palla: poi, quando non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche corvo posato sopra una frasca secca di un albero, metteva il fucile alla guancia, premeva sul grilletto, e l’animale colpito cadeva ai piedi dell’albero. Frattanto il tempo passava, i due giovinetti avevano stabilito sposarsi quando Vampa avesse avuto 20 anni, Teresa 19. Erano orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi a chiedere che quello dei loro disegni sull’avvenire. S’intesero due o tre colpi di fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso al quale i due giovani erano soliti far pascolare i loro armenti, e corse verso di loro. Giunto alla portata della voce, gridò tutto ansante.

— Io sono inseguito, potete voi nascondermi?

«I due giovani riconobbero ben presto che il fuggitivo doveva essere un bandito: ma fra i banditi ed i paesani romani vi è una innata simpatia, che fa sì, che il secondo è sempre disposto a rendere servigio al primo. Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra che chiudeva l’ingresso di una grotta, scoprì quest’entrata tirando a sè la pietra, fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a tutti, rimise la pietra tosto che fu entrato, e ritornò a sedersi vicino a Teresa. Quasi subito dopo, quattro carabinieri a cavallo comparvero sul confine del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo, il quarto trascinava pel collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono il luogo con un colpo d’occhio, s’accorsero dei due giovani, accorsero di galoppo alla loro volta, e l’interrogarono; ma questi risposero che nulla avevano veduto.

«— È dispiacevole, disse il brigadiere, perchè quello che cerchiamo è il capo. — Cucumetto? non poterono fare a meno di gridare insieme Luigi e Teresa. — Sì, rispose il brigadiere, e siccome la sua testa porta la taglia di mille scudi romani, così voi ne avreste guadagnati 500 se ci aveste aiutati a prenderlo. — I due giovani si guardarono reciprocamente. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. 500 scudi romani fanno circa 3 mila fr.; e 3 mila fr. sono una fortuna per due poveri orfanelli che sono sul punto di maritarsi.

«— Sì, è dispiacevole, disse Vampa, ma non abbiamo veduto nessuno. — Allora i carabinieri percorsero il luogo in tutte le sue diverse direzioni, ma inutilmente: quindi successivamente disparvero. Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva veduto attraverso una fessura della porta di macigno i due giovani discorrere coi carabinieri; non aveva alcun dubbio sull’argomento della conversazione; aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi l’inalterabile risoluzione di non consegnarlo; cavò di saccoccia una borsa d’oro per fargliene dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza; quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che ella potrebbe comprare di ricchi gioielli, e belli abiti con quella borsa d’oro.

«Cucumetto era un satana molto abile, solo aveva preso la forma di bandito invece di serpente: egli s’accorse di questo sguardo, riconobbe in Teresa una degna figlia d’Eva, e rientrò nella foresta rivolgendosi più volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori. Il tempo del carnevale si avvicinava, il conte di Sanfelice annunziò un gran ballo mascherato al quale fu invitato quanto Roma aveva di più elegante. Teresa aveva gran volontà di vedere questo ballo.

«Luigi domandò al suo protettore, l’intendente, il permesso di assistervi per lui e per lei, nascosti in mezzo alla servitù della casa; permesso che venne loro accordato.

«Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata a sua figlia Carmela ch’egli adorava. Carmela era precisamente dell’età e della persona di Teresa, la quale era per lo meno tanto bella quanto Carmela. La sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di più bello, i suoi spilli di maggior valore, i gioielli di cristallo più rilucenti. Ella aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l’abito tanto pittoresco del paesano romano in giorno di festa. Entrambi si mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori ed i paesani.

«Il festino era magnifico. Non solo la villa era tutta illuminata, ma migliaia di lampioni a colori erano appesi ai rami degli alberi nel giardino: così ben presto l’onda degli accorsi straripò dal palazzo sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. Ad ogni crociera vi era una orchestra, trattamenti, e rinfreschi; coloro che passeggiavano si fermavano, formavano delle quadriglie, e ognuno ballava ove più gli piaceva. Carmela portava il costume delle donne di Sonnino: aveva la pettinatura intrecciata di perle, gli spilli dei capelli erano d’oro, e di diamanti, il busto era di seta turca a gran fiori di broccato, la giubba e le gonnelle di cachemire: il senale di mussolino delle Indie, i bottoni della giubba altrettante pietre preziose; altre due delle sue compagne portavano il costume delle donne della Riccia. Quattro giovani dei più ricchi e delle famiglie più nobili di Roma l’accompagnavano, essi erano vestiti da paesani d’Albano, di Velletri, di Civita-Castellana, e di Sora. Non fa mestieri dire che questi costumi da paesani, come quelli da paesana, erano risplendenti d’oro e di pietre. Venne a Carmela l’idea di fare una quadriglia uniforme; mancava però una donna. Carmela guardò intorno a sè, e fra le invitate non trovò alcuna che portasse un costume analogo al suo ed a quello delle sue compagne. Il conte di San-Felice le mostrò fra le contadine Teresa, che stava appoggiata al braccio di Luigi.

