Part 2
— Ah! eccoti dunque di ritorno, Edmondo! disse con l’accento marsigliese più pronunciato, e con un largo sorriso che gli scopriva dei bellissimi denti, bianchi come l’avorio.
— Come vedete, vicino Caderousse, e pronto a servirvi in qualunque cosa, rispose Dantès, mal dissimulando la sua freddezza, nel fare questa offerta.
— Grazie, grazie, fortunatamente non ho bisogno di nulla, anzi gli altri hanno qualche volta bisogno di me (Dantès fece un movimento d’impazienza); non dico ciò per te o giovinetto; ti prestai del denaro, tu me lo hai reso, ciò si pratica fra buoni vicini e noi siamo pari.
— Non si è mai pari con quei che ci han favorito, disse Dantès, mentre, allorquando non si deve loro più danaro, loro si deve la riconoscenza.
— E a che parlare di ciò? Ciò che è passato, è passato; parliamo del tuo felice ritorno o giovinotto. Io era andato sul porto per ritrovare da accompagnare del panno color marrone, allora quando ho incontrato l’amico Danglars. «— Tu a Marsiglia? — Sì, io stesso, rispose egli. — Io ti credeva a Smirne? — Io potrei ancora esservi mentre vengo di là — E Edmondo ov’è egli, il bravo giovinotto? — Certamente presso suo padre» mi rispose Danglars ed allora io sono venuto per avere il piacere di stringere la mano ad un amico.
— Questo buon Caderousse, disse il vecchio, ci ama molto.
— Certamente vi amo e vi stimo ancora, molto più che gli uomini onesti sono tanto rari... ma sembra che tu ritorni ricco, continuò il sartore, volgendo uno sguardo bieco sull’oro e sull’argento che Dantès aveva posato sulla tavola.
Al giovine marinaro non sfuggì il lampo di cupidigia che rischiarò gli occhi neri del suo vicino. — Eh! mio Dio, disse con non curanza, questo danaro non è mio, aveva manifestato a mio padre il timore che nella mia assenza gli fosse mancato qualche cosa ed egli per rassicurarmene ha vuotata la sua borsa sulla tavola. Andiamo padre, rimettete il vostro danaro nel tiratoio, a meno che il vicino Caderousse non ne abbia a sua volta bisogno, nel qual caso è sempre a sua disposizione.
— No, giovinotto, disse Caderousse, io non ho bisogno di niente, e grazie a Dio il proprio stato mantiene l’uomo; conserva il tuo danaro, che non se ne ha mai di troppo; ciò non toglie che io ti sia obbligato della tua offerta come se ne avessi approfittato.
— Era di buon cuore, disse Dantès.
— Non ne dubito. Ebbene, eccoti dunque di bene in meglio col signor Morrel, furbo che sei.
— Il sig. Morrel ha sempre avuto molta bontà per me.
— In questo caso tu hai avuto torto a ricusare il suo pranzo.
— Come! ricusare il suo pranzo? riprese il vecchio; egli dunque ti aveva invitato a pranzo?
— Sì, padre mio, rispose Edmondo sorridendo della meraviglia che cagionava a suo padre l’eccessivo onore di cui si credeva il soggetto.
— E perchè dunque? dimandò il vecchio.
— Per ritornare più presto vicino a voi, mio padre, rispose il giovinotto, aveva gran fretta di vedervi.
— Ciò però avrà dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel, soggiunse Caderousse; e quando uno aspira a divenir capitano, ha torto di non far la corte al suo armatore.
— Io gli ho spiegata la causa del mio rifiuto, rispose Dantès, e sono certo che egli l’ha intesa.
— Ah! per diventar capitano bisogna accarezzare un poco più i suoi padroni.
— Io spero di divenire capitano anche senza di ciò.
— Tanto meglio, ciò farà piacere ai tuoi vecchi amici. Io so che vi è qualcuno laggiù dietro alla cittadella S. Nicola che ne sarà molto contento.
— Mercedès? disse il vecchio.
— Sì, padre mio, rispose Dantès, e colla vostra permissione, ora che vi ho veduto, ora che so che voi state bene, che avete tutto ciò che vi abbisogna, vi chiederei il consenso di fare una visita ai Catalani.
— Va figlio mio! va! disse il vecchio Dantès, e Dio benedica te nella tua donna, come benedisse me nel figlio!
