Il Conte di Monte-Cristo

Part 29

Chapter 293,781 wordsPublic domain

— Ma voi diceste che l’isola è disabitata?

— Dissi che non aveva una popolazione fissa, ma dissi pure che questo luogo era una fermata dei contrabbandieri.

— E dei pirati?

— E dei pirati, continuò Gaetano ripetendo le parole di Franz; ed è perciò che ho dato ordine di passare avanti, poichè, come vedete, ora il fuoco è dietro a noi.

— Ma questo fuoco, continuò Franz, mi sembra piuttosto un motivo di sicurezza che d’inquietudine: gente che temesse di essere veduta non accenderebbe il fuoco.

— Oh! questo non vuol dir niente, rispose Gaetano, se voi in mezzo a questa oscurità poteste giudicare della posizione dell’isola, vedreste che questo fuoco acceso nel punto ove è, non può essere scorto, nè dalla Corsica, nè dalla Pianosa, ma soltanto in alto mare.

— Credete che ci annunzi cattiva compagnia?

— Questo è quello di che bisognerà assicurarci, rispose Gaetano il quale teneva sempre gli occhi fissi sull’isola.

— E come volete assicurarvene? — State a vedere.

A queste parole Gaetano tenne un breve consiglio coi compagni, e dopo cinque minuti venne eseguita nel più gran silenzio una manovra mercè la quale in un memento fu virato di bordo; allora si riprese il cammino già fatto, e qualche secondo dopo questo cambiamento di direzione il fuoco disparve nascosto dietro a un sollevamento del terreno. Allora il pilota dette al piccolo bastimento, con una girata di timone, una nuova direzione, e si avvicinarono visibilmente all’isola che più non era distante che 50 passi. Gaetano tolse la vela, e la barca rimase stazionaria. Tutto ciò fu fatto nel più gran silenzio; dopo il cambiamento di direzione non era stata pronunciata una parola a bordo. Gaetano, che aveva proposta la spedizione, ne aveva presa sopra di sè tutta la responsabilità. Gli altri tre marinari mentre preparavano i remi, e stavano pronti a fuggire remando, non toglievano lo sguardo da lui per eseguire quella qualunque manovra che lor venisse ordinata da un gesto, e che mercè l’oscurità si sarebbe potuta eseguire molto facilmente. Franz visitava le armi colla prontezza d’animo che abbiamo in lui riconosciuta; aveva due fucili a due canne, ed una carabina; li caricò, si assicurò degli acciarini, e aspettò.

Durante questo tempo Gaetano si era tolto il cappotto e la camicia, aveva assicurati i calzoni intorno ai fianchi, e siccome avea i piedi nudi, si risparmiò la pena di levarsi le calze e le scarpe. Una volta così abbigliato, si mise l’indice della mano davanti alle labbra per ordinare il più profondo silenzio, e si lasciò immergere nel mare; nuotò verso l’isola con tal cautela che riesciva impossibile il discernere il più piccolo rumore. Potevasi soltanto seguire collo sguardo la traccia del suo tragitto dal solco fosforescente che eccitavano i suoi movimenti. Questo solco ben presto disparve: era segno evidente che Gaetano aveva preso terra. Sul piccolo bastimento rimasero tutti immobili per una mezz’ora, scorsa la quale videsi ricomparire dalla riva alla barca il solco luminoso. In pochi momenti Gaetano aveva raggiunta la barca.

— Ebbene? fecero ad un tempo Franz e i tre marinari.

— Ebbene! diss’egli, sono contrabbandieri spagnuoli; essi hanno soltanto con loro due banditi corsi. — E che fanno questi coi contrabbandieri spagnuoli? — Eh! mio Dio! eccellenza, rispose Gaetano con un accento di vivo amore del prossimo, bisogna bene aiutarsi gli uni con gli altri. Spesse volte i banditi vengono un poco troppo pressati su la terra dai gendarmi e dai carabinieri; ebbene! allora ritrovano una barca, ed in essa dei buoni diavoli come noi; vengono a domandarci l’ospitalità nella nostra casa galleggiante. Si può fare a meno di prestare soccorso ad un povero diavolo perseguitato? noi li riceviamo a bordo, e per maggior sicurezza prendiamo il largo. Ciò non costa nulla, e salva la libertà, o per lo meno la vita, a qualcuno dei nostri simili, il quale, all’occasione, sa essere riconoscente al servigio reso, indicandoci un buon luogo ove sbarcare le nostre mercanzie senza essere incomodati dai curiosi.