«— Me lo permettete, padre mio? disse Carmela.

«— Senza dubbio, rispose il conte; non siamo in carnevale?

«Carmela si accostò ad un giovine che l’accompagnava, e gli disse alcune parole a bassa voce, indicandogli col dito la giovinetta. Il giovine si volse, seguì cogli occhi la direzione della bella mano che gli serviva da indicatore, fece un gesto di obbedienza, e andò ad invitare Teresa perchè venisse a figurare nella quadriglia diretta dalla figlia del conte. Teresa sentì come una fiamma salirle al viso. Interrogò d’uno sguardo Luigi: non v’era mezzo di rifiutare: Luigi lasciò lentamente sdrucciolare il braccio di Teresa che teneva sotto al suo, e Teresa si allontanò condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta tremante venne a prendere il posto nella quadriglia aristocratica. Certamente per un’artista l’esatto e severo costume di Teresa, avrebbe avuto tutt’altro carattere che quello di Carmela e delle sue compagne, ma Teresa era una giovanetta frivola, e civetta, i ricami del mussolino, le palme della cintura, lo splendore del cachemire l’abbagliavano, il riflesso dei zaffiri, e dei diamanti la rendevano pazza. Dall’altra parte, Luigi sentiva nascere in sè un sentimento sconosciuto; era come un dolore sordo lo mordesse sulle prime il cuore, e di là corresse fremendo nelle sue vene, e s’impadronisse di tutto il corpo.

«Egli non perdeva un momento d’occhio i piccoli movimenti di Teresa, e del suo cavaliere; allorchè le loro mani si toccavano provava delle vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e sarebbesi detto che il suono di una campana ripercuotesse le sue vibrazioni all’orecchio di lui. Allorchè parlavan fra di loro, quantunque Teresa ascoltasse timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del cavaliere, siccome Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovine che questi discorsi erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che tutte le voci dell’inferno gli soffiassero idee di uccisioni, e di assassinio. Allora, temendo lasciarsi trasportare a qualche pazzia si aggrappava con una mano all’albero contro il quale era appoggiato, e coll’altra stringeva con un movimento convulsivo il pugnale dal manico intagliato che era passato nella sua cinta, e che senza accorgersene qualche volta cavava dal fodero quasi interamente.

«Luigi era geloso, egli capiva che Teresa poteva sfuggirgli, trasportata dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e frattanto la forosetta che sulle prime era timida, e quasi spaventata, erasi ben presto rimessa. Si disse che Teresa era bella. Questo però non era tutto, Teresa era graziosa, di quella grazia selvaggia molto più possente che la nostra grazia studiata, ed affettata. Ella ebbe quasi gli onori della quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del Conte di S. Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse di lei gelosa. Così a forza di complimenti il suo bel cavaliere la ricondusse al posto ove l’aveva presa, ed ove l’aspettava Luigi.

«Due, o tre volte nel tempo del ballo la giovinetta aveva volto lo sguardo su lui, e ciascuna volta lo aveva veduto più pallido, e con i lineamenti più alterati. Una volta ancora i suoi occhi rimasero abbagliati come da un lampo di sinistro augurio nel vedere la lama del coltello cavata per metà dal fodero; quasi tremando riprese il braccio dell’amante. La quadriglia ebbe i suoi felici successi, e sembrava evidente che si sarebbe discorso di ripeterla una seconda volta. Carmela sola vi si opponeva, ma il Conte di S. Felice pregò tanto teneramente la figlia, che finalmente v’acconsentì.

