Il Conte di Monte-Cristo

Part 28

Chapter 283,861 wordsPublic domain

Morrel gli fermò la mano. — E tua madre... e tua sorella... chi le nutrirà? — Un fremito corse per tutte le membra del giovine. — Padre mio, diss’egli, pensate che con ciò che mi dite io possa vivere? — Sì, te lo dico, riprese Morrel, perchè questo è il tuo dovere; tu hai lo spirito tranquillo e forte, Massimiliano... tu non sei uno dei soliti uomini; nulla ti comando, nulla io ti ordino, e sol ti dico: «esamina la situazione come se tu vi fossi straniero, e giudicala da te stesso.» — Il giovine riflettè un momento, quindi l’espressione della più sublime rassegnazione passò nei suoi occhi; solo si tolse con un movimento tristo e lento la spallina e la mozzetta, distintivi del suo grado. — Sta bene, disse egli tendendo la mano a Morrel, morite in pace, padre mio, io vivrò. — Morrel fece un movimento per gettarsi alle ginocchia del figlio. Massimiliano lo raccolse fra le braccia, e per un momento questi due nobili cuori batterono l’un contro l’altro.

— Tu sai che non è per mia colpa? disse Morrel.

Massimiliano sorrise. — So, padre mio, che siete l’uomo più onesto che m’abbia mai conosciuto. — Sta bene, è detto tutto: ora ritorna da tua madre e da tua sorella. — Padre mio, disse il giovine piegando un ginocchio, beneditemi!

Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l’avvicinò a sè, e v’impresse molti baci dicendo: — Oh! sì, sì, ti benedico nel mio nome, e nel nome di tre generazioni di uomini irreprensibili. Ascolta adunque ciò che essi ti dicono colla mia voce: l’edifizio che la sventura ha distrutto, può essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi morto in questo modo, i più inesorabili avranno pietà di me; a te forse sarà accordata una dilazione che a me sarebbe stata negata; allora cerca che la parola infame non sia pronunziata; mettiti all’opera, lavora, giovine! lotta ardentemente e con coraggio; vivi tu, tua madre, e tua sorella del puro necessario, affinchè giorno per giorno i beni di coloro ai quali io devo, si aumentino e fruttifichino fra le tue mani. Pensa che sarà un bel giorno, un gran giorno, un giorno solenne quello della riabilitazione, il giorno in cui, da questo stesso scrittoio, tu potrai dire: «mio padre è morto perchè non poteva fare ciò che ho fatto io, ma egli è morto tranquillo, perchè morendo sapeva che io lo avrei fatto.»

— Oh! padre mio, padre mio, gridò il giovine, se pure poteste vivere.

— Se io vivo tutto è perduto: se io vivo, la premura si cambia in dubbio, la pietà in accanimento; se io vivo, non sono più che un uomo che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi impegni, non ho più in fine che una bancarotta. Se muoio, al contrario, pensateci bene Massimiliano, il mio cadavere non è più che quello di un onest’uomo disgraziato. Vivo, i miei migliori amici evitano la mia casa: morto, Marsiglia intera mi seguirà piangendo fino all’ultima mia dimora. Vivo, tu avresti onta del mio nome; morto, puoi alzare la testa e dire ad alta voce: «sono il figlio di colui che si è ucciso, perchè è stato costretto di dover per la prima volta mancare alla sua parola.»

Il giovine mandò un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda volta che la convinzione rientrava nel suo cuore, ma non nel suo spirito. — Ora, disse Morrel, lasciami solo, e cerca di allontanare le donne. — Non volete rivedere mia sorella? domandò Massimiliano. — Un’ultima e sorda speranza era nascosta pel giovine in questo incontro, ecco perchè lo proponeva. Morrel scosse la testa. — L’ho veduta questa mattina, diss’egli, e le ho detto addio.

— Non avete voi alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre mio? domandò Massimiliano con voce alterata.

— Sì figlio mio, una raccomandazione sacra.

— Dite, padre mio.

