Il Conte di Monte-Cristo

Part 21

Chapter 213,809 wordsPublic domain

Edmondo divorò con gli occhi questa massa di scogli che sembravano tinti di tutti i colori del crepuscolo dal roseo vivo fino al blu scuro; a quando a quando gli salivano al volto ardenti vampe: la fronte diveniva di porpora, una nube rossastra gli passava davanti agli occhi. Giammai giuocatore, la cui fortuna è tutta riposta sur una carta, provò tanta angoscia, quanta ne sentiva Edmondo nei suoi parosismi di speranza. Ritornò la notte. Alle dieci di sera si approdò. La _Giovane Amelia_ era la prima al convegno. Dantès ad onta del suo impero su sè stesso non potè contenersi; egli pel primo saltò sulla riva. Se lo avesse osato, avrebbe come Bruto baciata la terra. Era oscura la notte; ma alle undici la luna sorse di mezzo al mare, e ne inargentò le crespe: quindi i raggi cominciarono a screziarsi di bianche cascate di luce sugli scogli ammassati di quest’altro Pelione. L’isola era conosciuta dall’equipaggio della _Giovane Amelia_; era una delle sue ordinarie stazioni. Quanto a Dantès, l’aveva veduta in ciascuno dei suoi viaggi in Levante, ma non vi era mai disceso. Egli interrogò Jacopo. — Dove passiamo la notte? — A bordo della tartana, rispose Jacopo.

— Non staremmo meglio nelle grotte?

— E in quali grotte?

— Nelle grotte dell’isola.

— Io non vi conosco grotte, disse Jacopo.

Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. — Non vi sono grotte a Monte-Cristo? domandò egli. — No.

Dantès rimase per un momento stordito, poi pensò che queste grotte potevano essersi ricoperte per un qualche accidente, od essere state chiuse per maggior cautela dallo stesso Spada. In questo caso tutto stava nel ritrovare la perduta apertura. Era inutile cercarla nella notte; Dantès rimise dunque le sue ricerche alla dimane: d’altra parte un segnale inalberato a mezza lega in mare, ed al quale rispondeva con uno simile la _Giovane Amelia_, indicò ch’era giunto il momento di accingersi all’operazione. Il bastimento che aveva ritardato, rassicurato dal segnale che doveva far conoscere all’ultimo giunto tutta la sicurezza per potersi abboccare, apparve ben presto bianco e silenzioso come un fantasma, e venne a gettare l’ancora presso la riva. Il trasporto delle merci cominciò in quel punto. Dantès, mentre lavorava, pensava all’_hourra_ di gioia, che con una sola parola poteva provocare in tutti quegli uomini, se diceva ad alta voce l’incessante pensiero che gli rumoreggiava all’orecchio, e lo turbava: ma lungi dal rivelare il suo magnifico segreto, temeva già di aver detto troppo, e di avere risvegliati dei sospetti col suo andare e venire, e colle ripetute domande, colle minuziose osservazioni, e la sua preoccupazione: fortunatamente però che in lui, per questa volta almeno, il doloroso passato riflettevagli sul viso una indelebile tristezza, e che gli slanci d’ilarità intraveduti sotto questa nube non erano che lampi. Nessuno adunque dubitava di cosa alcuna: ed allorchè la dimane prendendo il fucile, i pallini e la polvere, Dantès manifestò il desiderio di andare a tirare qualcuna di quelle numerose capre selvagge che si vedevano saltare di roccia in roccia, non si attribuì questa sua escursione che all’amore per la caccia, ed al desiderio della solitudine! non vi fu che Jacopo che insistè per seguirlo. Dantès non volle opporvisi temendo d’inspirar sospetti, se spingeva tropp’oltre la sua ripugnanza ad essere accompagnato. Ma appena ebbe fatto un quarto di lega, presentatasi l’occasione di tirare ed uccidere un capriuolo, inviò Jacopo a portarlo ai compagni, invitandoli a cuocerlo, e a dargli il segnale quando sarebbe cotto per mangiarlo, col trarre un colpo di fucile. Qualche frutto secco, ed un fiasco di vino di Montepulciano dovevano compiere il pranzo.

