Il Conte di Monte-Cristo

Part 3

Chapter 33,217 wordsPublic domain

— In fede mia! disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino di Lamalgue cominciava a fare il suo effetto; in ogni modo Fernando non è il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dantès: non è vero, Danglars?

— Sì, ed oserei quasi dire che ciò gli porta disgrazia.

— Ma non importa, soggiunse Caderousse versando un bicchiere di vino a Fernando, e riempiendo il proprio per la ottava o decima volta, mentre che Danglars aveva appena assaggiato il suo; non importa, frattanto egli sposa Mercedès, la bella Mercedès; almeno egli ritorna per ciò.

In questo mentre Danglars fissava uno sguardo scrutatore per iscoprire il cuore del giovinotto sul quale le parole di Caderousse cadevano come piombo liquefatto. — E quando si faranno le nozze? dimandò.

— Oh! non sono ancor fatte, mormorò Fernando.

— No, ma esse si faranno, disse Caderousse, tanto è vero quanto che Dantès sarà capitano del _Faraone_, n’è certo Danglars?

Danglars abbrividì a questo colpo inatteso, e si volse a Caderousse di cui studiò i lineamenti per scorgervi, se questo colpo era stato premeditato; ma egli non lesse che l’invidia su quel viso fattosi di già quasi stupido dall’ubbriachezza. — Ebbene! disse egli riempiendo i bicchieri, beviamo dunque alla salute del capitano Edmondo Dantès, marito della Catalana! Caderousse portò il bicchiere alla bocca, e con una mano appesantita lo tracannò d’un fiato. Fernando prese il suo e lo stritolò al suolo.

— Eh! eh! eh! disse Caderousse, che vedo là, sull’alto del promontorio, nella direzione dei Catalani? Guarda tu Fernando che hai miglior vista della mia; io credo di cominciare a vedere doppio, e tu sai che il vino è traditore... non sono i due amanti che passeggiano tenendosi vicini vicini?... Il Cielo mi perdoni! essi non si credono da noi veduti, eccoli!

Danglars non perdeva di vista alcuna delle angosce che soffriva Fernando, il cui viso si scomponeva visibilmente.

— Gli conoscete voi Fernando? diss’egli.

— Sì, rispose questi con sorda voce, sono Edmondo e Mercedès.

— Ah! vedete, disse Caderousse, io gli aveva riconosciuti! Ohe! Ohe! la bella ragazza! venite un po’ per di qua; e diteci quando si faranno le nozze, poichè Fernando si è ostinato a non volercelo dire.

— Vuoi tacere! disse Danglars, simulando di ritenere Caderousse, che colla tenacità dell’ubbriaco si sforzava di piegarsi fuori del pergolato. Cerca di tenerti dritto, e lascia gl’innamorati amarsi tranquillamente. Guarda Fernando, e prendi esempio da lui, ch’è uomo ragionevole.

Forse Fernando, ridotto agli estremi, e, punto da Danglars come il toro dai giostratori, stava per islanciarsi, perchè si era già alzato e sembrava raccogliersi in sè stesso per iscagliarsi innanzi al suo rivale; ma Mercedès, ridente e accorta, alzò la bella testa e fece brillare il suo limpido sguardo. Allora Fernando si ricordò la minaccia ch’ella aveva fatta di morire se Edmondo morisse, e ricadde scorato sul suo sedile.

Danglars guardò successivamente quei due uomini l’uno stupito dall’ubbriachezza, l’altro dominato dall’amore. — Io non trarrò niente da questi imbecilli, mormorò: ed ho gran paura di essere qui fra un ebbro ed un poltrone. Ecco un invidioso che si ubbriaca di vino mentre dovrebbe farlo di fiele; ecco un amante imbecille al quale vien tolta l’innamorata di sotto al naso, e che si contenta di piangere e lamentarsi come un fanciullo, e ciò nonostante ha gli occhi fulminanti come gli Spagnuoli, i Siciliani e i Calabresi, i quali sanno vendicarsi così bene: egli ha i pugni che infrangerebbero la testa ad un bove non diversamente dalla mazza del macellaio! Senza più dubbio il destino di Edmondo la vince; egli sposerà la giovinetta, sarà fatto capitano e si riderà di noi, ammenochè... Un sinistro sorriso, si spiegò sulle labbra di Danglars. Ammenochè io non vi prenda parte. — Olà! continuava a gridare Caderousse per metà alzato e coi pugni sulla tavola, olà! Edmondo, tu non vedi adunque gli amici, o sei diventato già tanto superbo da non poter parlar loro? — No, mio caro Caderousse, rispose Dantès, io non sono superbo, io sono felice, e la felicità accieca, cred’io, assai più della superbia. — Oh! ecco una bella spiegazione, disse Caderousse. Ehi! buon giorno, madama Dantès.

