Part 31
Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo seguito da Gaetano. Egli riconobbe il posto ove erasi svegliato, dal letto di zolle ancora tutto scomposto; ma non gli valse girare la torcia sopra tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto qualche traccia di fumo che manifestava che altri pure avevano tentata inutilmente la stessa investigazione. Ciò nonostante non lasciò un piede di quel muro di granito, impenetrabile come l’avvenire, senza esaminarlo. Egli non vide una screpolatura senza che v’introducesse la lama del coltello da caccia; non osservò alcun punto sporgere senza comprimerlo nella speranza che cedesse; ma tutto inutile, e senza alcun resultato perdè due ore in questa ricerca. Alfine rinunciò ad ogni ulteriore indagine. Gaetano trionfava. Quando Franz ritornò sulla spiaggia, il _yacht_ non compariva più che come un punto bianco sull’orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo istrumento nulla distinse. Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le capre, il che sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise a percorrere l’isola in quel modo che fa un uomo che compie un dovere invece di prendersi un diletto, e in capo ad un quarto d’ora aveva già ucciso una capra, e due capretti. Ma queste capre quantunque selvagge e fuggiasche come i camosci, avevano troppa rassomiglianza colle nostre capre domestiche, per cui Franz non le considerava come selvaggiume.
Dipoi idee ben molto più possenti ne occupavano lo spirito. Fin dalla scorsa sera egli tenevasi per il vero eroe di un racconto favoloso delle _Mille e una Notte_, e sentivasi ricondotto verso la grotta da una forza invincibile. Allora, ad onta della inutilità della sua prima perquisizione, ne cominciò una seconda, dopo di aver detto a Gaetano di fare arrostire uno dei capretti. Questa seconda visita durò molto tempo, poichè quando ritornò il capretto era arrostito, e la colazione preparata. Franz si assise nel luogo in cui la sera innanzi avea ricevuto l’invito della cena per parte del suo ospite misterioso, e scoperse ancora come una punta bianca il piccolo _yacht_ che continuava ad inoltrarsi verso la Corsica. — Ma, diss’egli a Gaetano, non mi avete annunziato che Sindbad faceva vela per Malaga, mentre mi sembra che vada direttamente verso Porto-Vecchio.
— Non vi ricordate più, rispose il marinaro, che fra la gente che componeva il suo equipaggio si trovavano per il momento due banditi corsi?
— È vero! andrà a depositarli sulla costa.
— Precisamente. Ah! questo è un individuo, gridò Gaetano, che non teme cosa alcuna, per quanto mi vien detto, e che per fare un servizio ad un povero uomo devierebbe il suo viaggio di 50 leghe.
— Ma questo genere di servizio potrebbe metterlo a cimento col magistrato del paese ove esercita questo genere di filantropia, disse Franz.
— Ebbene! soggiunse Gaetano ridendo, che cosa fanno a lui i magistrati? egli se la ride! Non hanno che a tentare di perseguitarlo. Dapprima il suo _yacht_ non è un naviglio, ma un uccello, e darebbe tre nodi sopra 12 ad una fregata; e poi non ha che a gettarsi egli stesso sulla costa e in ogni luogo troverebbe amici. — Ciò che vi era di più chiaro in tutta questa faccenda si era, che Sindbad, l’ospite di Franz, aveva l’onore di essere in relazione con tutti i contrabbandieri ed i banditi di tutte le coste del Mediterraneo, la qual cosa però non lasciava di tenerlo in una strana posizione. Franz non aveva più cos’alcuna che lo ritenesse a Monte-Cristo; aveva perduto ogni speranza di ritrovare il segreto della grotta; si sollecitò dunque a far colazione, ordinando ai suoi uomini di tener pronta la barca pel momento che avrebbe finito; mezz’ora dopo egli era a bordo. Gettò un ultimo sguardo sul _yacht_ che stava per disparire nel golfo di Porto-Vecchio. Dette il segnale della partenza. Nello stesso momento in cui la barca si metteva in movimento il _yacht_ spariva, e con lui si cancellava l’ultima realtà della notte precedente: per tal modo la cena, Sindbad, l’hatchis, e le statue, tutto cominciava per Franz a confondersi nello stesso sogno.
