Il Conte di Monte-Cristo

Part 20

Chapter 203,671 wordsPublic domain

— Di qual anno? domandò ancora Dantès.

— Come! di qual anno?... voi domandate di qual anno?

— Sì, rispose il giovine, vi domando di qual anno.

— Avete dimenticato in che anno siamo?

— Che volete? È stata sì grande la paura di questa notte, disse ridendo Dantès, (per cui poco ha mancato non perdessi la vita) che la mia memoria n’è rimasta interamente sconvolta: vi domando dunque di qual anno siamo noi ai 28 febbraio?

— Dell’anno 1829, disse Jacopo.

Erano giusto 14 anni che Dantès era stato arrestato. Egli era entrato nel castello d’If di 19 anni, e ne usciva di 33. Un doloroso sorriso passò sulle sue labbra; domandavasi che fosse avvenuto di Mercedès durante questo tempo, in cui ella lo aveva dovuto credere morto. Quindi un lampo d’ira s’accese ne’ suoi occhi pensando a quei tre uomini ai quali doveva una sì lunga e penosa carcerazione, e rinnovò contro Danglars, Fernando e Villefort quel giuramento d’implacabile vendetta che aveva già pronunciato in prigione; giuramento che non era più una vana minaccia, poichè a quell’ora, il più abile veleggiatore del Mediterraneo non avrebbe certo potuto raggiungere la piccola tartana che navigava a gonfie vele alla volta di Livorno.

XXII. — I CONTRABBANDIERI.

Dantès non aveva ancora passato un giorno intero a bordo, che già sapeva con chi aveva che fare. Senza essere stato alla scuola del vecchio Faria, il degno padrone della _Giovane Amelia_ (era il nome della tartana genovese) sapeva presso a poco tutte le lingue che si parlano intorno a questo gran lago, chiamato il Mediterraneo, dall’araba fino alla provenzale; perciò senza aver bisogno d’interpreti, persone talvolta noiose, tal altra indiscrete; questa conoscenza delle lingue gli offeriva grandi facilitazioni per conferire, sia coi bastimenti che incontrava in mare, sia colle piccole barche che rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella gente senza nome, senza patria, senza stato apparente, che è sempre in gran numero sulle spiagge vicine ai porti di mare, e che vive di quei misteriosi e celati mezzi, che bisogna credere le vengano dall’alto, poichè non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad occhio nudo.

S’indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di contrabbandieri. Per questo il padrone, sulle prime, lo aveva ricevuto a bordo con una specie di diffidenza, egli era molto conosciuto da tutti i doganieri della costa, e siccome v’era fra lui e questi signori un perfetto accordo di furberie più destre le une delle altre, così aveva per un momento pensato che Dantès non fosse che un emissario della signora gabella, la quale impiegasse questo ingegnoso mezzo per scoprire qualcuno dei segreti del mestiere; ma il modo brillante con cui Dantès si era tratto d’impaccio nella prova di dirigere il cammino più rettamente, l’aveva del tutto convinto; in seguito poi quando aveva veduto quella nube bianca che ondeggiava qual pennacchio sul bastione del castello d’If, ed aveva inteso la lontana esplosione, ebbe per un momento l’idea d’aver ricevuto a bordo colui al quale, come per l’entrata dei re in una città, viene accordato l’onore dello sparo del cannone.

Bisogna però dirlo, ciò lo avrebbe inquietato meno, di quel che se il sopraggiunto fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa seconda supposizione era tosto svanita, come la prima, alla vista della perfetta tranquillità della sua recluta.

Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere ciò che era il suo padrone, mentre questi non sapeva chi egli fosse.

Da qualunque lato veniva preso dal padrone, o dai camerati, egli tenne fermo, e non fece alcuna confessione dando moltissimi particolari su Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, e sostenendo sempre con precisione la narrazione in modo da fare onore alla memoria. I Genovesi adunque per quanto siano accorti, si lasciarono gabbare da Edmondo, in favor del quale parlavano la sua affabilità, la sua esperienza nautica, e soprattutto la saggia sua simulazione. Forse ancora quei Genovesi eran come quelle persone di mondo che non sanno se non quel che devono sapere, e non credono mai che quello che loro importa di credere.