— La casa Thomson e French è la sola che per umanità, o forse per egoismo (ma non sta a me il leggere nel cuore degli uomini) è la sola che abbia avuto pietà di me. Il suo mandatario, quello che fra dieci minuti si presenterà per riscuotere una tratta di 287,500 fr., egli, non dirò mi abbia accordato, ma mi ha offerta una dilazione di tre mesi; questa casa sia rimborsata per la prima, figlio mio, che quest’uomo ti sia sacro.

— Sì, padre mio, disse Massimiliano.

— Ed ora, anche una volta, addio: disse Morrel; va, va; ho bisogno di restar solo; troverai il mio testamento nello scrigno della camera da letto. — Il giovine rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza della volontà, ma non quella dell’esecuzione. — Ascolta, Massimiliano, disse suo padre, supponi che io sia un soldato come te, che abbia ricevuto l’ordine di dar la scalata ad un bastione, e che tu sapessi che vado incontro ad una certa morte nell’assalirlo, non mi diresti tu come mi dicevi poco fa: «andate padre mio perchè vi disonorereste restando, e val meglio la morte che l’onta»?

— Sì sì, disse il giovine, sì; e stringendo convulsivamente tra le braccia il padre: — Coraggio, padre mio, diss’egli.

E si slanciò verso il gabinetto.

Quando il figlio fu uscito Morrel rimase un momento in piedi cogli occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò la corda del campanello e suonò. Di lì a poco, comparve Coclite. Non era più l’uomo di prima, questi tre giorni di convinzione lo avevano atterrato. Il pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo più che non avrebbero fatto altri vent’anni accumulati sul suo capo. — Mio buon Coclite, disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile dire l’espressione, tu resterai nell’anticamera. Quando verrà quel signore che venne già or son tre mesi, lo conosci? il mandatario della casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo. — Coclite non rispose; fe’ un segno affermativo colla testa, andò a sedersi nell’anticamera ed aspettò. Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso l’orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto; la lancetta camminava con una rapidità incredibile, gli sembrava vederla andare. Ciò che in quel momento passò nello spirito di quest’uomo, che, giovine ancora, in conseguenza di un ragionamento falso in sè stesso, quantunque tal non sembrasse in apparenza, stava per prepararsi a dividersi da tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per abbandonare una vita piena per lui di tutte le dolcezze della famiglia, è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato mestieri esservi presente per averne un’idea, la fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante rassegnata, gli occhi bagnati di lagrime, ma pur rivolti al cielo.

La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia; depose l’arma mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia prediletta; ritornò a guardar l’orologio; egli non contava più i minuti, ma i secondi. Riprese l’arma colla bocca semi-aperta e gli occhi fissi alla pendola; poi rabbrividì al rumore che egli stesso faceva nel caricar l’acciarino. In questo momento un sudore più freddo gli passò sulla fronte, un’ansia più mortale gli strinse il cuore; intese la porta delle scale cigolare sui gangheri, aprirsi quella del suo gabinetto; l’orologio stava per battere le undici. Morrel non si volse, aspettava che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa Thomson e French»; avvicinò l’arme alla bocca... d’improvviso invece della voce di Coclite intese un grido... era la voce di sua figlia... si volse allora e riconobbe Giulia; la pistola gli sfuggì di mano. — Padre mio! gridò la giovinetta ansante, e quasi morente di gioia, salvato! voi siete salvato! e gli si gettò fra le braccia, alzando in alto colla mano la borsa di cordonetto di seta rossa.

— Salvato! figlia mia, che vuoi tu dire?

— Sì, salvato! guardate, guardate, disse la giovinetta.

Morrel prese la borsa e rabbrividì, perchè una lontana rimembranza gli ricordava che quell’oggetto eragli in altro tempo appartenuto. Da una parte era la cambiale dei 287,500 fr., già _quietanzata_, dall’altra vi era un diamante della grossezza di una nocciuola con queste tre parole scritte sopra un po’ di pergamena: «dote di Giulia.»

Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva sognare.

Nel medesimo punto l’orologio battè le 11. Il martello battè per lui come se ciascun colpo avesse ripercosso sul cuore. — Raccontami, figlia mia, diss’egli, spiegati. Ove ritrovasti tu questa borsa? — Nella casa N. 15 dei viali di Meillan, sull’angolo di un caminetto di una meschina cameretta del quinto piano.