Dantès continuò il cammino voltandosi di tempo in tempo. Giunto alla sommità di una roccia, vide mille piedi al di sotto di lui i compagni, che raggiunti da Jacopo, già si occupavano attivamente dei preparativi del pranzo, aumentato, mercè la bravura d’Edmondo d’un piatto principale.

Edmondo li guardò un momento con quel tristo e dolce sorriso proprio delle persone superiori. «Fra due ore coloro partiranno ricchi di 50 piastre, per andare a cercar di guadagnarne altre 50 col rischio della loro vita: poi ritorneranno ricchi di lire 600, per andare a dilapidarle in una città qualsisia coll’orgoglio dei sultani, e la confidenza dei nababi. Oggi la speranza fa che io disprezzi la loro ricchezza, che mi appare profonda miseria: domani forse il disinganno mi obbligherà guardare questa profonda miseria come la maggiore delle fortune... Oh! no, gridò Edmondo: questo non sarà. Il sapiente, l’infallibile Faria non può essersi ingannato su questo solo punto. D’altra parte meglio morire che continuare a condurre questa vita miserabile e vile.»

Così Dantès, che tre mesi prima non desiderava che la libertà, non era più contento di questa, ma voleva eziandio le ricchezze. Il difetto non era di Dantès, ma della nostra natura che ci crea desideri infiniti. Frattanto per una strada che si perdeva fra due muraglie di scogli, lungo il cammino che percorreva il torrente, e che secondo ogni probabilità non era stata mai calcata da piede umano, Dantès si era avvicinato alla direzione in cui supponeva dover essere le grotte. Seguendo la spiaggia del mare, ed esaminando i più piccoli oggetti con una seria attenzione, credè notare sur alcune rocce degli scavi operati della mano dell’uomo.

Il tempo che cuopre tutte le cose fisiche col manto dell’obblio, sembrava avere rispettati questi segni, tracciati con una certa regolarità, e nello scopo probabilmente di servir di guida, segni che poi sparivano sotto i cespugli di mirto che si univano in grossi mazzi carichi di fiori, o sotto i licheni parassiti. Bisognava allora che Dantès allontanasse i mazzi di fiori o sollevasse il musco per ritrovare i segni che lo guidavano per questo laberinto, segni, che per altro avevan dato buona speranza ad Edmondo. Perchè non potevano essere stati tracciati dallo Spada per poter servire, in caso di catastrofe ch’egli non aveva preveduto così completa, di guida al nipote? Questo luogo solitario era ben quello che conveniva ad un uomo che voleva seppellire un tesoro. Soltanto questi segni visibili avrebbero potuto attirare lo sguardo di qualche altro oltre quelli per cui erano fatti: e l’isola dalle tetre muraglie aveva ella conservato fedelmente il segreto?

Frattanto a cinquanta passi dal porto sembrò ad Edmondo, sempre celato agli sguardi de’ compagni per la ineguaglianza del suolo, che i segni cessassero, senza però metter capo ad alcuna grotta. Una grossa roccia rotonda, posta sopra una solida base era la sola meta a cui sembravano guidare. Edmondo pensò allora che invece d’essere giunto al termine, poteva benissimo non essere arrivato che a scoprire il principio: per conseguenza fe’ un giro in contrario, e ritornò in dietro calcando la stessa via. In questo mentre i suoi compagni preparavano il pranzo, attingevano l’acqua alla sorgente, trasportavano il pane e le frutta a terra, e facevano cuocere il capriuolo: e nel punto in cui lo toglievano dallo improvvisato spiedo scorsero Edmondo, che leggero e ardito come uno scoiattolo, saltava di roccia in roccia: tirarono allora il colpo per avvertirlo. Il cacciatore cambiò subito direzione, e ritornò a loro correndo. Ma nel momento che tutti lo seguivano collo sguardo nella specie di voli che faceva, tacciando di temerità la sua sveltezza; come per dar ragione ai loro timori, gli venne meno un piede, fu visto oscillare sulla vetta di uno scoglio, gettare un grido, e sparire.

