Il Conte di Monte-Cristo

Part 15

Chapter 153,800 wordsPublic domain

— E quando potrò vedere tutto ciò? domandò Dantès.

— Quando vorrete, rispose Faria. — Oh! subito! subito! gridò il giovinotto. — Seguitemi dunque, disse Faria. Ei s’introdusse nel corridore sotterraneo entro al quale disparve; Dantès lo seguì.

XVII. — LA CAMERA DELLO SCIENZIATO.

Dopo essere passato curvandosi, ma pure con bastante facilità, pel passaggio sotterraneo, Dantès giunse all’estremità opposta del corridore che metteva nella camera di Faria. Là il passaggio si ristringeva, e presentava appena lo spazio sufficiente perchè un uomo potesse strisciarvisi aggrappandosi. La camera del nuovo amico aveva il pavimento formato di pietre quadrate, e sollevando una di queste pietre nell’angolo più oscuro della camera, si vedeva il luogo ove Faria aveva incominciata la sua laboriosa fatica, e di cui Dantès aveva veduto la fine. Rimessa la pietra al suo posto, Faria vi stendeva sopra una vecchia stuoia, e questa cautela bastava per nasconderla agli occhi dei carcerieri. Appena entrato ed in piedi il giovine esaminò questa camera misteriosa colla più grande attenzione. Al primo aspetto questa stanza non presentava niente di particolare. — Bene, disse Faria, non è che mezzo giorno e un quarto, abbiamo ancora qualche ora per noi. — Dantès guardò intorno, cercando a quale orologio Faria aveva potuto legger l’ora in un modo così preciso. — Vedete questo raggio di luce che viene dalla mia finestra? disse Faria, guardate sul muro le linee che vi ho tracciate. Mercè di esse combinate col doppio movimento della terra e l’elittica che questa descrive intorno al sole, io so l’ora più esattamente di quello che se avessi un orologio, poichè un orologio può guastarsi, mentre che la terra ed il sole non si guastan mai.

Dantès non arrivava a comprendere questa spiegazione; vedendo il sole ognora alzarsi dietro le montagne e tuffarsi nel Mediterraneo aveva sempre creduto che fosse quello che camminasse e non la terra. Questo doppio movimento del globo da lui abitato, e di cui non si accorgeva, gli sembrava quasi impossibile; in ciascuna parola del suo interlocutore, vedeva misteri di scienza così ammirabili ad approfondirsi, quanto quelle miniere d’oro e di diamanti che aveva visitate in un viaggio, fatto mentre era ancor fanciullo, a Guzarate e a Golconda.

— Vediamo, disse a Faria, ho smania di esaminare i vostri tesori. — Faria andò verso il caminetto, e collo scalpello che teneva sempre in mano, spostò la pietra che altra volta formava il focolare e che nascondeva una cavità abbastanza profonda; in questa cavità stavano racchiusi tutti gli oggetti di cui aveva parlato a Dantès.

— Che volete voi vedere per primo? gli domandò.

— Mostratemi la vostra grand’opera filosofica.

Faria cavò dal grazioso armadio tre o quattro rotoli di tela ravvolti su sè stessi come fogli di papiro; erano strisce larghe circa quattro pollici e lunghe circa diciotto. Queste strisce, numerate, erano coperte da una scrittura che Dantès potè leggere perchè essa era scritta nella lingua materna di Faria, vale a dire in italiano, idioma che Dantès comprendeva perfettamente nella sua qualità di provenzale.

— Vedete, gli disse, tutto è qui; sono circa tre giorni che ho scritto la parola fine nella 68ª striscia. Due delle mie camice e tutti i miei fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno ritorno libero e posso ritrovare in Italia uno stampatore che ardisca stamparla, la mia riputazione è fatta.

— Sì, rispose Dantès, lo vedo bene. Ora mostratemi ve ne prego, le penne con le quali è stata scritta quest’opera.

— Eccole, disse Faria: e mostrò al giovinotto un bastoncello lungo sei pollici, grosso quanto un manico di un pennello, attorno ad una delle estremità del quale stava legata con un filo una di quelle cartilagini, ancora marchiata dall’inchiostro di cui Faria aveva parlato a Dantès. Essa era tagliata a becco, ed era spaccata come una penna ordinaria.