— Va bene, disse Franz, anche voi, mio caro Gaetano, siete dunque un po’ contrabbandiere? — Eh! che volete, disse con un sorriso impossibile a descriversi, si fa un po’ di tutto; bisogna pur vivere: — Allora voi siete con persone di conoscenza quando vi trovate cogli abitanti che a quest’ora sono a Monte-Cristo. — Circa; noi marinari abbiamo alcuni segni per riconoscerci. — E credete che non avrem nulla a temere sbarcando anche noi? — Assolutamente nulla! i contrabbandieri non sono ladri! — Ma questi due banditi corsi... riprese Franz, calcolando prima tutte le eventualità del pericolo. — Eh! mio Dio, disse Gaetano, non è colpa loro se sono banditi, ma colpa altrui. — In che modo? — Senza dubbio! essi sono perseguitati non per altro, che per aver fatta la pelle a qualcuno, mossi da spirito di vendetta, (del che non li lodo già io), ma pure accade così.

— Che intendete voi col fare la pelle? avere assassinato un uomo? disse Franz, continuando le sue investigazioni. — Intendo avere ucciso un nemico! rispose il pilota, il che è molto diverso. — Ebbene, disse il giovine, andiamo dunque a domandare ospitalità ai contrabbandieri, ed ai banditi. Credete voi che ci verrà accordata?

— Senza alcun dubbio.

— Quanti sono?

— Tre contrabbandieri, e due banditi.

— Va bene! è appunto la nostra cifra; noi siamo in forza eguale nel caso che questi signori mostrassero cattive intenzioni, e per conseguenza in istato di potere contenerli. Per l’ultima volta adunque andiamo a Monte-Cristo.

— Sì, eccellenza; ma voi ci permettete ancora di prendere qualche cautela. — Ed in qual modo, mio caro; siate saggio come Nestore, e prudente come Ulisse; fo ancora più di permettervelo, ve ne prego.

— Ebbene! silenzio allora! disse Gaetano.

Tutti tacquero. Per un uomo come Franz che osservava tutte le cose nel loro vero punto di vista, la situazione, senz’essere pericolosa, non era però priva di una certa gravità. Egli si trovava nella più profonda oscurità, isolato in mezzo al mare con marinari che non conosceva, e che non avevano alcuna ragione di essergli affezionati, che sapevano ch’egli aveva nella ventriera qualche migliaio di franchi, e che per più volte, se non invidiate almeno esaminate con molta curiosità le sue armi, che erano bellissime. Da altra parte egli approdava con questa sorta di uomini in una isola la quale sebbene portasse un nome molto religioso, non sembrava, mercè i tre contrabbandieri e i due banditi, promettere un’ospitalità molto caritatevole; poi la storia dei bastimenti mandati a fondo, che nel giorno gli era sembrata esagerata, la notte gli apparve verosimile. Per tal modo posto fra questi due pericoli, forse immaginari, ma fors’anche reali, non abbandonava i suoi uomini con gli occhi, nè il fucile con la mano. In questo mentre i marinari avevano nuovamente spiegata la vela, ed avevano ripreso il solco già calcolato coll’andare e rivenire. Attraverso l’oscurità, Franz, un poco abituato alle tenebre, distingueva il gigante di granito che la barca andava costeggiando; poi finalmente, oltrepassando di nuovo l’angolo di una roccia, scoperse il fuoco che brillava più vivamente che mai, e intorno al quale erano assise quattro, o cinque persone. Il riverbero del fuoco si estendeva a un centinaio di passi nel mare.