«Tosto uno dei cavalieri si slanciò per invitare Teresa senza la quale era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era di già sparita. Infatto Luigi non avrebbe avuta la forza di sopportare un secondo esperimento, e parte per persuasione, e parte per forza, aveva trascinato Teresa da un’altra parte del giardino. Teresa aveva ceduto suo malgrado; ma aveva veduto la figura scomposta del giovine, e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui passava qualche cosa di strano. Essa pure non era esente da un’interna agitazione; e quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva che Luigi avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri; su che? non lo sapeva; ma si accorgeva ciò nonostante che questi sarebbero stati ben meritati. Pur nulla meno, con gran sorpresa di Teresa, Luigi si stette muto, e durante il rimanente della sera le sue labbra non dissero più una parola. Solo, allorchè il freddo della notte avea costretti tutti gl’invitati a lasciare i giardini, e che le porte della villa furono chiuse per dar luogo alla festa interna, ricondusse alla sua casa Teresa, poi quand’ella fu entrata, le disse:

«— Teresa, che pensavi tu quando ballavi dirimpetto alla contessina di S. Felice?

«— Pensava, rispose la giovinetta con tutta la franchezza dell’animo suo, che io darei la metà della mia vita per essere abbigliata come lei.

«— E che ti diceva il tuo cavaliere?

«— Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e che non dovevo dire che una parola per ottener questo.

«— Egli aveva ragione, rispose Luigi. Lo desideri tu così ardentemente come tu dici?

«— Sì.» — Ebbene! tu l’avrai.

«La giovinetta maravigliata, alzò la testa per interrogarlo, ma il suo viso era così tetro e così terribile, che la parola le si agghiacciò sulle labbra. D’altra parte dicendo queste parole Luigi si era allontanato. Teresa lo seguì con gli sguardi fra le tenebre fino a che ella potè scorgerlo. Poi quando fu sparito rientrò sospirando nella sua cameretta.

«Questa medesima notte accadde un grande avvenimento che fu giudicato il prodotto, senza alcun dubbio, della imprudenza di qualche servitore, che aveva usata negligenza nello spegnere i lumi: la villa S. Felice prese fuoco, precisamente dalla parte dell’appartamento della bella Carmela. Svegliata nel mezzo del sonno dalla luce delle fiamme, era saltata dal letto, si era inviluppata nella veste da camera, ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridore pel quale abbisognava che passasse ere già tutto in preda all’incendio. Allora rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso, quando la sua finestra, posta a venti piedi dal suolo si aperse, un giovine contadino si slanciò nell’appartamento, la prese fra le braccia, e con una forza e destrezza sovrumana la trasportò sull’erba del prato ove rimase svenuta. Allorchè riprese l’uso dei sensi, il padre le era vicino, tutti i servitori la circondavano portando soccorsi. Un lato intero della villa fu bruciato; ma non premeva, poichè Carmela era sana e salva. Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi non ricomparve più; fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva veduto.

«Quanto a Carmela ella era così turbata che non lo aveva riconosciuto. Del rimanente, siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettui il pericolo corso da Carmela, e che gli sembrò dal modo miracoloso con cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della provvidenza che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la perdita di ciò che avevan consumato le fiamme.

«La dimane nell’ora consueta i due giovani si ritrovarono sul confine della foresta. Luigi era arrivato pel primo. Egli venne incontro alla giovinetta con molta allegria, e sembrava avere completamente dimenticata la scena della sera innanzi. Teresa era manifestamente pensierosa, ma vedendo la disposizione di animo di Luigi, simulò un’allegra non curanza che era la base della sua indole, quando qualche passione non veniva a disturbarla. Luigi prese sotto il braccio Teresa, e la condusse fino all’apertura della grotta; là si fermò. La giovinetta conoscendo che doveva esservi qualche cosa di straordinario lo guardò fissamente.

«— Teresa, disse Luigi, ieri sera tu mi dicesti che avresti dato metà della tua vita per avere un costume uguale a quello della figlia del conte.

«— Certamente, disse Teresa con meraviglia, ma era ben pazza quando esternava un simil desiderio.

«— Ed io ti ho risposto: sta bene, tu l’avrai.

«— Sì, soggiunse la giovinetta, la cui meraviglia si aumentava od ogni parola di Luigi; ma tu certamente hai risposto così, solo per farmi piacere.

«— Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa, disse con orgoglio Luigi: entra nella grotta, e vestiti.