In questa reciproca situazione giunsero a Livorno. Edmondo doveva tentare ivi una prima prova, ed era di sapere s’egli riconoscerebbe sè stesso dopo 14 anni che non si era veduto: aveva conservata un’idea abbastanza precisa di ciò che era da giovinotto, voleva vedere ciò che era divenuto da uomo. Agli occhi dei suoi camerati, il suo voto era terminato; aveva già preso terra più di venti volte a Livorno. Conosceva un barbiere nella via Ferdinanda, entrò da quello per farsi tagliare la barba ed i capelli. Il barbiere guardò con meraviglia quest’uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi capelli, che rassomigliava ad una delle belle teste del Tiziano. A quest’epoca non era ancora venuta la moda della barba e dei capelli così lunghi, oggi un barbiere si maraviglierebbe soltanto, se qualcuno dotato di sì grandi vantaggi naturali acconsentisse volontariamente a privarsene. Il barbiere livornese però si mise all’opera senza fare osservazioni. Allorchè l’operazione fu compita, quando Edmondo sentì il mento perfettamente raso, quando i capelli furon ridotti alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò. Come si disse, egli avea allora 33 anni, ed i suoi quattordici anni di prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale nella sua fisonomia. Dantès era entrato nel castello d’If con quel viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovine felice, al quale i primi anni della vita sono stati avventurosi, e che calcola sull’avvenire come sopra una naturale deduzione del passato. Tutto ciò era molto cangiato. L’ovale del volto si era di molto allungato; la bocca ridente aveva assunte quelle linee serrate che indicano la risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate sotto una ruga unica e pensante, gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal fondo della quale trasparivano a quando a quando i cupi baleni della misantropia e dell’odio; la carnagione priva da sì lungo tempo della luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido che fa, quando il viso è circondato da capelli e barbette nere, la bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda, che aveva acquistata, ripercuotendo per tutto il viso, lo aveva ornato di un’aureola d’intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque molto alto, aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a concentrare le forze su sè stesso. All’eleganza delle forme nervose e gracili, era succeduta la solidità delle forme arrotondite e muscolari. Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi, e le imprecazioni, l’avevano cambiata in modo tale, che ora si presentava di un suono di strana dolcezza, ed ora di un accento rozzo e quasi rauco. Inoltre gli occhi mantenuti costantemente o nella oscurità, o in una debole luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli oggetti a guisa della iena e del lupo. Edmondo sorrise nel vedersi, era impossibile che il suo miglior amico, se pure gliene rimaneva uno, lo avesse riconosciuto; perchè non si conosceva da sè stesso.

Il padrone della _Giovane Amelia_, che aveva molta premura a mantenere fra’ suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva proposto qualche anticipazione sulla parte dei futuri benefici, ch’egli, Dantès, aveva accettata. Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operata in lui questa metamorfosi, fu di entrare in un magazzino, e di comprarsi un vestito completo da marinaio: vale a dire un calzone bianco, una camicia a righe, ed un berretto rosso. Così vestito, e riportando a Jacopo la camicia ed i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone della _Giovane Amelia_ al quale fu obbligato di ripetere la sua storia. Il padrone non voleva riconoscere in questo marinaio zerbino ed elegante, l’uomo dalla folta barba, dai capelli misti all’alga, e dal corpo bagnato d’acqua di mare, che aveva raccolto nudo e semivivo sul ponte del suo naviglio. Spinto dalle sue buone sembianze, rinnovò adunque a Dantès le proposizioni d’ingaggio; ma Dantès che aveva le sue mire non voleva accettarle che per tre mesi.

Del resto l’equipaggio della _Giovane Amelia_ era molto attivo, perchè sottoposto agli ordini di un capitano che aveva presa l’abitudine di non perdere il suo tempo. Non era da otto giorni giunto a Livorno, che già gli sporgenti fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline colorate, di cotoni proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su i quali oggetti la dogana aveva dimenticato di porre il bollo. Si trattava di far uscire ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo sulle rive della Corsica, di dove alcuni speculatori s’incaricavano di passare il carico in Francia.

Si partì. Edmondo solcò questo mare azzurro, primo orizzonte della sua gioventù, che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua prigione. Lasciò a destra la Gorgona, a sinistra la Pianosa, e si avanzò verso la patria di Paoli e di Napoleone. La dimane salendo sul ponte, il che faceva sempre di buon’ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al parapetto del bastimento con istrana espressione guardando un ammasso di scogli di granito, che il sole nascente coloriva di rosea tinta: era l’isola di Monte-Cristo. La _Giovane Amelia_ la lasciò a tre quarti di miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica.

