Part 22
Si orizzontò allora. Questa seconda grotta doveva naturalmente internarsi verso il centro dell’isola. Esaminò gli strati delle pietre, e andò a battere sur una delle pareti che gli parve quella ove doveva essere l’apertura, nascosta senza dubbio per maggior cautela. Con la zappa ripercosse le pareti ad intervalli, tramandando la roccia un rumore sì sordo e debole che faceva scorrere il sudore sulla fronte di Dantès. Finalmente sembrò al perseverante minatore che una parte del muro di granito risuonasse, e rispondesse con un eco più sordo e più profondo all’appello che gli veniva fatto. Avvicinò lo sguardo ardente al muro, e ritrovò, col tatto da prigioniero, ciò che niun altro avrebbe forse riconosciuto: cioè che là doveva essere un’apertura. Però, onde non fare un lavoro inutile, Dantès, che, a guisa di Cesare Borgia, aveva studiato il valore del tempo, esplorò le altre pareti colla zappa, percosse il suolo col calcio del fucile, smosse la sabbia nei luoghi sospetti, e non avendo ritrovato nè riconosciuto nulla, ritornò alla parte di muro che rendeva quel suono consolatore. Egli la percosse di nuovo e con maggior forza.
Allora vide una cosa singolare; sotto i colpi dell’istrumento, una specie d’intonaco come quello che si applica sui muri per dipingervi a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo una pietra biancastra e granellosa, come quelle da taglio. L’apertura della roccia era stata chiusa con pietre di altra natura, quindi vi avevano steso l’intonaco, era stata imitata la tinta e la cristallizzazione del granito. Dantès percosse allora colla parte tagliente della zappa, questa penetrò per un pollice nella porta a muro.
Era là che bisognava lavorare.
Per uno strano mistero dell’umana organizzazione, più si avveravano, e si accumulavano le prove che Faria non doveva essersi ingannato, e più il cuore di Dantès indebolito e stanco si lasciava andare in preda al dubbio, e quasi allo scoramento. Questa nuova esperienza, che avrebbe dovuto infondergli forza novella, gli tolse al contrario quella che rimanevagli; la zappa discendendo sfuggivagli quasi dalle mani, la depose al suolo, si asciugò la fronte, e risalì la scala, sul pretesto di vedere se qualcuno lo spiava, ma in realtà perchè aveva bisogno d’aria, perchè si sentiva sul punto di svenire.
L’isola era deserta, e il sole nel suo zenit sembrava coprirla col suo occhio di fuoco; in lontano alcune piccole barche pescherecce spiegavano le vele su di un mare azzurro come il zaffiro.
Dantès non aveva ancora mangiato nulla: ma in questo momento era ben lontano dall’aver voglia di mangiare; trangugiò un po’ di rum, e rientrò nella grotta col cuore serrato. La zappa che gli era sembrata così pesante era ridivenuta leggiera; egli la sollevò come avrebbe fatto di una piuma, e si mise vigorosamente al lavoro. Dopo qualche colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, ma soltanto le une poste sulle altre, e ricoperte da quell’intonaco di cui abbiamo parlato; introdusse in una fessura la punta dell’istrumento, gravitò col corpo sul manico, e vide con gioia la pietra girare, come su i cardini, e cadere ai suoi piedi.
Da quel momento Dantès non ebbe più che a tirare a sè col ferro della zappa ciascuna pietra, che a sua volta rotolò vicino alla prima.
Egli avrebbe potuto entrare fin dalla prima apertura, ma ritardando di qualche minuto aveva prolungato la certezza aggrappandosi alla speranza. Finalmente dopo una nuova esitazione di un minuto, Dantès passò dalla prima nella seconda grotta; questa era più bassa, più oscura, e di un aspetto più spaventoso della prima. L’aria, che non vi era penetrata che dall’apertura testè fatta, conservava quello odore mefitico, che Dantès si era meravigliato di non ritrovare nella prima: aspettò allora che l’aria esterna ravvivasse questa morta atmosfera, quindi entrò a sinistra dell’apertura. Eravi un angolo profondo e oscuro; ma, per l’occhio di Dantès non v’erano tenebre. Scandagliò la seconda grotta: era vuota come la prima. Il tesoro, se v’era, stava seppellito in quest’angolo oscuro.
