Il Conte di Monte-Cristo

Part 25

Chapter 253,502 wordsPublic domain

«Il vecchio morì, come vi dissi, se fosse vissuto, Mercedès forse non diveniva mai la moglie di un altro, perchè il buon vecchio sarebbe sempre rimasto là a rimproverarle ognora la sua infedeltà. Fernando lo capì e non ritornò che quando seppe la morte del vecchio. Questa volta era tenente. Nel primo viaggio non aveva detto una parola d’amore a Mercedès; nel secondo le ricordò che l’amava sempre. Mercedès domandò sei mesi ancora per aspettare e piangere Edmondo».

— Gran cosa! disse l’abate con un sorriso amaro, non erano che diciotto mesi in tutto. Che può domandare di più l’amante più adorato? poi mormorò queste parole del poeta inglese. — _Frailty, thy name is woman!_ = _Fragilità, sei femmina!_ — Sei mesi dopo, riprese Caderousse si effettuò il matrimonio nella chiesa degli _Accoules_.

— Era la medesima chiesa ove doveva sposare Edmondo, mormorò l’abate; il marito solo era cambiato, ecco tutto.

— Mercedès adunque si maritò, continuò Caderousse; e quantunque agli occhi di tutti sembrasse tranquilla, ella però svenne passando davanti la _Réserve_, ove diciotto mesi prima erano stati celebrati gli sponsali con colui che avrebbe veduto di amare tuttora, se avesse osato di guardare nel fondo del cuore. Fernando più felice, ma non più tranquillo, poichè io l’ho allora veduto, e temeva sempre il ritorno di Edmondo, Fernando si occupò subito di spatriare con sua moglie e di esiliarsi insiem con lei; vi erano troppi pericoli a temere, e nello stesso tempo troppi ricordi da combattere restando ai Catalani. Otto giorni dopo le nozze partirono.

— Rivedeste più Mercedès? domandò l’abate.

— Sì, nel momento della guerra di Spagna a Perpignano, ove Fernando l’aveva lasciata; ella si occupava dell’educazione di suo figlio.

L’abate rabbrividì. — Di suo figlio? diss’egli.

— Sì, rispose Caderousse, del piccolo Alberto.

— Ma per istruire questo figlio, continuò l’abate, avrà ricevuto anch’essa un’educazione? Mi sembra di avere inteso dire da Edmondo che era figlia di un semplice pescatore, bella, ma non istruita.

— Oh! disse Caderousse, conosceva egli dunque così male la propria fidanzata? Mercedès avrebbe potuto divenir regina, se la corona dovesse posare soltanto sulle teste più belle, e più intelligenti. La sua fortuna ingrandiva da sè, ed ella diveniva grande con la sua fortuna. Ella imparava il disegno, la musica; tutto. D’altra parte io credo, sia detto fra noi, che non facesse tuttociò che per distrarsi, per dimenticare, e che non mettesse tante cose in testa che per combattere quelle che avea in cuore. Ma ora che tutto deve dirsi, continuò Caderousse; la fortuna, e gli onori l’hanno senza dubbio consolata. Ella è ricca, è contessa, e ciò non pertanto... — Caderousse si fermò.

— Ciò non pertanto, che? domandò l’abate.

— Ciò non pertanto son sicuro che non è felice.

— E che cosa ve lo fa credere?

— Ebbene; quando io stesso mi sono ritrovato troppo disgraziato, ho pensato che i miei antichi amici mi avrebbero aiutato in qualche cosa. Mi sono presentato a Danglars, che non mi ha voluto neppure ricevere. Sono stato da Fernando, e mi ha fatto passare cento franchi per le mani del cameriere.

— Così non li vedeste, nè l’uno nè l’altro.

— No, ma videmi bene la signora de Morcerf.

— E come? — Quando sono uscito, una borsa cadde ai miei piedi; essa conteneva 25 luigi. Alzai la testa e vidi Mercedès che chiudeva il balcone. — E de Villefort? domandò l’abate.

