Part 16
Faria sorrise. — Ahimè! figlio mio, diss’egli, la scienza umana è molto limitata, e dopo avervi imparato le matematiche, la fisica, la storia, e le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che so io; ora tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito nel vostro in due anni.
— Due anni! disse Dantès, credete che io possa imparare tutte queste cose in due anni?
— Nella loro applicazione no, nei loro principi sì; l’imparare non è lo stesso che sapere, vi sono gli eruditi e gli scienziati, la memoria forma i primi, la filosofia i secondi.
— Ma la filosofia non si può imparare?
— La filosofia non s’impara, la filosofia è la riunione delle scienze imparate al genio che le applica.
— Vediamo, disse Dantès, che cosa m’insegnerete per primo? ho smania di cominciare, ho sete di scienza.
— Tutto! disse Faria. — Infatto fin da quella sera i due prigionieri stabilirono un disegno di educazione che cominciò ad essere messo in esecuzione il giorno dopo. Dantès aveva una memoria prodigiosa, una estrema facilità di concetto; la disposizione matematica del suo spirito lo rendeva atto a comprender tutto per mezzo del calcolo, nel mentre che la poesia del marinaro correggeva quanto poteva esservi di troppo materiale nella dimostrazione ridotta all’aridità delle cifre e alla precisione delle linee. D’altra parte sapeva già l’italiano e un poco l’arabo che aveva imparato viaggiando in Oriente. Con queste due lingue, imparò ben presto il meccanismo di tutte le altre, ed in capo a sei mesi principiò a parlare l’inglese ed il tedesco. Come lo aveva detto a Faria, sia che la distrazione procuratagli dallo studio gli tenesse luogo di libertà, sia ch’egli fosse, come abbiamo già veduto, rigido osservatore della sua parola, Dantès non parlava più di fuggire; e le giornate per lui passavano rapide ed istruttive. In capo a un anno era già un altro uomo. Quanto a Faria, Edmondo osservava che, ad onta della distrazione arrecata con la presenza di lui alla sua prigionia, diventava ogni giorno più tetro; un pensiero incessante ed eterno sembrava occuparne lo spirito; era preso da profonde distrazioni, si alzava ad un tratto, incrocicchiava le braccia e passeggiava meditabondo intorno al carcere. Un giorno si fermò ad un tratto nel mezzo di uno dei cerchi le cento volte ripetuti e descritti intorno alla sua camera, e gridò: — Ah! se non vi fosse la sentinella.
— Non vi sarà sentinella quando voi non la vorrete, disse Dantès, che aveva seguito il suo pensiero attraverso la teca del suo cervello, come attraverso una bottiglia di cristallo.
— Ah! ve l’ho detto: mi ripugna l’idea d’un omicidio. — E frattanto quest’omicidio, se venisse commesso, lo sarebbe per istinto della nostra conservazione, per un sentimento di difesa personale. — Non importa... io non saprei... — Ciò nonostante voi ci pensate? — Senza posa, senza posa, mormorò Faria. — Ed avete ritrovato un mezzo, n’è vero? domandò vivamente Dantès. — Sì, se potesse accadere che mettessero di guardia una sentinella sorda e cieca.
— Ella sarà cieca, ella sarà sorda, rispose il giovine con un accento di risoluzione che spaventò Faria.
— No, no, gridò egli, è impossibile.
Dantès volle trattenerlo sopra questo argomento, ma Faria scosse la testa, e si ricusò di continuare a rispondere, e dopo ciò passarono ancora altri tre mesi.
— Siete voi forte? domandò un giorno Faria a Dantès. Questi senza rispondere prese lo scalpello, lo piegò a ferro di cavallo, e lo raddrizzò. — V’impegnereste voi a non uccidere la sentinella che in un caso di estrema necessità?
— Sì, sul mio onore. — Allora, disse Faria, potremo eseguire il nostro disegno. — E quanto tempo ci vorrà per eseguirlo? — Almeno un anno. — Potremo dunque metterci al lavoro? — Subito. — Oh! vedete dunque abbiamo già perduto un anno. — Credete voi che quest’anno sia stato perduto? — Oh! perdono, gridò Edmondo arrossendo. — Zitto! disse Faria. L’uomo è sempre uomo, e voi siete uno dei migliori che m’abbia conosciuti. Ecco il mio disegno.