— Sua donna! disse Caderousse, voi andate tropp’oltre, papà Dantès: ella non lo è ancora, io credo.
— No, ma, secondo ogni probabilità, rispose Edmondo, ella non tarderà molto a divenirlo.
— N’importa, disse Caderousse, hai fatto bene a sbrigarti.
— E perchè ciò?
— Perchè la Mercedès è una bella giovinetta, e le belle giovinette non mancano d’innamorati, quella particolarmente, la seguivano a dozzine.
— Davvero! disse Edmondo con un sorriso sotto il quale traspariva un’ombra d’inquietudine.
— Oh sì! riprese Caderousse, e anche belle proposte capisci tu? diventi capitano, e si guarderà bene da rifiutarti.
— Ciò equivale al dire, disse Dantès con sorriso che mal dissimulava la sua inquietudine, che se io non diventassi capitano...
— Eh! eh! fece Caderousse.
— Via, via, disse il giovinotto, io ho migliore opinione che voi delle donne in generale, e di Mercedès in particolare, e sono convinto che diventi o no capitano, ella mi resterà egualmente fedele.
— Tanto meglio! disse Caderousse, egli è sempre una buona cosa che i giovinotti, quando si maritano, siano forniti di buona fede, ma non serve, credimi Dantès, corri ad annunziarle il tuo arrivo, ed a metterla a parte delle tue speranze.
— Vi vado, disse Edmondo, che abbracciò suo padre, salutò con un cenno di testa Caderousse, e partì.
Caderousse restò un altro momento, poi prendendo congedo dal vecchio Dantès, discese a sua volta, e andò a raggiunger Danglars che lo aspettava all’angolo della strada _Senac_.
— Ebbene! disse Danglars, l’hai tu veduto?
— L’ho lasciato ora.
— Ti ha egli parlato della sua speranza di divenir capitano?
— Egli ne parla come se lo fosse digià.
— Pazienza! mi sembra che si solleciti un po’ troppo.
— Diavolo! sembra che il posto gli sia stato promesso dallo stesso sig. Morrel.
— Dimodochè egli sarà molto contento?
— Cioè, egli è molto insolente; mi ha di già offerti i suoi servigi come se fosse un personaggio d’importanza; e del denaro in prestito come se fosse un banchiere.
— E tu avrai ricusato?
— Certamente, quantunque io avessi potuto accettare, atteso che sono stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete bianche ch’egli ha toccato: ma ora Dantès non avrà più bisogno d’alcuno divenendo capitano.
— Baie! disse Danglars, egli non lo è ancora; ed in fede mia sarebbe una bella cosa se nol fosse più, Caderousse; altrimenti non vi sarebbe modo di potergli parlare.
— Se noi lo vogliamo veramente, disse Danglars, egli resterà ciò che è, e forse diventerà ancor meno di quel che è.
— Che dici tu?
— Niente, parlo a me stesso. È egli sempre innamorato della Catalana?
— Innamorato pazzo; ora è andato da lei. Ma o mi sbaglio, o avrà dei dispiaceri da quella parte.
— Spiegati! ciò è più importante di quel che credi. Tu non ami certamente Dantès?
— Io non amo gli arroganti.
— Ebbene dimmi allora ciò che sai relativamente alla Catalana.
— Io non so niente di positivo, ho veduto soltanto cose che mi fanno credere, come ti diceva, che il futuro capitano avrà dei dispiaceri nei dintorni della via delle _Vieilles-Infirmeries_.
— Che hai tu veduto? Via, dimmi.
— Ebbene, ho veduto che tutte le volte che Mercedès entra in città, è sempre accompagnata da robusto e minaccioso Catalano dagli occhi neri, la pelle rossa, molto scuro, ardentissimo, e ch’ella chiama mio cugino.
— Ah! davvero, e credi tu che costui le faccia la corte?
— Lo suppongo; che diavol’altro vuoi che faccia un giovinotto di ventun’anno ad una bella ragazza di diciassette?
— E tu dici che Dantès è andato ai Catalani?
— Egli è uscito di casa sua poco prima di me.
— Se noi andiamo dalla medesima parte, ci fermeremo all’osteria della _Réserve_ dal papà _Panfilo_ e mentre staremo bevendo un bicchier di vino di _Lamalgue_, attenderemo notizie.