Tutti balzarono di un solo slancio, perchè tutti amavano Edmondo ad onta della sua superiorità; Jacopo però fu il primo a raggiungerlo. Egli trovò Dantès steso, insanguinato, e quasi privo di sensi: era rotolato da un’altezza di 10 a 12 piedi. Gli fu introdotto in bocca qualche sorso di rum, e questo rimedio, che altra volta gli era stato di tanta efficacia, produsse il medesimo effetto. Edmondo riaprì gli occhi, e si lagnò di un vivo dolore al ginocchio, d’un gran peso alla testa, e d’un forte spasimo ai reni. Lo volevano trasportare fino alla riva; ma quando fu toccato, quantunque Jacopo dirigesse l’operazione, dichiarò lamentandosi, che non si sentiva la forza di sopportare il trasporto.

S’intende, che di pranzo per Edmondo non si parlò neppure, ma volle che i suoi camerati, non avendo le sue stesse ragioni per fare digiuno, ritornassero al loro posto. Quanto a lui, pretendeva di non aver bisogno di altro che di un poco di riposo, e che al loro ritorno essi lo troverebbero assai meglio. I marinari non si fecero molto pregare; avevano fame, l’odore del capriuolo giungeva fino a loro, e fra lupi di mare non vi sono molte cerimonie. Ritornarono un’ora dopo. Tuttociò che Edmondo aveva potuto fare era stato di trascinarsi per una dozzina di passi per appoggiarsi sur un sasso coperto di musco. Ma lungi dal calmarsi, i dolori di Dantès sembrava che fossero aumentati d’intensità.

Il vecchio padrone che era costretto a partire nella mattinata, per depositare il carico sulle frontiere del Piemonte e della Francia, fra Nizza e Fréjus, insistè perchè si sforzasse ad alzarsi. Dantès fece sforzi sovrumani per arrendersi a questo invito: ma a ciascuno di essi ricadde lamentandosi ed impallidendo.

— Ha rotti i reni, disse a bassa voce il padrone; non importa, è un buon compagno, non bisogna abbandonarlo; cerchiamo di trasportarlo fino alla tartana. — Dantès dichiarò che preferiva morire ove si trovava, piuttosto che sopportare i dolori che gli causava qualunque movimento per quanto piccolo si fosse. — Ebbene! disse il padrone; avvenga ciò che vuole; non sarà mai detto che noi lasciamo un bravo compagno senza aiuto. Non partiremo che questa sera. — Questa proposizione fe’ molta meraviglia ai marinai, quantunque non vi fosse pur uno che facesse obbiezione. Il padrone era un uomo molto rigoroso, ed era la prima volta che lo si vedesse rinunciare ad una impresa, od anche soltanto ritardarla. Dantès del pari non volle sopportare che si facesse in suo favore una infrazione alle regole di disciplina stabilite a bordo. — No, diss’egli, io fui mal cauto, ed io debbo portare la pena della mia poca destrezza: lasciatemi una piccola provvigione di biscotto, un fucile, della polvere e delle palle per ammazzare dei capretti ed anche per difendermi, ed una zappa per costruirmi una specie di casetta, nel caso che voi tardaste molto a ritornare a prendermi.

— Ma tu morrai di fame, disse il padrone.

— Amo piuttosto questo, rispose Edmondo, che di soffrire gli inauditi dolori, che mi fa provare il più piccolo movimento.

Il padrone si volse al bastimento che ondeggiava con un principio di preparativo nel piccolo porto, pronto a riprendere il mare quando gli apparecchi fossero del tutto compiti.

— Che vuoi tu dunque, o maltese, che facciamo! diss’egli, non possiamo abbandonarti così, e neppure aspettare lungamente.

— Partite! partite! gridò Dantès.

— Staremo assenti almeno otto giorni, e bisognerà eziandio deviare dalla nostra via per venirti a prendere.

— Ascoltate, disse Dantès; se incontrate qualche barca peschereccia che fra due o tre giorni venga in questi paraggi, raccomandatemi al padrone, io pagherò 25 piastre pel mio ritorno a Livorno; e se non ne ritroverete, ritornate.

— Ascoltate, padron Baldi, vi è un mezzo per conciliar tutto, disse Jacopo, partite; io resterò alla cura del ferito.

— E rinuncierai alla tua parte di divisione, disse Edmondo, per restar meco? — Sì, e senza dispiacere, rispose Jacopo. — Tu sei un brav’uomo, disse Edmondo, e Dio ti compenserà della tua buona volontà. Ma io non ho bisogno d’alcuno, grazie: un giorno o due di riposo mi rimetteranno, e spero ritrovare fra questi scogli alcune erbe eccellenti per le contusioni.