— Ma, gridò Morrel: questa borsa non è tua.

Giulia presentò allora a suo padre la lettera che aveva ricevuta la mattina. — E sei andata sola in quella casa? disse Morrel dopo averla letta.

— Emmanuele mi accompagnava, egli doveva aspettarmi all’angolo della strada _Museé_; ma cosa strana, al mio ritorno non v’era più.

— Sig. Morrel? gridò una voce dalle scale, sig. Morrel!

— Questa è la sua voce, disse Giulia. Nel medesimo tempo entrò Emmanuele col viso sconvolto dalla gioia e dalla emozione. — Il _Faraone!_ gridò egli; il _Faraone!_

— Ebbene che, il _Faraone_! siete pazzo, Emmanuele? sapete bene che colò a fondo.

— Il _Faraone_,! signore, il fanale ha dato il segnale del _Faraone_! il _Faraone_ entra in questo momento nel porto.

Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono; la sua intelligenza non era capace ad ordinare questa serie di avvenimenti incredibili, inauditi e favolosi. Suo figlio entrò a sua volta. — Padre mio, gridò Massimiliano, che dicevate dunque che il _Faraone_ era perduto? il fanale lo ha segnalato, ed entra in porto in questo momento. — Amici miei, disse Morrel, se ciò fosse, bisognerebbe credere ad un miracolo! Ma è impossibile! impossibile!

Tuttociò, quantunque sembrasse incredibile, era pur vero, la borsa che teneva in mano, la cambiale _quietanzata_, ed il magnifico diamante.

— Ah! signore, disse Coclite a sua volta, e che vuol dir questo? il _Faraone_! — Andiamo, figli miei, disse Morrel alzandosi, andiamo a vedere, che il cielo abbia pietà di noi se questa fosse una falsa nuova. — Essi discesero; a metà delle scale aspettava la sig.ª Morrel; la poveretta non aveva avuto il coraggio di salire. In un momento furono alla Cannebière. Una gran folla era sul porto. Tutta questa folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia Morrel.

— Il _Faraone_! il _Faraone_! dicevasi da ogni lato, da ogni bocca.

Infatto cosa maravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre S. Giovanni un bastimento portava sulla poppa queste parole scritte a grandi lettere bianche «_Faraone: Morrel e figlio di Marsiglia_» Questo bastimento era assolutamente della stessa portata e della stessa forma dell’altro _Faraone_, ed era carico egualmente d’indaco e di cocciniglia, gettò l’ancora, ammainò le vele; sul ponte il capitano Gaumard dava i suoi ordini, e Penelon faceva segnali a Morrel. Non v’era più da dubitarne, eravi la testimonianza dei sensi, e quella di diecimila e più persone. Mentre Morrel e suo figlio si abbracciavano fra gli applausi di tutta la città, testimone di questo prodigio, un uomo, il cui viso era per metà coperto da una barba nera, e che, nascosto dietro il casotto di una sentinella, contemplava questa scena di tenerezza, mormorava queste parole: — Nobil cuore, sii felice; sii benedetto per tutto ciò che ancora farai, e la mia riconoscenza resti nell’oscurità come il tuo benefizio.

E con un sorriso che rivelava la gioia e la felicità, abbandonò il luogo dove si era nascosto, e senza essere osservato da alcuno, tanto tutti erano occupati dell’avvenimento della giornata, discese una di quelle piccole gradinate che servono di scalo, e chiamò — Jacopo! Jacopo! Jacopo!

Allora un battello venne a lui, lo ricevette a bordo, e lo trasportò ad un _yacht_ riccamente guarnito, sul ponte del quale ei balzò colla leggerezza d’un marinaro; di là, guardò ancora una volta Morrel, che piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a tutta quella folla, ringraziando con uno sguardo singolare l’invisibile benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo. — Ora, disse l’uomo sconosciuto, addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza... addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore!...

A queste parole fe’ un segnale, e, come se non avesse atteso che ciò per partire, il _yacht_ prese tosto il mare.