— E chi ce le porterà?
— Noi saremo sulla strada, e vedremo bene sul viso di Dantès ciò che sarà avvenuto.
— Andiamo, disse Caderousse; ma sei tu che paghi?
— Certamente, rispose Danglars. E tutti e due s’incamminarono con passo rapido verso il luogo indicato. Giunti colà si fecero portare una bottiglia e due bicchieri. Il papà Panfilo aveva veduto passare Dantès, che non erano dieci minuti. Certi che Dantès era ai Catalani, si assisero sui banchi di verdura nascente ai piedi delle piante di sicomori sui rami delle quali gli uccelli salutavano i primi giorni della primavera.
III. — I CATALANI.
A cento passi dal luogo ove i due amici, collo sguardo all’orizzonte e l’orecchio all’erta, vuotavano lo spumoso vino di Lamalgue s’innalzava dietro il monticello nudo ed arido pel sole e pel maestrale, il piccolo villaggio dei Catalani.
In un bel giorno, una colonia misteriosa partì dalla Spagna, e venne ad approdare alla lingua di terra che abita oggidì: giungeva non si sa da dove, e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che capiva il provenzale, domandò alla Comune di Marsiglia quel promontorio ignudo ed arido, sul quale essi avevano, come gli antichi marinari, ritirati i loro navigli. La domanda fu accordata, e tre mesi dopo si elevava un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che erano stati tirati a terra da questi _Zingari_. Il villaggio costrutto in un modo bizzarro e pittoresco, di stile metà moresco, metà spagnuolo, è quello che in oggi si vede abitato dai discendenti di quegli uomini, che parlano la lingua dei loro padri. Dopo tre o quattro secoli essi sono ancora rimasti fedeli a questo piccolo promontorio, sul quale caddero a guisa di uno stormo di uccelli di mare, senza immischiarsi in niente alla popolazione marsigliese, maritandosi fra di loro, e conservando gli usi e costumi della loro madre patria, come ne hanno conservata la favella. Fa d’uopo che i nostri lettori ci seguano a traverso l’unica strada di questo villaggio ed entrino con noi in una di queste case, alle quali per di fuori il sole ha dato il bel colore di foglia secca, particolare ai monumenti del paese, e al di dentro uno strato di tinta gialla che forma l’unico ornamento della _Posadas_ spagnuola. Una bella giovinetta coi capelli neri come il lustrino, cogli occhi vellutati come quelli della gazzella stava ritta ed appoggiata ad un assito, sfrondando tra le sue dita profilate con un disegno antico una innocente erica di cui strappava i fiori, e gli avanzi della quale erano già sparsi sul terreno; inoltre le sue braccine, nude fino al gomito, modellate su quelle della Venere d’Arles, fremevano con una specie d’impazienza febbrile, ed ella batteva la terra col piede agile, e curvato in modo da fare apparire la forma pura e superba della gamba serrata da una calza di cotone rosso ad angoli grigi e azzurri. A tre passi da lei assiso sur una cassa cui dondolava con un movimento rozzo, appoggiando il suo gomito ad un vecchio mobile tarlato, stava un robusto giovinotto di 20 a 22 anni che la guardava con un’aria da cui si scorgeva l’interno combattimento tra l’inquietudine ed il dispetto. I suoi occhi interrogavano; ma lo sguardo fermo e fisso della giovinetta, dominava il suo interlocutore. — Vediamo, Mercedès, diceva il giovine; fra poco sarà Pasqua; ecco un’epoca propizia ad un matrimonio.
— Io vi ho risposto le cento volte, Fernando, e bisogna per verità che siate nemico di voi stesso, per rinnovarmi questa interrogazione.
— Ebbene! ripetetelo ancora, ve ne supplico, affinchè io giunga a crederlo, ditemi per la centesima volta che voi ricusate il mio amore che aveva l’approvazione di vostra madre; fate ben comprendere che vi prendete giuoco della mia felicità, e che la mia vita e la mia morte sono un nulla per voi. Ah! mio Dio! mio Dio! aver sognato per dieci anni di essere vostro sposo, Mercedès, e perdere questa speranza, unica meta della mia vita!