Gaetano costeggiò la luce, mantenendo sempre la barca nella parte meno illuminata; quindi quando essa fu tutta dirimpetto al fuoco, volse capo su di quello, ed entrò bravamente nel circolo luminoso, intuonando una canzone da pescatori di cui cantava le strofe egli solo, ed i compagni ripetevano in coro il ritornello. Alla prima parola della canzone, gli uomini assisi intorno al fuoco si erano alzati, ed eransi avvicinati allo scalo, cogli occhi fissi sulla barca, sforzandosi visibilmente di giudicarne la forza, e d’indovinarne le intenzioni. Ben presto parve che avessero fatto un esame sufficiente, e ad eccezione di uno che rimase in piedi a fare la sentinella, gli altri andarono a sedersi intorno al fuoco davanti al quale veniva arrostito un capretto tutto intero. Quando il battello fu giunto a 20 passi dalla terra, l’uomo che stava in sentinella sulla spiaggia fece macchinalmente colla carabina un atto simile a quello di un soldato in fazione quando aspetta la pattuglia; e gridò chi vive? in dialetto sardo. Franz caricò freddamente i due fucili. Gaetano cambiò con quest’uomo alcune parole che il viaggiatore non capì, ma che dovevano necessariamente riguardarlo, perchè Gaetano volgendosi gli chiese.

— V. E. vuol dire il suo nome o conservare l’incognito?

— Il mio nome deve essere del tutto sconosciuto a questi signori, rispose Franz; dunque dite loro soltanto che io sono un francese che viaggia per diletto.

Allorchè Gaetano ebbe trasmessa questa risposta, la sentinella dette un ordine ad uno degli uomini assisi intorno al fuoco che subito si alzò, e disparve fra le rocce. Successe un silenzio di qualche minuto. Ciascuno sembrava preoccupato dei proprii affari: Franz dello sbarco, i marinari delle vele, i contrabbandieri del loro capretto; ma in mezzo a questa apparente noncuranza tutti si osservarono attentamente.

L’uomo che erasi allontanato ricomparve ben tosto dal lato opposto a quello da cui era disparso; fece un segno colla testa alla sentinella che voltandosi alla barca si limitò di dire, _s’accomodi_.

Il _s’accomodi_ degl’italiani non è traducibile in altra lingua: significa ad un tempo, «Venite, entrate, siate il ben venuto, fate come se foste in casa vostra, voi siete il padrone;» il _s’accomodi_, è quella frase turca di Molière che meravigliava tanto il gentiluomo borghese per la quantità di significati che conteneva. I marinari non se lo fecero dir due volte; in due colpi di remi, la barca toccò terra: Gaetano saltò a prua, cambiò ancora qualche parola a voce bassa con la sentinella, i compagni discesero l’un dopo l’altro, quindi finalmente toccò a Franz.

Egli aveva uno dei fucili a bandoliera: Gaetano l’altro: uno dei marinari teneva la carabina. Il vestito era un misto del costume di un artista e di un elegante, non ispirò perciò alcun sospetto ai suoi ospiti e per conseguenza nessuna inquietudine. Fermata la barca alla spiaggia, si avviarono per cercare un comodo sito al bivacco; ma la direzione che presero non piaceva al contrabbandiere che faceva le funzioni di vigilatore, perchè gridò a Gaetano: — Non andate da quella parte!

Gaetano balbettò una scusa, e senza aggiungere parola si avanzò dalla parte opposta, mentre che due marinari accesero dei tronchi d’albero al fuoco per illuminare il sentiero.

Fecero circa trenta passi e si fermarono sopra una piccola spianata, tutta circondata di rocce nelle quali erano stati scolpiti alcuni sedili, incavati in modo che vi si poteva stare seduti al coperto. Intorno intorno verdeggiavano alcune querce selvagge e dei cespugli di mirto. Franz prese uno dei tronchi accesi che servivano di torcia, e fu il primo a riconoscere dalla comodità del luogo, che questa doveva essere una delle stazioni abituali dei visitatori dell’isola di Monte-Cristo.

In quanto alla sua aspettativa di avvenimenti, essa era cessata, una volta messo piede a terra, una volta veduta la disposizione se non amichevole, almeno indifferente dei suoi ospiti, ogni preoccupazione era disparsa, e all’odore del capretto che arrostivasi nel vicino bivacco, la preoccupazione erasi cambiata in appetito. Egli disse due parole a Gaetano su questo nuovo incidente, e questi rispose che nulla era più facile quanto l’allestire una cena in pochi minuti, avendo essi nella barca del pane, del vino, le sei pernici prese alla caccia, e un buon fuoco per farle arrostire.

— D’altra parte, aggiunse egli, se V. E. si trova tentato dall’odore del capretto, posso andare dai nostri vicini con due dei vostri uccelli ed offrirli in cambio di un pezzo del loro quadrupede.

— Fate, disse Franz, fate pure Gaetano; voi siete nato veramente col genio di negoziare.

In questo tempo i marinari avevano svelte delle macchie, e fatti dei fasci di mirto e di querce verdi, ai quali avevano messo il fuoco, il che presentava un focolare molto rispettabile. Franz aspettò adunque con impazienza (annasando sempre l’odore di capretto) il ritorno del pilota, ed allorchè questi ricomparve, si presentò a lui con un aspetto molto preoccupato.

— Ebbene! domandò egli, che abbiamo di nuovo? è stata rifiutata la nostra offerta?

— Al contrario, disse Gaetano; il capo, a cui è stato detto che voi siete un gentiluomo francese, v’invita a cena con lui.

— Va bene, disse Franz, è un uomo molto incivilito questo capo, ed io non vedo il perchè dovrei ricusare, tanto più che porto meco la mia parte di cena.

— Oh! non è questo, egli ha di che cenare e al di là del bisogno; ma mette una singolare condizione alla vostra presentazione in casa sua.

— In casa sua? riprese il giovine; egli ha dunque fatto costruire una casa? — No, ma non per questo cessa dall’avere un appartamento molto comodo, almeno a quanto si assicura. — Voi dunque conoscete questo capo? — Ne ho soltanto inteso parlare. — In bene od in male? — In tutti e due i modi. — Che diavolo! e qual è la condizione che m’impone? — Che vi lasciate bendar gli occhi, e che non tentiate di togliervi la benda che allorquando ve lo dirà egli stesso.

Franz esplorò per quanto gli fu possibile lo sguardo di Gaetano per sapere ciò che nascondeva questa proposizione.

— Oh! diavolo, riprese questi, rispondendo al pensiero di Franz, lo so bene, la cosa merita molta riflessione.

— Che fareste voi al caso mio? disse il giovine.

— Io, che non ho niente da perdere, accetterei.

— Accettereste? — Non foss’altro che per curiosità.

— Vi è dunque qualche cosa di curioso da vedere presso questo capo? — Ascoltate, disse Gaetano abbassando la voce, io non so se tutto ciò che si dice è vero. — Si fermò guardando attorno se alcun estraneo lo ascoltava. — E che si dice?

— Si dice che questo capo abiti un palazzo sotterraneo in paragone del quale il palazzo Pitti è poca cosa. — Questo è un sogno! disse Franz. — Oh! non è un sogno, è una realtà. Cama, il pilota del _S. Ferdinando_, vi entrò un giorno, e ne uscì tutto meravigliato, dicendo che simili tesori non si ritrovano che nei racconti delle fate. — Ma sapete voi, disse Franz, che con simili parole mi fareste credere di dover discendere nella caverna d’Alì-Babà?

— Vi dico ciò che mi è stato detto, eccellenza.

— Allora voi mi consigliate di accettare?

— Oh! non dico questo; V. E. faccia ciò che meglio crede: non vorrei darle un consiglio in una simile congiuntura.

Franz riflettè per qualche momento: e comprese che quest’uomo così ricco non poteva aver preso di mira lui che non portava altro che qualche migliaio di franchi; e siccome in tutto questo non intravedeva che un’eccellente cena, accettò.

Gaetano andò a portare la risposta. Noi abbiam detto che Franz era prudente; e per questo volle raccogliere quanti più particolari gli fu possibile sopra un ospite così strano e misterioso. Si volse adunque ad un marinaro, che durante questo tempo aveva spennato le pernici colla gravità di un uomo superbo delle sue funzioni, e gli chiese con che questi uomini avevano potuto approdare, mentre non vedeva nè barche, nè speronare, nè tartane.