Dantès l’esaminò, cercando con lo sguardo lo strumento col quale era stata tagliata in un modo così preciso.

— Ah! sì, disse Faria, il temperino n’è vero? è il mio capolavoro, io l’ho fatto nello stesso modo di questo coltello, con un vecchio candeliere di ferro. — Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al coltello aveva il doppio vantaggio di servire ad un tempo da coltello e da pugnale.

Dantès esaminò questi differenti oggetti colla stessa attenzione che avrebbe usata in una bottega di chincagliere di Marsiglia: aveva esaminato altra volta eguali strumenti eseguiti da selvaggi e portati dal mare del Sud dai capitani di lungo viaggio. — In quanto all’inchiostro, disse Faria, voi sapete qual processo impiego, e lo faccio quando ne ho bisogno.

— Ciò di cui mi maraviglio si è, disse Dantès, che vi siano bastati i giorni per questi lavori.

— Ma io aveva ancora le notti, rispose Faria. — Le notti! siete voi dunque dalla natura dei gatti e ci vedete chiaro anche la notte? — No, ma Iddio ha dato all’uomo l’intelligenza per venire in aiuto alla povertà dei sensi: io mi son procurato la luce. — E come? — Dalla carne che ci portano separai il grasso, lo feci fondere, e ne cavai una specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia bugìa. — E Faria mostrò a Dantès una specie di lampione come quelli che si adoperano nelle pubbliche illuminazioni. — Ma il fuoco?

— Ecco delle pietruzze e della tela bruciata. — Ma i solfanelli? — Ho fatto mostra di avere una malattia cutanea, ed ho domandato dello zolfo che mi è stato accordato.

Dantès depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e abbassò la testa, avvilito per la perseveranza e per la forza di quello spirito.

— Questo non è tutto, continuò Faria, poichè non bisogna mettere tutti i tesori in un solo nascondiglio; chiudiamo ora questi. — Riposta la pietra al suo posto, Faria vi sparse sopra un poco di terra, vi strisciò il piede per far scomparire ogni mancanza di continuità, si avanzò verso il letto e lo spostò. Dietro al capezzale, nascosto con una pietra che lo chiudeva quasi ermeticamente, era un foro, ed in questo foro una scala a corda lunga da 25 a 30 piedi. Dantès l’esaminò, essa era di una solidità a tutta prova.

— Chi vi ha fornito la corda necessaria a quest’opera meravigliosa? domandò Dantès.

— Dapprima qualche camicia che io aveva, poi qualche lenzuolo del mio letto che aveva sfilato nei tre anni di prigionia a Fenestrelles. Quando sono stato trasportato al castello d’If ho trovato il mezzo di portar meco queste fila; qui ho continuato il mio lavoro.

— Ma non si accorgevano che i lenzuoli erano senz’orlo?

— Io li ricuciva. — Con che? — Con quest’ago.

E Faria alzando una falda del suo abito, mostrò una spina lunga acuta e ancora affilata che vi portava attaccata.

— Sì, continuò Faria, dapprima io aveva pensato a smurare queste sbarre, ed a fuggire dalla finestra che è un poco più larga della vostra, come vedete, e che avrei ancora slargata di più al momento dell’evasione; ma mi accorsi che questa finestra dava in un cortile interno, e rinunziai a questo disegno essendo troppo incerto. Ciò nonostante conservai la scala per una di quelle occasioni imprevedute, per una di quelle evasioni di cui vi ho parlato e che il solo caso qualche volta procura.

Dantès mentre esaminava la scala, pensava a tutt’altro; un’idea gli si era affacciata alla mente. Quest’uomo così intelligente, così ingegnoso, così profondo avrebbe potuto forse rischiarare la causa della propria infelicità, nella quale egli non aveva mai potuto scorgere nulla.

— A che pensate voi? domandò Faria ridendo, e prendendo l’astrazione di Dantès per un atto di ammirazione portata al più alto grado.

— Io pensava primieramente ad una cosa, ed è la quantità enorme d’intelletto che voi avete dovuto impiegare per giungere al punto a cui siete arrivato; che avreste voi dunque fatto se foste stato libero?

— Forse niente: il mio cervello è troppo pieno, e forse si sarebbe svaporizzato in cose futili: necessita la disgrazia per scavare certe miniere misteriose nascoste nell’umano intelletto: vi bisogna la pressione per far scoppiare la polvere; la prigionia ha riunito in un sol punto tutte le mie facoltà vaganti da un lato e dall’altro; esse si urtarono in un angusto spazio; e voi lo sapete, dallo scontro delle nuvole risulta l’elettricità, dall’elettricità il lampo, dal lampo la luce.

— No, io non so niente, disse Dantès avvilito dalla sua ignoranza; una quantità delle vostre parole per me sono vuote di senso; voi siete ben felice di essere in tal modo istruito!

Faria sorrise. — Voi pensavate a due cose, mi diceste poco fa? ma non mi avete fatto conoscere che la prima, qual è la seconda? — La seconda è, che voi mi avete raccontata la vostra vita, ed io non vi ho raccontata la mia.

— La vostra vita, o giovine, è tanto corta che non può racchiudere avvenimenti di grand’importanza.

— Racchiude un immenso infortunio, un infortunio che non ho meritato; e vorrei potermela prendere con gli uomini per la mia infelicità. — Allora voi vi credete innocente del fatto che vi viene imputato? — Innocente del tutto, lo giuro sulla testa di mio padre e di Mercedès.

— Bene, disse Faria, chiudendo il nascondiglio e rispingendo il letto al suo posto, raccontatemi la vostra storia.

Dantès allora raccontò ciò che egli chiamava sua storia, e che si limitava ad un viaggio nell’India, e a due o tre viaggi in Levante; finalmente arrivò all’ultima sua traversata, alla morte del capitano Leclerc, al plico deputato pel gran Maresciallo, al colloquio avuto col medesimo, alla lettera da lui rimessagli per il sig. Noirtier, finalmente al suo arrivo a Marsiglia, alla sua visita al padre, ai suoi amori con Mercedès, al pranzo dello sposalizio, all’arresto, all’interrogatorio, alla prigionia provvisoria nel palazzo di giustizia, e finalmente alla prigionia definitiva al castello d’If. Giunto a questo punto, Dantès non sapeva più nulla, neppure il tempo da che era prigioniero.

Terminato il racconto Faria riflettè profondamente.

— Havvi, diss’egli dopo un momento, un assioma in diritto di gran profondità e che coincide a ciò che vi diceva non è molto, che almeno il cattivo pensiero non nasce con una falsa organizzazione, la natura umana repugna al delitto. Ciò non ostante la civilizzazione ci ha dato de’ vizi, dei bisogni, e degli appetiti fittizi, che qualche volta hanno l’influenza di soffocare i nostri buoni istinti e di condurci al male. Quindi ne nasce questa massima: «se voi volete scoprire il colpevole, cercate dapprima colui al quale può essere utile il commesso delitto.» La vostra sparizione a chi poteva essere utile?

— A nessuno, mio Dio! io era tanto poca cosa.

— Non rispondete così, perchè la risposta manca ad un tempo di logica e di filosofia; tutto è relativo, mio caro amico; dal re che incomoda il suo successore, fino all’ultimo impiegato che incomoda l’alunno, ciascuno incomoda colui che gli vien dopo o che gli cammina a lato; se il re muore il suo successore eredita una corona, se l’impiegato muore l’alunno ne eredita l’impiego e lo stipendio di 200 lire. Queste 200 lire di stipendio sono per lui la sua lista civile e gli sono tanto necessarie per vivere, quanto i milioni ad un re. Ciascuno individuo, dal più basso al più alto grado della scala sociale, riunisce intorno a sè un piccolo mondo d’interessi, avendo i suoi turbini ed i suoi atomi gialli come i mondi di Descartes. Soltanto questi mondi vanno sempre più allargandosi a misura che si sale. È una scala a chiocciola rovesciata, che si tien ritta alla punta per forza d’equilibrio. Ritorniamo dunque al vostro mondo. Voi eravate sul punto di essere nominato capitano a bordo del _Faraone_? — Sì.

— Eravate sul punto di sposare una bella giovinetta? Esisteva forse qualcuno che avesse premura perchè non diveniste capitano del _Faraone_? qualcuno cui importasse che non sposaste Mercedès? rispondetemi intanto alla prima interrogazione, l’ordine è la chiave di tutti i problemi. Io ripeto adunque, v’era qualcuno a cui potesse importare che non foste nominato capitano del _Faraone_?

— No, io era molto amato a bordo. Se i marinari avessero potuto eleggere un capo, son certo che sarei stato io l’eletto. Un sol uomo vi era che poteva in qualche modo esser meco inquieto, perchè tre mesi prima avevo avuto con lui una contesa, e gli aveva proposto un duello che egli ricusò.

— Avanti adunque!... come si chiama quest’uomo?

— Danglars. — Che cosa era a bordo?

— Scrivano computista.

— Se voi foste divenuto capitano l’avreste conservato al suo posto? — No, se la cosa fosse dipesa da me, perchè aveva creduto scorgere qualche infedeltà nei suoi conti. — Bene. Ora, chi ha assistito al vostro ultimo colloquio col capitano Leclerc?

— Nessuno; noi eravamo soli.

— Ma qualcuno poteva sentire la vostra conversazione?

— Sì perchè la porta era socchiusa, e anzi... aspettate... sì, sì, Danglars è passato precisamente nel momento in cui il capitano Leclerc mi consegnava il plico del gran Maresciallo.

— Bene, noi siamo sulla strada. Avete condotto con voi alcuno quando siete disceso a terra all’isola d’Elba?

— Nessuno. — Vi fu rimessa una lettera? — Sì, dal gran Maresciallo.

— Che ne avete fatto? — L’ho riposta nel mio portafogli. — Voi avevate dunque indosso un portafogli. Come mai un portafogli che doveva contenere una lettera ufficiale poteva egli stare nella tasca di un marinaio?

— Avete ragione, il mio portafogli era a bordo.

— Fu dunque a bordo che voi chiudeste la lettera nel portafogli? — Sì. — Da Portoferraio al bordo dove riponeste la lettera? — L’ho tenuta in mano.

— Dunque quando siete risalito a bordo del _Faraone_ tutti hanno potuto vedere che avevate una lettera, Danglars e tutti gli altri? ora ascoltate bene, riunite tutta la vostra memoria: vi ricordate in quali termini era redatta la denunzia?

— Oh! sì, l’ho riletta tre volte, e mi è rimasta nella mente parola per parola.

— Ripetetemela adunque. — Dantès si raccolse un momento. — Eccola, diss’egli, alla lettera:

«Il Sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore d’una lettera pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso di suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del _Faraone_.»

Faria alzò le spalle. — Ciò è chiaro come la luce del giorno, diss’egli, e bisogna ben dire che voi abbiate avuto il cuore molto buono e molto ingenuo, per non indovinare la cosa al primo aspetto.

— Voi lo credete! gridò Dantès; Ah! questa sarebbe un’infamia.

— Com’era il carattere ordinario di Danglars?

— Un bel corsivo. — Qual era quello della lettera anonima? — Un carattere rovesciato. — Faria sorrise.

— Contraffatto, n’è vero?

— Ma molto franco per essere contraffatto.

— Aspettate! diss’egli. E presa la penna, o meglio ciò che così chiamava, la bagnò nell’inchiostro e scrisse colla mano sinistra, sopra un po’ di tela preparata a tal uopo, le prime due o tre righe della denunzia.

Dantès dette addietro e guardò Faria quasi con terrore.

— Oh! è meraviglioso, è sorprendente, gridò egli, come questa scrittura rassomiglia a quella.

— Ciò è perchè la denunzia fu scritta colla mano sinistra; ed io ho osservato una cosa, che tutti i caratteri fatti colla mano diritta sono diversi, ma che quelli che sono fatti colla mano sinistra si rassomigliano.

— Voi avete dunque veduto tutto, osservato tutto?

— Continuiamo... passiamo alla seconda interrogazione. V’era qualcuno a cui potesse importare che non sposaste Mercedès?

— Sì, un giovine che l’amava...

— Il suo nome? — Fernando. — Questo è un nome spagnuolo. — Egli era catalano. — Credete voi che questi sia stato capace di scrivere la lettera? — No, questi era piuttosto capace di piantarmi un coltello nel cuore.

— Bene, questo è nella natura spagnuola: un assassinio, sì; una viltà, no. — D’altra parte, continuò Dantès, egli ignorava tutti i particolari riportati nella denunzia. — Voi non li avevate raccontati ad alcuno?

— A nessuno. — Neppure alla vostra amica?

— Neppure alla mia fidanzata. — Fu Danglars!

— Oh! adesso ne son sicuro. — Ma aspettate... Danglars conosceva Fernando? — No... sì, cioè... ora mi ricordo... — Che cosa? — La vigilia dei miei sponsali li ho veduti insieme ad una tavola, sotto il pergolato di Papà Panfilo. Danglars era amichevole e scherzoso, Fernando era pallido e sconvolto.

— Eran soli? — No, vi era con loro un terzo mio compagno, che senza dubbio era stato quello che avevali fatto fare conoscenza tra loro, un sartore chiamato Caderousse; ma questi era già ubbriaco. Aspettate...

— Che cosa?

— Come mai non me ne sono ricordato prima? sulla tavola ove essi bevevano stava un calamaio, della carta, e delle penne! Dantès battendosi colla mano la fronte esclamò: Oh! è così, fu là che si scrisse quella lettera. Oh! infami! oh infami!

— Volete voi ancora sapere qualche altra cosa? disse sorridendo Faria.

— Sì, sì, poichè voi approfondite tutto, poichè voi vedete chiaro in ogni cosa: vorrei sapere perchè non sono stato interrogato che una sola volta, perchè non ho avuto giudici e in qual modo sono stato condannato senza una sentenza.

— Oh! questo poi, disse Faria, è un affare un poco più grave; la giustizia qualche volta ha delle procedure che sembrano cupe e misteriose. Ciò che noi abbiamo fatto fin qui pei vostri nemici è uno scherzo da ragazzi, ora abbisognano maggiori schiarimenti per questo argomento.

— Vediamo, interrogatemi, perchè in verità voi vedete nella mia vita più chiaro di me.

— Chi vi ha interrogato? fu il procuratore del Re, il sostituto, o il giudice d’istruzione?

— Fu il sostituto. — Giovine o vecchio? — Giovine: tra i 27 ai 28 anni. — Bene, non ancora corrotto, ma ambizioso. Quali furono i modi che usò con voi?

— Amichevoli piuttosto che severi. — Gli avete voi raccontato tutto? — Tutto. — E i suoi modi si cambiarono mai durante l’interrogatorio? — Un momento si sono alterati allorquando lesse la lettera che mi metteva a rischio. Egli sembrò oppresso dalla mia disgrazia.

— Dalla vostra disgrazia? — Sì. — Siete ben sicuro che era per la vostra disgrazia che si affliggeva? — Egli per lo meno mi ha dato la più gran prova di simpatia.

— E quale? — Ha bruciato quel solo documento che poteva recarmi danno. — Qual fu questo documento? la denunzia?

— No, la lettera. — Ne siete ben sicuro? — Lo fece sotto i miei occhi. — Ora è un altro affare; quest’uomo potrebbe ancora essere uno scellerato maggiore di quel che avevo creduto prima. — Voi mi fate fremere, sul mio onore! disse Dantès. Il mondo dunque è popolato di tigri e di coccodrilli? — Sì, con questa differenza, che le tigri ed i coccodrilli a due gambe sono più pericolosi degli altri. Egli dunque, mi dicevate, ha bruciato quella lettera?

— Sì, dicendomi: «voi vedete, non esiste che questa prova contro di voi, ed io l’anniento.» — Questa condotta è troppo sublime per essere naturale. — Voi lo credete? — Ne sono sicuro. A chi era diretta quella lettera?

— _Al Sig. Noirtier, strada Coq-Héron, N. 13, Parigi._

— Potete voi presumere che il vostro sostituto avesse qualche premura a far sparire quel foglio?

— Forse, perchè mi ha fatto promettere due o tre volte, egli mi diceva per mio pro, di non parlare ad alcuno di quella lettera; anzi mi ha fatto giurare di non pronunciar mai a chicchessia il nome che stava scritto sull’indirizzo.

— Noirtier! disse Faria, Noirtier! io ho conosciuto un Noirtier alla corte dell’antica regina d’Etruria, un Noirtier che nella rivoluzione era stato girondino. Come si chiamava il sostituto?

— De Villefort. — Faria scoppiò in una risata. Dantès lo guardò con stupore: — Che avete? domandò egli.

— Vedete questo raggio di sole? chiese Faria. — Sì.

— Or bene! tutto adesso per me è più chiaro di questo raggio trasparente e luminoso. Povero ragazzo! povero giovinotto! e questo magistrato era buono con voi? egli ha bruciata, annientata la lettera? egli vi ha fatto giurare di non pronunziar mai il nome di Noirtier?

— Sì. — Noirtier, povero cieco che siete, sapete chi era questo Noirtier?... questo Noirtier era suo padre!

Un fulmine caduto ai piedi di Dantès, che gli avesse spalancato un abisso nel fondo del quale si fosse aperto l’inferno, non avrebbe prodotto un effetto così pronto, così elettrico, così opprimente quanto queste inattese parole; si alzò, afferrandosi la testa fra le mani quasi avesse voluto impedire che scoppiasse: Suo padre!... suo padre!... gridò egli.

— Sì, suo padre... si chiama Noirtier de Villefort, soggiunse Faria. Allora una luce folgorante passò per la mente del prigioniero; tutto ciò che gli era rimasto oscuro venne in quel punto illuminato da una chiarezza risplendente. Le tergiversazioni di Villefort durante l’interrogatorio, la lettera distrutta, il giuramento richiesto, la voce quasi supplicante del magistrato, che in vece di minacciare sembrava implorare, tutto gli ritornò al pensiero. Egli gittò un grido, traballò come un ubbriaco, poi slanciandosi all’apertura che dalla cella di Faria conduceva alla sua: — Oh! diss’egli mi necessita esser solo, per poter pensare a tutto ciò. — E arrivando nella sua segreta cadde sul letto, ove il carceriere lo ritrovò la sera, assiso cogli occhi fissi, i lineamenti contratti, immobile e muto come una statua. Nelle ore di meditazione che per lui erano passate come minuti secondi, aveva presa una terribile risoluzione e fatto un formidabile giuramento! Per mantenere questo giuramento e mandare ad effetto questa risoluzione bisognava supporre che un giorno sarebbe libero! Una voce venne a togliere Dantès da questa estasi, era quella di Faria, che dopo la visita del carceriere, veniva ad invitare Dantès a cenare con lui. La sua riconosciuta qualità di pazzo e particolarmente di pazzo delirante, procurava al vecchio prigioniero qualche privilegio come sarebbe quello di avere il pane un poco più bianco, ed una piccola bottiglia di vino la domenica. Or per caso era quello un giorno di domenica, e Faria veniva ad invitare il giovine compagno a far parte del suo vino e del suo pane: Dantès lo seguì: tutte le linee del viso si erano ricomposte, ed avevano ripreso la loro consueta abitudine, ma con una durezza e fermezza tale (se si può dire) che manifestavano una risoluzione già presa.

Faria lo guardò fissamente:

— Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di avervi detto ciò che vi ho detto. — Perchè? domandò Dantès. — Perchè vi ho infiltrato nel cuore un sentimento che prima non vi era; la vendetta. — Dantès sorrise.

— Parliamo d’altro; diss’egli.

Faria lo guardò ancora un momento e tentennò tristamente la testa; quindi come lo aveva pregato Dantès, parlò di altro. Il vecchio prigioniero era uno di quegli uomini la cui conversazione, come quella di coloro che hanno molto sofferto, contiene molti insegnamenti, e racchiude un interessamento continuo; ma egli non era egoista, e questo infelice non parlava mai delle sue disgrazie. Dantès ascoltava ciascuna delle sue parole con ammirazione: alcune corrispondevano alle idee che già aveva, ed a sua conoscenza per lo stato di marinaro; le altre appartenevano a cose a lui sconosciute, ed a guisa di quelle aurore boreali che rischiarano i navigatori nelle latitudini australi, mostravano al giovine dei paesi sconosciuti e dei nuovi orizzonti, illuminati da chiarore fantastico. Dantès concepì la felicità di cui doveva godere un’organizzazione intelligente a seguire questo spirito elevato sulle eminenze morali, filosofiche, e sociali sulle quali d’abitudine posavasi. — Voi dovreste insegnarmi un poco di quanto sapete, disse Dantès, non fosse altro che per non annoiarvi meco. Mi sembra che dobbiate preferire la solitudine ad un compagno senza educazione e senza cognizioni come sono io. Se vi acconsentite vi prometto di non parlarvi più di fuga.