XXXI. — ITALIA — SINDBAD IL MARINARO.

Verso il principio del 1838 si trovavano a Firenze due giovani che appartenevano alla società più elegante di Parigi: uno era il visconte Alberto de Morcerf, l’altro il barone Franz d’Épinay. Avevano stabilito fra loro che sarebbero andati a passar quel carnevale a Roma, ove Franz, che abitava l’Italia da più di quattro anni, avrebbe fatto da cicerone ad Alberto. Or, siccome non è piccola cosa l’andare il carnevale a Roma, particolarmente quando non si vuole andare a dormire sulla piazza del Popolo, o al Foro Romano, essi scrissero a Pastrini proprietario dell’albergo di Londra sulla Piazza di Spagna per pregarlo di serbar loro un comodo appartamento. Pastrini rispose che non aveva più che due camere e un gabinetto al secondo piano, che loro offriva mediante la modica retribuzione di un luigi al giorno. I due giovani accettarono; quindi Alberto volendo mettere a profitto il tempo che gli rimaneva, partì per Napoli. Franz rimase a Firenze. Dopo aver goduto qualche tempo dei piaceri che procura la Città dei Medici, dopo aver lungamente passeggiato in quell’Eden che viene chiamato le cascine, dopo essere stato ricevuto da quegli ospiti magnifici che si chiamano Corsini, Montfort, Poniatowski, gli prese fantasia, essendo già stato a visitare la Corsica, culla di Bonaparte, di andare a vedere l’isola d’Elba, questo luogo della gran fermata di Napoleone. Una sera dunque staccò una barchetta dall’anello di ferro che la fermava al porto di Livorno, vi si sdraiò in fondo, avvolto nel suo mantello, dicendo ai marinari queste sole parole: — All’isola d’Elba!

La barca lasciò il porto, come un uccello lascia il nido, e la dimane Franz era a Portoferraio: ei traversò l’isola imperiale seguendo tutte quelle tracce che vi hanno lasciato i passi del gigante, e andò ad imbarcarsi a Marciana. Due ore dopo aver lasciata la terra la riguadagnò di nuovo per isbarcare alla Pianosa, ove veniva assicurato che avrebbe trovata una quantità di pernici rosse. La caccia fu cattiva; Franz ammazzò a gran stento poche pernici magre, e, come fanno tutti i cacciatori che si sono stancati senza alcun pro, risalì nella barca di assai cattivo umore.

— Se V. E. volesse, gli disse il padrone della barca, potrebbe fare una bella caccia. — E dove? — Vedete voi quell’isola? continuò il marinaro stendendo il dito verso mezzogiorno, indicando una massa conica che usciva dal mezzo del mare tinta di un bellissimo color d’indaco.

— Ebbene! che cosa è quell’isola? domandò Franz.

— È l’isola di Monte-Cristo, rispose il Livornese.

— Ma io non ho licenza di andare a caccia in quell’isola.

— V. E. non ne ha bisogno; l’isola è deserta. — Oh! per bacco! un’isola deserta in mezzo al Mediterraneo, è una cosa curiosa. — È naturale, eccellenza. Questa isola è un ammasso di scogli, e in tutta la sua estensione non vi è forse un palmo di terreno coltivabile.

— E a chi appartiene? — Alla Toscana. — E qual selvaggiume vi si trova? — Migliaia di capre selvagge. — Che vivono leccando delle pietre? disse Franz con un sorriso d’incredulità. — No, ma sfrondando le macchie, i mirti, e gli altri pruni che nascono tra i massi. — Ma dove dormirò io?

— O a terra, o nelle grotte, o a bordo avvolto nel vostro mantello. D’altra parte se V. E. lo desidera, potremo partir subito dopo la caccia; ella sa che noi navighiamo tanto di giorno quanto di notte, e che quando non lavorano le vele, lavoriamo coi remi.

Rimanendogli ancora del tempo prima di raggiungere il compagno, e non avendo più inquietudini per l’alloggio in Roma, Franz accettò la proposizione di ricompensarsi della sua prima caccia. Alla risposta affermativa, i marinari si cambiarono alcune parole a voce bassa. — Ebbene! che abbiamo di nuovo? domandò egli; sarebbe sopraggiunta qualche difficoltà?

— No, rispose il padrone; ma dobbiamo prevenire V. E. che l’isola di Monte-Cristo è in contumacia. — E che significa questo? — Vuol dire che siccome Monte-Cristo è inabitato, e qualche volta serve di fermata a contrabbandieri, e pirati che vengono dalla Sardegna, dalla Corsica, dall’Affrica, se un qualche segno denunzia il nostro soggiorno nell’isola, saremo costretti, al nostro ritorno in Livorno, di fare una quarantena di sei giorni.

— Diavolo! ecco, ciò cambia specie; sei giorni! sarebbe troppo. — Ma chi dirà che V. E. è stato a Monte-Cristo?

— Oh! questo non importa. — Oh! ma non sarò io certamente, gridò Gaetano. — E neppur noi, dissero i marinari.

— In questo caso, andiamo a Monte-Cristo.

Il padrone comandò la manovra; si volse capo sull’isola, e la barca cominciò ad essere diretta a quella parte. Franz lasciò compiere l’operazione, e quando fu preso il nuovo cammino, quando la vela fu gonfiata dalla brezza, e i quattro marinari ebbero preso il loro posto, tre davanti, ed uno al timone, riannodò la conversazione.

— Mio caro Gaetano, disse al padrone, voi mi diceste, credo, l’isola di Monte-Cristo servire di rifugio a contrabbandieri, e a pirati, e ciò mi pare bene altro selvaggiume che le capre selvatiche.

— Sì, eccellenza, e questa è la verità.

— Conosceva bene esservi dei contrabbandieri, ma credeva che dopo la presa di Algeri, e la distruzione della reggenza, i pirati non esistessero più che nei romanzi di Cooper e del capitano Marryat.

— Ebbene V. E. si sbaglia; accade dei pirati come degli assassini, che quantunque sieno creduti esterminati, pure aggrediscono tutti i giorni i viaggiatori fin sotto le porte delle città, siccome accadde presso Velletri, saranno appena sei mesi. Se V. E. abitasse Livorno, come facciam noi, sentirebbe dire di tempo in tempo che un piccolo bastimento carico di mercanzie, o che un bel _yacht_ inglese che era aspettato a Bastia, a Portoferraio, o a Civita-vecchia, non è più arrivato, e non si sa che ne sia avvenuto, e che senza dubbio si sarà rotto contro qualche scoglio. Ora, lo scoglio che ha incontrato è una barca bassa e stretta, montata da sei, od otto uomini che lo hanno sorpreso, e saccheggiato in una notte oscura e tempestosa, nei dintorni di un qualche isolotto selvaggio ed inabitato, non diversamente dagli assassini che arrestano e spogliano una carrozza di posta all’angolo di un bosco.

— Ma finalmente, riprese Franz sempre steso nella barca, e perchè quelli ai quali accadono simili disgrazie non fanno le loro denunzie? perchè non richiamano essi su questi pirati la vendetta del governo francese, sardo, o toscano?

— Perchè? disse ridendo Gaetano. — Sì perchè?

— Perchè prima si trasporta dal bastimento o dal _yacht_ sulla barca, tutto ciò che vi è di meglio da prendersi; quindi si legano mani e piedi a tutto l’equipaggio, e si attacca al collo di ciascuno una palla da 24, poi si fa un bel foro, come quello di un barile, nella chiglia del bastimento catturato, si risale sul ponte, si chiude il boccaporto, e si passa sulla barca. In capo a dieci minuti il bastimento comincia a lamentarsi, e gemere. Un poco alla volta affonda. Dapprima cala una delle sue parti, poi cala l’altra, poi la rialza, quindi s’immerge di nuovo affondandosi sempre più. D’improvviso scoppia un rumore simile a quello di una cannonata: è l’acqua che infrange il ponte. Allora il bastimento si agita, come si dibatte chi sta per annegarsi, divenendo sempre più pesante. Ben presto l’acqua troppo compressa nelle cavità si slancia da tutte le aperture, simile alle colonne liquide che gettano dalle narici le gigantesche balene. Finalmente manda un ultimo strepito, fa un giro su sè stesso, ed affonda scavando nell’abisso una vasta tromba che per un momento si aggira, si ricolma a poco a poco, e finisce per cancellarsi del tutto, tanto bene che in capo a cinque minuti non v’è che l’occhio di Dio che possa andare a discernere nel fondo del mare il bastimento disparso. Comprenderete ora in qual modo il bastimento non ritorna in porto, e perchè l’equipaggio non fa le sue querele?

