Part 30
Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente apparecchiata. Una volta convinto di questo punto importante girò lo sguardo intorno a sè. La sala da pranzo non era meno splendida dell’altra, essa era tutta in marmo con bassorilievi antichi del maggior prezzo, e ai quattro angoli di questa sala alquanto bislunga stavano quattro statue con in capo dei cestelli contenenti delle piramidi di frutta magnifiche; vi erano degli ananassi di Sicilia, delle mele granate di Malaga, dei portogalli dell’isole Baleari, delle pesche di Francia e dei datteri di Tunisi. La cena poi si componeva di un fagiano arrostito circondato di merli di Corsica, di un cosciotto di cinghiale colla gelatina, di un quarto di capretto alla tartara, e di una gigantesca ragusta; gl’intervalli tra i piatti erano riempiti da piattini che contenevano principi di tavola. I piatti erano d’argento, i piattini di porcellana del Giappone. Franz si strofinò gli occhi per assicurarsi bene che non travedeva. Alì solo era impiegato a fare il servizio e se ne disimpegnava molto bene. Il convitato ne fece complimento al suo ospite.
— Sì, rispose questi facendo gli onori della cena con molta disinvoltura, sì, questo povero diavolo mi è molto affezionato, e fa il meglio che può. Egli si ricorda che gli ho salvata la vita, e siccome amava molto la vita, a quanto pare, mi professa della riconoscenza per avergliela conservata. — Alì, quantunque non intendesse una parola di francese, accorgendosi dagli sguardi di Sindbad che parlavasi di lui, si avvicinò alla tavola prese la mano del padrone, e la baciò.
— Sarei troppo indiscreto, signor Sindbad, se vi chiedessi in quale combinazione faceste un così bell’atto?
— Oh! mio Dio! è una cosa ben semplice. Sembra che il furbo avesse ronzato vicino al serraglio del Bey di Tunisi, più di quel che fosse conveniente ad uno del suo colore, dimodochè venne condannato dal Bey ad avere la lingua, la mano, e la testa tagliate; la lingua il primo giorno, la mano il secondo e la testa il terzo. Io aveva sempre desiderato di avere un muto al mio servizio; aspettai che gli fosse tagliata la lingua, e andai a proporre al Bey di darmelo in cambio di un magnifico fucile a due canne che il giorno prima erami sembrato avesse ridestato i desideri di S. A. Egli stette per un momento in forse, tanto gli premeva di finirla con questo povero diavolo. Ma io aggiunsi subito al fucile un coltello da caccia inglese col quale avevo rotto l’Yatagan di S. A. dimodochè il Bey risolvette a fargli grazia della mano e della testa; alla condizione però che non avrebbe mai più messo il piede a Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando il miscredente vede le coste d’Affrica, per quanto siano lontane, corre a salvarsi nel fondo del bastimento, e non si può farlo uscire di là che quando si è fuori delle viste della terza parte del mondo.
Franz restò un poco muto e pensieroso cercando ciò che doveva pensare della crudele bonarietà colla quale il suo ospite gli aveva fatto questo racconto.
— E voi passate la vostra vita, diss’egli cercando di cambiare la conversazione, viaggiando come il degno marinaro di cui avete preso il nome?
— Sì, è un voto che feci in tempi nei quali non credeva di poterlo compiere, disse lo sconosciuto sorridendo; ne ho fatti pure alcuni altri in questo modo, e spero ben presto poterli compiere.
Quantunque Sindbad avesse pronunziate queste parole colla più grande pacatezza, pure i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo di selvaggia ferocia.
— Voi avete molto sofferto, signore? diss’egli.
Sindbad fremè e lo guardò fissamente.
— Da che lo arguite? diss’egli.
— Da tutto, riprese Franz: dalla vostra voce, dal vostro sguardo e dalla vita stessa che conducete.
— Io! conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da Pascià: mi piace un luogo, vi resto; me ne annoio, parto, sono libero come l’uccello, ho le ali come quello. Le genti che mi circondano mi obbediscono; a quando a quando mi diverto ad inceppare la giustizia umana o togliendole un bandito che cerca, o un reo che perseguita. Poi ho la mia giustizia tutta propria, giustizia alta e bassa senza dilazione e senza appello, che condanna, o assolve ed alla quale nessuno ha niente da rivedere. Ah! se aveste gustata la mia vita, non ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo ammenochè non vi aveste da compiere un qualche gran disegno.