La barca camminò tutto il giorno e tutta la notte: e la dimane quando il sole si alzava, l’isola di Monte-Cristo era a sua volta disparsa. Messo piede a terra, Franz dimenticò momentaneamente almeno, gli avvenimenti che erano passati, per non occuparsi più che dei suoi affari di piacere, o di obbligo in Firenze, e di raggiungere il compagno che lo aspettava a Roma: partì adunque col corriere e il sabato sera si ritrovava sulla piazza della Dogana. L’appartamento, come si disse, era già stato fissato da qualche tempo; non restava adunque che di recarsi all’albergo di Pastrini; il che non era molto facile mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era già in preda a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi avvenimenti. Ora, a Roma, non vi son che quattro grandi avvenimenti in un anno, il carnevale, la settimana santa, il Corpusdomini, e la festa di S. Pietro. Tutto il restante dell’anno la città ricade nella sua solita apatia, stato intermediario fra la vita e la morte, che la rende simile ad una specie di stazione fra questo mondo e l’altro; stazione sublime, alta, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva già fatta cinque o sei volte, e che aveva sempre ritrovata più meravigliosa, e più fantastica. Finalmente traversò quella folla che sempre più s’ingrossava, e giunse all’albergo. Alla prima domanda gli fu risposto con quella impertinenza propria dei cocchieri delle carrozze da rimessa o dei grandi locandieri, che non vi era posto per lui all’albergo di Londra. Allora inviò il suo biglietto a Pastrini, e fecesi reclamare da Alberto de Morcerf. Il mezzo riuscì, e Pastrini accorse egli stesso scusandosi di avere fatto aspettare S. E., rimproverando i servi, prendendo il lume dalla mano del servitore di piazza che erasi già impadronito del viaggiatore, e si disponeva a condurlo nelle camere di Alberto, quando questi gli venne incontro. L’appartamento fissato componevasi di due piccole stanze, ed un gabinetto. Le due camere davano sulla strada, particolarità che Pastrini fece valere come se vi aggiungesse un merito inapprezzabile. Il rimanente del piano era dato in fitto ad un ricco personaggio, creduto, o Maltese o Siciliano; ma che l’albergatore non potè dire precisamente a quale delle due nazioni appartenesse.
— Tutto va bene, signor Pastrini, disse Franz, ma ci vorrebbe subito una cena qual si sia per questa sera, ed una carrozza per domani e pei giorni successivi.
— In quanto alla cena sarete subito serviti; ma in quanto alla carrozza... — Come in quanto alla carrozza! gridò Alberto; un momento, un momento, non scherziamo, Pastrini, ci abbisogna una carrozza. — Eccellenza, disse l’albergatore, si farà tutto quello che si potrà per averne una; ecco ciò che posso dirvi.
— E quando avremo la risposta? domandò Franz.
— Domani mattina, rispose l’albergatore. — Che diavolo! disse Alberto, si pagherà più cara, ecco tutto... si sa come accade: da Drake e da Aaron si paga 20 fr. nei giorni ordinarii, e 30 o 35 fr. in occasione di feste, mettete 5 fr. di giunta che farà 40, e non ne parliamo più. — Ho ben paura, che questi signori, quand’anche offrano il doppio, non possano ritrovarla.
— Allora che si facciano attaccare i cavalli alla mia... essa è un poco scrostata pel viaggio, ma non importa.
— Non si troveranno cavalli.
Alberto guardò Franz come un uomo cui venga data una risposta che sembri incomprensibile.
— Capite Franz, non vi saranno cavalli? Ma si potranno avere cavalli di posta?
— Sono tutti impegnati da 15 giorni, e non restano ora assolutamente che quelli destinati al necessario servizio.
— Che ne dite? domandò Franz. — Io dico che allorquando una cosa è al di sopra della mia intelligenza, ho l’abitudine di non fermarmici, e di passare avanti. La cena è pronta? — Sì, eccellenza. — Ebbene! per ora ceniamo.