— Oh! non è questo che mi dà pensiero, disse il marinaro, perchè conosco il bastimento sul quale montano.

— È un bel bastimento? — Io ne desidero a V. E. uno simile per fare il giro del mondo — E di qual forza è?

— Di circa cento tonnellate. Del resto è un bastimento di fantasia, un _yacht_, come dicono gl’Inglesi, ma costruito in modo da potersi tenere in mare per un lungo viaggio.

— E dove è stato costruito? — Non so; ma credo a Genova.

— E come mai un capo di contrabbandieri, continuò Franz, osa di far costruire un _yacht_ deputato al suo clandestino commercio, nel porto di Genova?

— Non ho detto che il proprietario di questo _yacht_ fosse un capo di contrabbandieri.

— No, ma mi sembra che lo abbia detto Gaetano.

— Gaetano aveva veduto gli uomini dell’equipaggio da lontano, e quando lo disse non aveva ancora parlato ad alcuno. — Ma se quest’uomo non è un capo di contrabbandieri, chi è dunque? — È un ricco signore che viaggia per diletto. — Andiamo avanti, pensò Franz, il personaggio diventa sempre più misterioso, poichè i racconti sono diversi.

— E come si chiama? — Quando gli si domanda, risponde che si chiama Sindbad il marinaro ma dubito che questo non sia il suo vero nome.

— Sindbad il marinaro? — Sì.

— E dove abita questo signore? — Sul mare.

— Di qual paese è?

— Non lo so.

— L’avete voi mai veduto? — Qualche volta.

— Che uomo è? — V. E. ne giudicherà da sè stessa.

— E dove mi riceverà? — Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi ha parlato Gaetano.

— E non avete mai avuto la curiosità, quando siete venuto a fermarvi qui ed avete trovata l’isola deserta, di cercare a penetrare in questo palazzo incantato?

— Oh! davvero, eccellenza, e più d’una volta ancora, ma le nostre ricerche sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercata la grotta in tutte le parti, e non abbiamo ritrovato il più piccolo passaggio. Si dice però che la porta non si apra con una chiave ma con una parola magica.

— Andiamo pur innanzi, mormorò Franz, eccomi capitato in uno dei racconti delle _Mille e una Notte_.

— S. E. vi aspetta, disse una voce dietro a lui, che egli riconobbe per quella della sentinella.

Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini dell’equipaggio del _yacht_. Per tutta risposta Franz si cavò di tasca il fazzoletto e lo presentò a colui che aveva parlato. Senza dire una parola furongli bendati gli occhi con tanta cautela che indicava il timore che commettesse qualche indiscretezza; dopo di ciò gli fu fatto giurare che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima che fosse invitato a farlo. Egli giurò. Allora i due uomini lo presero ciascuno per un braccio e camminò guidato da essi e preceduto dalla sentinella. Dopo una trentina di passi sentì dal calore della brace e dall’odore sempre più appetitoso del capretto che egli ripassava davanti al bivacco, quindi vennegli fatta continuare la strada per un altri 50 passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte ove la sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione che ora veniva spiegata. Ben presto un cangiamento di atmosfera avvertì Franz che entrava in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino intese aprirsi una porta, e gli sembrò che l’atmosfera cangiasse di natura, diventasse tiepida e profumata, e s’accorse allora che i piedi posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le guide lo abbandonarono. Fecesi un breve silenzio, ed una voce disse in buon francese, quantunque con un accento straniero:

— Signore, voi siete il benvenuto in mia casa, e potete togliervi la benda. — Come si crederà facilmente, Franz non si fece ripetere l’invito due volte, si levò il fazzoletto, e si ritrovò dirimpetto ad un uomo dai 38 ai 40 anni che portava il costume tunisino, vale a dire una callotta rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di panno nero tutta ricamata d’oro, pantaloni color sangue di bue larghi e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d’oro come la veste, e le pianelle gialle, una magnifica sciarpa di cachemir, cingevagli la vita al di sopra dei fianchi, e un piccolo cangiarro acuto e ricurvo passava dentro alla cintura. Quantunque di un pallore quasi livido quest’uomo aveva una fisonomia mollo bella, gli occhi erano vivi e penetranti, il naso dritto e quasi a livello della fronte indicava il tipo greco in tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano mirabilmente sotto i baffi neri che li circondavano. Soltanto questo pallore era strano, sarebbesi detto un uomo rinchiuso da lungo tempo in una tomba e che non avesse potuto riprendere l’incarnato dei vivi. Senz’essere di grande persona, egli del resto era ben fatto, e come gli uomini del mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli, ma ciò che meravigliò Franz, che aveva trattato di visionario Gaetano, fu la sontuosità degli arredi.

Tutta la camera era parata di stoffa turca di color cremisi tessuta a fiori d’oro. In un voto eravi una specie di divano sormontato da un trofeo di armi arabe coi foderi di argento dorato e tempestate di pietre risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di Venezia e di un color grazioso e i piedi posavano sopra un tappeto turco; erano magnifiche le portiere poste alla porta per la quale entrò Franz, e davanti un’altra che metteva in una seconda camera che sembrava splendidamente illuminata. L’ospite lasciò Franz per alcuni momenti in balia della sua sorpresa, e questi furono da lui impiegati a rendere esame per esame, non avendo lasciato un momento dall’investigarlo da capo a piedi. — Signore, diss’egli finalmente, vi chiedo perdono delle cautele che sono costretto a prendere con quelli che vengono qui introdotti; ma siccome la maggior parte dell’anno quest’isola è deserta, se il segreto di questa dimora fosse conosciuto, al mio ritorno senza dubbio troverei questo mio recinto in cattivo stato, cosa che mi dispiacerebbe immensamente, non per la perdita che ciò mi causerebbe, ma perchè non avrei più la certezza di potermi separare dal resto della terra quando me ne vien la volontà. Frattanto cercherò di farvi dimenticare questo piccolo disturbo coll’offrirvi ciò che voi non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest’isola, una cena passabile ed un letto abbastanza buono.

— In fede mia, mio caro ospite, rispose Franz, non vedo il perchè dobbiate fare scuse: ho sempre veduto che si bendano gli occhi alle persone che entrano nei palazzi incantati; vedete Raoul negli _Ugonotti_, e veramente non posso lamentarmi perchè ciò che mi mostrate fa seguito alle meraviglie delle _Mille e una Notte_.

— Ah! io potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l’onore di una vostra visita, mi vi sarei preparato. Ma infine metto a vostra disposizione il mio eremitaggio tale quale si è; e vi offro la mia cena, per quanto sia poca cosa. Alì, è all’ordine?

Nel medesimo punto la portiera si sollevò, e un moro della Nubia, nero come l’ebano, e vestito di una semplice tonaca bianca, fece segno al padrone che poteva passare nella camera da pranzo.

— Ora, disse lo sconosciuto a Franz, io non so se siate del mio avviso, ma trovo che non vi è niente di più incomodo quanto di restare due o tre ore in due, senza sapere con qual nome o con qual titolo chiamarsi. Io rispetto troppo, notate bene, le leggi della ospitalità per non domandarvi nè il nome nè il titolo; vi prego soltanto di indicarmi una frase con la quale possa indirizzarvi la parola. In quanto a me, per levarvi ogni incomodo, vi dirò che hanno l’abitudine di chiamarmi Sindbad il marinaro.

— Ed io, rispose Franz, vi dirò, che siccome non mi manca altro, per essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada meravigliosa, così non trovo alcuna difficoltà che pel momento mi chiamiate Aladino. Per questo non andremo fuori d’Oriente, ove son tentato di credere di essere stato trasportato dalla potenza di qualche buon genio.

— Ebbene! signor Aladino, disse lo strano Anfitrione, avete inteso che tutto è all’ordine? abbiate dunque il disturbo di passare nella camera da pranzo, il vostro umilissimo servitore andrà innanzi per indicarvi il cammino. — A queste parole venne sollevata la portiera, e Sindbad passò effettivamente avanti a Franz.