— Oh! egli non era mio amico, non lo conoscevo, non avevo nulla a domandargli. — Ma non sapete ciò che sia accaduto di lui, e qual parte abbia preso alla disgrazia di Edmondo? — No; so soltanto che qualche tempo dopo averlo fatto arrestare, sposò madamigella di S. Méran, e ben presto lasciò Marsiglia. Senza dubbio la fortuna gli avrà sorriso come agli altri, senza dubbio egli sarà ricco come Danglars, considerato come Fernando; io solo, lo vedete, io solo sono rimasto povero, miserabile, e dimenticato da tutti.

— V’ingannate, amico mio, disse l’abate: qualche volta può sembrare che Dio dimentichi qualcuno; ma viene il giorno della giustizia, viene il giorno in cui si ricorda, ed eccovene una prova. — A queste parole l’abate cavò il diamante dalla saccoccia, e presentandolo a Caderousse: — Prendete, gli disse, prendete questo diamante, poichè è vostro.

— Come? a me solo? gridò Caderousse; ah! signore, non vi burlate di me?

— Questo diamante doveva essere diviso fra gli amici di Edmondo: Edmondo non aveva che un solo amico, la divisione diventa dunque inutile. Prendete questo diamante, e vendetelo; vale 50mila fr., ve lo ripeto, e spero che questa somma basterà per togliervi dalla miseria.

— Oh! signore, disse Caderousse avanzando timidamente una mano, mentre con l’altra si asciugava il sudore che gli stillava dalla fronte; oh! non vi fate uno scherzo della felicità, o della disperazione di un uomo!

— Io so ciò che è la felicità, e ciò che è la disperazione, e non mi prenderei mai giuoco di questi sentimenti, rispose l’abate. Prendete adunque, ma in cambio...

Caderousse, che già toccava il diamante, ritirò la mano.

L’abate sorrise. — In cambio, continuò egli, regalatemi quella borsa di seta rossa che il sig. Morrel avea lasciata sul caminetto del vecchio Dantès, e che mi avete detto essere ancora nelle vostre mani. — Caderousse sempre maravigliato, aprì un grand’armadio di quercia, e dette all’abate una lunga borsa di seta di un rosso scolorato, e intorno alla quale scorrevano due anelli, stati in altro tempo dorati. L’abate la prese, ed in sua vece dette il diamante a Caderousse. — Oh! voi siete un uomo di Dio, gridò Caderousse; perchè in verità nessuno sapeva che Edmondo vi avesse dato questo diamante, ed avreste potuto conservarlo per voi.

— Bene, disse l’abate a sè stesso, tu l’avresti fatto, a ciò che sembra. Indi si alzò, prese il cappello, ed i guanti.

— Soprattutto, quanto mi avete detto è del tutto vero, posso credervi su tutti i punti? — Vi giuro sul mio onore, e per quanto vi è di più sacro che non vi ho detto una parola che non sia vera. — Basta così, disse l’abate convinto, sta bene; che questo danaro possa esservi di profitto. Addio, io ritorno lontano dagli uomini che fanno tanto male ai loro simili.

E l’abate, liberandosi a gran fatica dall’entusiastiche dimostrazioni di Caderousse, levò da sè stesso la sbarra della porta, uscì, risalì a cavallo, salutò un’ultima volta l’albergatore che si confondeva in addii clamorosi, e partì, seguendo la stessa direzione che aveva tenuta nel venire.

Quando Caderousse si volse, vide dietro a sè la Carconta più pallida, e più tremante che mai: — Ed è ben vero ciò che ho inteso? diss’ella. — Che cosa? che egli ci ha dato il diamante per noi soli? disse Caderousse quasi pazzo dalla gioia. — Sì. — Non vi è nulla di più vero, poichè eccolo qua. — La donna lo guardò un momento, poi riprese con voce rauca: — E se fosse falso?