Uno strano sorriso passò sulle labbra di Dantès; strinse la mano a Jacopo con effusione, ma rimase irremovibile nella sua risoluzione di rimanere, e di rimaner solo. I contrabbandieri lasciarono ad Edmondo ciò che aveva domandato, e lo abbandonarono, non senza voltarsi molte volte facendogli tutti i segni di un cordiale addio, ai quali Edmondo rispondeva con una sola mano, come se non potesse muovere il restante del corpo. Poi, quando furono disparsi: — È strano, mormorò Dantès ridendo, che in mezzo ad uomini di tal fatta si trovino prove di amicizia e di devozione. — Allora trascinossi con cautela fino alla sommità di una roccia, che gli nascondeva la vista del mare, e di là vide la tartana compiere i preparativi, levar l’ancora, librarsi come una lodola che sta per spiccare il volo, e partire. In capo ad un ora ella era disparsa del tutto, o almeno era impossibile di più vederla dal luogo ove era rimasto il ferito. Dantès si alzò più lesto e più leggiero di un capriuolo fra i mirti e le lentische, su quelle rocce selvagge, prese il fucile con una mano, coll’altra la zappa, e corse a quella roccia presso la quale finivano i segni che aveva notati sulle altre.

— Ed ora, gridò egli ricordandosi la storia dell’arabo pescatore raccontatagli da Faria, ora, apriti o Sesamo!

XXIV. — L’ABBAGLIAMENTO.

Il sole era pervenuto a circa un terzo del suo corso, i raggi di maggio cadevano caldi e vivificanti su queste rocce che sembravano anch’esse sensibili a questo calore. Migliaia di cicale invisibili fra i cespugli, facevano sentire il loro mormorio monotono e continuo. Le foglie dei mirti e degli ulivi si agitavano tremanti, e mandavano un rumore quasi metallico. A ciascun passo che faceva Edmondo sul riscaldato granito fuggivano dei mosconi che sembravano smeraldi. Si vedevano da lungi balzare, sul pendio inclinato dell’isola, le capre selvagge che vi attirano qualche volta i cacciatori; in una parola l’isola era abitata, vivente, animata, e ciò non pertanto Edmondo si sentiva solo, sotto la mano di Dio. Egli provava una non so quale emozione, molto somigliante alla paura. Era quella diffidenza del pieno giorno, che fa supporre, anche nel deserto, che vi possano essere degli occhi inquisitori aperti ad osservarci. Questo sentimento fu sì forte, che al momento di cominciare il lavoro, Edmondo si fermò, depose la zappa, riprese il fucile, salì un’ultima volta su la roccia più elevata dell’isola, e di là girò lo sguardo attentamente su tutto ciò che lo circondava. Ma, dobbiamo dirlo, ciò che attirò la sua attenzione, non fu la poetica Corsica di cui egli poteva perfino distinguere le case, non la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, che le fa seguito, non l’isola d’Elba dai giganteschi ricordi, e finalmente non quella linea impercettibile che si estende sull’orizzonte, e che, all’occhio esercitato del marinaro, rivela la situazione della superba Genova, e della commerciante Livorno; no, ma fu il brigantino ch’era partito a punto di giorno e la tartana partita da poco. Il primo, stava per sparire nello stretto di S. Bonifazio; l’altra seguendo la strada opposta costeggiava la Corsica per oltrepassarla.

Questa vista rassicurò Edmondo: ricondusse allora lo sguardo sugli oggetti che lo circondavano più da vicino: si vide sul punto più elevato della conica isola, piccola statua di questo immenso piedistallo: intorno a lui non v’era un uomo, non una barca: niente altro che l’azzurro mare che veniva a percuotere la base dell’isola, ornandola di una eterna frangia d’argento. Allora discese con passo rapido, ma prudente; temeva troppo in un simile momento un accidente simile a quello che aveva tanto abilmente e felicemente simulato.