— Non sono però stata io, che abbia giammai incoraggiata questa speranza, Fernando, rispose Mercedès; voi non avete una sola lusinga a rimproverarmi, che io abbia usata a vostro riguardo; vi ho sempre detto: «Io vi amo come un fratello; ma non esigete giammai da me altra cosa che quest’amicizia fraterna, poichè il mio cuore è dato ad altri.»
— Sì, lo so bene, Mercedès, rispose il giovine, voi vi siete gloriata a mio riguardo del merito crudele della franchezza. Ma dimenticate però che esiste fra i Catalani una sacra legge che ordina di maritarsi fra loro.
— Voi v’ingannate Fernando, non è una legge, è un’abitudine, ecco tutto; e credetemi non vi giova invocare questa abitudine in vostro favore. Voi siete entrato nella coscrizione, la libertà che vi si lascia non è che una semplice tolleranza. Da un momento all’altro potete essere richiamato al servizio militare, ed una volta soldato, che farete voi di me, di me povera orfanella, trista, senza beni, che in tutto possiede una capanna quasi in rovina, alla quale sono attaccate alcune reti usate, miserabile eredità lasciata da mio padre a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno ch’ella è morta, pensate o Fernando che io vivo quasi di pubblica carità. Qualche volta voi fingete che io vi sia utile, e ciò per avere il diritto di dividere la vostra pesca meco; io accetto perchè voi siete il figlio del fratello di mio padre, perchè noi siamo stati allevati insieme, e più ancora sopra tutto perchè vi cagionerei troppo dispiacere s’io ricusassi. Ma io ben capisco che questo pesce che vado a vendere e dal quale ritraggo il danaro per comprare la canape che filo è un’elemosina.
— E che importa! Mercedès? Così povera e sola come siete, mi convenite assai più che la figlia del più superbo armatore o del più ricco banchiere di Marsiglia. A noi che abbisogna? una donna onesta ed atta alle faccende domestiche. Ove potrei io ritrovar meglio di voi sotto questi rapporti?
— Fernando, rispose Mercedès scuotendo la testa, si diviene abili alle faccende domestiche; ma non si può guarentire di restare oneste allora quando si ama un altro uomo che non è suo marito. Contentatevi della mia amicizia; poichè ve lo ripeto, ciò è quanto posso promettervi, ed io non prometto, che quel che sono sicura di mantenere.
— Sì, lo comprendo, voi sopportate pazientemente la vostra miseria, ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedès, amato da voi, io tenterò la fortuna, voi mi porterete felicità, ed io diverrò ricco. Io posso estendere il mio stato di pescatore, posso entrare come commesso in un banco, io stesso posso diventar negoziante.
— Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernando, voi siete soldato, e se restate ancora ai Catalani, gli è perchè non v’è guerra; restate adunque pescatore, non fate dei sogni che vi farebbero riuscire ancora più terribile la realtà, e contentatevi della mia amicizia, dacchè non posso darvi altro.
— Ebbene, voi avete ragione Mercedès, io sarò marinaro; avrò in vece del costume dei padri nostri, che voi disprezzate, un cappello inverniciato, una camicia a righe ed una veste blu colle ancore sui bottoni; non è egli così che bisogna essere vestito per piacervi?
— Che intendete di dire? domandò Mercedès, vibrandogli uno sguardo imperioso; io non vi capisco.
— Voglio dire Mercedès, che voi non siete così inflessibile e crudele con me, se non perchè attendete qualcuno che va così vestito; ma quello che voi aspettate è forse incostante, e se pur non lo è, il mare lo è per lui.
— Fernando, gridò Mercedès, io vi credeva buono; mi sono ingannata; voi avete un cuore cattivo invocando ad aiuto della vostra gelosia la collera di Dio. Ebbene! sì, non vi nascondo nulla, io aspetto, io amo quello che voi dite, e s’egli non ritorna, in vece di accusare questa incostanza che voi invocate, io dirò che egli è morto amandomi.
Il giovine Catalano fece un gesto di rabbia.
— Io vi capisco Fernando; voi vi rivarreste con lui perchè io non vi amo; voi incrocereste il vostro coltello catalano contro del suo pugnale. Ma ciò, a che servirebbe? a perdere la mia amicizia se rimaneste vinto, a vederla cambiata in odio se vincitore. Credetemi, il muovere contesa con un uomo, è un cattivo mezzo per piacere alla donna che lo ama. No, Fernando, voi non vi lascerete trasportare da così perversi pensieri; se non mi potete avere a moglie, vi contenterete di avermi ad amica ed a sorella. D’altronde, soggiunse ella cogli occhi commossi e bagnati di lagrime, aspettate Fernando; voi lo avete detto or ora: il mare è perfido e sono già quattro mesi che egli è partito: ed in quattro mesi ho contato molte burrasche!