Caderousse impallidì, e traballò: — Falso, mormorò egli, falso... e perchè quest’uomo avrebbe dovuto regalarmi un diamante falso? — Per avere il tuo segreto senza pagarlo.

Caderousse rimase un momento stordito sotto il peso di questa supposizione.

— Oh! diss’egli, dopo breve silenzio, e prendendo il cappello che mise sul fazzoletto che teneva annodato intorno alla testa, lo sapremo ben presto. — Ed in qual modo? — Oggi è la fiera a Beaucaire; vi sono dei gioiellieri di Parigi; vado a farlo vedere. Tu guarda la casa; fra due ore sarò di ritorno.

E Caderousse si slanciò fuori di casa prendendo a tutta corsa la strada opposta a quella tenuta dallo sconosciuto.

— 50 mila franchi! mormorò la Carconta rimasta sola; è danaro... ma non è una fortuna.

XXVIII. — I REGISTRI DELLE PRIGIONI.

La dimane del giorno in cui accadde la scena che abbiam descritta, un uomo di 30 a 32 anni vestito con un soprabito blu, coi pantaloni di nankin, e il giubbetto bianco, avendo ad un tempo l’andamento e l’accento britannico, si presentò al Sindaco di Marsiglia. — Signore, gli disse, io sono il primo commesso della Casa Thomson e French di Roma; noi siamo da dieci anni in relazione colla casa Morrel e Figlio di Marsiglia, abbiamo speso circa cento mila franchi in questa relazione, e non siamo senza inquietudini, attesochè ci vien fatto credere che questa casa minacci rovina: vengo dunque espressamente da Roma per domandarvi le informazioni di questa casa.

— Signore, rispose il Sindaco, io so effettivamente che da quattro a cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il sig. Morrel: egli ha successivamente perduto quattro o cinque bastimenti, sofferti tre o quattro fallimenti; ma non mi appartiene quantunque io stesso sia suo creditore per una dozzina di migliaia di franchi, di dare informazioni sul suo stato, e sulla sua fortuna. Domandatemi come Sindaco ciò che penso del sig. Morrel, ed io vi risponderò che egli è un uomo rigorosamente probo, e che sino al presente ha sempre adempito i suoi impegni con la più perfetta esattezza. Ecco tutto ciò che posso dirvi, se volete saperne di più, indirizzatevi al signor de Boville, ispettore delle prigioni, strada di Nouailles N. 15; credo che egli abbia 200 mila franchi posti sulla casa Morrel, e se vi è realmente qualche cosa a temersi lo ritroverete molto più informato di me, atteso che la sua somma è molto più considerevole della mia.

L’inglese parve apprezzare questa grande delicatezza, salutò, uscì, e s’incamminò con quel passo proprio dei figli della Gran Brettagna verso la strada indicata. Il signor de Boville era nel suo gabinetto. L’inglese vedendolo, fece un movimento di sorpresa che sembrava indicare non esser quella la prima volta ch’egli si ritrovava al cospetto di colui al quale faceva una visita. In quanto a de Boville, la sua disperazione lasciava facilmente scorgere, che tutte le facoltà dello spirito, assorte nel pensiero che l’occupava in quel momento, non lasciavano nè alla sua memoria, nè alla sua immaginazione il piacere di divagarsi nel passato. L’inglese, colla flemma propria della sua nazione, gli presentò la questione, circa nei medesimi termini che aveva usati col Sindaco di Marsiglia.

— Oh! signore, gridò de Boville, i vostri timori disgraziatamente non possono essere più fondati, e voi avete innanzi agli occhi un uomo disperato. Avevo posto 200 mila fr. sulla casa Morrel: essi erano la dote di mia figlia che contava maritare fra 15 giorni; dovevano essere rimborsati centomila il 15 di questo mese, e centomila il 15 del venturo. Aveva dato avviso a Morrel del desiderio di essere rimborsato esattamente, ed ecco, non è mezz’ora, è venuto da me Morrel per dirmi, che se il suo bastimento il _Faraone_ non rientrava in porto prima del 15, egli si trovava nell’impossibilità di fare il pagamento.