— Ma la carrozza, e i cavalli? disse Franz. — State tranquillo, amico caro, essi verranno da sè; non si tratterà che di fissare il prezzo. — E Morcerf con quella ammirabile filosofia dell’uomo che nulla crede impossibile, fino a che la borsa è gaia, e il portafogli guarnito, cenò, andò a riposare, e sognò essere al Corso in una carrozza a sei cavalli.
XXXIII. — I BRIGANTI.
La dimane Franz si svegliò pel primo e appena desto suonò. Il tintinnio del campanello risuonava ancora quando Pastrini entrò in persona. — Ebbene! disse l’albergatore trionfante, e senza aspettare che Franz lo interrogasse, faceva bene io ieri sera a non prometter niente; voi avete aspettato troppo tardi a risolvervi, e adesso non v’è neppur una carrozza da nolo in Roma, pei tre ultimi giorni, s’intende.
— Sì, rispose Franz, vale a dire per quelli in cui essa è assolutamente necessaria. — Che c’è? domandò Alberto entrando: non si trovano carrozze? — Precisamente, mio caro amico, rispose Franz, e voi avete indovinato al primo colpo. — Ebbene! è una gran bella città, questa vostra città eterna!
— Cioè, eccellenza, riprese Pastrini, che desiderava mantenere la capitale del mondo cristiano in un certo decoro in faccia ai viaggiatori, non vi sono più carrozze da domenica mattina a martedì sera; ma da oggi a Domenica ne troverete cinquanta, se le volete.
— Non è poco, disse Alberto; oggi siamo a giovedì; chi sa di qui a domenica quello che può accadere.
— Accadrà l’arrivo di dieci, o dodici mila forestieri, rispose Franz, i quali renderanno la difficoltà sempre più grande.
— Amico mio, disse Morcerf, godiamo del presente, e non ci prendiamo cura per l’avvenire.
— Almeno, domandò Franz, potremo avere una finestra?
— Su che strada? — Sul Corso, per bacco.
— Ah sì! una finestra, esclamò Pastrini, impossibilissimo; ne restava una al quinto piano del Palazzo Doria, ed è stata appigionata ad un Principe russo per venti zecchini il giorno.
I due giovani si guardarono con aria stupefatta.
— Ebbene, mio caro, disse Franz ad Alberto, sapete ciò che torna meglio di fare? di andare a finire il carnevale a Venezia; almeno là, se non troviamo carrozze, ritroveremo gondole. — Oh! in fede mia, gridò Alberto, ho risoluto di vedere il carnevale di Roma, e lo vedrò, fosse ancora sopra una panchetta. — Bravo, gridò Franz, è un’idea magnifica, particolarmente per ispegnere i moccolotti; ci maschereremo da pulcinelli, e faremo un effetto meraviglioso.
— Le loro eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a domenica? — Per bacco, disse Alberto, credete che noi siamo persone da correre le strade di Roma a piedi come i portieri, e i cursori?
— Vado ad eseguire gli ordini delle loro eccellenze, disse Pastrini; le prevengo soltanto che la carrozza costerà sei scudi il giorno.
— Ed io, mio caro Pastrini disse Franz, che non sono il milionario nostro vicino, vi prevengo per parte mia che essendo la quarta volta che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i giorni ordinari, le domeniche, e le feste; vi daremo dodici piastre per oggi, domani, e dopo domani, e voi ci troverete ancora un non piccolo guadagno.
— Ma Eccellenza... disse Pastrini tentando di ribellarsi.
— Andate, andate mio caro, disse Franz, o vado da me stesso a fare il prezzo dal padrone delle rimesse, che conosco bene; è un mio vecchio amico che mi ha già rubato non poco danaro, e che nella speranza di rubarmene dell’altro accetterà anche per un prezzo minore di quel che io v’offro; perdereste la differenza, e questa sarebbe colpa vostra.
— Non vi prendete questo incomodo, eccellenza, disse Pastrini col sorriso dello speculatore di locanda che si confessa vinto, farò il meglio che potrò, e voi sarete contento.