Dantès come abbiamo detto, aveva ripercorso il cammino, guidato dai solchi scavati sulle rocce, ed aveva veduto che questa linea conduceva ad un piccolo seno nascosto come un bagno di antica ninfa. Questo seno era abbastanza profondo nel centro, perchè un piccolo bastimento del genere delle Speronare potesse entrarvi, e rimanervi nascosto. Allora, seguendo il filo delle induzioni, quel filo che fra le mani di Faria aveva veduto guidare in una maniera così ingegnosa fra il dedalo delle probabilità, pensò che Guido Spada, nello scopo di non farsi vedere, fosse approdato a questo seno, quivi nascosto il piccolo naviglio, avesse seguita la linea indicata dalle intaccature, e nella estremità di essa sepolto il tesoro. Questa supposizione ricondusse Dantès presso la roccia circolare. Una cosa soltanto lo inquietava, e sconvolgeva tutte le sue idee in dinamica: come erasi potuto, senza impiegare forze considerevoli, innalzare questa roccia, che pesava forse cinque o sei migliaia, sulla specie di base su cui era posta?

D’improvviso fu colpito da un’idea. Invece di farla salire, disse tra sè, l’avranno fatta discendere. Ed egli stesso si slanciò al di sopra della roccia, per cercare il posto della sua primitiva base. Infatto vide ben presto, ch’era stata praticata una leggera inclinazione, la roccia aveva strisciato sulla base, ed era venuta a fermarsi nella direzione in cui un’altra roccia, grossa come una pietra da taglio ordinaria gli aveva servito di base. Erano stati impiegati dei sassolini e delle pietre per far sparire ogni traccia di mancanza di continuità, questo piccolo lavoro da muratore era stato ricoperto di terra vegetabile, vi era nata l’erba, ed il musco vi si era esteso, qualche seme di mirto e di lentischia vi si erano fermati, e l’antico avanzo di roccia sembrava attaccato al suolo. Dantès sollevò con cautela la terra, e riconobbe, o credè riconoscere tutto questo ingegnoso artificio. Allora si accinse a distruggere colla zappa questo muro intermediario, cementato dal tempo; dopo un lavoro di dieci minuti il muro cedè, e rimase aperto un foro pel quale potevasi introdurre un braccio. Dantès andò a troncare l’olivo più grosso in cui si abbattè, lo spogliò dei rami, l’introdusse nel foro, e ne fece una leva; ma la roccia era ad un tempo troppo pesante, e incastrata troppo solidamente sull’inferiore, che forza umana non era bastante a smuoverla, fosse stata pur quella d’Ercole.

Dantès riflettè allora esser necessario assaltar la roccia stessa, ma con qual mezzo? Girò lo sguardo intorno a sè come fanno gli uomini impacciati, e questo cadde sul corno di bufalo pieno di polvere che avevagli lasciato Jacopo; egli sorrise: l’invenzione infernale avrebbe compita l’opera.

Coll’aiuto della zappa, Dantès scavò fra la roccia superiore e quella sopra cui era posta, un condotto di mina simile a quello che fanno i guastatori, quando vogliono risparmiare alle braccia dell’uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riempì di polvere ben compressa e sfilando il fazzoletto, e immergendolo nella polvere, ne fe’ una miccia, e messovi fuoco si allontanò. L’esplosione non si fece attendere; la roccia superiore per un momento fu sollevata dall’incalcolabile forza, quella inferiore andò in pezzi. Dalla piccola apertura, che sul principio aveva praticata Dantès, uscì buon numero d’insetti frementi ed un enorme serpente, guardiano di questo cammino misterioso, il quale strisciando su sè stesso disparve.

Dantès si avvicinò. La roccia superiore, rimasta ormai senza appoggio pendeva sull’abisso. L’intrepido cercatore vi girò attorno, scelse il punto più vacillante, appoggiò la sua leva fra gl’intacchi, e a guisa di Sisifo s’incurvò con tutta la forza contro la roccia, la quale di già spostata dall’esplosione traballò. Dantès raddoppiò di sforzi. Si sarebbe detto ch’egli era un nuovo Titano che sradicava le montagne per far la guerra al padre degli Dei. Finalmente la roccia cedè, rotolò, balzò, si precipitò, e disparve immergendosi nel mare. Essa lasciò scoperto un vano circolare che metteva in vista un anello di ferro impiombato nel mezzo di una pietra quadrata.

Dantès gettò un grido di gioia e di stupore. Giammai più magnifico risultato aveva coronato un primo tentativo. Volle continuare, ma le gambe gli tremavano così fortemente, il cuore gli batteva con tanta violenza, una nube gli passava tanto ardente davanti agli occhi, che fu costretto di fermarsi. Questo momento di esitazione però durò quanto un lampo. Edmondo passò la leva nell’anello, l’alzò vigorosamente, e la pietra spostata si aprì, scoprendo il rapido pendìo di una specie di scala infossantesi nell’ombra di una grotta di più in più oscura.

Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di esultanza e di gioia: Dantès si fermò, impallidì, dubitò.

— Vediamo, diss’egli, siamo uomini. Avvezzi all’avversità, non ci lasciamo abbattere da un disinganno, o senza questo avrei io tanto sofferto? Il cuore si rompe allorchè, dopo essere stato dilatato oltre misura dalla speranza, ritorna su sè stesso e si ricompone nella fredda realtà. Faria non fe’ che un sogno; Guido Spada nulla ha seppellito in questa grotta; forse anche non vi è mai venuto, o se vi venne, Cesare Borgia, l’intrepido avventuriere, l’infaticabile capo ladrone vi sarà approdato dopo di lui, avrà seguiti i medesimi segni che ho seguiti io, avrà come me sollevata questa pietra, e, disceso prima di me, nulla avrà lasciato da prendere a chi veniva dopo lui. — Dantès restò un momento immobile, pensieroso, cogli occhi fissi sopra quest’apertura tenebrosa e continua.

— Sì, sì, questa è un’avventura da trovar posto nella vita, mista di oscurità e di luce, di questo reale bandito. In quel tessuto di strani casi che compose la trama diaspra della sua esistenza, questo favoloso avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente ad altri fatti. Sì, Borgia è venuto una notte qui, tenendo in una mano una fiaccola, nell’altra una spada, nel mentre che a venti passi da lui distante, forse a piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi due sgherri spiando la terra, l’aria ed il mare, mentre che il padrone entrava, come sto per fare io, in quest’antro scuotendo le tenebre col suo formidabile e fiammeggiante braccio. Sì, ma di quei sgherri ai quali avrà dovuto comunicare il segreto, che ne avrà fatto Borgia? si domandò Dantès. Ciò che fecero, rispose egli stesso sorridendo, dei becchini d’Alarico, che vennero sotterrati col seppellito. Ora che io non calcolo più su nulla, ora che sarebbe pazza cosa il conservar qualche speranza, questa avventura non è più per me che una mera curiosità.

E restò ancora per poco tempo immobile e meditabondo.

— Però se vi fosse venuto, riprese Dantès, se avesse ritrovato e portato il tesoro, Borgia, l’uomo che paragonava l’Italia ad un carciofo, e che la mangiava foglia per foglia, Borgia sapeva troppo bene impiegare il tempo per non perderne a rimettere questa roccia sulla base... discendiamo.

Allora discese, il sorriso del dubbio sfiorava sulle sue labbra che mormoravano quest’ultima parola dell’umana saggezza: — Può darsi!...

Ma in vece delle tenebre che si aspettava di ritrovare, in vece di un’atmosfera opaca e trista, Dantès non vide che una gran luce decomposta in un chiarore azzurrognolo; l’aria e la luce filtravano non solo dall’apertura da lui praticata, ma ancora per delle screpolature invisibili fra le rocce dalla parte esterna, e attraverso le quali si vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami tremolanti dei verdi cespugli e i ligamenti spinosi e parassiti dei rovi. Dopo qualche secondo di dimora in questa grotta, la cui atmosfera piuttosto odorosa che fetida, stava alla temperatura dell’isola come l’ombra al sole, lo sguardo di Dantès, abituato come si disse, alle tenebre, potè esplorare gli angoli più reconditi della caverna; essa era di granito di cui le faccette sparse di pagliuole risplendevano come diamanti.

— Ahimè! esclamò Dantès sorridendo, ecco senza fallo i tesori che avrà lasciato lo Spada, e il buon Faria vedendo in sogno questi muri risplendenti, si sarà fermato in queste ricche speranze!... — Si ricordò poi le precise parole del testamento che sapeva a memoria. «Nell’angolo più lontano della seconda apertura». Or Dantès non era penetrato che nella prima grotta, gli abbisognava dunque cercare l’entrata della seconda.