— Una vendetta per esempio, disse Franz.
Lo sconosciuto fissò sul giovine uno di quei sguardi che penetrano nel più profondo del cuore e del pensiero:
— E perchè una vendetta? domandò egli.
— Perchè, soggiunse Franz, voi avete l’aspetto di un uomo che, perseguitato dalla società, ha qualche terribile conto da mettere in regola con essa.
— Ebbene! fece Sindbad ridendo con quello strano riso che mostrava i denti bianchi ed acuti, voi non l’avete indovinato; tal quale voi mi vedete, io sono una specie di filantropo e forse un giorno anderò a Parigi per far concorrenza col signor Appert l’uomo dal piccolo mantello blu.
— E sarà questa la prima volta che farete questo viaggio.
— Oh! mio Dio sì, ho l’aspetto di essere ben poco curioso, n’è egli vero? ma vi assicuro che non fu colpa mia se ho ritardato tanto; ciò accadrà da un giorno all’altro.
— E pensate voi di farlo presto questo viaggio?
— Non lo so ancora; dipende da congiunture sottoposte ad incerte combinazioni.
— Io vorrei esservi al tempo in cui vi verrete, cercherei di rendervi, per quanto mi fosse possibile, l’ospitalità che sì largamente mi prodigate a Monte-Cristo.
— Accetterei la vostra offerta con gran piacere, rispose l’ospite; ma disgraziatamente, se vi vado, ciò sarà forse incognito. — Frattanto la cena si avanzava e sembrava essere stata preparata soltanto per Franz, perchè era molto se lo sconosciuto avea toccato colle estremità dei denti uno o due piatti dello splendido festino che aveva offerto e al quale il suo inatteso convitato aveva fatto così largamente onore.
Finalmente Alì portò le frutta, o piuttosto prese i cestelli sul capo delle statue e li posò sulla tavola. Fra i quattro cestelli pose una tazza d’argento dorato, chiusa da un coperchio dello stesso metallo. Il rispetto col quale Alì aveva portata questa tazza punse la curiosità di Franz. Egli alzò il coperchio e vide una specie di pasta verdastra che rassomigliava alle confetture d’Angelica, ma che eragli del tutto sconosciuta. Rimise il coperchio senza aver saputo che cosa conteneva la tazza, e volgendo gli occhi sul suo ospite lo vide che sorrideva del suo impaccio. — Voi non potete indovinare, disse questi, quale specie di commestibile contenga questo piccolo vaso, e ciò vi dà da pensare, n’è vero?
— Lo confesso.
— Ebbene! questa specie di confettura verde è nientemeno l’ambrosia che Ebe serviva alla tavola di Giove.
— Ma questa ambrosia, disse Franz, passando per le mani degli uomini, avrà certamente perduto il nome celeste per prenderne uno umano? in lingua volgare come si chiama questo ingrediente dal quale non sento però di avere grande simpatia?
— Ah! ecco precisamente, gridò Sindbad; spesse volte noi passiamo molto vicini ad una fortuna senza vederla, senza guardarla, senza riconoscerla. Siete voi un uomo positivo, e l’oro è il vostro Dio? gustate di questa, e le miniere del Perù, di Guzarate, e della Golconda vi saranno aperte. Siete voi un uomo d’immaginazione? siete voi poeta? gustate di questa, e le barriere del possibile dispariranno; vi si apriranno i campi dell’infinito, e passeggerete libero di cuore, di spirito nei dominii senza confine dell’ideale. Siete ambizioso? correte dietro le grandezze della terra? gustate di questa, e dopo un’ora sarete Re, non Re di un piccolo regno nascosto in un angolo d’Europa, come la Francia, la Spagna, o l’Inghilterra, ma sarete il Re del mondo, il Re dell’universo. Il vostro trono sarà eretto sopra la montagna di Satanasso, e senza aver bisogno di fargli omaggio, senza essere costretto di baciarne gli artigli, sarete il sovrano padrone di tutti i regni della terra. Non vi tenta ciò che vi offro, dite? non vi sembra cosa facile? osservate! — A queste parole scoprì la piccola tazza d’argento dorato che conteneva la sostanza tanto lodata, prese un cucchiarino da caffè di questa confettura magica, la portò alla bocca, e l’assaporò lentamente cogli occhi semichiusi, e la testa rovesciata in addietro. Franz gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo favorito; poi quando vide che ritornava un poco in sè:
— Ma finalmente che cosa è questa vivanda preziosa?