— A meraviglia, ecco ciò che si chiama parlare.
— Quando volete la carrozza? — Fra un’ora.
— Fra un’ora sarà alla porta. — Un’ora dopo effettivamente la carrozza aspettava i due giovani; era un modesto calesse, che attesa la solennità della congiuntura era salito al grado di carrozza da rimessa. Ma qualunque fosse la mediocre apparenza, i due giovani sarebbero stati ben contenti di avere un eguale veicolo per gli ultimi tre giorni del carnevale.
— Eccellenza, gridò il servitore di piazza vedendo Franz mettere il naso alla finestra, vuole che faccia avvicinare la carrozza al palazzo?
Per quanto Franz fosse abituato all’enfasi italiana, il suo primo movimento fu di guardarsi attorno; ma a lui stesso venivano dirette quelle parole. Franz era l’eccellenza, il calesse era la carrozza, il palazzo era l’albergo di Londra.
Tutto il genio di lode della nazione era in queste sole frasi.
Franz, ed Alberto discesero, la carrozza si avvicinò al palazzo, le loro eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il cicerone saltò nel sedile di dietro.
— Dove vogliono andare le loro Eccellenze?
— Prima a S. Pietro, e poi al Colosseo, disse Alberto da vero parigino. — Ma egli non sapeva una cosa, cioè che vi vuole un giorno per veder S. Pietro, e un mese per istudiarlo. La giornata fu tutta impiegata nel veder S. Pietro.
D’improvviso i due amici si accorsero che il giorno declinava. Franz cavò l’orologio, erano le quattro e mezzo.
Ritornarono all’albergo; giunti alla porta, Franz dette ordine al cocchiere di tenersi pronto per le otto, voleva egli far vedere ad Alberto il Colosseo al chiaro di luna, come avevagli fatto vedere S. Pietro in pieno giorno. Allorchè si fa vedere ad un amico una Città che si è già veduta ci si mette quella civetteria che usasi quando s’indica una donna della quale si è stato l’amante. In conseguenza Franz indicò al cocchiere il suo itinerario; doveva uscire dalla porta del popolo, andare intorno le mura esterne della Città, e rientrare dalla porta S. Giovanni. In tal modo il Colosseo comparisce d’improvviso, e senza che il Campidoglio, il Foro, l’Arco di Settimio Severo, il tempio di Antonino e Faustina, e la Via-Sacra abbiano servito di gradazione posta sulla strada per rammemorarlo. Si misero a pranzo: Pastrini aveva promesso a’ suoi ospiti un eccellente desinare, gliene dette uno passabile, non v’era nulla a dirvi. Alla fine del pranzo entrò egli stesso; Franz sulle prime credè che fosse venuto per ricevere i loro complimenti, e si apparecchiava a farglieli, allorchè alle prime parole egli lo interruppe. — Eccellenza, diss’egli, sono lusingato della vostra approvazione, ma non fu questo il motivo che mi fe’ salire da voi.
— È forse per venirci a dire che avete ritrovato la carrozza? domandò Alberto accendendo il sigaro.
— Anche meno, ed anzi V. E. farà bene a non pensarci più. In Roma le cose, o si possono o non si possono. Quando vi si è detto che non si possono, tutto è finito.
— A Parigi, è molto più comodo; quando una cosa non si può avere, la si paga il doppio, e si ha sul momento ciò che si domanda.
— Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi, disse Pastrini punto alcun poco, e non so comprendere come con tante meraviglie che sono a Parigi, i parigini viaggino.
— Ma è così, disse Alberto mandando flemmaticamente una fumata al soffitto e rovesciando il capo addietro sopra una poltrona; non vi sono che i pazzi, e gli oziosi come noi che viaggino; la gente di buon senso non lascia la casa della strada di Helder, il baluardo di Gand, e il caffè di Parigi.
Non fa mestieri di dire che egli abitava nella strada suddetta, che tutti i giorni faceva la sua passeggiata in tutta eleganza sul baluardo suddetto, e che pranzava tutti i giorni nel solo caffè in cui si può pranzare, e quando ancora si è in buona relazione coi camerieri. Pastrini restò un momento silenzioso; era evidente che meditava sulla risposta che avevagli data Alberto, risposta che senza dubbio non gli pareva molto chiara.
— Ma in fine, disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni geografiche del suo albergatore, voi eravate venuto con un qualche scopo: volete esporci l’oggetto della vostra visita?
— Oh! è vero; eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto. — Sicuramente. — Avete l’intenzione di visitare il Coliseo! — Cioè il Colosseo. — È la stessa cosa. — Sia.
— Avete detto al vostro cocchiere di uscir dalla porta del Popolo, e fare il giro delle mura per rientrare dalla porta S. Giovanni! — Queste sono le mie precise parole.
— Ebbene! questo itinerario è impossibile, od almeno molto pericoloso. — Pericoloso! perchè?
— A cagione del famoso Luigi Vampa. — Primieramente, mio caro Pastrini, chi è questo famoso Luigi Vampa? domandò Alberto. Egli può essere famosissimo a Roma, ma vi assicuro che è perfettamente sconosciuto a Parigi.
— Come! voi non lo conoscete! — Non ho quest’onore.
— Ebbene! quest’è un bandito, vicino al quale i Decesari, e i Gasperoni sono una specie di chierichetti. — Attenti! Alberto, gridò Franz, ecco dunque finalmente un brigante! — Vi prevengo, mio caro Pastrini, che io non crederò una parola di tutto ciò che siete per dirci; perciò parlate quanto volete, che io vi ascolto.
— V’era una volta... — Ebbene! avanti adunque.
Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole dei due giovani. Bisogna rendere giustizia al brav’uomo: egli aveva alloggiati molti francesi, ma non aveva mai ben capite alcune parti di ciò che essi chiamano il loro spirito.
— Eccellenza, diss’egli con gravità, indirizzandosi come si disse a Franz, se mi credete un racconta-storie è inutile che vi dica ciò che volevo dirvi: posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che ho per le loro eccellenze.
— Alberto non vi ha detto che voi siate un racconta-storie, mio caro Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà. Ma io vi crederò, state tranquillo: parlate dunque.
— Però convenite, eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità delle mie parole...
— Mio caro, voi siete più suscettibile di Cassandra, che pure era una indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre che voi siete sicuro di essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, diteci chi è questo sig. Vampa.
— Ve lo dissi, eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai avuto l’uguale dall’epoca di Mastrilli.
— Ebbene! che rapporto ha questo bandito coll’ordine che ho dato al cocchiere di partire da porta del Popolo, e di rientrare per porta S. Giovanni?
— V’è, rispose Pastrini, che potreste uscir dall’una, ma dubiterei che potreste entrare dall’altra.
— E perchè? domandò Franz.
— Perchè quando è venuta la notte, non si è sempre in sicurezza in queste vicinanze.
— Parola d’onore? gridò Alberto.
Pastrini sempre punto nel fondo dell’anima pei dubbi emessi da Alberto sulla sua veracità, rispose: — Sig. conte, ciò che dico non è per voi, è pel vostro compagno di viaggio che conosce Roma, e sa benissimo che su questi argomenti non si scherza.
— Mio caro, disse Alberto volgendosi a Franz, ecco ritrovata un’ammirabile avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, di tromboni, e di fucili a due canne, Luigi Vampa viene per arrestarci, e noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio al senato Romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza e due cavalli delle scuderie del senatore: e gli ultimi tre giorni godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria.
Non è possibile poter descrivere i diversi atteggiamenti del viso di Pastrini, durante questo discorso.
— In primo luogo, domandò Franz ad Alberto, dove prenderete queste pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete riempire la vostra carrozza?
— Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio arsenale, diss’egli, perchè a Terracina mi è stato tolto perfino il mio coltello a pugnale; e a voi? — Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente. — Così, mio caro Pastrini, disse Alberto accendendo un secondo sigaro al residuo del primo, sapete che questa è una misura comodissima per i banditi? — S. E. sa che non c’è l’uso di difendersi quando si viene aggrediti dai banditi, rispose Pastrini che non voleva mettersi a cimento con osservazioni sulle leggi che vi sono ai confini. — Come! gridò Alberto, il cui coraggio si rivoltava all’idea di lasciarsi svaligiare senza dir niente; come! non c’è l’uso? — No, perchè qualunque difesa sarebbe inutile; che volete fare contro una dozzina di assassini che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi mettono nello stesso tempo le armi alla faccia!
— Ah! per bacco! voglio farmi ammazzare! gridò Alberto. — L’albergatore si volse verso Franz con una espressione che voleva dire: davvero eccellenza, il vostro camerata è pazzo.
— Mio caro Alberto, soggiunse Franz, la vostra risposta è sublime, e merita il _dovea morir!_ del vecchio Cornelio; soltanto, quando Orazio rispondeva questo, si trattava della salute di Roma, e la cosa era abbastanza importante; ma in quanto a noi non si tratterebbe che di un capriccio, e sarebbe ridicolo l’arrischiare la propria vita per soddisfare un tal capriccio.
— Ah! per bacco! gridò Pastrini, alla buon’ora, questo si chiama parlare! — Alberto si versò un bicchiere di lacrima-christi, che bevve a sorsate, frammettendovi un brontolio di parole confuse che nessuno potè intendere. — Ebbene Pastrini, riprese Franz, ora che il mio compagno si è calmato, e che voi avete potuto apprezzare le mie disposizioni pacifiche, sentiamo: chi è questo sig. Luigi Vampa? è giovine o vecchio? è contadino o patrizio? descrivetecelo affinchè se lo avessimo per caso da incontrare nelle società, come _Giovanni Sbogar_, o _Lara_, lo possiamo almeno riconoscere.
— Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti particolari poichè ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un giorno anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad Alatri, si sovvenne, fortunatamente per me, della nostra antica conoscenza; e non solo mi lasciò andare liberamente senza esigere da me verun riscatto, ma eziandio volle farmi il regalo di un bell’orologio, e raccontarmi tutta la sua storia.
— Vediamo l’orologio, disse Alberto.
Pastrini cavò dal taschino un magnifico orologio a cilindro di Breguet, col nome dell’autore, il bollo di Parigi e una corona da conte. — Eccolo qui, diss’egli.
— Poffare! fece Alberto; ve ne faccio i miei complimenti. Io ne ho uno presso a poco come questo, che costa tremila fr.: Eccolo, e cavò l’orologio dal taschino del giubbetto.
— Sentiamo ora la storia, disse Franz tirando una sedia avanti, e facendo segno a Pastrini di sedersi.
— Le loro eccellenze mi permettono...? disse l’albergatore.
— Per bacco! disse Alberto, non siete già un predicatore, mio caro, per parlare sempre in piedi.
L’albergatore si assise dopo aver fatto un saluto rispettoso a ciascuno dei suoi due futuri uditori, come per indicare ch’egli era pronto a dar loro quei particolari di Vampa ch’essi avessero domandato.
— A noi! disse Franz arrestando Pastrini al momento che stava per aprire la bocca: voi dicevate d’aver conosciuto Luigi Vampa quando era ragazzo; è dunque molto giovine ancora?
— Lo credo bene! ha appena 22 anni! è un galeotto che andrà molto avanti, state pur sicuri.
— Che ne dite Alberto? è una bella cosa a 22 anni essersi già formata una riputazione, disse Franz.
— Sì certamente, alla sua età! Alessandro, Cesare e Napoleone non erano tanto avanti, e sì che questi hanno fatto dipoi qualche rumore nel mondo.
— E così, riprese Franz volgendosi all’albergatore, l’eroe di cui ora sentiremo la storia, non ha che 22 anni?
— Appena, come ebbi l’onore di dirvi.
— È grande o piccolo?
— Di mezzana persona, presso a poco come lei; disse l’albergatore designando Alberto.
— Grazie del paragone, disse quegli inchinandosi.
— Avanti, Pastrini, riprese Franz, sorridendo della suscettibilità del suo amico. E a qual classe della società appartiene?