Fernando restò impassibile. Egli non cercò di asciugare le lagrime che scorrevano sulle guance di Mercedès, e ciò non pertanto avrebbe dato una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lagrime che colavano per un altro; si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò davanti a Mercedès, coll’occhio cupo, e coi pugni fortemente serrati. — Vediamo, Mercedès, diss’egli, anche una volta rispondete... avete voi ben risoluto?
— Io amo Edmondo Dantès, disse freddamente la giovinetta, e niun altro fuorchè Edmondo sarà il mio sposo! e l’amerò finchè avrò vita.
Fernando chinò la testa scorato, e cacciò fuori un sospiro che sembrò un gemito; poscia ad un tratto alzando la fronte, coi denti serrati e le narici socchiuse:
— Ma s’egli è morto! diss’egli.
— S’egli è morto, io morrò.
— Ma se egli vi obblia?
— Mercedès, gridò una voce esultante al di fuori della capanna.
— Ah! sclamò la giovinetta arrossendo di gioia, esultante d’amore, tu vedi bene ch’egli non mi ha dimenticato; poichè eccolo qua... E si slanciò verso la porta che aprì gridando:
— A me, a me, Edmondo, eccomi qui! — Fernando pallido e fremente dette addietro come fa un viaggiatore alla vista di un serpente, ed urtando nella sua cassa vi ricadde a sedere. Edmondo e Mercedès erano vicini l’uno all’altro. Il sole ardente di Marsiglia che penetrava per l’apertura della porta, gli inondava di un torrente di luce. Sulle prime essi non videro nulla di ciò che li circondava, una felicitò immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle parole interrotte che sono lo slancio della più viva gioia, e sembrano accostarsi all’espressione del dolore. Ad un tratto Edmondo si accorse della figura cupa di Fernando che si designava nell’ombra, pallida e minacciosa; per un movimento di cui egli stesso non si sarebbe forse dato ragione, il Catalano teneva la mano sul coltello posto alla cintura. — Perdono, disse Dantès inarcando a sua volta le sopracciglia, non aveva osservato che eravamo in tre. Poi rivolgendosi a Mercedès domandò: — Chi è questo signore?
— Egli sarà il vostro migliore amico, mentre è egualmente il mio, è mio cugino, è mio germano, egli è Fernando, è finalmente l’uomo che dopo voi, Edmondo, amo di più in questa terra.
Edmondo, senza abbandonare Mercedès stese, con un movimento di cordialità, la mano al Catalano. Ma Fernando lungi dal corrispondere a questo gesto amichevole, restò muto ed immobile come una statua. Allora Edmondo portò il suo sguardo scrutatore, da Mercedès commossa e tremante a Fernando cupo e minaccioso. Questo solo sguardo gli fece tutto comprendere. La collera gli salì alla fronte. — Io non avrei saputo venire con tanta fretta da voi, Mercedès, per ritrovarvi un nemico.
— Un nemico! esclamò Mercedès, con uno sguardo corrucciato rivolto al suo cugino: un nemico presso di me, dici tu, o Edmondo? Se io credessi ciò, ti prenderei sotto il braccio e me ne andrei a Marsiglia abbandonando questa casa per non riporvi mai più il piede. (L’occhio di Fernando lanciò un baleno). Se ti accadesse disgrazia, mio Edmondo, continuò ella col medesimo implacabile sangue freddo il quale provava a Fernando che la giovinetta aveva saputo leggere fino al più profondo de’ suoi sinistri pensieri, se ti accadesse qualche disgrazia, io salirei sul capo di Morgiou e mi getterei sugli scogli colla testa in avanti. (Fernando divenne spaventosamente pallido). Ma tu t’inganni, Edmondo, continuò ella, tu qui non hai nemici: qui non vi è che Fernando mio fratello, che ti stringerà la mano come ad un amico di cuore. A queste parole la giovinetta fissò il suo sguardo imperioso sul Catalano, il quale come se fosse stato affascinato da questo sguardo, si accostò lentamente a Edmondo, e gli stese la mano. Il suo odio pari ad un flutto impotente quantunque furioso, veniva ad infrangersi contro l’ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena toccata la mano di Edmondo, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva, e slanciandosi fuori della capanna, correndo come un insensato, ed intrecciandosi le mani nei capelli gridava: — Oh chi mi libererà da quest’uomo: me infelice! me infelice!