Se Gaetano avesse raccontata la cosa prima di proporre la spedizione, è probabile che Franz vi avrebbe pensato due volte prima d’imprenderla; ma la barca vogava nella direzione dell’isola, e gli sembrò che sarebbe stata una viltà ritornare addietro. Franz era uno di quegli uomini che non corrono mai incontro al pericolo, ma che se il pericolo viene innanzi a loro, conservano una prontezza d’animo inalterabile per combatterlo: era uno di quegli uomini di volontà pacifica che guardano un pericolo della vita come un avversario in un duello, che ne calcolano i movimenti, che ne studiano la forza, che rinculano spesso per prender fiato, e per non comparir vili, finalmente che, conoscendo con un solo sguardo tutti i loro vantaggi, ammazzano con un sol colpo.

— Bah! riprese egli, io ho traversata la Sicilia, e la Calabria, ho navigato due mesi nell’Arcipelago, e non ho giammai veduto l’ombra di un bandito o di un pirata.

— Non ho detto ciò a V. E., disse Gaetano, per farle rinunciare al suo disegno; ella mi ha interrogato, ed io le ho risposto.

— Sì, mio caro Gaetano la vostra conversazione è attraente; e siccome voglio goderne il più lungamente possibile, così andiamo a Monte-Cristo. — Frattanto si accostavano rapidamente al termine del loro viaggio, il vento era favorevole, e la barca faceva sei miglia l’ora. A seconda che si accostavano, l’isola sembrava sorgere gigantesca dal seno del mare, e traverso l’atmosfera limpida degli ultimi raggi del giorno, si distinguevano, come le palle ammonticchiate in un arsenale, gli scogli messi a piramide l’un sopra l’altro, e negli interstizi dei quali si vedevano rosseggiare le macchie, e verdeggiare gli alberi. In quanto ai marinari, quantunque sembrassero perfettamente tranquilli, era però evidente che la loro vigilanza stava all’erta, e che i loro sguardi investigavano il vasto specchio su cui scorrevano, e l’orizzonte del quale era soltanto popolato da qualche barca pescareccia le cui vele bianche si libravano, come allodole, sulla cima dei flutti. Essi ormai erano distanti soltanto una quindicina di miglia da Monte-Cristo quando il sole declinava dietro la Corsica, di cui le montagne comparivano a destra delineando sul cielo il loro irregolare profilo, e mostrando ancora illuminata l’estremità di quella massa di pietre, che pari al gigante Adamastor, s’innalzavano davanti la barca. Poco per volta l’ombra salì dal mare, e sembrò scacciare dinanzi a sè gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il raggio luminoso fu spinto fino alla cima del cono, ove si fermò un momento, come il pennacchio infiammato di un vulcano; finalmente l’ombra sempre crescente invase progressivamente la sommità come aveva invaso la base, e l’isola non apparve più che una montagna grigia che andava sempre più oscurandosi: mezz’ora dopo era notte perfetta.

Fortunatamente che i marinari erano nei loro abitual paraggi, e che conoscevano fin l’ultimo degli scogli dell’arcipelago toscano; poichè in mezzo all’oscurità profonda nella quale era involta la barca, Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine. La Corsica era intieramente disparsa, e l’isola di Monte-Cristo era anch’essa divenuta invisibile; ma i marinari sembravano avere a guisa di lince la facoltà di veder fra le tenebre, e il pilota che regolava il timone non mostrava il più piccolo dubbio. Era passata circa un’ora dopo il tramonto del sole quando Franz credè scorgere ad un quarto di miglio a sinistra una massa nera, ma era tanto impossibile di distinguere ciò che fosse, che temendo di promuovere la giovialità dei marinari equivocando una nube con la terra ferma, si rimase zitto. D’improvviso apparve una gran luce; la terra poteva bene assomigliarsi ad una nube, ma quel fuoco non poteva credersi una meteora.

— Che cosa è quella luce? domandò Franz.

— Zitto! disse Gaetano, è un fuoco.