— Ma questa, disse l’inglese, è una specie di dilazione.

— Dite piuttosto, o signore, che questo rassomiglia ad un fallimento! gridò de Boville disperato. — L’inglese parve riflettere un momento, poi disse: — Per tal modo questo credito v’inspira dei timori? — Vale a dire, lo riguardo come perduto. — E bene! io lo compro.

— Voi? — Sì, io. — Ma con un enorme ribasso, senza dubbio?

— No, mediante 200 mila fr.; la nostra casa, soggiunse l’inglese ridendo, non fa simili affari. — E voi pagate?...

— Danaro contante. — E l’inglese cavò di saccoccia un involto di biglietti di banca che potevano formare il doppio della somma che il sig. de Boville temeva di perdere.

Un lampo di gioia passò sul viso di de Boville; ciò nonostante fece uno sforzo per contenersi.

— Signore, debbo prevenirvi, che secondo tutte le probabilità, voi non ricaverete il sei per cento di questa somma.

— Ciò non mi riguarda, rispose l’inglese; riguarda la casa Thomson e French, in nome della quale io opero. Forse ella può avere qualche interesse a sollecitare la rovina di una casa rivale. Ma ciò che io so, si è che sono pronto a contarvi questa somma, contro la gira che mi farete dietro le cambiali; soltanto chiederò un diritto di senseria.

— Come! signore; è giustissimo, gridò de Boville. La commissione è ordinariamente il mezzo per cento; volete voi il due? il cinque? ancor più, non avete che a parlare.

— Signore! soggiunse ridendo l’inglese, io sono come la mia casa, non faccio di questa specie di affari; no; la mia senseria è d’un’altra natura.

— Parlate adunque, vi ascolto. — Voi siete ispettore delle prigioni? — Da 14 anni e più. — Voi terrete registro di entrata ed uscita? — Senza dubbio. — A questi registri devono essere unite delle note relative ai prigionieri?

— Ciascun prigioniero ha la sua filza. — Ebbene! signore, io sono stato allevato in Roma da un tale che disparve d’improvviso. Seppi dipoi che egli era stato detenuto nel castello d’If, e vorrei avere qualche particolare sulla sua morte. — Come lo chiamavate? — Lo scienziato Faria.

— Oh! me ne ricordo perfettamente, esclamò de Boville, egli era pazzo. — Si diceva. — Oh! lo era certamente.

— È possibile! e quale era il suo genere di pazzia? — Pretendeva di sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed offriva delle somme considerevoli al governo se avesse voluto metterlo in libertà. — Povero diavolo! ed è morto?

— Sì, sono cinque, o sei mesi al più, in febbraio scorso.

— Voi avete una felice memoria, per ricordarvi così le date.

— Io mi ricordo questa, perchè la morte del povero diavolo fu accompagnata da un singolare accidente.

— Si potrebbe conoscere questo accidente? domandò l’inglese con una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe maravigliato di ritrovare sul suo viso flemmatico.

— Oh! senza difficoltà: la prigione di Faria era lontana da 45 a 50 piedi circa da quella di un certo bonapartista, uno di quelli che avevano più di tutti contribuito al ritorno dell’usurpatore nel 1815, uomo molto risoluto, e molto pericoloso.

— Veramente! disse l’inglese.

— Sì, rispose de Boville, ho avuto occasione di vedere quest’uomo nel 1816 o 1817, non si discendeva nel suo carcere senza essere scortati da un picchetto di soldati; quest’uomo mi ha fatto una profonda impressione, e non dimenticherò mai il suo viso.

L’inglese fece un impercettibile sorriso.

— Voi dicevate adunque che le due carceri...

— Erano separate da una distanza di 50 piedi, continuò de Boville; ma sembra che questo Edmondo Dantès...

— Quest’uomo pericoloso si chiamava...?

— Edmondo Dantès, sì signore; sembra che questo Edmondo Dantès si fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti, fatto si è che fu ritrovato un corridore sotterraneo per mezzo del quale i due prigionieri comunicavano insieme.

— Questo corridore sarà stato fatto senza dubbio collo scopo di una evasione. — Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu colpito da una catalessia, e morì.

— Capisco che ciò dovette sospendere il disegno di evasione.

— Pel morto, sì, rispose de Boville, ma non pel vivo; questo Dantès al contrario vi ritrovò un mezzo per sollecitare la sua fuga; egli senza dubbio pensava che i morti del castello d’If fossero seppelliti in un ordinario cimitero; trasportò il defunto nella sua camera, prese posto nel sacco entro cui era stato cucito, ed aspettò il momento che lo avrebbero seppellito.

— Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio, riprese l’inglese.

— Oh! vi ho detto che costui era un uomo molto pericoloso; fortunatamente però che egli stesso ha liberato il governo dai timori che aveva su questo soggetto.

— Ed in qual modo? — Come! non lo immaginate?

— No. — Il castello d’If non ha cimitero; ed i morti si gettano semplicemente in mare dopo avere attaccata ai loro piedi una palla da 36. — Ebbene? disse l’inglese come se avesse difficoltà a capire. — Ebbene! gli fu attaccata una palla da 36 ai piedi, e fu gettato in mare. — Davvero! gridò l’inglese. — Sì signore, continuò l’ispettore. Capirete quale sarà stata la meraviglia del fuggitivo allorchè si sentì precipitare dall’alto al basso del castello. Avrei voluto vedere la sua figura in quel momento. — Sarebbe stato difficile. — Non importa, disse Boville, che la certezza di rimborsare i suoi 200 mila fr. metteva di buon umore; me la figuro. — E dette uno scoppio di risa. — Ed io pure, disse l’inglese: e si mise a ridere anche egli, ma come fanno gl’Inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. — In tal modo, continuò l’inglese, in tal modo il fuggitivo fu annegato?

— Bello, e bene. — Di maniera che il governatore del castello fu liberato ad un tempo da un furioso, e da un pazzo. — Precisamente. — Ma sarà stato compilato una specie di atto su questo avvenimento? domandò l’inglese.

— Sì, sì, l’atto mortuario. Voi capirete bene, i parenti di questo Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interessamento per assicurarsi se è vivo, o morto.

— Di modo che, essi possono essere tranquilli se hanno ereditato da lui. Egli è morto, e morto davvero.

— Oh! mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogni qual volta lo vorranno. — Così sia, disse l’inglese. Ma ritorniamo ai registri. — È vero. Questa storia ci aveva divagati; perdono. — Perdono di che? della storia? al contrario; essa mi è sembrata molto curiosa. — E lo è di fatto. Così voi desideravate vedere tutto ciò che è relativo al vostro povero precettore, che era la stessa dolcezza? — Ciò mi farà un vero piacere. — Passiamo nel mio gabinetto, e vi mostrerò le relative carte.

Ed entrambi passarono nel gabinetto di studio del sig. de Boville.

Tutto era effettivamente nell’ordine più perfetto: ciascun registro era al suo numero, ciascuna filza nella sua casella.

L’ispettore fe’ sedere l’inglese in una poltrona, e depose davanti a lui il registro, e le filze relative al castello d’If, dandogli tutto il comodo di sfogliarle, nel mentre che, egli stesso seduto in un angolo mettevasi a leggere un giornale.