— Eh! Catalano! ehi Fernando, ove corri tu? disse una voce. — Il giovinotto si arresta ad un tratto, guarda a sè d’intorno e riconosce Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie. — Eh! disse Caderousse, perchè non vieni tu qui? hai tu dunque tanta fretta da non avere il tempo di dire buon giorno agli amici?
— Particolarmente quando essi hanno ancora una bottiglia quasi piena davanti, soggiunse Danglars. Fernando guardò quei due uomini con occhi da ebete e nulla rispose.
— Sembra affatto stordito, disse Danglars urtando col suo nel ginocchio di Caderousse, sarebbe egli possibile che ci fossimo sbagliati, e che Dantès trionfasse in opposizione a quanto abbiam preveduto?
— Diavolo bisogna vedere, disse Caderousse, e volgendosi verso il Catalano. — Ebbene, non ti risolvi tu? — Fernando asciugò il sudore che gli colava dalla fronte, entrò lentamente sotto il pergolato, la cui ombra sembrava rendere un po’ di calma ai suoi sensi, e la freschezza un po’ di sollievo al suo corpo spossato.
— Buon giorno, diss’egli, voi mi avete chiamato, n’è vero? E fu piuttosto un cadere che un assidersi sur una delle panche che circondavano la tavola.
— Io ti ho chiamato perchè tu correvi come un pazzo, e perchè ho avuto paura che ti buttassi in mare, disse ridendo Caderousse. Che diavolo! quando uno ha degli amici, non è solo per offrir loro un bicchiere di vino, ma ancora per impedir loro di bere tre o quattro pinte di acqua.
Fernando mandò un gemito simile ad un singulto, e lasciò cadere la testa su i suoi due pugni incrociati sulla tavola.
— Ebbene! vuoi tu che te lo dica Fernando? rispose Caderousse, intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente del popolo, cui la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia; tu mi hai l’aria di un amante sconfitto. Ed accompagnò questo scherzo con una forte risata.
— Baie! rispose Danglars, un giovinotto come costui, non è fatto per essere disgraziato in amore; tu ti burli di lui, Caderousse.
— Niente affatto, non senti come sospira? Coraggio, coraggio, Fernando, disse Caderousse, alza in alto il naso e rispondici. Non è civiltà il non rispondere agli amici che vi domandano come va la salute.
— La mia salute va bene; disse Fernando serrando le pugna, ma senza alzar la testa.
— Ah! vedi tu Danglars, disse Caderousse occhiando l’amico, ecco qua come sta l’affare: Fernando che vedi qui, buono e bravo Catalano, uno dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza che si chiama Mercedès: ma disgraziatamente sembra che la bella ragazza dal canto suo sia innamorata del secondo del _Faraone_, e siccome il _Faraone_ è entrato oggi stesso nel porto, tu capisci?...
— No, io non capisco niente, disse Danglars.
— Il povero Fernando, avrà ricevuto il suo congedo.
— Ebbene! e poi? disse Fernando alzando la testa e guardando Caderousse come chi cerchi qualcuno con cui sfogare la sua collera. Mercedès non dipende da alcuno, n’è vero? Ella dunque è ben libera di amare chi vuole.
— Ah! se tu la prendi così, disse Caderousse, è un altro affare; io ti credeva un Catalano, e mi era stato detto che i Catalani non eran tali da lasciarsi impunemente metter da banda da un rivale, aggiungendo che particolarmente Fernando era un uomo terribile nella sua vendetta.
Fernando sorrise di pietà.
— Un innamorato non è mai terribile, diss’egli.
— Povero giovinotto, riprese Danglars fingendo di compiangerlo col più profondo sentimento dell’anima, che vuoi? non si aspettava di vedere ritornare Dantès così presto; forse lo credeva morto, forse infedele, e che so io? Queste cose sono tanto più sensibili quanto più ci accadono all’impensata.