Il Conte di Monte-Cristo

Part 18

Chapter 183,812 wordsPublic domain

Dantès si gittò in ginocchio appoggiando la testa sul letto del vecchio. — Ma prima di ogni altro ascoltate bene ciò che vi dico in questo momento supremo; il tesoro di Spada c’è, Dio permette che non vi sia più per me nè distanza nè ostacolo. Io lo vedo nel fondo della seconda grotta, i miei occhi penetrano la profondità della terra e restano abbagliati da tante ricchezze... se voi giungete a fuggire, ricordatevi che il povero Faria da tutti creduto pazzo, non lo era. Correte a Monte-Cristo, approfittatevi della fortuna, voi che avete sofferto abbastanza...

Una scossa violenta interruppe il vecchio, Dantès rialzò la testa, e vide che gli occhi si iniettavano di rosso, sarebbesi detto che un’onda di sangue saliva dal petto alla fronte.

— Addio! addio! mormorò il vecchio stringendo convulsivamente la mano al giovine, addio.

— Oh! non ancora, non ancora, gridò questi. Non mi abbandonate, oh! mio Dio! soccorretelo... aiuto... aiuto!...

— Silenzio! silenzio! silenzio! mormorò il moribondo, che non ci separino se volete salvarvi.

— Avete ragione. Oh! sì sì, siate tranquillo, vi salverò. D’altra parte quantunque soffriate molto, sembra che soffriate meno della prima volta.

— Oh! disingannatevi, soffro meno perchè ho minor forza di soffrire. Nella vostra età si ha fede nella vita, è il privilegio della gioventù di credere e di sperare; ma la vecchiaia vede più chiaramente la morte. Oh! eccola... ella viene... tutto è finito... la vista si perde... la ragione svanisce... la vostra mano Dantès... addio!..., e riunendo tutte le sue forze e le sue facoltà fece un ultimo sforzo per rialzarsi dicendo: — Monte-Cristo... non dimenticate Monte-Cristo!

E ricadde sul letto.

La crisi fu terribile; membra contorte, pupille gonfiate, schiuma sanguinolenta, un corpo senza movimento, ecco ciò che restò su quel letto di dolore, nel posto ove un momento prima era stato disteso un essere intelligente. Dantès prese la lampada, la posò al capezzale del letto sopra una pietra sporgente, da dove la sua luce tremante rischiarava con uno strano e fantastico riflesso questo viso scomposto e questo corpo inerte e rigido. Là cogli occhi fissi aspettò intrepidamente il momento di ministrare il salutare rimedio. Quando credè fosse giunto, prese il coltello, disserrò i denti, che offrivano meno resistenza della prima volta, contò una dopo l’altra le dodici gocce, e aspettò; la boccettina conteneva ancora il doppio circa di ciò che avea versato. Aspettò dieci minuti, un quarto d’ora, una mezz’ora, niente si mosse. Tremante, coi capelli irti, la fronte ghiacciata dal sudore, contava i secondi coi battiti del cuore. Allora egli pensò che era tempo di tentare l’ultima prova: avvicinò la boccettina alle labbra paonazze di Faria, e senza aver bisogno scostare le mascelle rimaste aperte, versò il rimanente del liquore che conteneva. Il rimedio produsse un effetto galvanico, un violento tremore scosse le membra del vecchio, gli occhi si riaprirono spaventosi a vedersi, gettò un sospiro che sembrava un grido, quindi tutto questo corpo tremante rientrò a poco a poco nella sua immobilità; i soli occhi rimasero aperti.

Una mezz’ora, un’ora, un’ora e mezzo passarono.

Durante quest’ora e mezzo d’angoscia Edmondo curvato sul suo amico, con la mano applicata sul cuore sentì successivamente questo corpo raffreddarsi, e questo cuore spegnere il suo battito sempre più sordo e profondo. Finalmente nulla sopraggiunse, l’ultimo fremito del cuore cessò, la faccia divenne livida, gli occhi rimasero aperti; ma lo sguardo si fece vitreo.

Erano le sei del mattino, il giorno cominciava a sorgere, il suo raggio malinconico entrava nel carcere e faceva impallidire la luce della lampada vicina a spegnersi. Riflessi strani di luce passavano sul viso del cadavere dandogli di tempo in tempo delle apparenze di vita. Fino a che durò questa lotta tra il giorno e la notte, Dantès potè ancora dubitare, ma da che il giorno la vinse, fu fatto certo che era in compagnia di un cadavere. Allora un terrore profondo ed invincibile s’impadronì di lui; egli non osò più stringere quella mano che pendeva fuori del letto, non osò più fissare gli occhi su quelli immobili e bianchi, che tentò inutilmente più volte di chiudere, e che sempre si riaprivano: spense la lampada, la nascose con ogni cura, fuggì rimettendo alla meglio la pietra al disopra della testa: n’era già tempo, chè il carceriere poteva star poco a venire. Questa volta il carceriere cominciò la visita da Dantès; uscendo da questo carcere, passava in quello di Faria al quale portava la colazione e la biancheria. Nulla faceva conoscere in quest’uomo che fosse al giorno dell’accidente accaduto. Egli uscì.

Dantès fu preso allora da un’indicibile impazienza di saper ciò che sarebbe accaduto nel carcere del suo disgraziato amico: rientrò dunque nel passaggio sotterraneo, e giunse in tempo per sentire le esclamazioni del carceriere che chiamava soccorso. Ben presto entrarono gli altri carcerieri, dipoi s’intese quel passo pesante e regolare, comune ai soldati anche quando sono fuori servizio. Dietro i soldati giunse il Governatore. Edmondo intese il rumore del letto sul quale veniva agitato il cadavere, e la voce del governatore che ordinava di gettargli dell’acqua sul viso, e che vedendo quest’aspersione non atta a far rivivere il prigioniero, mandava a chiamare il medico. Il governatore uscì, e giunsero fino alle orecchie di Dantès alcune parole di compassione miste alla risa ed alle facezie dei carcerieri.

— Andiamo, andiamo, diceva uno di questi, il pazzo è andato a raggiungere i suoi tesori; buon viaggio.

— Ei non avrà, con tutti i suoi milioni, di che pagare la coperta da morto, diceva l’altro. — Oh! rispondeva un terzo, le coperte dei morti del castello d’If non costano molto. Può essere che essendo una persona di distinzione nella scienza, gli vorranno usare qualche riguardo. — Allora avrà l’onore del sacco.

Edmondo ascoltava, non perdeva una parola, ma non capiva il significato dei loro detti. Ben presto le voci cessarono, e gli sembrò che i carcerieri lasciassero la camera.

Ciò nonostante non osò entrarvi, potevano avervi lasciato qualcheduno a guardia del morto. A capo di un’ora circa il silenzio si animò debolmente, quindi andò crescendo: era il governatore che ritornava seguito da un medico e da diversi ufficiali. Si rinnovò un momento di silenzio; era evidente che il medico si accostava al letto ed esaminava il cadavere. Ben presto il dialogo ricominciò: il medicò analizzò il male del quale era stato vittima il prigioniero; e dichiarò che egli era morto. Domande e risposte si facevano con una noncuranza che indignò Dantès. Gli sembrava che tutti avrebbero dovuto risentire pel povero Faria una parte dell’affetto che ei gli portava.

— Sono dispiacente di ciò che voi mi annunziate, disse il governatore rispondendo alla certezza manifestata dal medico, che il vecchio fosse in effetti morto; era un prigioniero docile, inoffensivo, ricreante colla sua follia e soprattutto facile a sorvegliarsi.

— Oh! riprese il carceriere, si sarebbe potuto far di meno di qualunque sorveglianza. Garantisco ch’egli avrebbe potuto restar qui cinquant’anni, senza provar di fare il più piccolo tentativo di evasione.

— Frattanto, riprese il governatore, non che io dubiti della vostra scienza, ma è necessario di assicurarci se il prigioniere sia in effetti morto. — Si formò un nuovo silenzio, e Dantès sempre in ascolto suppose che il medico esaminasse e palpasse una seconda volta il cadavere.

— Voi potete restare tranquillo, disse allora il medico: è morto, e me ne rendo io garante.

— Sapete, signore, riprese il governatore insistendo, che noi non ci contentiamo, in casi simili, di un semplice esame; perciò ad onta di tutte le apparenze vi prego di adempiere alle formalità prescritte dalla legge.

— Che si faccia arroventare un ferro, disse il medico, ma in verità, questa è una cautela inutile. — Quest’ordine fece fremere Dantès. S’intesero dei passi frettolosi, il cigolio della porta, l’andare e venire interno, e di lì a poco un carceriere rientrò dicendo: — Ecco il braciere con un ferro.

Si rinnovò il silenzio per un momento, poi s’intese il frizzio delle carni che bruciavano e di cui l’odore nauseabondo penetrò per fino dietro il nascondiglio di Dantès che lo sentì con orrore. A quest’odore di carne carbonizzata, il sudore scaturì dalla fronte del giovine che per un momento credette di svenire.

— Voi vedete, disse il medico, che egli è veramente morto; questa bruciatura al tallone è decisiva, il povero pazzo è guarito dalla follia e liberato dalla prigionia.

— Non si chiamava Faria? domandò uno degli ufficiali che accompagnavano il governatore.

— Sì, rispose questi: egli pretendeva che questo fosse un nome antico, era però molto dotto e molto ragionevole su tutti i punti che non avevano relazione col suo tesoro; ma su questo, bisogna convenire, egli era intrattabile.

— È l’affezione che noi chiamiamo monomania, disse il medico.

— Voi non avete mai avuto nulla da lamentarvi di lui? domandò il governatore al carceriere.

— Mai, sig. governatore, rispose questi, altre volte anzi mi divertiva molto raccontandomi delle storie; e un giorno perfino che mia moglie era malata, mi scrisse una ricetta che la guarì.

— Ah! ah, fece il medico, ignorava di aver che fare con un collega; spero, signor governatore, aggiunse ridendo, che per tal riguardo lo tratterete con considerazione.

— Sì, sì, siate tranquillo egli sarà decentemente sepolto nel sacco più nuovo che si potrà ritrovare; siete contento?

— Dobbiamo noi adempiere quest’ultima formalità alla vostra presenza, sig. governatore? domandò un carceriere.

— Senza dubbio; ma sbrigatevi; non posso restare in questa camera tutta la giornata.

Si fece sentire un nuovo andare e venire: un momento dopo il rumore dello stendere di una tela giunse alle orecchie di Dantès, il letto s’incurvò sulle traverse, un andar grave come di chi porta un peso, gravitò sulla pietra sotto di cui stava Dantès, quindi il letto tornò a piegarsi sotto il peso che gli si rendeva.

— A questa sera, disse il governatore.

— La messa vi sarà? domandò un ufficiale.

— Impossibile, disse il governatore. Il cappellano del castello venne ieri a chiedermi un permesso di otto giorni per fare un piccolo viaggio a Thiers. Io gli ho garantito i miei prigionieri durante la sua assenza; il povero Faria non doveva avere tanta fretta, se voleva il suo _requiem_.

Intanto si compieva l’operazione per la sepoltura.

— A questa sera, disse il governatore, quando fu finita.

— A che ora? domandò il carceriere — Fra le dieci e le undici. — Si deve vegliare il morto? — E perchè fare? si chiuda la prigione come se fosse vivo e nient’altro.

Allora i passi si allontanarono, le voci gradatamente cessarono, si fece sentire il cigolio dei cardini della porta che si chiudeva e lo stridere della serratura. Un silenzio più tetro di quello della solitudine, il silenzio della morte, si sparse per tutto, perfino nell’anima agghiacciata del giovine. Allora egli sollevò lentamente la pietra colla testa, e gettò uno sguardo investigatore nella camera: questa era vuota. Dantès allora uscì dal suo nascondiglio.

XX. — IL CIMITERO DEL CASTELLO D’IF.

Sul letto, steso nel senso della sua lunghezza e debolmente rischiarato da un giorno nebbioso che penetrava attraverso la finestra, si vedeva un sacco di tela grossissima sotto le larghe pieghe del quale si distingueva confusamente una forma lunga ed irrigidita: questo era l’involto funebre di Faria, quell’involto che costava sì poco al dire degli stessi carcerieri. Così tutto era finito: una materiale separazione esisteva di già fra Dantès ed il vecchio suo amico; egli non poteva vederne più gli occhi rimasti aperti per guardare al di là della morte, non poteva più stringere quella mano industriosa che aveva sollevato il velo che per lui copriva tante cose nascoste. Faria, l’utile, il buon compagno al quale si era avvezzato con tanto interessamento non esisteva più che nella sua memoria! Allora si assise ai piedi di questo letto terribile, e s’immerse in una cupa ed amara melanconia. Solo! era ritornato solo! era ricaduto nel silenzio, si trovava in faccia al niente! solo, non più la voce dell’unico essere umano che ancora lo teneva attaccato alla terra! non era meglio morire anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? L’idea di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla presenza di lui, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino al letto di Faria.

— Se io potessi morire, diss’egli, andrei ove è andato egli. Ma come si fa a morire? è ben facile, riprese ridendo. Io resto qui, mi getto sul primo che entra, lo strangolo e sarò ghigliottinato. Ma siccome accade che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi tempeste l’abisso si trova fra le due sommità dei flutti, così Dantès rinculò all’idea di questa morte infamante, e precipitosamente discese da questa disperazione ad una sete ardente di vita e di libertà.

— Morire! oh! no! gridò egli, a che varrebbe di aver vissuto tanto, di aver tanto sofferto per morire così? Morire era bene, quando avevo presa la risoluzione l’altra volta, sono diversi anni; ma ora ciò sarebbe veramente un aggiunger troppo alla mia miserabile situazione. No, io voglio vivere; no, voglio lottare fino all’ultimo momento, no, voglio riconquistare quella felicità che mi fu tolta. Prima di morire, dimenticava che io ho i miei carnefici da punire, e forse anche qualche amico da ricompensare; ma ora sarò dimenticato qui, e non uscirò dal mio carcere che nello stesso modo di Faria. — A questa parola Edmondo restò immobile, cogli occhi fissi, come colui che viene colpito da una repentina idea, ma però da un’idea che spaventa.

Ad un tratto si alzò, portò la mano alla fronte come se avesse le vertigini, fece due o tre giri intorno alla camera, e ritornò a fermarsi davanti al letto. — Oh! oh! chi m’invia questo pensiero? sei tu, o mio Dio? dappoichè i soli morti escono liberamente di qui, prendiamo il posto dei morti... e senza aspettare il tempo di pentirsi di questa risoluzione, e senza pensarvi più oltre per timore di distruggerla, si chinò sullo schifoso sacco, l’aprì col coltello fatto da Faria, ne tolse il cadavere, il trascinò nel proprio carcere, lo depose sul suo letto, gli mise in testa quella tela di cui egli stesso soleva coprirsi, baciò un’ultima volta quella fronte agghiacciata, tentò nuovamente di chiuderne gli occhi ribelli, che continuarono a rimanere aperti, ne volse la testa dalla parte del muro, affinchè il carceriere, quando gli portava il cibo della sera, avesse creduto che dormisse (il che non di rado accadeva) rientrò nel sotterraneo, tirò a sè il letto contro la muraglia, giunse nell’altra camera, prese dal nascondiglio l’ago e il filo, si tolse i cenci affinchè sotto la tela si sentissero le carni nude, si adattò dentro il sacco, si pose nella stessa situazione in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con una cucitura per di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del cuore, se per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno. Dantès avrebbe potuto aspettare la visita della sera: ma egli temeva che il governatore cambiasse di risoluzione, e che si trasportasse il cadavere qualche tempo prima. Allora la sua ultima speranza sarebbe stata perduta. In ogni evento il suo disegno era stabilito, ecco ciò ch’egli contava di fare.

Se durante il tragitto i becchini riconoscevano che portavano un vivo invece di un morto, Dantès non lasciava loro il tempo di verificarlo; con un vigoroso colpo di coltello apriva il sacco di alto in basso, approfittava del loro terrore e fuggiva; se avessero voluto fermarlo si sarebbe servito del coltello. Se lo conducevano fino al cimitero e lo depositavano in una fossa, vi si lasciava coprir di terra; quindi, venuta la notte, appena i becchini avessero voltato le spalle, si apriva un passaggio attraverso la terra molle, e fuggiva. Sperava che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da non poterla sollevare. Se poi s’ingannava, se al contrario questo peso era tanto forte da morirne soffocato, tanto meglio: tutto era finito! Dantès non aveva mangiato dal giorno innanzi: nel mattino non avea pensato alla fame, e non vi pensava neppure allora. La sua posizione era troppo precaria per lasciargli l’agio di fermare il pensiero sopra altre idee. Il primo pericolo che correva Dantès, era che il carceriere quando gli portava il vitto alle sette si fosse accorto della sostituzione fatta. Fortunatamente, più di venti volte, tanto per misantropia che per stanchezza, Dantès aveva ricevuto il carceriere, addormentato, e in questi casi, d’ordinario, quest’uomo deponeva il pane e la minestra sulla tavola, e partiva senza dir parola. Ma questa volta il carceriere poteva derogare dalle sue abitudini di mutismo, interrogare Dantès, e vedendo che non gli rispondeva, accostarsi al letto e scoprir tutto.

Allorchè si avvicinarono le sette, cominciarono le angosce di Dantès. Si sforzava di comprimere colla mano il petto per moderare i palpiti del cuore, mentre che, con l’altra si asciugava il sudore della fronte che scorreva lungo le tempie, dei brividi ne agitavano tutto il corpo, e a quando a quando gli stringevano il cuore come fra una morsa ghiacciata. Allora egli si credeva sul punto di morire.

Le ore passarono senza alcun movimento nel castello, e Dantès si persuase di aver sfuggito il primo pericolo, il che eragli di buon augurio. Finalmente verso l’ora stabilita dal governatore cominciarono a sentirsi dei passi su per la scala, Edmondo capì che era giunto il momento. Si armò di tutto il suo coraggio, trattenne il respiro, e sarebbe stato pienamente contento se avesse potuto trattenere egualmente le pulsazioni precipitate delle arterie.

Fu fatto alto alla porta; il passo era doppio, Dantès dubitò che fossero i due becchini che venivano a prenderlo. Questo sospetto si cambiò in certezza, quando intese il rumore che fecero nel deporre il cataletto. La porta s’aprì, una luce velata giunse fino agli occhi di Dantès; attraverso la tela che lo copriva, vide due ombre che s’avvicinavano al letto. Una terza restava alla porta tenendo in mano un lanternone. I due uomini che si erano accostati al letto afferrarono il sacco dalle due estremità.

— Per bacco! per essere un vecchio magro, è ben pesante! disse quegli che lo sollevava dalla testa.

— Si dice, che ogni anno lo ossa diventino più pesanti mezza libbra, disse l’altro che lo prendeva pei piedi.

— Hai tu fatto bene il nodo? domandò il primo.

— Sarebbe da bestia il caricarci di un peso inutile, rispose il secondo, lo farò quando siamo giù.

— Hai ragione, andiamo dunque.

— Perchè questo nodo? domando Dantès a sè stesso.

Il preteso morto fu trasportato dal letto alla bara. Edmondo s’intirizziva per meglio rappresentare la parte di defunto. Fu posto sul cataletto, ed il corteggio, rischiarato dall’uomo che portava il lanternone, e che camminava avanti, salì la scala. D’un subito fu circondato dall’aria fresca ed aperta della notte. Dantès riconobbe il maestrale. Questa sensazione così momentanea fu per lui ripiena di delizia ad un tempo e d’angoscia. I portatori fecero una ventina di passi, poi si fermarono e deposero al suolo la bara. Uno di essi si allontanò, e Dantès sentì che gli stivali ripercuotevano sulle pietre.

— Dove sono adesso? chiese Dantès a sè stesso.

— Sai tu che non è leggiero niente affatto? disse quello che era vicino a Dantès sedendosi sull’orlo del cataletto.

Il primo sentimento di Edmondo fu quello di allontanarsi da lui; fortunatamente si trattenne. — Fammi luce, animale, disse quello dei due portatori che si era allontanato, non troverò ciò che cerco. — L’uomo dal lanternone obbedì, quantunque l’ingiunzione fosse stata fatta come vedemmo poco convenientemente. — E che cosa cerca? si domandò nuovamente Dantès; una pala senza dubbio.

Una esclamazione di soddisfazione indicò che il becchino aveva trovato ciò che cercava. — Finalmente, disse l’altro, ce n’ha voluto. — Sì, rispose il primo, ma non avrà perduto niente ad aspettare. — A queste parole si ravvicinò ad Edmondo che intese depositare vicino a sè un corpo pesante e sonoro: nel medesimo punto una corda gli circondò i piedi con una viva o dolorosa compressione. — Ebbene! è fatto il nodo? domandò quel becchino che era rimasto inoperoso.

— Ed è fatto bene, disse l’altro, me ne rendo garante.

— In questo caso, avanti. — E sollevato il cataletto si rimisero in cammino. Fecero una cinquantina di passi circa, poi si fermarono per aprire una porta, quindi ripresero il moto: il rumore delle onde che s’infrangevano contro la roccia sulla quale era fabbricato il castello giungeva sempre più distintamente all’orecchio di Dantès a seconda che si avanzavano. — Cattivo tempo! disse uno dei becchini, non è una bella cosa trovarsi in mare con questa nottata.

— Sì, disse l’altro, il sapiente corre gran pericolo di bagnarsi. — Ed entrambi scoppiarono in una risata.

Dantès non capì bene la forza dello scherzo, ciò nonostante non gli si drizzaron meno i capelli sulla testa.

— Va bene! eccoci arrivati, riprese il primo. — Più avanti, più avanti, disse l’altro; tu sai bene che l’ultimo rimase per via infranto sur uno scoglio, e che il governatore ci disse la dimane, che non eravamo buoni a nulla. — Fecero ancora altri quattro o cinque passi sempre salendo, quindi Dantès si sentì preso per la testa e per i piedi; e tutto il corpo venne barcollato. — Una! dissero i becchini; due e tre!...

E nello stesso tempo Dantès si sentì lanciato in un enorme vuoto, traversando lo spazio come un uccello ferito, e cadendo sempre con uno spavento che gli agghiacciava il cuore. Quantunque tirato in basso da qualche cosa di pesante che precipitava ancor più il rapido volo, gli sembrò che questa caduta durasse un secolo. Finalmente, con un rumore spaventoso, entrò come dardo in un’acqua ghiacciata, che gli fece gettare un grido che nel medesimo punto fu soffocato dalla immersione.

Dantès era stato lanciato in mare e veniva tratto al fondo da una palla da 36 legatagli ai piedi....

.... Il mare è il cimitero del castello d’If.

XXI. — L’ISOLA DI TIBOULEN.

Dantès, stordito, quasi soffocato, ebbe però la sicurezza d’animo di trattenere il respiro, e siccome aveva la mano dritta armata di coltello, pronta a qualunque evento, come si disse, così sventrò rapidamente il sacco, cavò il braccio, poi la testa; ma allora ad onta di tutti gli sforzi per sollevare la palla continuò a sentirsi trarre in basso; si curvò, cercò la corda che gli legava le gambe, e con uno sforzo supremo la troncò appunto nel momento in cui stava per affogare. Allora, dando un vigoroso colpo di piede, risalì libero alla superficie dell’acqua, mentre che la palla trascinava nel più profondo del mare quel grossolano tessuto che per poco non era divenuto il suo involto sepolcrale.

Non prese che il tempo di respirare, e s’immerse una seconda volta, perchè la prima cautela che doveva prendere, era quella di evitare l’attenzione delle guardie.

Quando ricomparve una seconda volta, era già lontano una cinquantina di passi dal luogo della sua caduta: vide al di sopra della testa un cielo nero e tempestoso, alla superficie del quale il vento faceva scorrere rapidamente le nubi, scoprendo ad intervalli qualche piccolo punto azzurro illuminato da una stella: a sè d’innanzi si presentava la tetra e muggente pianura delle onde, che cominciavano ad accavallarsi, come segno di vicina tempesta, mentre che al di dietro, più nero del mare, e del cielo, s’inalzava, come un fantasma minaccioso, il gigante di granito di cui la tetra punta sembrava un braccio steso per riafferrar la sua preda.