L’ora dell’angoscia era giunta; due piedi di terra da scavarsi era tutto ciò che restava a Dantès fra il sommo della gioia e il sommo della disperazione. Egli si avanzò verso l’angolo, e, come preso da una momentanea risoluzione, si diè al lavoro. Al quinto o sesto colpo di zappa il ferro risuonò sopra un altro ferro. Giammai tocco funebre di campana a stormo produsse un simile effetto su colui che l’intese. Dantès non avrebbe ritrovato altra cosa che lo avesse potuto far diventar più pallido. Egli osservò ai lati del luogo da lui già esplorato, ritrovò lo stesso suono.
— È un baule di legno cerchiato di ferro, diss’egli.
Passò in quel punto un’ombra rapida intercettando la luce: Dantès lasciò cadere la zappa, afferrò il fucile, ripassò per l’apertura, e si slanciò all’aperto. Era una capra selvaggia che aveva saltato la prima entrata della grotta, e mangiava a qualche passo di distanza. Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma Dantès ebbe timore che lo sparo del fucile richiamasse qualcuno. Riflettè un momento, tagliò dei rami di un albero resinoso, e andò ad accenderli al fuoco ancor fumante, ove i contrabbandieri avevano cotto il pranzo, e ritornò con questa torcia: non voleva perdere alcuna particolarità di ciò che stava per vedere.
Avvicinò la torcia alla buca informe e non compita, e riconobbe che non si era ingannato; i colpi avevano alternativamente colpito sul ferro e sul legno. Piantò la torcia in terra, e si rimise all’opera. In un momento fu scavata una fossa di tre piedi di lunghezza e due di larghezza, e potè allora riconoscere un baule di legno di quercia con cerchi di ferro cesellato. Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra una placca d’argento che la terra non aveva potuto arrugginire, l’arme della famiglia Spada, cioè una spada messa di piatto sopra uno scudo ovale, come sono gli scudi italiani. Dantès la riconobbe facilmente, perchè Faria l’aveva più volte a lui disegnata. Da quel momento non vi era più dubbio, il tesoro v’era in effetti; non avrebbero prese tante cautele per rimettere in quel posto un baule vuoto.
In un momento tutti i lati del baule o forziere furono messi allo scoperto, ed ei vide poco alla volta, comparire la serratura nel mezzo, posta fra due cinte di ferro, e le maniglie alle pareti laterali; tutto era cesellato, come si usava in quell’epoca in cui l’arte rendeva preziosi anche i più vili metalli. Dantès prese il baule per le maniglie, e si provò a sollevarlo, era impossibile. Allora tentò di aprirlo: la serratura e le cinte lo tenevano ben chiuso: questi fedeli custodi sembravano non voler rendere il tesoro: Dantès introdusse la parte tagliente della zappa tra il fondo ed il coperchio, gravitò con tutto il corpo sul manico di quella, ed il coperchio, dopo aver prodotto un forte rumore, andò in pezzi. Una larga apertura dell’asse rendeva i ferramenti inutili, caddero anch’essi, stringendo tuttavia con le loro unghie tenaci gli avanzi del coperchio caduto con essi, ed il baule fu aperto. Una febbre vertiginosa s’impadronì di Dantès; egli prese il fucile, lo caricò, e se lo pose vicino. Dapprima chiuse gli occhi come fanno i fanciulli, per scorgere nella notte sfavillante della loro immaginazione più stelle che non possono contarsi in un cielo ancora illuminato, quindi li riaprì, e rimase abbagliato.
Tre divisioni compartivano il baule; nella prima brillavano dei fulgidi scudi d’oro dai gialli riflessi; nella seconda delle verghe d’oro non brunite, ma disposte in buon ordine, esse però non avevano dell’oro che il peso ed il valore; nella terza finalmente, piena a metà, Edmondo rimosse ed alzò a manate i diamanti, le perle e i rubini che qual cascata sfavillante facevano nel ricadere gli uni sugli altri il rumore della grandine sui vetri. Dopo aver toccato, palpato, immerso le mani tremanti nell’oro e nelle pietre, Edmondo si rialzò e si diè a correre attraverso la caverna colla fremente esaltazione di un uomo che sta per diventar pazzo. Saltò sopra una roccia da cui poteva scoprire il mare, e non vide nulla; egli era solo, solissimo con queste ricchezze incalcolabili, inaudite, favolose, che gli appartenevano. Ma sognava o era sveglio?
Aveva bisogno di rivedere il suo oro, e nello stesso tempo sentiva non aver la forza di sostenerne la vista; per un momento si compresse le mani sulla testa come per impedire che la ragione andasse via, poi si slanciò attraversò l’isola senza seguire, non dirò un sentiero, perchè nell’isola di Monte-Cristo non ve ne sono, ma tampoco una direzione stabilita; faceva fuggire le capre selvagge, e spaventava gli uccelli marini colle sue grida e col suo gesticolare. Indi, per un altro giro ritornò, dubitando ancora, e precipitandosi dalla prima grotta nella seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d’oro e di diamanti, cadde in ginocchio, comprimendosi con ambe le mani i moti convulsivi del cuore che balzava, e mormorando una preghiera intelligibile a Dio soltanto. Poco dopo si sentì più tranquillo, e pertanto più felice; poichè in quell’ora soltanto cominciava a credere alla sua felicità. Si mise a contare la sua fortuna; vi erano circa mille verghe d’oro che pesavano ciascuna da due a tre libbre; quindi ammonticchiò venticinque mila scudi d’oro che potevano avere il valore ciascuno di ottanta franchi, moneta di Francia, tutti coll’effigie di Papa Alessandro VI e dei suoi predecessori, e si accorse che il compartimento non era vuotato che a metà; finalmente misurò dieci volte la capacità delle sue due mani in perle, pietre, e diamanti, molti dei quali, legati dai migliori gioiellieri di quell’epoca, presentavano per questo un valore considerevole, oltre quello intrinseco. Dantès vide il giorno abbassarsi ed estinguersi a poco a poco. Temè di esser sorpreso se restava nella grotta, e ne uscì col fucile alla mano. Un po’ di biscotto e qualche goccia di vino furono la sua cena. Quindi rimise la pietra, vi si sdraiò sopra, e dormì appena qualche ora, coprendo col corpo l’ingresso della grotta. Questa notte fu una di quelle terribili ad un tempo e deliziose, come quest’uomo dalle grandi emozioni ne aveva già passate due o tre nella sua vita.
XXV. — LO SCONOSCIUTO.
Fecesi giorno: Dantès l’aspettava da lungo tempo ad occhi aperti. Ai primi albori si alzò; salì, come la sera, sulla roccia elevata dell’isola, per esplorarne i dintorni: ma tutto era deserto. Edmondo rimosse la pietra, discese, si riempì le saccocce di pietre preziose, rimise il meglio che potè l’asse ed i ferramenti al coperchio del baule, lo ricoprì di terra, vi gettò sopra della sabbia per rendere il luogo smosso di fresco come il resto del suolo, uscì dalla grotta, rimise la pietra, ammassò su questa dei sassi di differente grossezza, ne riempì gl’intervalli con della terra, vi piantò dei mirti e dell’eriche, innaffiò queste piante novelle, affinchè sembrassero vecchie, cancellò le impronte dei suoi passi ripetuti intorno a questo luogo, e attese con impazienza il ritorno dei compagni. Difatto or non si trattava più di passare il tempo a guardare quest’oro e questi diamanti, e di restare a Monte-Cristo come un drago a sorvegliare il tesoro: bisognava ritornare alla vita, fra gli uomini, e prendere nella società il rango, l’influenza ed il potere che in questo mondo danno le ricchezze, prima e più grande delle forze di cui possa disporre la creatura umana.
I contrabbandieri ritornarono il sesto giorno. Dantès riconobbe da lontano l’andamento ed il moto della _Giovane Amelia_; si trascinò fino al porto come il Filotete ferito, ed allorquando i compagni approdarono, annunciò loro, lagnandosi ancora, di avere ottenuto un sensibile miglioramento; indi a sua volta ascoltò il racconto degli avventurieri. Essi erano riusciti, è vero; ma appena avevano deposto il carico, erano stati avvertiti che un _brick_ di sorveglianza a Tolone, usciva dal porto e si dirigeva alla lor volta; allora erano fuggiti a tratto di freccia lagnandosi che Dantès, il quale sapeva dare una velocità maggiore al bastimento, non fosse stato là a dirigerlo. Infatto eransi avveduti ben presto del bastimento cacciatore che li inseguiva; ma coll’aiuto della notte, e passando la punta del capo Corso erano giunti a fuggire. In sostanza questo viaggio non era stato cattivo, e tutti, particolarmente Jacopo, erano dispiaciuti che Dantès non fosse stato con loro per ottenere la propria parte di utile da lor riportata, e che ammontava a 50 piastre.
Edmondo rimase impenetrabile, e non sorrise nemmeno alla enumerazione dei vantaggi di cui avrebbe potuto aver parte se avesse abbandonata l’isola; siccome la _Giovane Amelia_ non era venuta a Monte-Cristo che per prenderlo, s’imbarcò subito la stessa sera, e seguì il suo padrone a Livorno; dove appena giunto, andò da un ebreo e vendè per 25 mila franchi ciascuno quattro dei suoi più piccoli diamanti. L’ebreo avrebbe potuto informarsi come un pescatore trovavasi possessore di simili oggetti, ma se ne guardò bene, perchè vi guadagnava mille franchi sopra ciascuno. La dimane Dantès comprò una barca nuova che regalò a Jacopo, aggiungendo a questo dono cento piastre per provvedersi dell’equipaggio; e ciò a condizione che Jacopo andrebbe a Marsiglia a chieder notizie di un vecchio chiamato Luigi Dantès, che abitava nei viali di Meillan, e di una giovinetta dimorante nel villaggio dei Catalani, che si chiamava Mercedès.
Jacopo credè di sognare. Ma Edmondo gli raccontò che erasi fatto marinaro per una bizzarria, e perchè la sua famiglia non gli voleva passare il danaro necessario per le spese minute, ma giungendo a Livorno era entrato in possesso della eredità di uno zio che lo aveva istituito erede universale. L’educazione elevata di Dantès dava a questa storia tale un’impronta di verità, che Jacopo non dubitò nemmen per poco che il suo antico compagno non gli dicesse il vero. D’altra parte, essendo terminato l’impegno di Edmondo col padrone della _Giovane Amelia_ prese congedo dal vecchio marinaro, che dapprima tentò di ritenerlo, ma che intesa come Jacopo la storia dell’eredità, rinunciò perfino alla speranza di vincere la risoluzione del suo antico compagno. La dimane Jacopo mise alla vela per Marsiglia; egli doveva ritrovare Edmondo a Monte-Cristo. Lo stesso giorno Dantès partì senza dire ove andava, prendendo congedo dall’equipaggio della _Giovane Amelia_ col dare una splendida gratificazione, e dal padrone col promettergli di fargli avere un giorno o l’altro sue notizie: e si recò a Genova.
Nel momento in cui arrivava veniva provato un piccolo _yacht_ ordinato da un inglese, che, avendo inteso dire essere i Genovesi i migliori costruttori del Mediterraneo, aveva ordinato un _yacht_ a Genova. L’inglese aveva convenuto il prezzo per 40 mila franchi, Dantès ne offrì 60 mila a condizione che il bastimento gli sarebbe stato consegnato lo stesso giorno.