Mercedès salutò con gravità.

— Questo non è ancora il mio nome, diss’ella, e nel mio paese è di cattivo augurio chiamare le ragazze col nome del loro fidanzato prima che sien maritate. Vi prego adunque di chiamarmi Mercedès.

— Bisogna perdonare al buon vicino, disse Dantès, egli si sbaglia di poco. — Dunque le nozze si faranno quanto prima, Dantès? disse Danglars salutando i due giovani. — Il più presto possibile, signor Danglars: oggi si parlerà del tutto con mio padre, e domani o dopo domani al più tardi il pranzo degli sponsali, qui alla _Réserve_; io spero che gli amici vi saranno, e ciò vuol dire che voi siete invitato, sig. Danglars, e che tu o Caderousse non mancherai. — Fernando, disse Caderousse ridendo, Fernando, sarà invitato anch’egli? — Il fratello della mia sposa è pure mio fratello, disse Edmondo, e sì Mercedès come io saremmo molto dispiacenti che si allontanasse da noi in questa occasione.

Fernando aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse in gola, e non potè articolar parola.

— Oggi gli accordi, domani o dopo domani gli sponsali!... che diavolo! capitano, avete molta fretta.

— Danglars, rispose Edmondo sorridendo, vi dirò ciò che Mercedès diceva or ora a Caderousse, non mi date un titolo che non mi appartiene, anche ciò mi sarebbe di cattivo augurio.

— Scusate, rispose Danglars, io dunque diceva semplicemente che avete molta fretta. Che diavolo! Noi abbiamo tempo, il _Faraone_ non metterà alla vela che fra tre mesi.

— Si ha sempre fretta di esser felici, poichè quando uno ha sofferto lungamente, si ha pena a credere alla felicità. Ma non è il solo egoismo che mi fa operare in tal modo; fa d’uopo che io vada a Parigi.

— Ah davvero! a Parigi, è la prima volta che vi andate, Dantès? — Sì. — Vi avete affari? — Non per conto mio, un’ultima commissione del nostro capitano Leclerc da adempire; capirete, Danglars, che è cosa sacra. D’altra parte, state tranquillo io non prenderò che il tempo necessario per la gita e pel ritorno. — Sì, sì, capisco, disse ad alta voce Danglars, poi soggiunse abbassando la voce, fra sè: — A Parigi, senza dubbio, per rimettere al suo indirizzo la lettera che gli consegnò il capitano. Ah! perbacco! questa lettera mi fa nascere un’idea, un’eccellente idea, perbacco! ah! sig. Dantès, amico mio, tu non hai ancora dormito a bordo del _Faraone_ nella cella n. 1. Poi volgendosi a Edmondo che già si allontanava. — Buon viaggio, gli gridò dietro. — Grazie, rispose Edmondo voltando la testa, ed accompagnando questo movimento con un gesto amichevole.

Dopo di che i due amanti continuarono la loro strada lieti e tranquilli come due eletti che salgono al cielo.

IV. — Il COMPLOTTO.

Danglars seguì Edmondo e Mercedès collo sguardo finchè i due amanti furono spariti da uno degli angoli del porto San Nicola; poi rivolgendosi, s’avvide che Fernando era ricaduto sulla sua panca pallido e fremente, nel mentre che Caderousse balbettava le parole di una canzone da osteria. — Ecco qua, disse Danglars a Fernando, un matrimonio, che sembra non formi la felicità di tutto il mondo. — Anzi, che fa la mia disperazione. — Voi dunque amate Mercedès? — Da che la conobbi l’amai; l’ho sempre amata! — E voi state là a strapparvi i capelli in luogo di cercare un rimedio alla cosa? che diavolo! io non credeva che fosse questo il modo in cui operano quei della vostra nazione. — Che volete che io faccia? domandò Fernando. — E che so io? è forse cosa che mi riguarda? non sono io l’innamorato di Mercedès, ma voi. — Io voleva pugnalar l’_uomo_, ma la donna mi ha detto che se avveniva disgrazia al suo fidanzato, ella si sarebbe uccisa. — Baie! queste son cose che si dicono sempre, e non si fanno mai. — Signore, voi non conoscete Mercedès; quando ella ha minacciato, esegue.