Faria mostrò allora a Dantès un disegno da lui tracciato: era la pianta della sua camera, di quella di Dantès e del corridoio che le univa una all’altra. Nel mezzo di questo corridoio egli stabiliva un condotto simile a quello che si pratica nelle miniere, questo condotto avrebbe portato i due prigionieri sotto la galleria ove passeggiava la sentinella. Una volta giunti là, essi praticherebbero un largo scavamento, smurerebbero una delle pietre quadrate che formano il piancito della galleria, la pietra in un dato momento sprofonderebbe sotto il peso del soldato, che scomparirebbe inghiottito dallo scavamento. Dantès, si sarebbe precipitato sopra di lui nel momento in cui, ancor stordito per la caduta, non avrebbe potuto difendersi, lo avrebbe legato, gli avrebbe turata la bocca, ed allora tutti e due passando da una finestra di quella galleria, sarebbero discesi lungo la muraglia esterna coll’aiuto della scala di corde, e si sarebbero salvati. Dantès battè le mani, e i suoi occhi sfavillarono di gioia; questo disegno era così semplice, che era impossibile non riuscisse. Nel medesimo giorno i due minatori si misero all’opera e con un ardore tanto più grande, in quanto che questo lavoro che cominciava dopo un lungo riposo, non faceva, secondo tutte le probabilità, che secondare il pensiero intimo e secreto d’entrambi. Niente l’interrompeva, se non che l’ora nella quale ciascuno d’essi era obbligato di rientrare nella sua stanza per ricevere la visita del carceriere. D’altra parte avevano presa l’abitudine di distinguere così facilmente il rumore impercettibile dei passi, al momento in cui quest’uomo discendeva, che giammai nè l’uno e nè l’altro fu colto all’imprevista. La terra da essi estratta dalla nuova galleria, e che sarebbe stata sufficiente per riempire l’antico corridoio, veniva gettata a poco a poco, e con inaudite cautele dall’una o dall’altra delle finestre del carcere di Dantès, o del carcere di Faria, dopo polverizzata con ogni cura, e il vento della notte la trasportava lungi, senza lasciarne traccia. Più d’un anno fu passato in questo lavoro che venne eseguito con uno scalpello, un coltello ed una leva di legno per soli strumenti. Durante quest’anno e mentre lavoravano, Faria continuò ad istruire Dantès parlandogli ora in una lingua, ora in un’altra; insegnandogli la storia delle nazioni, e di quei grand’uomini che di tempo in tempo lasciano dietro a sè una di quelle luminose tracce, che si chiama gloria. Faria uomo di mondo, e di gran mondo, aveva inoltre nelle sue maniere una specie di maestà malinconica, di cui Dantès, mercè lo spirito d’imitazione che gli aveva fornito la natura, seppe trar profitto, e riunire quell’elegante tratto di cui mancava a quei modi aristocratici che generalmente non si acquistano che coll’abitudine di avvicinare le classi elevate o colla conversazione degli uomini superiori.
In capo a 15 mesi il foro era finito, lo scavamento sotto la galleria era fatto, si sentiva passare e ripassare la sentinella, e i due operai, che erano obbligati ad aspettare una notte oscura e senza luna per rendere più sicura la loro evasione, non avevano più che un timore, ed era, che la botola sprofondasse da sè sotto i piedi del soldato. Venne ovviato a questo inconveniente col mettere per puntello una specie di travicello che avevano scavato nei fondamenti.
Dantès era occupato a metterlo al posto quando intese ad un tratto Faria, rimasto nel carcere da lui occupato a formare una cavicchia destinata a mantenere la scala di corda, che lo chiamava con un accento di disperazione. Rientrò sollecitamente, e vide Faria ritto in mezzo alla camera, pallido, col sudore alla fronte e le mani intirizzite.
— Oh! mio Dio! gridò Dantès, che c’è, che cosa avete?
— Presto! presto! disse Faria, ascoltatemi.
Dantès guardò il viso livido di Faria, gli occhi circondati da un cerchio azzurrognolo, le labbra bianche, i capelli irti, e per lo spavento lasciò cadersi a terra lo scalpello che teneva in mano.
— Che c’è egli dunque? gridò Edmondo.