— Avete voi mai inteso parlare del Vecchio della montagna, quello stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto? — Senza dubbio. — Ebbene! voi sapete che egli regnava in una ricca vallata dominata dalla montagna da cui aveva preso il suo nome pittoresco. In questa vallata erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in questi giardini dei padiglioni isolati: in questi faceva entrare i suoi eletti, e là faceva loro mangiare, disse Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell’Eden, in mezzo a piante sempre fiorite, a frutti sempre maturi, e a donne le più seducenti. Ora ciò che questi giovani felici prendevano per una realtà non era che un sogno, ma sì dolce, sì inebriante, sì voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a colui che loro lo impartiva, e l’obbedivano ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi, nella sola idea che quella morte che soffrivano non era che un passaggio a quella vita di delizie di cui l’erba misteriosa, ora avanti a voi, avevagli dato un saggio.
— Allora, gridò Franz, questa è l’hatchis. Sì, io la conosco almeno di nome.
— Precisamente, voi avete detto il suo vero nome signor Aladino, questo è l’hatchis, tutto ciò si fa di meglio e di più puro in hatchis ad Alessandria, l’hatchis d’Abou-Gor, il gran confetturiere, l’uomo unico, l’uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo con questa iscrizione: _Al mercante della felicità: il mondo riconoscente._
— Sapete voi, disse Franz, che mi viene la volontà di giudicare da me stesso quanto vi ha di vero nell’esagerazione dei vostri elogi?
— Giudicatene da voi stesso; ma non chiamatevi soddisfatto di un primo esperimento. Come in tutte le altre cose bisogna abituare i sensi ad una nuova impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa portentosa sostanza, della natura che non è fatta per la gioia, e che si avviticchia al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la realtà succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone, allora è il sogno che addiventa la vita, e la vita diviene il sogno; ma qual differenza in questa trasfigurazione! vale a dire che paragonando i dolori dell’esistenza reale ai godimenti della fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il vostro mondo per passare nel mondo degli altri, vi sembrerà di passare ad una primavera napoletana, ad un inverno della Lapponia. Vi sembrerà lasciare l’Eden per la terra, il cielo per l’inferno. Gustate dell’hatchis, mio caro, gustatene! — Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta maravigliosa misurato sulla quantità che ne aveva presa il suo Anfitrione, e lo portò alla bocca.
— Diavolo, diss’egli dopo avere inghiottita questa pasta divina, io non so se il resultato sarà aggradevole quanto voi dite, ma la sostanza non mi sembra tanto saporosa quanto l’affermavate.
— Perchè le papille del vostro palato non sono ancora adatte alla sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che gustaste le ostriche, il thè, il porter, i tartufi, le assaporaste voi con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguilo? comprendereste voi il piacere che provavano i Romani nel condire i fagiani coll’assa fetida, ed i chinesi che mangiano i nidi delle rondinelle? eh! mio Dio, no. Ebbene! accade lo stesso dell’hatchis: mangiatene soltanto otto giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo vi sembrerà della squisitezza di questo che in oggi vi sembra forse fetido, e nauseante. Ma ora passiamo nella camera vicina, e Alì ci servirà il caffè, e ci darà la pipa.
Tutti e due si alzarono, e mentre che quello cui si è dato il nome di Sindbad, e da noi così chiamato per avere una denominazione qualunque onde distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo domestico, Franz entrò nella camera attigua. Questa era arredata più semplicemente quantunque non meno riccamente; di forma rotonda, ed un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto, e il pavimento erano tutti ricoperti di magnifiche pelli lisce e morbide come il più morbido tappeto, erano pelli di leoni d’Atlas dalle possenti criniere, pelli di tigri del Bengal dalle calde righe, pelli di pantere del Capo, macchiate scherzosamente come quella che apparve a Dante; finalmente pelli d’orsi della Siberia, e di volpi della Norvegia, e tutte gettate in profusione le une sulle altre dimodochè si sarebbe creduto di camminare su i prati più fioriti, e di riposare su i letti più soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantità di pipe colle canne di gelsomino e le imboccature d’ambra erano alla portata della mano, e già preparate affinchè non si avesse la noia di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno. Alì le accese, ed uscì per andare a prendere il caffè.
Fuvvi un poco di silenzio, durante il quale Sindbad si lasciò trasportare dai pensieri che sembrava l’occupassero senza posa anche in mezzo alla sua conversazione, e Franz si abbandonò a quella muta esaltazione nella quale cadesi quasi sempre fumando eccellente tabacco, che sembra portar via colla fumata tutte le pene dello spirito, e rendere al fumatore in loro vece tutti i sogni dell’anima. Alì portò il caffè. — Come lo prendete? disse l’incognito; alla francese o alla turca, forte o leggiero, col zucchero o senza, filtrato o bollito? scegliete; ve n’è del preparato in tutti i modi.
— Lo prenderò alla turca, disse Franz.
— E avete ragione: ciò prova che avete delle disposizioni per la vita orientale. Ah! gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In quanto a me, soggiunse egli, con un di quei sorrisi singolari che non sfuggono ad un giovine, quando avrò finiti i miei affari a Parigi, andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà che mi cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan.
— In fede mia, disse Franz, questa sarà la cosa più facile del mondo, perchè sembrami che mi spuntino le ali d’aquila, e con queste farei il giro del mondo in 24 ore.
— Ah! Ah! è l’hatchis che opera; ebbene! aprite le ali, e volatevene nelle regioni sovrumane; non temete, vegliasi su voi, e se, come quelle d’Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui per ricevervi. — Di poi disse qualche parola araba ad Alì, che fece un segno d’obbedienza, e si ritirò, ma senza allontanarsi. In quanto a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: tutta la fatica fisica della giornata, tutta la preoccupazione di spirito che avevano fatta nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un primo momento di riposo in cui si vive abbastanza per sentire che il sonno viene. Sembrava che il corpo acquistasse una leggerezza fuori del materiale, lo spirito s’illuminasse in un modo inaudito, i suoi sensi sembravano raddoppiare le loro facoltà. L’orizzonte si allargava, ma non più questo orizzonte cupo sul quale si spiega un vago terrore, e che aveva osservato prima del suo sonno, ma un orizzonte azzurro, trasparente, vasto, con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole ha di raggi, che la brezza ha di profumo; quindi in mezzo al canto dei suoi marinari, canto sì limpido, e sì chiaro che se ne sarebbe fatto un’armonia celeste se si fosse potuto notare, egli vedeva comparire l’isola di Monte-Cristo, non più come uno scoglio minaccioso sui flutti, ma come un’oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la barca s’avvicinava, i canti divenivano più numerosi, poichè un’armonia incantatrice e misteriosa saliva da quest’isola al cielo, come se qualche fata come Lorelay, o qualche mago come Amfione avesse voluto attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città. Finalmente la barca toccò la riva, ma senza scossa, nella stessa guisa che le labbra toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza che cessasse questa incantevole musica; discese, o meglio gli sembrò discendere qualche scalino respirando un’aria fresca ed imbalsamata come quella che deve circondare l’isola di Circe, composta di tanti profumi da far andar in estasi, di ardori tali, che fanno bruciare i sensi, e rivide tutto ciò che aveva veduto prima del sogno, cominciando dall’ospite fantastico Sindbad fino ad Alì il muto servitore; poi gli sembrò che tutto si cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi come le ultime ombre di una lanterna magica che si spenga, e si ritrovò nella camera delle statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade antiche e pallide che ardono nel mezzo della notte sul sonno della voluttà.
Erano bene le stesse statue belle per le forme, e per la poesia, cogli occhi magnetici, coi capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra, Messalina, le tre donne più celebri per la loro dissolutezza; poi nel mezzo di queste s’introduceva una di quelle ombre calme, una di quelle visioni dolci che sembrano coprir di un velo i propri occhi verginali rimpetto a queste impurità del marmo. Allora gli sembrò che queste tre statue avessero riuniti i loro amori per un sol uomo e che questi fosse lui; che si avvicinassero ove egli faceva un secondo sogno, coi piedi coperti dalle loro lunghe, e bianche tonache, coi capelli cadenti ad onde, con una di quelle attitudini irresistibili, con uno di quei sguardi inflessibili e ardenti pari a quello che vibra il serpente all’uccello, e che egli si abbandonasse a quei sguardi, dolorosi come un laccio, voluttuosi come un bacio. Sembrò a Franz di chiudere gli occhi, e attraverso l’ultimo sguardo che aveva girato intorno a sè travedere la statua pudica che si velava interamente; quindi, i suoi occhi chiusi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni impossibili. Allora, per Franz che subiva la prima volta l’impero dell’hatchis, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il Vecchio della Montagna ai suoi seguaci.