— Imbecille! mormorò Danglars; che ella si uccida o no a me poco importa, purchè Dantès non diventi capitano. — E prima che Mercedès muora, soggiunse Fernando coll’accento di una ferma risoluzione, morirei io stesso. — Questo si chiama amore! disse Caderousse con una voce sempre più avvinata: o questo è vero amore, o io non lo so più conoscere. — Vediamo, disse Danglars, voi mi sembrate un gentil giovinotto, e io vorrei, che il diavolo mi porti! togliervi d’impaccio; ma...

— Sì, sì, disse Caderousse, vediamo il modo. — Mio caro, soggiunse Danglars, tu sei per tre quarti ubbriaco, termina la bottiglia e lo sarai del tutto. Bevi e non mischiarti di ciò che noi facciamo, perchè a noi abbisogna di aver libera la testa. — Io ubbriaco? disse Caderousse, eh via, io delle tue bottiglie ne beverei altre quattro, se sono più grandi di una boccetta da acqua di Colonia!.. Papà Panfilo, vino!... E per aggiungere la prova alla proposizione, Caderousse battè col suo bicchiere la tavola.

— Voi dunque dicevate?... riprese Fernando aspettando con impazienza il seguito della frase interrotta. — Che diceva io? non me ne sovvengo. Questo ubbriacone di Caderousse mi ha fatto perdere il filo delle idee. — Ubbriaco quanto tu vorrai. Tanto peggio per quelli che hanno paura del vino! ciò è perchè hanno qualche cattivo pensiero e temono che il vino glielo tolga dal cuore. E Caderousse si mise a cantare gli ultimi versi di una canzone molto in voga a quei tempi: _Bevon acqua soltanto i malvagi. — Il diluvio la prova ne fu._

— Voi dicevate, signore, riprendeva Fernando, che mi vorreste levar di pena; ma aggiungeste...

— Sì, aggiungeva che per levarvi di pena, basta che Dantès non sposi quella che voi amate, ed il matrimonio può benissimo non effettuarsi anche senza che Dantès muora.

— La morte sola può separarli, disse Fernando.

— Voi ragionate come un ragazzo, amico mio, disse Caderousse, e siccome Danglars è un furbo, un maligno, un greco, vi mostrerà in qual modo voi avete torto. Provalo Danglars, io ho garantito per te; digli che non vi è bisogno che Dantès muora; d’altra parte mi dispiacerebbe ch’ei morisse, Dantès è un buon giovinotto; io l’amo... io ti amo, Dantès; alla tua salute, Dantès!

Fernando si alzò con la massima impazienza. — Lasciatelo dire, riprese Danglars trattenendo il Catalano; e poi sebbene ubbriaco non dice un grande sproposito: l’assenza separa due individui tanto bene, quanto la morte: supponete per esempio che vi fosse fra Edmondo e Mercedès la muraglia di una prigione, essi non sarebbero divisi nè più nè meno che se vi fosse la lapide di una tomba. — Sì, ma di prigione si esce, disse Caderousse, che con gli ultimi avanzi della sua intelligenza si andava frammischiando alla conversazione, e quando si esce di prigione, e si porta il nome di Edmondo Dantès, uno si vendica. — Che importa! mormorò Fernando. — E poi, riprese Caderousse, perchè si metterebbe in prigione Dantès, egli non ha nè rubato, nè ammazzato, nè assassinato. — Taci una volta! disse Danglars. — Sì non voglio tacere, disse Caderousse, io pretendo che mi si dica perchè si vuol far mettere in prigione Dantès; io amo Dantès; alla tua salute, Dantès. E vuotò di un fiato un altro bicchier di vino. Danglars seguì con lo sguardo i progressi dell’ubbriachezza del suo compagno, e volgendosi a Fernando: — Ebbene! comprendete voi che non vi è bisogno di ucciderlo? — No certo, se come voi dicevate poco fa si potesse ritrovare il modo di farlo catturare. E questo modo lo sapreste voi? — Cercando bene, disse Danglars, si potrebbe ritrovarlo... ma di che diavolo vado io ad immischiarmi? è forse cosa che mi riguarda? — Io non so se ciò vi riguardi, disse Fernando afferrandogli un braccio; ma ciò che so io, si è che voi avete qualche motivo particolare di odio contro Dantès: colui che odia sè stesso, non s’inganna sui sentimenti altrui. — Io! dei motivi di odio con Dantès? nessuno, sulla mia parola! Io vi ho veduto infelice e la vostra infelicità mi ha commosso, perciò ho preso interessamento per voi, ecco tutto. Ma dal momento, che voi credete che io operi per conto mio, addio amico caro; levatevi d’impaccio come potete. E Danglars fece le viste a sua volta d’alzarsi. — No, disse Fernando trattenendolo, restate, in fin dei conti poco mi importa che odiate o no Dantès: io l’odio e lo confesso altamente, trovate il mezzo ed io l’eseguo, purchè non vi sia la morte dell’uomo, mentre Mercedès si ucciderebbe se venisse ucciso Dantès.