L’inglese era andato a fare un giro in Isvizzera aspettando che il bastimento fosse terminato; non doveva ritornare che fra tre settimane od un mese, e il costruttore pensò che avrebbe avuto il tempo di rimetterne un altro sul cantiere. Dantès condusse il costruttore da un ebreo, passò con lui nello stanzino dietro la bottega, e l’ebreo contò 60 mila franchi al costruttore che offerse a Dantès i suoi servigi per comporgli un equipaggio, ma questi lo ringraziò dicendogli che aveva l’abitudine di navigar solo, e che l’unica cosa che desiderava si era, che nel suo gabinetto a capo del letto vi fosse un armadio a segreti con tre divisioni pure a segreti: dette la misura dei compartimenti, che furono eseguiti la dimane.
Due ore dopo Dantès uscì dal porto di Genova, scortato dagli sguardi di una folla di curiosi che volevano vedere lo Spagnuolo che aveva l’abitudine di navigar solo. Dantès se ne cavò a meraviglia: coll’aiuto del solo timone, senza aver bisogno di lasciarlo, fece fare al bastimento tutte le evoluzioni necessarie; si sarebbe detto un essere intelligente pronto ad obbedire al più piccolo impulso, ed egli convenne seco stesso che i Genovesi meritavano la loro riputazione di primi costruttori navali del mondo. I curiosi seguirono con lo sguardo il piccolo bastimento, fino a che l’ebbero perduto di vista, ed allora cominciarono le discussioni per sapere ove era diretto: alcuni opinarono per la Corsica, altri per l’isola d’Elba; questi proposero scommesse che andava in Ispagna, altri sostennero che andava in Affrica, nessuno pensò a nominare l’isola di Monte-Cristo.
Dantès non pertanto colà si recava: e vi giunse sul finir del secondo giorno. Il naviglio era molto veliero, e avea percorsa la distanza in 35 ore. Dantès aveva perfettamente riconosciuto la situazione della costa, invece di approdare al consueto porto gettò l’ancora nel piccolo seno. L’isola era deserta; non appariva esservi approdato alcuno dopo la sua partenza, andò al tesoro; tutto era nello stesso stato in cui lo avea lasciato.
La domani sera, l’immensa sua fortuna era stata trasportata a bordo del _yacht_, e racchiusa nell’armadio a compartimenti e segreti. Dantès aspettò ancora otto giorni: durante i quali fe’ manovrare il suo _yacht_ attorno l’isola, provandolo come uno scudiero prova un cavallo: e ne conobbe tutte le qualità ed i difetti; si promise di aumentare le une e di rimediare agli altri. L’ottavo giorno vide un piccolo bastimento che veniva alla sua volta a vele gonfie e riconobbe la barca di Jacopo: fe’ un segnale a cui Jacopo rispose, e due ore dopo la barca era vicina al _yacht_. Egli aveva una trista risposta a ciascuna delle due domande fatte da Edmondo: il vecchio Dantès era morto; Mercedès era disparsa.
Edmondo ascoltò queste due notizie con viso tranquillo; ma discese subito a terra proibendo che alcuno lo seguisse. Due ore dopo ritornò; due uomini della barca di Jacopo passarono sul suo _yacht_ per aiutarlo a manovrare e ordinò di metter capo su Marsiglia. Egli prevedeva la morte di suo padre; ma di Mercedès che n’era avvenuto?
Senza divulgare il suo segreto, Edmondo non poteva dare istruzioni sufficienti ad un messo; d’altra parte ei voleva prendere altre informazioni, per le quali non poteva fidarsi che di sè stesso. Il suo specchio lo aveva rassicurato a Livorno che non correva alcun pericolo di essere riconosciuto, tanto più che ora aveva a sua disposizione tutti i mezzi per contraffarsi. Una mattina adunque, il _yacht_ seguito dalla piccola barca, entrò bravamente nel porto di Marsiglia, e si fermò appunto dirimpetto al luogo di fatale rimembranza, ove venne imbarcato Dantès quella sera che lo trasportarono nel castello d’If. Non fu certamente senza una specie di fremito che vide nella lancia della Sanità venire alla sua volta un gendarme. Ma Dantès con quella perfetta sicurezza di sè che aveva acquistata, gli presentò un passaporto inglese di cui si era provveduto a Livorno, e mediante il lascia-passare straniero, molto più rispettato in Francia di quello dei nazionali, discese senza difficoltà a terra. La prima cosa che scoperse mettendo il piede sulla Cannebière, fu uno degli antichi marinari del _Faraone_. Quest’uomo avea servito sotto i suoi ordini, e si trovava là come un mezzo per assicurare Dantès sui cambiamenti che si erano operati in lui. Andò difilato da quest’uomo, e gli fe’ molte interrogazioni alle quali questi rispondeva senza neppure lasciar supporre, nè dalle parole, nè dalla fisonomia, ricordarsi di aver mai veduto quello che gl’indirizzava la parola. Dantès gli fe’ dono d’una moneta per ringraziarlo delle sue informazioni, un momento dopo sentì il brav’uomo che gli correva dietro, ei si volse.