— Son perduto, disse Faria, ascoltatemi, un male terribile, forse mortale mi assale in questo momento. L’accesso è incominciato, lo sento. Ne fui già colpito l’anno prima della mia carcerazione. A questo male non vi è che un rimedio; ve lo dirò; correte presto nel mio carcere, togliete un piede al mio letto, questo piede è scavato: vi troverete dentro una piccola boccetta di cristallo piena per metà di un liquore rosso; portatemela, o piuttosto... no, no... io potrei esser sorpreso qui... aiutatemi a rientrare nella mia camera fino a che mi resta ancora qualche forza. Chi sa ciò che può accadere, e quanto tempo durerà l’accesso? — Dantès senza molto agitarsi, quantunque la disgrazia che lo colpiva fosse immensa, discese nel corridoio, trascinò dietro a sè l’infelice compagno, e conducendolo con infiniti stenti fino all’estremità opposta, giunse nel carcere di Faria, e lo depose nel letto.
— Grazie, disse Faria, tremando con tutte le membra, come se uscisse dall’acqua diacciata; ecco il male che s’inoltra, sto per cadere in catalessi. Forse non farò un movimento, forse non manderò un gemito, ma forse ancora mi contorcerò, griderò, sputerò bava. Fate in modo che non siano intese le mie grida, questo è ciò che soprattutto importa, perchè allora potrei essere cambiato di camera, e noi saremmo divisi per sempre. Quando voi mi vedrete immobile, freddo, e per così dire morto, allora soltanto schiudetemi i denti col coltello, fatemi colare in bocca otto o dieci gocce di quel liquore, e forse rinverrò.
— Forse? gridò dolorosamente Dantès.
— A me! a me! gridò Faria io mi... mi...
L’accesso fu sì rapido e violento, che il disgraziato prigioniero non potè compiere neppure l’incominciata parola; una nube gli passò sulla fronte, sollecita e tetra come la tempesta del mare. La crisi gli dilatò gli occhi, gli contorse la bocca, gl’imporporò le guance; si agitò, ruggì; ma come lo aveva raccomandato egli stesso, Dantès soffocò queste grida sotto la coperta. Tutto durò due ore; allora più inerte che un masso, più pallido e più freddo di un marmo, più infranto di una cosa calpestata sotto i piedi, cadde, s’intirizzì in un’ultima convulsione, e divenne livido. Edmondo aspettò che questa morte apparente avesse investito tutto il corpo, e ghiacciato fino al cuore; allora prese il coltello, introdusse la lama fra i denti, disserrò a gran fatica le intirizzite mascelle, e contò una dopo l’altra le dieci gocce del rosso liquore, e aspettò. Passò un’ora senza che il vecchio facesse il più piccolo movimento; Dantès temeva di avere aspettato troppo, e lo guardava con le mani cacciate nei capelli; finalmente un leggiero colorito apparve sulle sue guance; gli occhi costantemente rimasti aperti e attoniti, ripresero il consueto sguardo, un debol sospiro gli sfuggì di bocca; fece un piccolo movimento.
— Egli è salvo! egli è salvo! gridò Dantès.
Il malato non poteva ancora parlare, ma stese con ansia visibile la mano verso la porta. Dantès ascoltò e intese i passi del carceriere. Erano quasi le sette ore, e Dantès non aveva avuto il pensiero di misurare il tempo. Il giovine si slanciò all’apertura, vi si precipitò, rimise la pietra al di sopra della testa, e rientrò nella stanza. Un momento dopo la porta si aprì, ed il carceriere ritrovò, secondo il solito, il prigioniero assiso sul letto. Appena ebb’egli voltato le spalle, appena il rumore dei suoi passi si perdè nel corridoio, Dantès, divorato dall’inquietudine, senza pensare a mangiare, riprese il cammino sotterraneo, e sollevando la pietra al di sopra della testa, rientrò nella camera di Faria. Questi aveva ripreso conoscenza, ma era sempre steso sul letto, inerte e senza forze.
— Io non contava più di rivedervi, diss’egli a Dantès.
— E perchè questo? domandò Edmondo, contavate dunque di morire? — No, ma tutto è all’ordine per la vostra fuga, ed io credeva che sareste fuggito. — Il rossore dell’indignazione colorò le guance di Dantès — Senza di voi! gridò egli, mi avete veramente creduto capace di ciò?