Caderousse che aveva lasciata cadere la testa sulla tavola rialzò la fronte, e guardando Fernando e Danglars, con occhi appesantiti e stupidi. — Uccidere Dantès... diss’egli. Chi parla qui di uccidere Dantès? io non voglio che sia ucciso, io!... egli è mio amico... egli mi ha offerto questa mattina di divider meco il suo danaro, come io ho diviso il mio con lui... io non voglio che si uccida Dantès! — E chi ti parla di ucciderlo, imbecille? riprese Danglars, si tratta di un semplice scherzo. Bevi alla sua salute, soggiunse riempiendogli il bicchiere, e lasciaci tranquilli. — Sì, sì, alla salute di Dantès, disse Caderousse votando il suo bicchiere, alla sua salute... a... lla.... — Ma il mezzo?... il mezzo? disse con impazienza Fernando. Non lo avete ancora ritrovato? — No; voi ne avete assunto l’incarico.

— È vero, riprese Danglars, i Francesi hanno questa superiorità sopra gli Spagnuoli, gli Spagnuoli ruminano, ed i Francesi inventano. — Inventate dunque, inventate, disse Fernando con impazienza. — Cameriere! disse Danglars, carta, penna e calamaio. — Carta, penna e calamaio? mormorò Fernando. — Sì, io sono scrivano computista, la penna, l’inchiostro e la carta sono i miei istrumenti, e senza di questi non saprei fare cosa alcuna. — Carta, penna e calamaio, gridò ad alta voce Fernando. — Ecco tutto, disse il cameriere portando gli oggetti richiesti. — Quando si pensa, disse Caderousse lasciando cadere la sua mano sulla carta, che qui vi è il modo di ammazzare un uomo più al sicuro di quello che se si attendesse all’angolo di un bosco per assassinarlo! Io ho sempre avuto più paura di una bottiglia d’inchiostro, di una penna e di un calamaio, che di una spada o di una pistola. — Il buffone non è ancora ubbriaco quanto sembra, disse Danglars. Versategli dunque da bere, o Fernando. Fernando riempiè il bicchiere di Caderousse, e questi da quel bravo bevitore che era, levò la mano dalla carta e la portò al bicchiere. Il Catalano seguì i movimenti fino a che Caderousse, quasi sopraffatto da questo nuovo assalto, rimise, o meglio lasciò cadere il suo bicchiere sul desco.

— Ebbene!... riprese il Catalano vedendo che il rimanente della ragione che restava a Caderousse cominciava a sparire a quest’ultimo bicchier di vino. — Ebbene! io diceva adunque, per esempio, riprese Danglars, che se dopo un viaggio come quello che ha fatto Dantès, e nel quale ha toccato Napoli e l’isola d’Elba, qualcuno lo denunciasse al procuratore del re, come messo bonapartista...

— Lo denunzierò io, disse con vivacità il giovine. — Sì, ma allora vi si fa sottoscrivere la vostra dichiarazione, e sarete confrontato con quello che avete denunziato. Io vi somministro di che sostenere la vostra accusa, lo so bene; ma Dantès non può restare eternamente in prigione; un giorno o l’altro ne uscirà, e il giorno in cui egli esce sarà terribile per quello che ve lo ha fatto entrare. — Oh! io non desidero che una cosa, disse Fernando, ed è ch’egli venga a muovermi contesa. — Sì, e Mercedès? Mercedès che vi prenderà in odio se voi avrete soltanto la disgrazia di scalfire l’epidermide al suo diletto Edmondo! — È giusto, disse Fernando. — No, no, riprese Danglars, se si risolve una cosa di simil genere, vedete bene, val meglio prendere bonariamente così, come faccio io, questa penna, bagnarla nell’inchiostro e scrivere colla mano sinistra, affinchè il carattere non sia conosciuto, la piccola seguente denunzia. E Danglars, unendo l’esempio all’insegnamento, scrisse colla mano sinistra e con un carattere rovesciato, che non aveva alcuna analogia col suo carattere ordinario, le righe seguenti che passò a Fernando, e che questi lesse a mezza voce. «Il procuratore del re è avvisato, da un amico del trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la pruova del suo delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del _Faraone_».

