Il Conte di Monte-Cristo

Part 17

Chapter 173,877 wordsPublic domain

«Cesare Borgia prese d’assalto Sinigaglia, che apparteneva a Francesco Maria della Rovere; il giorno stesso della vittoria, chiamò a pranzo tutti i condottieri del suo esercito, ed a seconda che entravano nella sala del convito, non avendo più bisogno di loro e temendo qualche lega che potesse inceppargli la vittoria nella Romagna, fece a tutti l’un dopo l’altro tagliar la testa sul limitare della porta. Così morì Vitellozzo Vitelli signore di Città di Castello, Oliverotto signore di Fermo, Paolo Orsini Duca di Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada ecc.»

«Dopo questa lettura, egli mi favellò così:

«Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue bande con quelle di Cesare Borgia, quando si portò ad invadere la Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la vita, ma la perdita di quegl’immensi beni di cui era ritenuto possessore, e che, conservava colla più grande importanza per trasmetterli ad un nipote che amava qual figlio. Quando Guido Spada, dopo la vittoria di Sinigaglia, ricevette l’invito al pranzo di Borgia egli sospettò il tradimento che veniva ordito, ed accorgendosi omai che ancorchè non fosse andato al convito la sua vita era sempre in balia del Borgia trovandosi in mezzo alle sue genti, si limitò a spedire un messaggio al nipote in Roma per avvertirlo del luogo ove egli teneva il suo testamento. Il messaggiero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso in cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non che uno scritto dello Spada in cui diceva: «Lascio al mio nipote amatissimo le mie stoviglie ed i miei libri, fra i quali la mia Bibbia ad angoli d’oro desiderando ch’egli la conservi quale ricordo del suo affezionatissimo zio.»

«Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la Bibbia, fecero man bassa sui mobili, e si meravigliarono che Spada, l’uomo ricco, non fosse in effetti che il più miserabile degli zii; nessun tesoro fu rinvenuto, se pure non vogliansi chiamare tesori le scienze racchiuse nella biblioteca e nel laboratorio chimico.

«Il messaggiero che era stato assassinato in viaggio, ebbe tempo prima di morire, di dire ad un sacerdote, che prestavagli gli ultimi uffici di religione innanzi la chiesetta presso la quale fu aggredito, che facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta secretezza, che vi avrebbe certamente trovato il testamento. Il sacerdote eseguì questo estremo desiderio del trafitto: e fu dopo questo annunzio che si raddoppiarono più attivamente ancora le ricerche: ma tutto fu invano. Non restarono al nipote che due palazzi, ed una villa dietro al Palatino, ed un migliaio circa di scudi in argenteria, ed altrettanto in moneta contante. La famiglia Spada non riprese più il lustro di prima e rimase dubbia la loro fortuna; un mistero eterno pesò sopra questa faccenda, e la pubblica fama fe’ credere, che Cesare Borgia avesse ritrovato i tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido sotto le mura di Sinigaglia.»

— Fin qui, interruppe Faria, sorridendo, non vi sembrerà che questo racconto sia privo di senno?

— Oh! amico mio, disse Dantès, mi sembra, al contrario, di leggere una cronaca importantissima, continuate.

— La famiglia si accostumò a questa oscurità, gli anni si successero. Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri diplomatici; alcuni furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni si arricchirono, altri finirono di rovinarsi. Ma veniamo all’ultimo della famiglia, a quello di cui io fui segretario, al conte Spada. Io lo aveva spesso sentito lamentarsi della sproporzione del suo grado colla sua fortuna, per cui lo aveva consigliato di porre i pochi beni che gli restavano in rendita vitalizia; ascoltò il mio consiglio, e per tal modo raddoppiò le sue rendite. La famosa Bibbia ad angoli d’oro era rimasta in famiglia, ed il conte Spada la possedeva: fu conservata di padre in figlio, perchè la clausola bizzarra del solo testamento che si conobbe, ne aveva formata una vera reliquia custodita con una superstiziosa venerazione in famiglia. Era quel libro illustrato da magnifiche miniature gotiche e così pesante per l’oro, che vi voleva un leggio per poterne far uso. Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, pergamene, che venivano custodite negli archivii della famiglia e che derivavano da Guido Spada, io mi misi a mia volta al par di venti servitori, di venti intendenti e venti segretarii che mi avevano preceduto, ad esaminare queste filze formidabili. Ad onta dell’attività e della precisione delle mie ricerche, io non ritrovai assolutamente niente. Frattanto aveva letta ed anche scritta una storia esatta delle effemeridi della famiglia Borgia, nel solo scopo di assicurarmi se fosse stata aggiunta alla famiglia di questi Principi qualche gran fortuna dopo la morte di Guido Spada, e mai non potei osservare altro se non l’addizione dei beni degli altri condottieri con lui decollati, che furono ben presto esauriti nelle guerre della Romagna.