Dantès pensava nel passare lungo questa isola (che per lui aveva un nome tanto sonoro) non aver che a balzare in mare, e in mezz’ora sarebbe su quella terra promessa. Ma giunto là, che farebbe egli senza gli utensili necessari per iscoprire il tesoro; senza armi per difenderlo? D’altra parte che direbbero i marinari? che penserebbe il padrone? Era d’uopo aspettare. Egli aveva aspettata la libertà per 14 anni, poteva bene aspettare or che era libero, sei mesi ed anche un anno le ricchezze. Non avrebbe accettata la libertà senza le ricchezze, se gli fosse stata proposta? del resto questa ricchezza non era ancor del tutto chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non era fors’anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada era stranamente precisa, e Dantès la ripeteva da un capo all’altro non avendone dimenticata una parola. Giunse la sera, Edmondo vide l’isola passare per tutte quelle tinte e gradazioni di colori che il crepuscolo porta seco, e perdersi del tutto nelle tenebre: ma non per lui che aveva lo sguardo abituato all’oscurità del carcere; egli senza dubbio continuò a scorgerla, perchè fu l’ultimo a discendere dal ponte.

La dimane si svegliarono all’altezza d’Aleria: bordeggiarono tutta la giornata; la sera si videro dei fuochi sulla costa. Alla disposizione di questi fuochi fu riconosciuto che senza dubbio si sarebbe sbarcato, perchè un fanale salì nel posto della bandiera al corno del piccolo bastimento, che si accostò a tiro di fucile alla riva.

Dantès si accorse che il padrone della _Giovane Amelia_ aveva portato sopra ponte, nell’eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore potevano cacciare alla distanza di un miglio una palla da 4 a 12 once. Questa cautela però fu inutile; per quella sera si compì tutta la operazione pulitamente e tranquillamente. Quattro scialuppe si accostarono con poco rumore al piccolo bastimento, che, certamente per far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe si portarono tanto bene, che a punta di giorno tutto il carico dal bordo della tartana genovese era passato in terra ferma. Il padrone della _Giovane Amelia_ era uomo di tanto ordine nelle sue cose, che la stessa notte si fe’ il reparto dei guadagni del primo scarico; ciascun marinaro ebbe cento lire toscane di sua parte.

Ma la spedizione non era finita: si volse la prua verso la Sardegna; si trattava di ritornare a caricare il bastimento che era stato scaricato. La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima; la _Giovane Amelia_ era secondata dalla fortuna. Il nuovo carico fu pel ducato di Lucca.

Questo si componeva quasi esclusivamente di sigari dell’Avana e di vino di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi colla dogana, l’eterna nemica del padrone della _Giovane Amelia_. Un doganiere rimase sul terreno, e due marinari furono feriti, Dantès era uno dei due: una palla gli aveva trapassata la spalla sinistra.

Dantès era felice per questa scaramuccia, e quasi contento della sua ferita: questa esperienza gli aveva con fermezza fatto conoscere di qual occhio sapesse guardare il pericolo, e con qual cuore tollerarne i patimenti. Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo aveva detto come il greco filosofo. «Dolore, tu non sei un male.» Inoltre, guardando il doganiere ferito e morto, fosse calore del sangue nell’azione, o freddezza di umani sentimenti, non aveva provato che una leggerissima impressione. Dantès era sulla strada che voleva percorrere, e che tendeva alla meta cui voleva giungere: cioè sulla via di petrificarsi il cuore in petto. Del resto, Jacopo che vedendolo cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, e gli aveva prodigato tutte quelle cure proprie di un buon camerata.

Questa gente non era adunque così buona come avrebbe voluto il dottore Pangloss; ma non era così cattiva come avrebbe creduto Dantès: poichè quest’uomo, che null’altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione di vederlo ucciso, fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che ferito. Mercè alcune erbe, raccolte in certe congiunture, e vendute ai contrabbandieri da certe vecchie Sarde, la ferita si cicatrizzò ben presto; Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in compenso delle sue cure, una porzione della sua presa; ma Jacopo la ricusò con indignazione. Questo era il risultato di una specie di devozione, che Jacopo aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma quest’ultimo non voleva di più, egli aveva indovinato istintivamente in Edmondo quella superiorità alla sua posizione, che Dantès era giunto a nascondere agli altri: ed il bravo marinaro era contento di quel poco di affezione che gli veniva concessa.

Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio scorreva con sicurezza su l’azzurro mare, e che non aveva bisogno, pel vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmondo si faceva istruttore di Jacopo con una carta alla mano, come Faria aveva fatto con lui. Gli mostrava la sporgenza delle coste, le variazioni della bussola, gl’insegnava a leggere in quel gran libro aperto al di sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritta la sua onnipotenza sull’azzurra volta con lettere di brillanti.

E quando Jacopo gli domandava. «A che serve imparare tutte queste cose ad un povero marinaro come sono io?» Edmondo rispondeva «chi lo sa? forse un giorno potresti essere capitano di bastimento; il tuo compatriotta Bonaparte non divenne imperatore?»

Dimenticammo di dire che Jacopo era Corso.

Due mesi e mezzo erano già passati in queste gite successive. Edmondo era divenuto così bravo contrabbandiere, come altra volta era stato ardito marinaro: aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri della costa: aveva imparati quei segni massonici, per mezzo dei quali questi semi-pirati si riconoscono fra di loro. Era passato e ripassato venti volte innanzi l’isola di Monte-Cristo, ma non aveva mai trovato l’occasione di potervi sbarcare: aveva per ciò presa una risoluzione, ed era, (terminato il suo impegno col padrone della _Giovane Amelia_) noleggiare una piccola barca per proprio conto, avendo già economizzato un centinaio di piastre nelle sue corse, e con un pretesto qualunque recarsi all’isola di Monte-Cristo. Là farebbe le sue ricerche in tutta libertà... ma non interamente, che le sue azioni sarebbero state spiate da chi conduceva seco... in questo mondo qualche cosa bisogna pure arrischiare.

La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto non essere obbligato ad arrischiar nulla: aveva un bel cercare; nella sua immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro mezzo di giungere all’isola di Monte-Cristo, che facendovisi trasportare. Dantès ondeggiava in questa esitazione, allorchè il padrone che aveva in lui posta molta confidenza, e che aveva gran volontà di conservarselo da presso, lo prese una sera pel braccio, e lo condusse in una osteria in via dell’Olio, nella quale erano abituati di radunarsi quanto vi ha di meglio in contrabbandieri a Livorno. Là d’ordinario si trattavano gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte in questa borsa marittima, e vedendo questi arditi corsari forniti da tutto un littorale due mila leghe circa di circonferenza, domandava a sè stesso di qual forza potrebbe disporre quell’uomo, che giungesse a dare l’impulso della sua volontà a tutte quelle fila riunite o divergenti. Questa volta trattavasi di un affare di grande importanza; di un bastimento carico di drappi turchi, stoffe di levante, e di casimiro; bisognava ritrovare un terreno neutro ove operare il cambio, poi tentare di gettare questi oggetti sulle coste di Francia. Il premio era enorme se vi fossero riusciti, circa 50, o 60 piastre per ciascuno.

Il padrone della _Giovane Amelia_ propose l’isola di Monte-Cristo per luogo di sbarco, perchè essendo completamente deserta, e non avendo nè soldati, nè doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi dell’Olimpo dei pagani, da Mercurio, questo dio dei commercianti e dei ladri, classi da noi separate, se non distinte, ma che l’antichità, a ciò che sembra, metteva nella stessa categoria.

Al nome di Monte-Cristo, Dantès fremè di gioia, si alzò per nascondere la sua emozione, fe’ un giro in quella affumicata taverna, ove tutti gl’idiomi conosciuti di questo mondo venivano a fondersi nella lingua francese. Quando ritornò ad avvicinarsi ai due interlocutori, era già stabilito di prender terra all’isola di Monte-Cristo, e di partir per questa spedizione la notte seguente. Consultato Edmondo, egli fu d’avviso che l’isola offriva tutte le sicurezze possibili, e che le grandi imprese per riuscir bene, abbisognavano di essere mandate presto ad effetto. Non fu dunque cambiata cosa alcuna allo stabilito programma. Rimase convenuto che si sarebbero fatti i necessari apparecchi per la dimane a sera, e che si procurerebbe, se il mare era buono ed il vento favorevole, di essere la sera dopo nelle acque dell’isola neutra.

XXIII. — L’ISOLA DI MONTE-CRISTO.

Finalmente Dantès, per una di quelle inattese fortune, che qualche volta sopravvengono a coloro che il destino è stanco di perseguitare, stava per giungere alla meta con un mezzo semplice e naturale, e mettere piede in quell’isola senza ispirare verun sospetto ad alcuno. Una notte lo separava ancora dalla partenza, per sì lungo tempo desiderata ed attesa. Questa fu una delle notti più febbrili per Dantès: se gli presentarono alla mente tutte le possibilità buone e cattive: se chiudeva gli occhi vedeva la lettera di Guido Spada scritta in caratteri sfolgoranti sul muro: se dormiva, i sogni più strani venivano a tumultuare nel cervello, discendeva in grotte che avevano il pavimento di smeraldi, le pareti di rubini, le stalattiti di diamanti; le perle cadevano come le gocce di acqua, che d’ordinario filtrano nei sotterranei. Edmondo rapito, meravigliato, si riempiva le saccocce di pietre preziose; poi veniva in pieno giorno, e queste gioie si convertivano in semplici sassolini. Allora tentava di rientrare in queste grotte meravigliose che travedeva soltanto, ma il cammino si contorceva in infiniti spirali; l’ingresso ridiveniva invisibile; e cercava inutilmente di richiamarsi alla stanca memoria quelle misteriose e magiche parole che in altri tempi aprivano all’arabo pescatore le splendide caverne di Alì-Babà. Tutto era inutile: lo svanito tesoro era ritornato in proprietà dei geni della terra, ai quali egli aveva avuto per un momento la speranza di poterlo togliere.

Successe il giorno quasi colla stessa febbre della notte, ma la logica venne in aiuto all’immaginazione di Dantès, e potè stabilire un disegno meno incerto e dubbioso. Venne la sera, e con essa i preparativi della partenza: questi erano per Edmondo un mezzo di nascondere la propria agitazione. Un poco alla volta aveva presa l’abitudine di comandare ai compagni, come se fosse stato il padron del bastimento; e siccome i suoi ordini erano sempre chiari, precisi, e facili ad eseguirsi, i compagni non solo l’obbedivano con prontezza, ma anche con piacere. Il vecchio padrone lo lasciava fare, avendo riconosciuta la superiorità di Dantès non solo sui compagni, ma anche su sè stesso; vedeva nel giovinotto il suo successore naturale, ed era dolente di non avere una figlia per stringere questa bella alleanza.

Alle sette di sera tutto fu in ordine, a sette ore e dieci minuti si voltava intorno al faro, al momento che questo veniva acceso. Il mare era placido, con fresco venticello di sud-est. Navigavasi sotto un cielo chiaro, in cui Dio pure faceva risplendere successivamente i suoi fari, ciascuno dei quali è un mondo. Dantès dichiarò, che tutti potevano andare a dormire, e ch’ei s’incaricava del timone. Quando il maltese, che così veniva chiamato Dantès a bordo, faceva una simile dichiarazione, bastava; e ciascuno andava a riposare tranquillamente. Ciò era accaduto qualche altra volta. Dantès rigettato dalla solitudine nel mondo, provava di tempo in tempo un imperioso bisogno di restar solo. Ora qual solitudine più immensa ad un tempo e più poetica, di quella di un bastimento che nella oscurità della notte ondeggia isolato sul mare nel silenzio della immensità, e sotto lo sguardo del Signore? In quella notte però la solitudine fu popolata dai suoi pensieri, la notte illuminata dalle sue illusioni, il silenzio animato dalle sue promesse.

Quando il padrone si svegliò, la navicella correva a vele gonfie: non esisteva un lembo di tela che non fosse gonfiato dal vento: facevano più di due leghe e mezzo l’ora. L’isola di Monte-Cristo s’ingrandiva sull’orizzonte. Edmondo rese il timone al padrone, e andò a sua volta a stendersi sulla branda: ma ad onta della notte vegliata, non potè chiudere occhio. Due ore dopo risalì sul ponte; il bastimento era sul punto di sorpassare l’isola d’Elba; si trovava all’altezza di Marciana, e al di sotto dell’isola piana e verde della Pianosa. Si vedeva luccicare fra l’azzurro del cielo la sommità raggiante dell’isola di Monte-Cristo. Dantès ordinò al timoniere di volgere a sinistra per lasciare la Pianosa a destra; egli aveva calcolato che questa manovra doveva abbreviare la strada di due o tre nodi. Alle cinque di sera ebbero la vista completa dell’isola, mercè quella limpida atmosfera che è particolare alla luce che mandano gli ultimi raggi del sole al tramonto.