— Alla buon’ora, continuò Danglars; in tal modo la vostra vendetta avrebbe senso comune, e siete sicuro ch’essa non ricadrebbe su voi, e la cosa andrebbe da sè sola; e perciò non resta più che a piegare la lettera, come faccio io, e di scrivere sopra: _Al procuratore del re_: e tutto sarebbe fatto. E Danglars fece la soprascritta come se avesse scherzato.

— Sì, tutto sarebbe fatto, gridò Caderousse, che con un ultimo sforzo d’intelligenza aveva seguito la lettura e che comprendeva per istinto tutto il male che avrebbe potuto apportare una simile denunzia; sì tutto sarebbe fatto, soltanto questa sarebbe un’infamia. Ed allungò il braccio per prendere la lettera.

— Per tal modo, disse Danglars allontanando la lettera, tutto ciò che ho detto e fatto, non è che uno scherzo; ed io sarei il primo ad essere afflitto se accadesse qualche disgrazia a Dantès. A questo buon Dantès! così, guarda... Prese la lettera, la maltrattò fra le mani, e la gettò in un angolo del pergolato.

— Alla buon’ora disse Caderousse, Dantès è mio amico, e non voglio che gli si faccia del male.

— E chi diavolo pensa a fargli del male? Certamente nè io nè Fernando, disse Danglars alzandosi, e squadrando il giovinotto che era rimasto seduto e che non perdeva d’occhio il foglio denunciatore gettato nell’angolo.

— In questo caso, riprese Caderousse, che ci portino del vino, voglio bere alla salute di Edmondo e della bella Mercedès.

— Tu hai anche troppo bevuto, ubbriacone, disse Danglars, e se continui sarai obbligato di dormir qui, che non potrai più tenerti in piedi.

— Io! disse Caderousse levandosi colla fatuità dell’uomo ubbriaco, non potrò tenermi in piedi? scommetto di salir sul campanile degli _Accoules_ ed anche senza contrappeso!

— Sia! disse Danglars, scommetto ma per domani, oggi è ora di ritornare a casa; dammi il braccio e andiamo.

— Andiamo, disse Caderousse, ma non ho bisogno del tuo braccio. Vieni anche tu Fernando, rientri con noi a Marsiglia?

— No, disse Fernando, io ritorno ai Catalani.

— Tu fai male, vieni con noi a Marsiglia, vieni.

— Non ho che fare a Marsiglia e non voglio andarci.

— Come hai tu detto ciò? nol vuoi? ebbene a tuo bell’agio, libertà per tutti; vieni Danglars, lasciamo rientrare il giovinotto ai Catalani, poichè vuole così.

Danglars profittò del momento di buona volontà di Caderousse per trascinarlo alla volta di Marsiglia; e per lasciare la strada più corta e più facile a Fernando, invece di ritornare per la riviera della _Rive-Neuve_, ritornò per la porta _S. Victor_. Caderousse lo seguì barcollando, stretto al suo braccio. Quando fu ad una ventina di passi, Danglars si voltò, e vide Fernando precipitarsi sul foglio che mise tosto in tasca, poi subito balzò fuori del pergolato e voltò dalla parte del _Pillon_.

— Ebbene, che fa dunque? disse Caderousse, egli ha mentito: ci ha detto che andava ai Catalani ed ha voltato dalla parte della città. Olà! Fernando, tu ti sbagli, mio giovinotto.

— Sei tu che vedi male, disse Danglars, egli segue direttamente la strada della _Vieilles-Infirmeries_.

— In verità? disse Caderousse. Eppure avrei giurato che ha voltato a destra!... il vino è un traditore.

— Andiamo, andiamo, mormorò Danglars: credo che l’affare sia ora bene incamminato e che altro non vi resta che lasciarlo progredire da sè.

V. — IL PRANZO DEGLI SPONSALI.