— Perdono, signore, disse il marinaro, vi siete certamente sbagliato, avete creduto di darmi una moneta da 40 soldi, e mi avete dato un napoleone doppio.
— Infatto, amico mio, disse Dantès, io mi era sbagliato, ma siccome la vostra onestà merita una ricompensa, così eccovene un altro che vi prego di accettare per bere alla mia salute coi vostri compagni. — Questo fu talmente stordito dal regalo, che non pensò nemmeno a ringraziare colui che glielo faceva, lo guardò e si allontanò dicendo:
— Questi è un qualche nababbo che viene dalle Indie.
Dantès continuò la sua strada; ciascun passo che faceva gli opprimeva il cuore con una nuova emozione; tutti i suoi ricordi d’infanzia, ricordi indelebili, eternamente presenti al suo pensiero erano là che sorgevano su ciascuna piazza, su ciascun angolo di strada, su ciascun crocicchio di via. Giungendo all’estremità della strada di Noailles, nel vedere i viali di Meillan sentì le ginocchia piegarglisi, e poco mancò non cadesse sotto le ruote di una carrozza, finalmente giunse alla casa già abitata da suo padre. I nasturzi e le clematidi erano disparse dalla pergola, ove altra volta la mano tremante del vecchio le trapiantava con cura. Dantès si appoggiò contro un albero, e per qualche tempo restò pensieroso riguardando gli ultimi piani di quell’umile e povera casa; finalmente si avanzò verso la porta, ne superò il limitare, e domandò se vi fosse un alloggio vuoto, e tanto insistè per visitare il quinto piano, che quantunque questo fosse occupato, il portinaro salì e domandò per parte di uno straniero alle persone che lo abitavano il permesso di vedere le due camere di cui si componeva.
Occupavano questo piccolo appartamento un giovine ed una giovane maritati da otto giorni soltanto. Vedendo questi giovani sposi Dantès mandò un profondo sospiro. Del rimanente però nulla più v’era che gli richiamasse alla memoria l’appartamento di suo padre: non v’era più la stessa carta sulle pareti, non più quei vecchi mobili, quegli amici dell’infanzia d’Edmondo, vivi al suo pensiero nei loro più piccoli particolari, tutto era cambiato. Non v’erano che le muraglie che fossero le stesse. Dantès si volse dalla parte del letto, che era nello stesso posto in cui lo teneva l’antico pigionale; suo malgrado gli occhi gli si bagnarono di lagrime: in questo posto il vecchio doveva aver reso l’ultimo sospiro nominando suo figlio. I due giovani guardavano con meraviglia quest’uomo dalla fronte severa, sulle guance del quale scorrevano due grosse lagrime senza che il viso si movesse. Ma come ogni dolore porta seco la sua religione, i giovani non fecero alcuna domanda allo sconosciuto; solo si ritirarono addietro per lasciarlo piangere a tutt’agio, e quando uscì, lo accompagnarono, dicendogli che poteva ritornare quando voleva, e che la loro povera casa gli sarebbe sempre stata ospitaliera.
Passando dal piano di sotto, Edmondo si fermò avanti un’altra porta, e domandò se abitava sempre lì un sartore chiamato Caderousse, ma il portinaro gli rispose che l’uomo di cui parlava avendo fatti cattivi affari, era andato ad abitare sulla strada da Bellegarde a Beaucaire, ove conduceva l’albergo del Ponte di Gard.