L’inglese trovò finalmente la filza relativa al suo istruttore Faria, ma sembrò che la storia raccontatagli da de Boville avesse in lui destato grande interessamento; chè dopo aver preso conoscenza di queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che ritrovò quella che riguardava Edmondo Dantès. Là ritrovò ogni cosa al suo posto, denunzia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort. Egli piegò chetamente la denunzia, e se la pose in saccoccia, lesse l’interrogatorio, e vide che non era stato segnato il nome di Noirtier, percorse la domanda in data del 10 aprile 1815, nella quale Morrel, dietro il consiglio del sostituto, esagerava con eccellente intenzione (poichè allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva resi alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva incontrastabili. Allora capì tutto. Questa domanda a Napoleone trattenuta da Villefort, era diventata sotto la seconda restaurazione un’arma terribile nelle mani del procuratore del Re. Egli non si maravigliò dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in nota al suo nome quanto segue:

| Bonapartista arrabbiato; | ha preso parte attiva | al ritorno dall’Isola Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi | nella più gran segreta | e sotto la più stretta | sorveglianza.

Al disotto di queste linee stava scritto di altro carattere.

«Vista la nota qui sopra, _nulla a farsi_.» Soltanto paragonando il carattere del registro con quello del certificato posto ai piedi della domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota del registro era dello stesso carattere del certificato, cioè scritta dalla mano di Villefort.

In quanto alla nota che l’accompagnava, l’inglese capì che doveva essere stata scritta da qualche ispettore che avea preso interessamento momentaneamente alla situazione di Dantès, ma che i recapiti citati avevano messo nell’impossibilità di darvi corso.

Come si disse l’ispettore, per discrezione, e per non incomodare nelle sue ricerche l’allievo di Faria, si era allontanato, e leggeva _le Drapeau blanc_. Egli adunque non vide l’inglese piegare e mettersi in saccoccia la denunzia scritta da Danglars sotto il pergolato della _Réserve_, e che portava il bollo della posta di Marsiglia, 28 febbraio. Ma bisogna dirlo, se lo avesse veduto, annetteva sì poca importanza a questa carta, e tanta ai suoi 200 mila franchi per opporsi a ciò che faceva l’inglese, per quanto fosse irregolare.

— Grazie, disse questi chiudendo con romore il registro. Ho veduto quanto mi abbisognava: ora sta a me a mantenere la mia promessa: fatemi una semplice girata del vostro credilo; confessate in essa di avere ricevuto il contante, ed io vi pago subito questa somma. — Cedè il posto al sig. de Boville, che vi si assise senza complimenti, e si affrettò di fare la chiesta _girata_, nel mentre che l’inglese contava i biglietti di banca all’angolo della tavola.

XXIX. — LA CASA MORREL.

Colui che avesse lasciato Marsiglia qualche anno prima, conoscendo l’interno della casa di Morrel, e che vi fosse rientrato all’epoca in cui siamo arrivati, vi avrebbe scorto un grandissimo cambiamento. Invece di quell’aura di vita, di comodo e di felicità, che per così dire esala da una casa che sia in corso di prospera fortuna: invece di quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le portiere delle finestre, di quei commessi affaccendati che attraversano i corridori con una penna cacciata dietro l’orecchio, invece di quel cortile ingombro di balle, rimbombante di grida e di risa dei facchini, avrebbe trovato fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di morte in questi corridori deserti e in questo vuoto cortile. Dei tanti impiegati che in altri tempi popolavano gli scrittoi, appena due ne rimanevano; uno era Emmanuele Raymond, giovine di 23 anni, l’innamorato della figlia di Morrel, ed era tuttavia rimasto nel banco, quantunque i suoi parenti avessero fatto di tutto per togliervelo; l’altro era un vecchio cassiere, losco, chiamato Coclite, soprannome che eragli stato dato dai giovani che in altro tempo popolavano questo alveare fragoroso, in oggi quasi disabitato, e che aveva così bene e così perfettamente sostituito il suo vero nome, che secondo ogni probabilità, non si sarebbe neppur voltato, se oggi non lo avessero chiamato con questo soprannome.