XXXII. — RISVEGLIAMENTO.
Allorchè Franz ritornò in sè, gli oggetti esteriori sembrarongli una seconda parte del suo sogno; si credè in un sepolcro ove a stento penetrava appena un raggio di sole, a guisa di uno sguardo di pietà; stese la mano, e sentì del marmo; si mise a sedere, e si trovò avvolto nel mantello sopra un letto di zolle secche molto molli ed odorifere. Tutta la visione era sparita; e, come se le statue non fossero state che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano disparse al suo svegliarsi. Fece qualche passo verso il punto di dove veniva la luce; e da tutta l’agitazione del sonno succedeva la calma della realtà. Videsi in una grotta, si avanzò dalla parte dell’apertura, ed attraverso la porta centinata, scoprì un bel cielo blu, ed un mare azzurro. L’aria e l’acqua rispondevano ai raggi del sole mattutino; i marinari erano assisi sulla riva, discorrendo, e ridendo; alla distanza di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall’ancora. Allora egli gustò per qualche tempo quella fresca brezza che passavagli sulla fronte; ascoltò il debole rumore dell’onda che moriva sulla spiaggia lasciando sulle rocce un contorno di schiuma bianca come l’argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a quell’incanto celeste che hanno le cose della natura particolarmente quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita esterna così pacifica, così grande, gli ricordò la inverisimiglianza del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a rientrare nella sua memoria. Si sovvenne dell’arrivo nell’isola, del modo con cui fu presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno di splendore, dell’eccellente cena, e del cucchiaio di hatchis. Solo, in faccia a questa realtà, e in pieno giorno, gli sembrò che fosse almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo spirito. Per tal modo a quando a quando la sua immaginazione faceva apparire in mezzo ai marinari, o traversare uno scoglio, o librarsi sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la sua notte di sguardi e di baci. Del rimanente egli aveva la testa del tutto libera, e il corpo perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello; che anzi al contrario risentiva un certo benessere generale, ed attraenza maggiore a godere dell’aria e del sole. Si avvicinò adunque con ilarità ai marinari. Come lo videro essi si alzarono, ed il padrone si avvicinò a lui. — Il sig. Sindbad, gli disse, ci ha incaricati dei suoi complimenti per V. E., e ci ha detto di esprimervi il dispiacere che ha di non potere prendere congedo di persona, ma spera che lo scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a Malaga.
— È dunque vero, mio caro Gaetano, disse Franz, tutto ciò che mi è accaduto? esiste in realtà un uomo che mi ha offerta un’ospitalità regale, e che è partito durante il mio sonno?
— È tanto vero, che potete vedere là il suo piccolo _yacht_ che si allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio. — Dicendo queste parole Gaetano stendeva il braccio nella direzione di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale della Corsica. Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise al punto della sua vista, e lo diresse verso il luogo indicato. Gaetano non s’ingannava; sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso suo ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte teneva egli pure il cannocchiale puntato verso di lui. Egli era vestito collo stesso costume con cui era apparso la sera innanzi al suo convitato, e come s’accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio. Franz resegli il saluto, e cavando egli pure il fazzoletto lo agitava del pari. Dopo un minuto una piccola nube di fumo sorse a poppa del bastimento, si staccò graziosamente dal di dietro, e salì lentamente in alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz.
— Sentite, sentite? disse Gaetano; eccolo là che vi dice addio. — Il giovine prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che il rumore potesse superare la distanza che separava il _yacht_ dalla costa.
— Che comanda V. E.? disse Gaetano.
— Che procuriate di accender subito una torcia.
— Ah! sì, capisco, disse Gaetano, per cercare l’entrata dell’appartamento nascosto. Con molto piacere, eccellenza, se la cosa vi diverte, e vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia fantasia, ed ho finito per dovere rinunciarvi: Giovanni, soggiunse egli, accendi una torcia.