— Adesso m’accorgo che mi sono ingannato, disse il malato; ah! sono molto debole, molto abbattuto.
— Coraggio, le forze ritorneranno, disse Dantès, sedendosi vicino al letto di Faria e prendendogli le mani.
Faria tentennò la testa. — L’ultima volta, diss’egli, l’accesso non durò che una mezz’ora, dopo la quale io ebbi fame e mi rialzai solo. Oggi non posso muovere nè la gamba, nè il braccio destro, la testa è oppressa, e ciò prova che è accaduto un versamento nel cervello; al terzo accesso resterò interamente paralizzato, o morirò sul colpo.
— No, no, tranquillatevi, voi non morrete. Se questo terzo accesso deve colpirvi vi troverà libero; io vi salverò come questa volta, e meglio ancora, perchè avremo tutti i necessarii soccorsi.
— Amico mio, disse il vecchio, non vi lusingate, la crisi che è passata mi ha condannato ad un carcere perpetuo; per fuggire bisogna poter camminare.
— Ebbene, noi aspetteremo otto giorni, un mese, due mesi se bisogna; in quest’intervallo le vostre forze ritorneranno, tutto è pronto per la fuga, ed abbiamo la libertà di poter scegliere a nostro piacere l’ora ed il momento. Il giorno in cui vi sentirete abbastanza forte per nuotare, noi metteremo ad esecuzione il nostro disegno.
— Io non nuoterò più, disse Faria, questo braccio è paralizzato, non per un giorno, ma per sempre; sollevatelo voi stesso, e sentite quanto è pesante. — Il giovine sollevò il braccio che ricadde morto ed insensibile. Dantès mandò un profondo sospiro.
— Ora sarete convinto voi stesso, n’è vero Edmondo? disse Faria; credetemi, io so quello che dico. Dopo il primo accesso che ebbi di questo male, non ho mai cessato di studiarvi e di riflettervi sopra; io lo aspettava perchè è un’eredità di famiglia. Mio padre è morto al terzo assalto, mio nonno egualmente. Il medico che mi compose questo liquore, il celebre Cabanis, mi predisse la stessa sorte.
— Il medico si sbaglia, gridò Dantès; in quanto alla vostra paralisi, essa non mi sgomenta, io vi prenderò sulle spalle, e nuoterò sostenendovi.
— Mio amico, disse Faria, voi siete marinaro, e buon nuotatore, e dovete per conseguenza sapere che un uomo caricato di un simile fardello non potrebbe fare cinquanta braccia nel mare. Cessate dal lasciarvi illudere dalle chimere che ingannano l’ottimo vostro cuore. Io resterò qui fino a che suoni l’ora della mia liberazione, che adesso non può più esser che quella della morte. In quanto a voi partite, fuggite; voi siete giovine, destro e forte, non vi occupate di me, io vi rendo la vostra parola. — Sta bene, disse Dantès.
— Ebbene! allora? — Io pure resterò. — Poi levandosi e stendendo una mano sul vecchio:
— Per quanto vi ha di più sacro, io giuro di non lasciarvi che alla vostra morte. — Faria considerò questo giovine sì nobile, sì semplice e sì elevato, e lesse sui tratti animati dall’espressione di devozione la più pura, la sincerità della sua affezione, e la lealtà del suo giuramento.
— Andiamo, disse il malato, io accetto e vi ringrazio. — Poi stendendogli la mano:
— Voi forse sarete un giorno ricompensato di questa disinteressata divozione, gli disse; ma dappoichè io non posso e voi non volete partire, è necessario di ricolmare il sotterraneo sotto la galleria; il soldato camminando può scuoprire la sonorità nella direzione dello scavo, richiamare l’attenzione di un ispettore, e allora noi saremmo scoperti e separati. Andate a fare questa faccenda nella quale disgraziatamente non posso aiutarvi, impiegatevi tutta la notte se bisogna, e non ritornate da me che domattina dopo la visita del carceriere; avrò qualche cosa di somma importanza da comunicarvi. — Dantès, prese la mano di Faria che lo assicurò con un sorriso, ed uscì con quell’obbedienza e quel rispetto che aveva dedicato al suo vecchio amico.