«Ero dunque quasi sicuro che nè Cesare Borgia, nè la sua famiglia si erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano possessori gli Spada, ma che queste, se pur vi erano, rimasero senza padrone, come quei tesori delle favole arabe che dormono nel seno della terra, sotto la custodia di un genio. Io sfogliai, contai, calcolai le mille e mille volte le rendite e le spese della famiglia da trecento anni in poi, e tutto fu inutile. Confrontai questi calcoli colle spese e le rendite prima dell’avvenimento di Guido, e vi trovai una incalcolabile differenza; ciò nonostante tutto riuscì inutile, io restai nella mia ignoranza ed il conte Spada nella sua miseria.

«Il mio padrone morì. Dal suo contratto vitalizio egli non aveva eccettuate che le sue carte di famiglia, la biblioteca composta di cinque mila volumi e la famosa Bibbia; mi lasciò legatario di tutto questo, unitamente ad un migliaio di scudi romani che possedeva in denaro contante colla condizione di fargli dire delle messe nell’anniversario della sua morte, di formare un albero genealogico della sua famiglia e di scrivere una storia della medesima, il che ho fatto esattamente...

«Tranquillizzatevi, Edmondo, ci accostiamo alla fine.

«Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo la morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, (vedrete in breve in qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente) io rileggeva per la centesima volta queste carte che metteva in ordine, perchè appartenendo oramai il palazzo ad uno straniero, io stavo per lasciare Roma e stabilirmi a Firenze portando meco una certa quantità di libri, la mia biblioteca e la famosa Bibbia, allorchè stanco da questo continuo studio, e indisposto per un pranzo indigesto, lasciava cadere la testa sopra le mani e mi addormiva. Erano tre ore dopo mezzogiorno: mi svegliai; la pendola batteva le sei: alzai la testa e mi trovai nella più profonda oscurità. Suonai perchè mi si portasse il lume, non venne alcuno. Risolvetti allora di servirmi da me; quest’era d’altra parte un’abitudine da filosofo che mi abbisognava di adottare. Presi con una mano la bugìa che era sul tavolo, coll’altra non ritrovando solfanelli cercai un po’ di carta che mi avvisava di accendere ad un resto di fuoco rimasto nel caminetto; ma nell’oscurità temendo di prendere una carta preziosa invece di un foglio inutile, esitai; allora mi risovvenni di aver veduto nella famosa Bibbia che era sulla tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che sembrava aver servito di segno al luogo ove si cessava la lettura, e che aveva traversato i secoli, mantenuto al suo posto dalla venerazione degli eredi. Io cercai a tastoni quest’inutil foglio, lo trovai, lo contorsi, lo presentai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le dita, come per magìa, a seconda che il fuoco saliva io vidi dei caratteri giallastri uscir dalla carta e comparire sul foglio. Allora fui preso da terrore; serrai fra le mani il foglio, spensi il fuoco, accesi la bugìa alla bracia; riaprii con indicibile emozione il foglio ripiegato, e riconobbi che un inchiostro misterioso e simpatico aveva tracciato quelle lettere apparse soltanto al contatto del vivo calore; poco più di un terzo del foglio era stato consumato dalla fiamma. Egli è quel foglio che voi avete letto questa mattina. Rileggetelo Dantès; poi quando lo avrete riletto io vi compierò le frasi interrotte e il senso incompiuto; — e Faria, trionfante, aprì il foglio a Dantès che questa volta lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro color di ruggine;

«Essendo costretto per lo mio me di seguire in un con le gia nella guerra di Romagna, e parato a qualunque tradimento p cipe, dichiaro a mio nipote erede universale che ho per aver visitato con me isola di Monte-Cristo, tutto quanto preziose, diamanti, argenterie per il valore circa di due troverà passando la ventesima dell’Est in linea retta. Due aper in queste grotte il tesoro sta nell’angolo qual tesoro lascio a lui e cedo solo erede.»

«28 _Marzo_ 1492.

«Guid

— Ora, riprese Faria, leggete quest’altra carta. — E presentò a Dantès un altro foglio, con altri frammenti di righe.

— Adesso, diss’egli, veduto Dantès che aveva letto fino all’ultima linea, ravvicinate i due frammenti, e giudicate.

Dantès obbedì, ravvicinati i due frammenti, davano il seguente assieme.

«Essendo costretto per lo mio me_glio_ di seguire in un con le _mie genti Cesare Bor gia_ nella guerra di Romagna, e _dovendo essere pre_ parato a qualunque tradimento p_er parte di questo prin_ cipe, dichiaro a mio nipote _Giulio Spada, mio_ erede universale, che ho _nascosto in una direzione che egli conosce,_ per aver visitato con me, _cioè nell’_ isola di Monte-Cristo, tutto quanto _io possedo in pietre_ preziose, diamanti, argenterie, _che solo io conosco questo tesoro_ per il valore circa di due _milioni di scudi romani, e che egli_ troverà passando la ventesima _pietra della roccia a partirsi dal seno_ dell’Est in linea retta. Due aper_ture sono state praticate_ in queste grotte; il tesoro sta nell’angolo _più lontano della seconda, il_ qual tesoro lascio a lui e cedo _in tutto come mio_ solo erede.»

28 _Marzo_ 1492.

«Guido _Spada_.

— Ebbene! capite finalmente? disse Faria.

— È la dichiarazione di Guido Spada, è il testamento che fu cercato per sì gran tempo, disse Edmondo ancora incredulo.

— Sì, mille volte sì.

— E chi l’ha ricostruito in tal modo?

— Io che coll’aiuto del frammento restato, ho indovinato il resto misurando la lunghezza delle linee con quella della carta e penetrando nel senso nascosto col mezzo visibile, come uno si guida in un sotterraneo con un residuo di luce che gli venga dall’alto.

— E che faceste quando avete creduto di acquistare questa cognizione?

— Voleva partir subito, ed anzi sono partito sul momento, portando meco il principio della mia grand’opera filosofica, ma la polizia imperiale che conosceva i miei principi teneva gli occhi aperti sopra di me. La mia partenza precipitata, della quale non poteva conoscere la causa, svegliò dei sospetti, e al momento in cui io stava per imbarcarmi a Piombino, venni arrestato... Ora, continuò Faria, guardando Dantès con un’espressione quasi paterna, ora, amico mio, voi ne sapete quanto me. Se noi ci salviamo insieme la metà del mio tesoro è vostra; se io muoio qui, e che voi vi salviate solo, vi appartiene in totalità.

— Ma, domandò Dantès con esitazione, questo tesoro non ha egli nel mondo possessori più legittimi di noi?

— No, no, rassicuratevi; la vera famiglia Spada è estinta compiutamente. D’altra parte l’ultimo dei conti Spada mi ha dichiarato suo erede, e nel lasciarmi per legato questa Bibbia simbolica mi ha pur lasciato tutto ciò che conteneva. No, no, tranquillizzatevi, se noi un giorno potremo metter le mani sopra questa fortuna, potremo goderne senza rimorsi.

— E dite voi che questo tesoro racchiude...

— Due milioni di scudi romani, circa 13 milioni di franchi.

— Impossibile! disse Dantès, spaventato dall’enormità della somma.

— Impossibile e perchè? rispose il vecchio. La famiglia Spada era una delle più antiche e delle più possenti famiglie del secolo XV. D’altra parte in quei tempi, in cui era sospesa ogni speculazione ed ogni industria, non erano rari questi ammassi di oro e di pietre; anche oggi giorno in Roma vi sono delle famiglie che muoiono di fame, e che hanno quasi un milione in diamanti e pietre preziose trasmesse per maggiorasco, che non possono essere alienate.

(Edmondo che credeva sognare, ondeggiava fra l’incredulità e la gioia). — Io non ho custodito per sì lungo tempo tal segreto con voi, continuò Faria, se non perchè prima volessi mettervi alla pruova e poi farvi una sorpresa. Se noi fossimo evasi prima del mio accesso di catalessi, vi avrei condotto a Monte-Cristo; ora, aggiunse egli con un sospiro, siete voi che mi condurrete.... Ebbene! Dantès, non mi ringraziate?

— Questo tesoro è vostro, amico mio, disse Dantès; egli appartiene a un solo, ed io non vi ho alcun diritto; io non sono neppure vostro parente.

— Voi siete mio figlio, Dantès! gridò il vecchio, voi siete il figlio della mia prigionia. Dedito interamente agli studi, mi era condannato al celibato; Dio vi ha inviato a me per consolare l’uomo che non è stato padre, e il prigioniero che non poteva esser libero. — E Faria tese il braccio che gli restava, al giovine, che gli si gettò al collo piangendo.

XIX. — IL TERZO ACCESSO.

Ora che questo tesoro, stato per sì lungo tempo lo scopo delle meditazioni di Faria, poteva assicurare la felicità di colui che egli veramente amava come suo figlio, questo tesoro aveva raddoppiato di valore a’ suoi occhi: tutti i giorni si divertiva nel farne le quote, spiegando a Dantès tutto ciò che poteva fare di bene ai suoi amici quell’uomo che ai nostri giorni possedesse una fortuna di 13 a 14 milioni; e allora il viso di Dantès si faceva tetro, perchè il giuramento di vendetta che aveva fatto si presentava al suo pensiero, e rifletteva quanto male poteva fare a’ suoi nemici un uomo che ai nostri giorni possedeva 13 a 14 milioni.

Faria non conosceva l’isola di Monte-Cristo, ma Dantès la conosceva, vi era spesse volte passato davanti ed una volta vi avea preso ancora terra. Quest’isola era, è stata sempre, ed è ancora compiutamente deserta; è una roccia di forma quasi conica che sembra essere stata sospinta da qualche cataclismo vulcanico dal fondo dell’abisso alla superficie del mare[1].

Dantès faceva il piano dell’Isola a Faria, e questo davagli dei consigli sui modi da impiegarsi per ritrovare il tesoro.

Ma Dantès era ben lungi dall’essere così entusiasta e così confidente quanto lo era il vecchio; era al certo ben sicuro che Faria non era pazzo ed il modo con cui era giunto alla scoperta che aveva fatto credere alla sua follia, raddoppiava ancora la sua ammirazione per lui; ma non poteva egualmente credere che questo deposito, supposto che un giorno vi fosse stato, vi fosse tuttavia, e quando non guardava questo tesoro come una chimera, lo guardava come molto lontano. Frattanto, come se il destino avesse voluto togliere ai prigionieri l’ultima speranza, e far loro credere che erano condannati ad un perpetuo carcere, una nuova disgrazia venne a colpirli. La galleria che dava sul mare, minacciando ruina da lungo tempo, era stata ricostruita; furono sostituiti ai pianciti e ai travi degli enormi dadi di roccia sul foro di già per metà interrato da Dantès; senza questa cautela, che fu suggerita dal vecchio al giovine, il loro infortunio sarebbe stato ancora maggiore, perchè si sarebbe scoperto il tentativo di evasione e sarebbero stati indubitatamente divisi.

Una nuova porta più forte e più inesorabile delle altre si era chiusa ancora una volta sur essi.

— Voi vedete bene, diceva Dantès, con una dolce tristezza a Faria, che Dio vuol togliermi fino il merito di ciò che chiamate mia devozione per voi: vi ho promesso di restare eternamente con voi, ed ora non son più libero di non poter mantener la mia parola; non avrò più il tesoro e non usciremo di qui nè l’uno nè l’altro. Del resto il mio vero tesoro siete voi, amico mio, quello che mi attendeva sotto le tetre volte di questa prigione siete voi, è la vostra presenza, il nostro convivere cinque o sei ore del giorno insieme ad onta della vigilanza dei nostri carcerieri. Sono questi raggi d’intelligenza che voi avete versato nel mio intelletto, queste lingue che voi avete trapiantate nella mia memoria, ove vegetano con tutte le loro ramificazioni filologiche. Queste scienze diverse che voi mi avete rese sì facili colla profondità della conoscenza che me ne avete data, e colla chiarezza dei principi a cui le riduceste. Ecco il mio tesoro, amico; ecco in che modo mi avete fatto ricco e felice. Credetemi e consolatevi; ciò per me val molto più delle verghe d’oro e delle casse di diamanti, quand’anche non fossero così problematiche, come le nubi che si vedono la mattina fluttuare sul mare, che si prendono per terra ferma e che svaporano, svaniscono a seconda che uno si avvicina. Vedervi vicino a me per il più lungo tempo possibile, ascoltare la vostra voce eloquente, ornare il mio spirito, rattemprare l’anima mia, rendere tutta la mia organizzazione capace di grandi e terribili cose, se mai un giorno sarò libero, riempirle così bene che la disperazione alla quale ero sul punto di abbandonarmi, quando vi conobbi, non vi ritrovi più posto; ecco tutta la mia fortuna: questa non è chimerica, io la debbo a voi, e tutti i sovrani della terra, fossero essi ancora tanti Cesare Borgia, non riuscirebbero a togliermela.

Così i giorni che scorsero in seguito, se non furono giorni felici pei due prigionieri, passarono però molto prestamente. Faria che aveva custodito il segreto del suo tesoro per sì lungo tempo, ora ne parlava ad ogni occasione. Come lo aveva preveduto, egli restò paralizzato dal lato destro ed egli stesso aveva perduto ogni speranza di potersene servire; ma pensava sempre pel suo compagno ad una liberazione o ad una evasione, e ne godeva per lui. Per timore che la lettera potesse un giorno perdersi o cancellarsi aveva obbligato Dantès ad impararla a memoria, di tal che questi la sapeva dalla prima all’ultima parola; allora distrusse la seconda parte, certo che poteva essere ritrovata la prima parte, senza che ne fosse indovinato il vero senso. Qualche volta passava delle ore intere nel dare delle istruzioni a Dantès, istruzioni che dovevano servirgli nei giorni della sua libertà. Una volta libero, dal giorno, dall’ora, dal momento in cui sarebbe stato libero, allora egli non doveva più avere che un solo ed unico pensiero, quello di guadagnare Monte-Cristo in qualunque siasi modo, restarvi solo con un pretesto che non desse sospetto; ed una volta là, una volta solo, cercare di ritrovare le grotte maravigliose e scavare nell’interno della seconda grotta.

Aspettando in tal modo, le ore passavano, se non rapide almeno sopportabili: Faria, come dicemmo, senza avere ricuperato l’uso della mano e del piede, aveva ricuperata tutta la chiarezza della sua intelligenza e aveva insegnato al suo giovine compagno un poco alla volta oltre le cognizioni morali, di cui si disse in particolare, quell’arte paziente e sublime del prigioniero che dal niente sa trarre qualche cosa. Faria pel timore di vedersi invecchiare, Dantès pel timore di ricordarsi il suo passato quasi estinto, e che non presente più nel fondo della sua memoria lontana, che come perduto nella notte; tutto camminava come in quelle esistenze ove l’infelicità non ha nulla scomposto, e che passano macchinalmente e con calma sotto l’occhio della Provvidenza. Ma sotto questa calma superficiale esistevano nel cuore del giovine, e fors’anche del vecchio, molti slanci trattenuti, molti sospiri soffocati, che Faria faceva quando era solo, Edmondo quando rientrava nel suo carcere.

Una notte Edmondo si risvegliò come scosso, credendo di essere stato chiamato; aprì gli occhi e tentò di squarciare la spessezza dell’oscurità. Il suo nome, o piuttosto una voce di lamento che tentava di articolare il suo nome, giunse fino a lui. Si alzò sul letto, il sudore dell’angoscia gli bagnava la fronte, ed ascoltò. Non v’era più alcun dubbio: il lamento veniva dal carcere del suo compagno.

— Gran Dio! esclamò Dantès; sarebbe forse..., e spostò il letto, levò la pietra, si slanciò nella via sotterranea, giunse all’opposta estremità, la pietra era alzata. Alla luce incerta e vacillante di quella lampada di cui abbiamo altre volte parlato, Edmondo vide il vecchio pallido, ancor ritto che si aggrappava al legno del letto. I suoi lineamenti erano sconvolti da quegli orribili sintomi che egli già conosceva, e che tanto lo spaventarono quando apparvero per la prima volta.

— Ebbene! amico mio, disse Faria rassegnato.... non ho più bisogno d’insegnarvi altro. — Edmondo gettò un grido doloroso, e del tutto smarrito si slanciò verso la porta gridando: — Soccorso! soccorso! — Faria ebbe ancora la forza di fermarlo per un braccio. — Silenzio, diss’egli, o siete perduto. Non pensiamo più che a voi, caro amico, a rendere la vostra prigionia sopportabile o la vostra fuga possibile. Vi bisognerebbero molti anni per rifare da solo tutto ciò che io ho fatto qui, e che sarebbe distrutto sul momento se i nostri sorveglianti sapessero la nostra intelligenza. D’altra parte siate tranquillo, amico mio, il carcere che abbandono non resterà lungamente vuoto: un altro disgraziato verrà a prendere il mio posto. A quest’altro voi comparirete come un angiolo salvatore. Quest’altro sarà forse giovine, forte, paziente come voi. Quest’altro potrà aiutarvi nella vostra fuga, mentre che io non era ormai in istato che d’impedirla. Non avrete più un mezzo cadavere unito a voi per ostare ai vostri movimenti. Dio fa finalmente qualche cosa per vostro bene: egli vi dà più di ciò che vi toglie, ed è ben ora che io muoia.

Edmondo non potè far altro che unire le mani e gridare.

— Oh! amico mio, amico mio, tacete. — Quindi riprendendo la sua forza, un momento perduta dal colpo imprevisto, e il coraggio piegato dalle parole del vecchio:

— Oh! diss’egli, io vi ho già salvato una volta, vi salverò la seconda. — E sollevando il piede del letto ne cavò la boccettina in cui v’era ancora un terzo del liquore rosso.

— Ecco diss’egli, di questa bibita salutare ne resta ancora. Presto, presto, ditemi ciò che devo fare. Questa volta vi sono nuove istruzioni da aggiungere? parlate, amico mio, vi ascolto.

— Non v’è alcuna speranza; rispose Faria, scuotendo la testa; ma non importa, Dio vuole che l’uomo da Lui creato, nel cuor del quale ha profondamente scolpito l’amor della vita, faccia tutto ciò che può per conservare questa esistenza, spesse volte penosa, ma sempre cara.

— Oh! sì, rispose Dantès, vi salverò; ve lo dico io.

— Ebbene! dunque tentate, il freddo mi prende, sento il sangue affluire al cervello; quest’orribile tremito mi fa sbattere i denti, e sembra disgiungere le mie ossa, comincia ad invadere il mio corpo; tra cinque minuti la crisi scoppierà, fra un quarto d’ora non vi sarà di me che un cadavere.

— Ah! gridò Dantès, col cuore lacerato dal dolore.

— Voi farete come l’altra volta, soltanto non aspetterete sì lungo tempo. A quest’ora tutte le molle della mia vita sono consunte, e la Morte non avrà più (mostrando il braccio e la gamba paralizzata) non avrà più che la metà del lavoro da fare. Se dopo avermi versato dodici gocce in bocca, invece di dieci, vedete che io non rinvengo, versate il rimanente. Frattanto portatemi sul letto perchè non posso più tenermi in piedi. — Edmondo prese il vecchio nelle braccia e lo stese sul letto. — Ora, amico, disse Faria, sola consolazione della mia misera vita, voi, che il cielo mi dette un po’ tardi, ma pure mi dette qual dono inapprezzabile di cui lo ringrazio, nel momento in cui sono per separarmi per sempre da voi, vi auguro tutti i beni, tutte le felicità che meritate. Figlio mio, io vi benedico!