XVIII. — IL TESORO.
Allorchè Dantès la dimane rientrò nella camera del suo compagno di prigionia, trovò Faria assiso, col viso sereno sotto il raggio che penetrava attraverso la stretta finestra della sua cella. Egli teneva aperto nella mano sinistra, la sola di cui gli era rimasto l’uso, un po’ di carta che per l’abitudine di restare avvolta sempre nello stesso modo aveva preso la forma di un cilindro ribelle a stendersi, e ch’ei mostrò a Dantès senza dire una parola.
— Che è ciò? domandò questi.
— Guardate bene, disse Faria sorridendo.
— Io lo sto osservando attentamente, disse Dantès, ma non vedo altro che un po’ di carta mezzo bruciata e sulla quale sono tracciati dei caratteri gotici con un inchiostro particolare.
— Questa carta, amico mio, disse Faria, è, ora ve lo posso confessare perchè vi ho sperimentato, questa carta è il mio tesoro, di cui da questo momento la metà è vostra!
Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. Fino a quel giorno, e per uno spazio sì lungo di tempo, egli aveva sempre evitato di parlare a Faria di questo tesoro, origine dell’accusa di pazzia che gravava sul povero amico. Colla sua istintiva delicatezza, Edmondo aveva preferito di non toccare questa corda dolorosa; e Faria per sua parte si era taciuto; egli aveva preso il silenzio del vecchio per un ritorno alla ragione. Or quelle poche parole sfuggite a Faria, dopo una crisi così penosa, sembravano annunziare una grave ricaduta d’alienazione mentale.
— Vostro tesoro, balbettò Dantès. — (Faria sorrise).
— Sì, diss’egli; in ogni occasione voi siete un nobil cuore, Edmondo, e dal vostro pallore e dal vostro fremito comprendo ciò che passa per la vostra mente in questo punto. No, siate tranquillo, io non sono pazzo, questo tesoro c’è, Dantès, e se non mi è stato concesso di possederlo, voi lo possederete in mia vece. Nessuno ha voluto darmi ascolto, nè aggiustarmi fede perchè fui giudicato pazzo; ma voi dovete sapere che tal non sono, ascoltatemi, e dopo credetemi se vi piace.
— Ahimè! mormorò Edmondo fra sè stesso, il malato ricade; mi mancava questa disgrazia. Indi alzando la voce:
— Amico mio, diss’egli a Faria, il vostro accesso forse vi ha stancato, non vorreste un po’ di riposo? domani se voi così desiderate, sentirò la vostra istoria; ma oggi pensate alla vostra salute; d’altra parte continuò egli sorridendo, un tesoro non deve ora importarci gran fatto.
— Deve importarci moltissimo, Edmondo, rispose il vecchio, chi sa che domani o doman l’altro non giunga il terzo accesso; allora tutto sarebbe finito... Sì, è vero, io qualche volta ho pensato con un amaro piacere a queste ricchezze che farebbero la fortuna di dieci famiglie; perdute per coloro che mi perseguitano: quest’idea mi serviva di vendetta ed io l’assaporava lentamente nella oscurità della mia segreta e nella disperazione della mia prigionia: ma ora che vi vedo giovine e pieno di speranza, ora che penso a tutto quel che può resultarne di felicità a voi in conseguenza della mia rivelazione, io fremo pel ritardo, e tremo di non potere assicurare un proprietario tanto degno quanto voi il siete a queste immense ricchezze nascoste.
(Edmondo volse altrove la testa sospirando).
— Voi persistete nella vostra incredulità, Edmondo, continuò Faria; la mia voce non vi ha convinto. Vedo che vi abbisognano delle prove. Ebbene leggete questo foglio che non ho fatto mai vedere ad alcuno.
— Domani, amico mio, disse Edmondo, bramando schivarsi a secondare la follia del vecchio. Io credeva che fosse già stabilito fra noi di non parlarne che domani?
— Ebbene, ne parleremo domani, ma oggi leggete questo foglio.
— Non l’irritiamo di più, pensò Edmondo. E prendendo la carta di cui mancava la metà, che sembrava essere stata consunta da qualche accidente, egli lesse...
— Ebbene? disse Faria, quando il giovine ebbe finita la lettura.
— Ma, rispose Dantès, non leggo che righe troncate, che parole senza senso; i caratteri sono interrotti dall’azione del fuoco e restano inintelligibili.
— Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per me che vi ho impallidito sopra per ben molte notti, e che ho ricostruita ogni frase, e compiuto ogni pensiero.
— E credete aver ritrovato questo senso troncato?
— Ne son sicuro; ne giudicherete da voi stesso; ma dapprima ascoltate la storia di questa carta.
— Silenzio! gridò Dantès; dei passi!... qualcuno si avvicina... io parto... addio! e Dantès, fortunato di poter fuggire alla storia ed alla spiegazione che non gli avrebbero che maggiormente confermato la infelicità del suo amico, fuggì per lo stretto andito, nel mentre che Faria acquistando una specie di attività dal terrore, spinse col piede la pietra che ricuoprì colla stoia, a fine di nascondere allo sguardo la mancanza di continuità che non era stato in tempo di fare sparire.
Era il governatore che, essendo stato avvisato dal carceriere dell’accidente di Faria, veniva ad assicurarsi da sè stesso della sua gravità. Faria lo ricevette assiso, evitò qualunque gesto che potesse metterlo a rischio, e riuscì a nascondere al governatore che egli era stato colpito da una paralisi, che aveva fatta morta una metà della sua persona. Il suo timore si era che il governatore mosso a pietà di lui, non volesse farlo trasportare in una prigione più sana e non lo separasse in tal modo dal suo giovine compagno: ma fortunatamente non fu così: il governatore si ritirò convinto che il povero pazzo pel quale sentiva nel fondo del cuore un po’ di affezione, non era affetto che da una leggiera indisposizione.
In questo tempo, Edmondo, assiso sul letto e colla testa fra le mani, cercava di riordinare le sue idee; dacchè conosceva Faria avea sempre scorto in lui tanta ragione, e tanta logica, che non poteva comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse poi collegarsi coll’alienazione di mente sopra un sol punto: era Faria che s’ingannava sul suo tesoro? o erano gli uomini che s’ingannavano sul conto di Faria? Dantès restò nella sua cella tutto il giorno, non osando ritornare a visitare il suo amico. Egli cercava di allontanare così il momento in cui avrebbe acquistata la certezza che il compagno era pazzo; questa convinzione doveva essere spaventosa per lui. Ma verso sera, dopo l’ora dell’ordinaria visita, Faria, non vedendo più ritornare il giovine, tentò di superare lo spazio che lo divideva da lui. Edmondo rabbrividì sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il vecchio per trascinarsi: la gamba era inerte: egli non poteva aiutarsi che con un sol braccio: fu perciò obbligato di tirarlo a sè, poichè certamente non sarebbe riuscito ad uscire solo per la stretta apertura che metteva nella camera di Dantès. — Eccomi implacabilmente risoluto a perseguitarvi, disse con un sorriso raggiante di benevolenza; voi avete creduto potere sfuggire alla mia munificenza, ma ciò non vi ha servito a niente. Ascoltatemi adunque. — Edmondo vedendo che non poteva più evitarlo, fece sedere il vecchio sul letto, e si pose vicino a lui sul suo sgabello. — Voi sapete, disse Faria, che io era il segretario, il famigliare, l’amico del conte Spada, l’ultimo dei principi di questo nome. Io devo a questo degno personaggio tutto ciò che ho provato di felicità in questa vita. Egli non era ricco, benchè le ricchezze di sua famiglia fossero proverbiali, e che abbia spesse volte inteso dire: _ricco come uno Spada_. Ma egli, come la pubblica voce, viveva sotto questa riputazione di opulenza; il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i suoi nipoti che morirono, e allora io dedicandomi con devozione a tutte le sue volontà, cercai rendergli quel che aveva fatto per me da dieci anni. La casa del conte non ebbe più segreti per me, io aveva soventi volte visto lo Spada scartabellare dei libri antichi, e sfogliare avidamente dei manoscritti antichi di famiglia tutti ricoperti di polvere. Un giorno che io gli rimproverava queste inutili veglie, e la specie di abbattimento che le seguiva, egli mi guardò sorridendo amaramente, e mi aprì un libro che era la storia d’Italia. Al capitolo XX della medesima stava scritto: